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Full text of "Archivio veneto"

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Archivio 

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NUOVA SERIE 



ARCHIVIO VENETO 

ANNO XIV 



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ARCHIVIO 

ENETO 



PUBBLICAZIONE PERIODICA 



TOMO XXVII 



0 

VENEZIA 

STAB'LIMBNTO TIPOGRAFICO fratelli VISENTISI 

1884 



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LA VITA DEI VENEZIANI NEL 1300 




Antichità veneziane - Venezia preistorica — Dossi, bari, polesini, tombe, 
velme ecc. Interrimenti, censi, antenati dei Bellini, Giudecca nuova — 
Case, coperti, camini alla francese, torrette, pozzi, — « cani » e « re- 
veteni », gorne, altane, portici, córti — Il terraneo e il casatico, 
valore della proprietà — Stima della città di Venezia nel 1367 e nel 
1425 — Fondamente, calli — I cavalli — Strade, impedimenti stradali, 
« salizzate > — Campi, rughe, ponti — Definizioni lagunari — Rivi e 
rive, escavo di canali, traghetti — Ingegneri — Calce, pietre cotte ed 
embrici, nórme e prezzi — Case dei procuratori di S. Marco — Ter- 
ranuova — Serraglio di fiere e parto di una leonessa — Sala nuova 
del Gran Consiglio, chiesa di S. Nicolò di palazzo, il pittore Guarienti e 
l'azzurro di oltremare e di Alemagna «— Rialto, sua denominazione — 
ampliamento e lavori nel 1322 e nel 1341 — la colonna dei maleflzio — 
I poliamoli e Rialto nuovo — la panateria e i pistori — ufficiali sopra 
Rialto — botteghe, tavole — campana e orologio — giuochi, sicurezza 
pubblica e lumi — Incendi, folgori, terremoto — L'ufficio sopra canali, 
rivi e piscine, gli ufficiali al Piovevo — Incolumità delia laguna, fiumi, 
porti, il Lido, i maranl — Chi era Filippo Calendario — Difese lito- 
ranee — impeto del mare, alte maree, I ricordi di messer Marco Ca- 
pello « il maggio* » — Impossibilità di delineare una mappa della città 
quale era nel secolo XIV; la mappa illustrata dal Temanza, e quella 
posseduta dall'Archivio ai Frart — Capicontrada e capisestieri — Sulla 
popolazione di Venezia o sugli elementi di essa — Chioggia spopolata, 
nomi di donne — Appunti sulle isole dell'estuario di Venezia — Con- 
clusione. 

Se dei primi otto secoli di Venezia, le fonti non fossero cosi 
povere e scarse quanto cominciano e divengono copiose quelle dei 
tempi posteriori, la storia politica e civile della consociazione delle 
isole, e della Repubblica, non sarebbe sì oscura, e ristretta alle 
vicende guerresche e ai fatti più memorabili. E sapremmo anche i 
particolari interessanti dei costumi, delle consuetudini, della vita 
intima, delle industrie, dei primi incerti tentativi a far rivivere 




I. La Città, la Laguna. 



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6 

l'arte, della quale s'erano imbarbarito il gusto e dimenticati 
gì' ingegni. 

In prece lenti scritture ho raccolto qualche raro ricordo di ■ 
quella vita, che può far imaginare, risalendo di secoli, quale fosse 
Venezia dopo l'immigrazione dei fuggiaschi della Terraferma, e il 
trasferimento, nel più sicuro asilo delle sue interne isolette, della 
sede dei do Q à. Ma che cosa sono, dinanzi la somma della vita 
pubblica, quelle memorie spremute da povere carte di modeste 
ragioni private, che l' abitudine del conservare ha raccolto e cu- 
stodito con cura negli archivi monastici ? 

Ben più larga messe ci forniscono gli archivi nei secoli suc- 
cessivi, e nel XIV, intorno al quale siamo per offrire molti e 
curiosi particolari. Poiché la istituzione di nuovi magistrati; il 
riordino delle leggi ; le ultime tavole in buon numero superstiti 
a molteplici incendi ; le diligenti trascrizioni in registri, degli atti 
pubblici ; concedono di spinger V occhio nel buio di quella vita, 
nella quale stanno forse le cause principali dei fatti più notevoli 
che ci ha tramandato la storia. 

Io non mi lusingo di dir cose nuove; citerò bensì moltissime 
fonti, e forse molti particolari nuovi lumeggieranno il racconto 
della esistenza fisica della città, e delle occupazioni intellettuali dei 
veneziani antichi. 

Sebbene si riferisca a tempi tanto più lontani da quelli dei 
quali stiamo per trattare, non vogliamo qui tacere quanta im- 
portanza potrebbero aver le scoperte annunziate nel Bullettino 
$ arti, industrie e curiosità veneziane (Venezia, 1881, pag. 132) 
redatto dal cav. G. M. Urbani de Gheltof, in una memoria « Ve- 
nezia preistorica », dove narra risultati di alcuni scavi eseguiti 
negli anni 1874 e 1875 per la ricostruzione del Fondaco dei 
Turchi, ora Museo Civico (le cui fondazioni secondo egli dice, 
dovettero esser state poste fra il 1230 e il 1309), e del palazzo 
Tiepolo a S. Apollinare, proprietà questo dei conti Papadopoli. Da- 
gli avanzi (dell' epoca preromana e dei secoli V e VI) di anfore, 
oggetti di bronzo, di ossa di cinghiali e di capre, in numero straor- 
dinario, ed, a metri 4, di oggetti dell' epoca romana in terra cotta 
e in vetro ; a m. 4.50 in uno strato torboso, di strumenti di pietra 
ecc., con qualche oggetto di terra cotta e bronzo ; e dalle consi- 
mili reliquie nella fondazione del palazzo Tiepolo, l' A. (che ne dà 
1' elenco) conchiuse : che le isole di Luprio e di Rialto furono abi- 
tate nel!' epoca preromana e precisamente nella prima età del 



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ferro, come pure in quella romana ; e che i primi abitatori delle 
due isole dovevano esser dediti alla pesca ed alla caccia. Quegli 
oggetti furono poi illustrati, assieme ad altri trovati a Torcello e 
ad Eraclea , dal prof. Domenico Lovisato (1), il quale rilevò la 
rarità litologic i di alcuni di essi, ma espresse qualche dubbio sulla 
loro origine e non divise le conclusioni alle quali venne il cav. Ur- 
bani de Gheltof. 

Fino però che a queste scoperte,, precedute da quelle di alcuni 
frammenti di antichi oggetti fittili nelle fondazioni della facciata della 
Basilica prospiciente la piazzetta, si aggiungano altre più sicure me- 
morie, noi ci permetteremo di ritardar quel giudizio che venne chia- 
ramente formulato dal sig. cav. Urbani. E per tacere di altre ragioni 
ci pare importante V osservare che nelle terebrazioni artesiane (2), 
come gentilmente ci affermò l'egregio comra. ing. Manzini, non si 
è mai rinvenuto alcuno di quegli oggetti di si alta antichità, il quale 
pure avrebbe dovuto ragionevolmente trovarsi a molta profondità 
dal soprasuolo ; e che nessuna memoria si ha negli autori antichi 
delle condizioni locali e degli abitanti di queste isole, ai quali si 
attribuirebbero quelle memorie preistoriche, e quelle storiche, ma 
precedenti alla Venezia del secolo V. Non è pertanto senza buon 
fondamento la ipotesi che quegli oggetti derivino da altri luoghi, 
e siano stati qui recati coi materiali per le fondazioni. 

Pur fatta ragione del progresso in cui, durante sì lunga serie 
di tempi erano venute, da quelle età remotissime, al 1300, indu- 
strie, edilizia, costumanze ; viene in appoggio al nostro asserto, 
lo stato fisico della città quale pur era in uno dei secoli più lumi- 
nosi della potenza e del commercio di Venezia. Quali dovevano 
mai essere le condizioni delle isole tanto prima ! 

(1) Adunanza dell'Istituto Veneto del 14 Agosto 1883. (Nota sopra alcuni 
oggetti litici del Museo di Torcello. Atti dell' Istituto, serie VI, tomo I, c. 1519) ; 
Gazzetta di Venezia, 18 Settembre, n. 219 — Nella Gazzetta di Venezia dei 22 
Arrosto 1882, n. 222, si legge che il cav. G. B. Sardagna donò al Museo di Tor- 
cello una spada di ferro con lama a doppio taglio, del sec. XI o XII ; una picca 
pure di ferro; una lucerna ed un vaso In terra cotta; altro con ossa cremate, ed 
un teschio completo con una bolla plumbea del secolo VII mirabilmente con- 
servata. Porta essa da un lato, in caratteri greci, un monogramma originale, e 
dall'altro il nome del trapassato che suona Signore aiuta - Anastasio Patrizio, 
oggetti quasi tutti trovati nei poderi dello stesso cav. Sardagna presso Eraclea, 
e, noi aggiungiamo, circa trent'anni fa. 

(2) Sul suolo, sul fondo lagunare e sul sottosuolo di Venezia, veggasi la 
grandiosa monografia raccolta e ordinata dal conte Luigi Sorniani-Moretti, in- 
titolata: La provincia di Venezia. Venezia, Antonelli, 1880-81, pag. 8*7. 



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8 

Parecchi: anni fa un bravo ed operoso ingegnere, il cav. Pie* 
tro Marsich, ci aveva proposto di raccogliere materiali per descri- 
vere il graduale sviluppo della città, e poterne delineare la pianta ; 
e giustamente ci osservava che le corporazioni religiose furono 
le prime a dissodare (per dir così) il terreno, sid qual sorse 
Venezia. Doversi quindi rintracciare, nella storia di esse, le me- 
morie dei mutamenti fisici della città. Alla Esposizione Geogra- 
fica del 1881 egli ripresentò una pianta (già messa altra volta in 
pubblico) nella quale, con diversi colori, intese dimostrare quali 
sestieri o punti di Venezia furono successivamente abitati. Lo- 
dando, con desiderio di più. sicuri risultati, gli studi del cav. Mar- 
sich, noi non abbiamo ormai dinanzi un campo così incerto, ma la 
città già formata ed abitata da ben oltre cinque secoli, ricca di 
quegli stessi monumenti che furono V ammirazione di ogni età ci- 
vile, fra ! quali la Basilica di S. Marco e il Palazzo ducale. Ab- 
bandoniamo adunque, per ora, indagini alle quali fa difetto la base 
dei documenti. 

Prima però di accingerci alla minuta illustrazione della « Vita 
dei Veneziani nel 1300 », noi sentiamo Y obbligo di fare una 
dichiarazione. 

Altri importanti e cari doveri ci hanno tolto, in ogni tempo, 
di far studi speciali e profondi, con animo tranquillo e con quella 
larghezza di tempo che ad altri, in diverse condizioni, sorride. Pos- 
siamo tuttavia affermare di aver molto veduto di quanto serbano 
gli Archivi. Ma anche dopo la quotidiana lettura di un numero di 
documenti che divenne certo, col correr degli anni, grandissimo, 
ci siamo più volte domandato, se le fonti consultate, anzi tutte 
quelle per certe epoche esistenti, fossero poi in tal copia da poter 
fornire materiali sicuri, convinzioni generali ; e non piuttosto noti- 
zie casuali, e — rispetto a questo lavoro, da considerarsi sempre 
come un semplice « Saggio » — gli accidenti • della vita, non le 
sue consuetudini. Perchè, circa i tempi remoti da noi, le indagini 
quanto più si approfondiscono, se recano cognizioni più larga- 
mente documentate, inspirano a chi studia sempre nuovi e mag- 
giori dubbi. Vorremmo poter fare lavoro sì finito quale, per tempi 
tanto più difficili, ha compiuto F egregio prof. Giambattista Monti- 
colo e di cui diede anche saggio in queste stesse pagine (1). Spe- 
li) 8 reggasi il suo bel lavoro del quale crediamo egli stia preparando la 



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9 

riamo però almeno di aver raccolto materia di nuove ricerche e di 
rettifiche, e che di questo schietto desiderio ci sia tenuto conto, 
perdonando ad inesattezze, e forse al difetto di ordine, di questi 
modesti ricordi. 

Il sen. comm. Pietro Manfrin, nel suo scritto « L' avvenire di 
Venezia » (l), del quale non dividiamo parecchie opinioni, mentre 
asserisce che « le lagune al quinto secolo doveano presentare un 
robusto aspetto di futura grandezza » ; per dimostrare i danni . 
delF isolamento nel quale, secondo lui, si erano chiusi i Veneti, af- 
ferma che essi cercarono un luogo isolato ed inospite, in cui non 

potessero esser colti dai persecutori « Lo lagune » (egli 

continua) <c non erano spopolate, come taluni supposero, e quindi 
un nucleo di popolazione vi deve sempre esser stato — (Qua non 
erano) non bontà di aria, nè agevoli comunicazioni, non vie di 
commercio prossime, nè facile modo di costruire abitazioni ». 

Per noi però è di molta importanza il modo con cui si ampliò 
T abitato di Venezia, nel sec- XIV, nel quale, e nei tempi ante- 
riori, non si trovano mai traccie, nè pur lontane, di un elemento 
locale e per così dire autoctono. « Venezia, nel suo sorgere » 
(dice il sen. Manfrin) « rappresenta una specie di atavismo, per 
il quale i fuggiaschi ricorsero al sistema delle città lacustri (!) usato * 
dalle popolazioni preistoriche ». 

Certamente se tutto questo non ha altra base che semplici ipo- 
tesi, gli esempi frequentissimi che incontriamo nel 1300, di nuove 
abitazioni, le quali non fanno che approfittare dell'opera d'interri- 
mento già portato innanzi nella laguna, dai fiumi, o compierla, ci 
rappresentano ciò che hanno fatto i primi immigrati nell'isole di 
Venezia. Dossi, scanni, bari, barene, polesini, tombe « ore » 
(spiaggie) (2), velme, fanghi, sono denominazioni ( late anche ad 
isole intere) (3) di poco diverse sporgenze dal fondo lagunare, ai- 
ristampa, intitolato: La Cronaca del diacono Giovanni, e la storia politica di Ve- 
nezia sino al 1009. Pistoia, tip. Bracali, 1882, in 8.° 

(1) Treviso, bongo, 1877, pag. 14, 15. 

(2) 1074, Maggio, Chioggia; arch. S. Giorgio magg. Scamno. — In docu- 
mento del sec. XIII del dogado di Pietro Ziani (arch. di S. Zaccaria) : « et oram 
sancti Johannis Baptiste » ; 1224, hora S. Simeonis prophttae. — 1075, Aprile, 
Rialto, arch. S. Gregorio : vendita di un pezzo di <• luto aqua superlabente »; — 
1060, Maggio, Rialto : Tumba beati Johannis confessoris. 

(3) 1341, 13 Agosto. Avogaria di Comun, Raspe reg. 11, c. XI : Tomba de 
Popilia (Poveglia). 1330, 31 Maggio, Commem. Ili 73 (79): Velina verso S. 
Giorgio. 



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lo 

meno riguardo al significato che vi davano i veneziani, i quali 
non pensarono mai, entro la città, a farne oggetto di coltivazione 
fruttifera, se non in eccezionali estensioni. Solidificate, esse- furono 
base della città, anzi la città stessa. 

Ciò che diciamo del sec. XIV, potremmo asserire, con poche 
differenze, di tre o quattro secoli prima, se ce ne restassero, come 
di quella età, meno scarsi documenti. L* opera non ha altro di- 
vario che nelle proporzioni; la città va sorgendo gradualmente. 
Onde gli specchi cT acqua, piscine e laghi, residui della laguna 
cacciata dalle sabbie e dal luto dei fiumi, si trovano nelle più anti- 
che, come nelle carte di queir età splendida nella politica e nelle 
armi che fu per Venezia il 1309, alla quale non risponderà certa- 
mente la descrizione edilizia che ne verremo facendo. 

A San Salvatore, la piscina della chiesa (1); a San Zulian 
nel 1 166, una piscina, poi « est terra elevata (2) ; circa due se- 
coli dopo altre a San Silvestro (3), a San Cassiano (4), a San 
Basso (5), ai Frari (6), a San Pantaleone (7), a San Barnaba (8), 
a San Baseggio (9), a San Giacomo di Luprio (10), a Sant' Er- 
magora (11), a San Samuele (12), a San Matteo (13), a Santa Fo- 
sca (14). 

(1) 1078, Luglio R. 

(2) 1166, Nov. Rialto. Atti Giuliano Damiano. — 1172, Die. Rialto, archivio 
S. Giorgio magg : pissci nache va fino a S. Zulian ; e prima, 1 148, Marzo, Rialto, 
arch. S. Andrea de iirada. 

(3) 1339, 7 Dicembre, Grazie Vili, 44. 

(4) 1185, Sett. Rialto, Proc. S. Marco; ~ 1332, 14 Giugno, Gr. IV, 32. 

(5) 1329, 12 Giugno, Gr. Ili, 3. — Strada a S. Basso dove un tempo fu una 
piscina; — 1364, 25 Maggio, Sign. di notte al Crim., reg. IX, c. 17. Ad inter- 
rare le piscine di S. Giuliano e di S. Basso (questa che mette capo nel rivo di 
canonica) si pensò soltanto nel 1310 (V. decr. del M. C. del 10 Settembre, Pre- 
sbiter, c. 25). 

(6) 1330, 13 Luglio, Gr. Ili, 55. 

(7) 1330, 4 Settembre, Gr. Ili, 59. 

(8) 1366, Gr. XVI, 58 t. 

(9) Lago e piscina « que firmat in lacu ipsius contrate », 1329, 20 Agosto, 
Gr. Ili, 6 t.; - e 1332, 24 Marzo, Gr. IV, 19. 

(10) 1215, Luglio, Chioggia: « super lacum Sancti Jacobi de luprio ». 

(11) 1369, 13 Aprile, Quarantia crim., reg. 1347-75, c. 75 t. 

(12) Requinam seu pissinam, 1335, 6 Marzo, Gr. VI, 52. 

(13) 1257, 14 Giugno, capitolare degli ufficiali sopra Rialto, Collezione codici 
ex Brera n. 264, c. 25 t. 

(14) 1349, 5 Luglio, Gr. XII, 48 t. 



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11 

. A San Giorgio un pantano (1). Un pezzo di fango con acqua 
si dà a livello per una libbra e mezza d' olio ali* anno (2). 

* Il diritto di tale proprietà del fondo, esercitato dal Governo, 
da corpi morali e da privati, è rappresentato, come si vede da 
censi, perpetui sì, ma tenui. 

GÌ' interrimenti nel sec. XIV sono assai numerosi. 

Il Maggior Consiglio nel 1301 (3) affida ad una commissione 
di sei, uno per sestiere, di esaminare e proporre quali rivi e pi- 
scine sieno da scavarsi, quali da atterrare, « vel revolvi » ; sen- 
tito il voto della maggioranza dei vicini. Tale parere è chiesto, in 
ogni caso di ingrandimento o cT interrimento ; ma se gli ufficiali 
al piovego (super piìblicis), magistrato edile e giudiziario, rico- 
noscevano che la domanda poteva venir assentita senza danno, 
non si dava ascolto alle opposizioni private. 

Così, svolgendo i documenti, assistiamo al successivo ingran- 
dimento della città, ed alla formazione di buona parte dell' isola 
della Giurtecca, detta per ciò « Giudecca nuova ». 

A Sant' Antonio (1) e a S. Pietro di Castello (5), in Barba- 
ria (6), dove anche nel sec. XIV v f erano i « terreni da legname » ; 
ai Ss. Giov. e Paolo (7), a S. Marina (S), a S. Baseggio (9), a S. 

(1) 1065, Nov. arch. di S Giorgio magg. ; — 1093, Dicem. Rialto, arch. 
di S. Zaccaria; — 1152, Maggio, Torcello, acqua detta fondacio, nel Lido 
bianco; — 1179, Marzo, arch. di S. Maria degli angeli di Murano, pantano 
fra Ammiana e Costanziaca. 

(«) 1152, Agosto R. 

(3) 6 Luglio, Magniti, c. 16. 

(4) 1364, Gr. XVI, c. 8 t. Quel convento prenda 25 passi delia palude 
vicina, difendendoli con una palata di tavole e pali. 

(5) 1334, 25 Giugno, Gr. VI, e. 25. 

(6) 1351, 10 Febbraio m. v., Gr. XII, c. 115 t. Concedesi a Pietro Tre- 
visan di interrarvi un tratto di palude, come il fu ser Marco da Mosto per 
averne un terreno da asciugare il suo legname; — 1373, Gr. XVII, 5>6 t. 
Similmente ai nobili Giovanni Barbo e Giacopino Badoer, i quali posseggono 
colà un arsenatu a Ugnami ne. 

(7) 1360, 3 Die. M. C. Saturnus, c. 48 t. 

(8) 1386, Gr. XVII, c. 231 t. — Si concede alla Scuola di S. Marina, per- 
chè vi costruisca un luogo acconcio a serbare i propri arredi, un terreno vuoto 
presso la chiesa, « in modura cujusdam sache, si ve anguli inter utrumque latus 
diete ecclesie, situm prope campum, diete contrate », verso la rieognizione di 
mezzo ducato air anno. 

(9) 1334, Gr. VI, c. 41. È conceduta parte della palude dietro la chiesa per 
costruirvi una caia, lasciandovi una calle larga 4 passi, a condizione di non 
afrvi uno squero (squadrum), il quale impedirebbe gli uffici divini. 



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12 



Pantaleone (1), a S- Margherita (2), a S. Marta (3) v'hanno vaste 
paludi che gli « officiales publicorum » si recano ad ispezionare, 
all'uopo disegnano (4), e propongono al Governo di concedere 
che divengano terreni sodi e case, riconosciuto che ciò non nuoce 
ai «vicini», anzi giova a togliere cause d'immondizia, fetore e 
interrimento dei rivi. Perchè le paludi « super quas labitur 
aqua » (5), aggiunte alle condizioni stradali non certo le migliori 
prima che la città fosse coperta di mattoni e selciata ; le piscine, 
le sacche, anche nel cuore della città, non potevano che nuocere 
alle condizioni igieniche di essa, ed al corso dei rivi. 

Si stabilisce il periodo (anche breve, ma d' ordinario di due, 
tre e cinque anni) del lavoro, trascorso il quale, della parte che 
fu compiuta, divenga proprietario il Governo (6)'. 

A S. Nicolò dei mendicoli, un'occasione di cotali interrimenti 
ci scopre gli antenati probabilmente di Jacopo, Gentile e Giovanni 
Bellini (7), consorti con altri, di quella povera contrada. 

(1) 1339, 23 Maggio, Gr Vili, c. 20. 

(2) 1314, 20 Aprile M. C, Presbiter, c. 121. Si concede ai frati di S. 
M. dei Carmini di avanzarsi con una costruzione nella palude del Comune. — 
1329, 19 Nov , Gr III, c. 14. Allagamento di una proprietà a S. Margherita 
in una palude verso Bottenigo. — 1310, 15 Nov., Gr. Vili, c. 81 t. A Roberto 
Sanudo si permette d'interrare ed inalzare una « costruzione »> snlla palude a S. 
Margherita, tra il convento di S. Andrea de zirada, e S. Nicolò dei mendi- 
coli, come altri due. — 1341, 3 Giugno, Gr. IX, c. 6. Interramento nella pa- 
lude di S. Margherita, di possi 30 in lunghezza e 5 in larghezza — 1367, Gr. 
XVI, c. 74. Concesso ad Ugolino pellicciaio di estendersi nella detta palude, 
cornei vicini. Egli si oppone poi a simile ampliamento di un vicino (Nicoletta 
Verro; 1378, 13 Maggio, Gr. XVII, 96), ma è respinta la sua opposizione. — 
Altro: 1370, Gr. XVI, 121 t; — 1385, Gr. XVII, c. 210 t., 211 ; similmente 
a Nicoletto Gritti ed a Bartolomeo Pisani, per 4 passi in lunghezza e larghezza 
li primo, «facendo fieri bonam panificatane, e per 3 in lungh. l'altro. 

(3) 1374, Gr. XVII, c. 45. Tofolo da Monte possa interrare sulla palude a 
8. Marta per 5 passi in lunghezza e 3 in larghezza. 

(4) Oppure giudicavano « viso loco, ad oculum »; 1331, 18 Luglio, Gr. 
Ili, c. 34. — Altre volte designano la forma di un pezzo di palude doman- 
data, «ad modum clipei »; 1329, 25 Febbr. m. v. Gr. Ili, 41 t. 

(5) 1369, Gr. XVI, c. 103 t. 

(6) 1310, 15 Nov., Gr. Vili, c. 81. Dal Novembre 1340 ai 29 Settembre 
1341. — 1367, Gr. XVI, c. 74 ; per un altro interrimento, due anni. — M. C, 
Spiritus, c. 110. 1340, 1 Giugno; si eccitano quelli che avevano avuto con- 
cessioni d'interrimenti a S. Ermagora e a S. Marziale di compiere il lavoro 
pel S. Michele prossimo. 

(7) 1340, 23 Luglio, Gr. Vili, c. 68. A Tommaso e fratelli, figli ed eredi 
del fu Giovanni Bellini, della contrada di S. Nicolò (rappresentati da Angelo 



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13 

Eretta una casa sopra la palude, si chiedeva di estender- 
ai (1), e grado grado render questa tutta interrata ed abi- 
tabile. 

Altre paludi all' Angelo Rafaele (2), a S. Canciano (3), a S. 
Sofia (4), a S. Caterina (5). 

A S. Marziale è concesso di ampliarsi allo Spedale di S. Maria 
<c domus misericordiae » (6), verso S. Secondo, per un orto e cimi- 
tero, e a molti altri nella palude dietro S. Marziale, fra il 1314 e il 

Balbi), è concesso ÓV innalzare un loro terreno vuoto verso la strada comune, 
per 11 piedi, restando la via pubblica. — 1340, 12 Settembre, Gr. Vili, c. 75. 
A Bellino fu Giambellino (« Bellino fìlio quondam Jobanni Bellini ») di 6. Ni- 
colò, similmente, di eseguire una colmata verso certa palude collaterale ad un 
Simeone Barbuza. — 1353, 31 Ottobre, Gr. XIII, c. 31 t. Le monache di 8. 
Marta, Andrea e Marino Balbi, Nicolò Ferro, Tommaso e Rafaele Bell'in, a 
nome di tutti i consorti e vicini di S. Nicolò, chieggono ed ottengono d'in- 
terrare le rive verso il canale, per 16 piedi, per motivi d' igiene e ad agevolar 
r approdo delle barche. - 1357, Giugno, Gr. XIV, 21 t. - 1364, Gr. XVI, 
c. 15. A Dardi Valier di S. Nicolò è concesso di estendersi 10 piedi, poi 18 
passi in lunghezza, 4 in larghezza, come i vicini. 

Circa i Bellini, il Tassini [Curiosità veneziane, ediz. 1863, II, 325) so- 
spetta che i famosi pittori di tal cognome fossero d'altra famiglia che quella 
dell 1 Angelo Rafaele, di ceto pescatoria. Osserviamo però l'eguaglianza del 
nome Giovanni, sebbene Andrea, Tomaso e Rafaele Belin, fossero infatti pe- 
scatori : 1345, 14 Febbraio m. v. Gr. XI, 61 t. — Troviamo anche nel 1418, 
31 Maggio, un Marco Bellini nominato capitano di Castelnuovo di Mestre (Gr. 
21, c. 22), e un Tonino de Bellinis abitante a Casalmaggiore (1424, 18 Maggio, 
Gr. 22). 

(1) 1378, 11 Settembre, Gr. XVII, c. 102. Per bellezza del sito, ài per- 
mette ad Andrea Formento, che ha una casa sulla palude, presso la quale vi 
ha un terreno molto « amonitum », d'interrarlo per tre passi in lungh., 9 in* 
largh., onde aver una via migliore a quella casa. 

(2) Interrimenti colà: 1330, 13 Luglio, Gr. Ili, c. 56 t.; — 1331, 18 Luglio, 
Gr. Ili, c. 34; — 1333, 4 Genn. m. v., Gr. IV; - 1334, 10 Aprile, Gr. VI; 
— 1334, 2 Ottobre, Gr. VI, c. 36; — 1342, 1 Luglio, Gr. X, c. 53: - 1343, 
Gr. X, c. 97 t. ; - 1344, 28 Settembre, Gr. X, 60; - 1359, 29 Luglio, Gr. 
XIV, 83 1.: palude di S. Nicolò dei meudicoli; — 1364, Gr. XVI, c. 3: concesso 
un interrimento a Francesco da Canal, come i di lui vicini ; — 1392, Gr. XVIII, 
similmente a Lena Caldiera. 

(3) 1343, 24 Agosto, Gr. X, c. 3 t.; - 1356, 12 Maggio, Gr. XVII; — . 
1369, Gr. XVI, c. 112. 

(4) 1375, 17 Maggio, M. C, Saturnus, c. 95. Palude presso le chiovere : 
« ad clolderias prope paludem ».. 

(5) 1402, 4 Agosto, Av. di Com. Raspe V 44 : palude dietro il monastero 
di S. Caterina de sacis. 

(6) Essendo priore prete Giovanni Donado, 1314, 27 Agosto, M. C, Prc* 
9biter 9 c. 130 t. 



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14 

1385 (1) per dar bellezza alla contrada (2). Così al monastero di 
S. Angelo de contorta (3) e ai frati di S. Antonio 100 passi (circa 
175 inetri) arginati (aggerali) sul gran canale, e trasversalmente 
80 (m. 140) verso il monastero di S. Anna, di certa acqua e palude 
o velina del Comune (4), a condizione clie lascino, nel luogo con- 
cesso ad interrare, una strada larga 10 piedi, pubblica, tenendola in 
acconcio a proprie spese, costruendo le rive e le palate e mante- 
nendole. Acquistando altre strade divengano del pari pubbliche. 
L'interrimento sia compiuto in 5 anni. Debbano riconoscere i dogi 
prò tempore, come patroni del convento, e questi provveggano 
al governo ed alla conservazione dell* Ospitale. Ed, oltre gli altri 
obblighi verso i patroni, diano al doge ciascun anno nel giorno di 
S. Antonio, un maiale del peso di libbre 100. 

Gli interrimenti continuarono anche nel secolo XV. 

Nel palude dietro il monastero di S. Caterina (5), in quello 
nel « lago » di S. Andrea (6;, a S. Croce (7), a S. Rafaeb (8), a S. 
Lucia (9), a S. Pietro di Castello (10), a S. Cristoforo o presso i Cro- 

(1) 1317, 12 Marzo, M. C, Civicus, c. 85 t. : tre o quattro passi verso la 
palude, a Tommaso sarte; — altri: 1332, 24 Marzo, 10 Giugno e 23 Settembre, 
Gr. IV, c. 19 t., 31 e 38 t.; — 1332, 14 Giugno, Gr. IV, c. 32 t., passi 25 
in largh., 40 in lungh., - 1333, 27 Gennaio m. v., Gr. VI, c. 12, passi 25 
in largh., 40 in lungh , ma si lasci però un rivo; — 1337, 12 Settembre, Gr. 
VII, passi 25 in largh., 20 in luugh.;. — 1338, 8 Marzo, Gr. VII, passi 20 in 
largh., 20 in lungh.; — 13ò5, Gr. XVII, 206 t. : Masino Tommasino tintore, 
ha una casa con terreno, e una bottega verso la palude nella parrocchia di 
S. Marziale, presso il lago di S Cristo/uro, e vi tiene una tintoria. Gli è con- 
cesso di interrare a sue spese nella palude per 30 passi in lunghezza. 

(2) 1335, 31 Agosto, Gr. VI, c. 72 t. 

(3) 1310, 10 Dicembre, M. C, Presbiter, c. 32: « S. Angelo de Concordia » 
possa innalzare, nella palude di esso monastero, per 25 passi in lunghezza e 
33 in larghezza. 

(4) 1349, 5 Luglio, Gr. XII, c. 51. 

(5) 1402, 11 Sett., Av. di Comun, Raspe V 44: concessione a ser Giusto 
Contarmi. 

(6) 1411, 10 e 12 Maggio, Gr. XX, 58: a Bertuccio Tagliapietra q. Luca 
e le monache di S. Andrea de strada; — 1425, 4 Marzo, Gr. XXII. 

(7) 1411, 18 Giugno, Gr. XX, 59; a Biagio Bevilacqua ed altri; — 1421, 
9 Nov., Gr. XXI, 55. 

(8) Gr. XX, 59 t. a Margherita di Rigeto ved. Micheletto; — 1415, 21 Sett. 
id., 113, a Giovanni Orsini e fratelli ; — 1423, Sett., Gr. XXI, 89 t. a Francesco 
da Molin q. Delfln. 

(9) 1416, 9 Giugno, Gr. XX, 122; ad Antonio Bocheto. 

(10; 1416, 18 Ottobre, Gr. XX, c. penultima: Maffio Bartolomeo verso il 
monastero di S. Antonio; - • 1418, 31 Maggio, Grazie XXI, 22; Andrea di Cartura. 



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15 

ciferi (1), a S. Vitale (2), a S. dimoiamo (3), a S. Canziano (4), a S. Cro- 
ce (5), a S. Biagio e Cataldo della Giudecca (6) e a S. Spirito (7). 

I terreni così rivendicati alla malsania, dicevansi nuovi (« ter- 
rena nova s. Marciliani ») (8). Le fondamenta erano per consueto, 
di pali ; ma talvolta si prescrivevano di pietra (9), perchè il terreno 
molle, cedeva (10). 

Nelle questioni, che facilmente nascevano, per diritti di pro- 
prietà, intervenivano i « pioveghi », coi maestri dell' arte, e face- 
vano misurare e giudicavano essere o no, certo lavoro, in danno 
del Comune o dei privati (11). Già di questa regolarità edilizia si 
ha saggio nelle attestazioni di lavori sospesi, fatte dai ministeriali 
(quasi i moderni uscieri) nel 1100. Intatti però i rivi ! (12), e que- 
sto valga di primo cenno al di più che ne avremo a dire circa T in- 
columità della laguna, per coloro che ne sognerebbero F interri- 

(1) 1418, 21 Sett., Gr. XXI, 25: Antonia Pino ved. di Antonio, la quale 
possedè parte di una casa « que dicitur Sanctus Christoforus de Muriamo » poco 
distante dal monastero dei Crociferi, possa interrare cinque passi della palude 
Terso Venezia per proprio comodo e « prò meliori purificatone aeris ». 

(2) 1419, li Aprile, id. 32: il pievano, il capitolo e la fabbricerìa di S, Vi- 
tale possano allargare la chiesa con certo terreno largo 3 passi. 

(3) 1419, 11 Aprile, id. 32 t. : Antonio de la colonna, tintore a S. Giro- 
lamo; e 1420, 2 Aprile, id. 41; — 1423, 23 Genn. m. v., Gr. XXII, c. . . : 
Stefano Bianco e Giacomo di Enrico. 

(4) 1420, 27 Ottobre, Gr. XXI, 43: Girolamo Coppo q. Nicolò, il quale 
possedè una « proprietatem positam in conflnio Sancti Canciani in Bieri supra 
palludem, que est partim de muro et partim de lignamine ...».— Anche nel 
1402, 11 Sett. Collegio, uot. XI, 89 t., è ricordata la <« palude della misericordia ». 

(5) 1424, 31 Die, Gr. XXII. 

(6) 1424, 15 Ottobre, Gr. XXII. 

(7) 1424, 18 Maggio, Gr. XXII. 

(8) 1356, Gr. XIII, c. 81 t. ; — 1365, 31 Maggio, Sign. di notte al crim., 
reg. IX, c. 48 t. : « qui moratur ad terrena nova 8. Marcialis ». 

(9; 1342, 30 Maggio, Gr. IX, c. 48; — 1385, Gr. XVII, c. 206 t. citato. 

(10) 1355, Nov., Gr. XIII, 68 t 

(11) Documento succitato, ed altro 1343, 22 Giugno, Gr. IX, c. 97: An- 
dreolo tagliapietra a S. Croce, vuole, coi fratelli, innalzare la punta di una 
sua proprietà per due passi nella palude. Convocati i vicini, certa donna op- 
pone che quel lavoro le tolga il sole. Ma non è vero, e si respinge 1' oppo- 
sizione. 

(12) 1335, 31 Agosto, Gr. VI, c. 72: Concesso a vari di S. Marziale di esten- 
dersi verso S. Secondo, non toccando il rivo, il quale conservi la sua lar- 
ghezza di otto passi ; - 1331, 12 Settembre, M. C , Spirititi, c. 55 t. : Essendo 
nocevole l'interrare il rivo che è fra le possessioni di S. M. dei crociferi e di 
altri vicini, ai Ss. Apostoli, si escavi e non s'interri. 



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Ì6 

mento o la « colmata » ! Altro è il toglier la putredine, altro ii 
vivo moto del sangue ! (1). 

Tributo od onoranza (honori/ìcentia) consueta per la conces- 
sione cT interrare qualche tratto di palude, era il censo* di un paio 
di bei guanti di camoscio, al doge (2). Il quale ne doveva racco- 
gliere, per tal modo, ben più delle quindici paia che fu obbligata 
poscia a contribuirgli V àrte dei guantai (3). Ma anche qualche 
moneta (4), una libbra di pepe (5), e frutte (6), mentre non era in- 
solito, come simbolo di tributo ad altre signorie, perfino un aran- 
cio (7), ed era antica la onoranza delle oselle (8). E il nobile 
Andrea Valier che rifiuta di riconoscere il dominio del signor di 
Padova su cèlli molini « prò una narancia, ne honori et iuridic- 
tioni nostri dominii in aliquo preiudicaretur », ne soffre gran 
danno. Ad aumentare il terreno, o a compiere un interrimento, si 
rivolgevano 1& materie cavate dai rivi (9) che si radunavano an- 
che entro palrte come ai di nostri (10). Ve ne erano a S. Elena ed 
alla Trinità, lo quali alla lor volta divenivano fondamento di altre 
costrutture (11). 

(1) 1330, 13 Luglio, Gr. Ili, c. 55 t. : Il convento di S. Marta si estenda 
nella palude di S. Giorgio d'alga, per formarsi un orto lungo 20 passi, ad 
tnodum clipei, e quanto largo giudicheranno gli ufficiali al piovego; purché 
ciò non nuoccia ad alcuua comenzera o canale. — 1419, 11 Aprile, Gr. XXI, 
30: Le zattere di legname non vengano legate fra loro nei canali, nè vi si fer- 
mino, onde non siano cagione di interrimento. 

(2) 1329, 10 Ottobre, Gr. Ili, c, 10 t. ; - 1334, 11 Aprile, Gr. VI, c. 18 t. 

(3) Cecchetti, II Doge di Venezia. Venezia, Naratovich, 1864, p. 234. 

(4) 1349, 5 Luglio, Gr. XII, c. 48 t., p. es. un ducato. 

(5) 1364, Gr. XVI, c. 16 t. 

(6) 1325, 5 Giugno; cento poponi. Procur. di S. Marco de citra, testam. 
n. 710. 

(7) 1366, Gr. XVI, c. 60 t. 

(8) 1386, 13 Luglio. Proc. S. M. de supra, ex Fabbric. di S. Marco, b. 135: 
Per fitto, fra altro, dell'isola di Ronco, il conduttore doveva all'abate del con- 
vento di S. Felice di Ammiana, oltre denaro, « unum par uzellarum magna- 
rum et grassarum in festo nativitatis domini ». 

(9) Così: 1306, 29 Maggio, M. C, Capricomus, c. 13 t., è concesso ai frati 
minori; — 1310, 10 Settembre, M. C, Presbiter, c. 25, per interrare le pi- 
acine di S. Zulian e di S. Basso. 

(10) 1305, 3 Sett, M. C, Magnus, c 96: tutta la terra che si cava dai rivi 
si porti alla palata di S. Elena; — 1307, 22 Giugno, M. C, Capricorni, 46; 
id. alla palata della Trinità. 

(11) 1334, 11 Aprile, Gr. VI, o. 18 1. Coucesaa parte della velma della punta 



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17 

Una palude a S. Geremia, verso S. Lucia, forniva spazio a 
nuovi edifizi (1), e se ne avvantaggiava lo spedale di S. Giobbe (2). 
Cominciata 1' opera, la si terminava per toglier la « deformità » 
del tratto interrato (3). Altra (nè sembra la stessa), o più paludi 
stendevansi a S. Lucia, dicendosi colà « le paludi » esser ridotto 
di uomini malvagi. Ivi chiedevano di costruire un monastero (4) 
cinque donne assai ricche, dell' età di 45 anni, e intitolarlo al 
« Corpo di Cristo », recando ad esempio le monache di s. Andrea 
de zi rada (5). 

Numerose concessioni risguardano Y ultimo tratto della Giu- 
decca più prossimo all' isola di S. Giorgio maggiore denominato • 
perciò Qiudecca nuova (6). 

di S. Elena, della quale altra porzione ebbe maestro Gualtieri; — 1335, 15 
Febbraio m. v.. Gr. VII; similmente altri passi 25 in largh. e 50 in lungh. 

(1) 1366, Marzo, Gr. XVI, c. 45. 

(2) 1383, Gr. XVII, c. 178 t. : Concesso d'interrare presso quello Spedale, 
per 47 passi in lunghezza e 25 in larghezza, fofmando un orto. — Altro am- 
pliamento con un terreno vuoto, per far una via bella e diritta allo Spedale: 
1385, 21 Dicembre, M. C , Leena, c. 9. 

(3) 1366, Gr. XVI, c. 60 t. — 1370, id., c. 122 t. 

(4) 1372, Gr. XVII, c. 3 t. 

(5) 1315, 3 Luglio, M. C, Civicus, c. 7 t. : Enrico di S. Lucia, mereiaio, 
possa estendere una sua proprietà verso la palude ecc. Altre concessioni: 1329, 
12 Nov., Gr. Ili, c. 13, sulla palude presso S. Lucia, verso Mestre, interri- 
mento che sarà « pulcritudo terre et sanitas vicinorum »; 1331, 10 Maggio, 
Gr. Ili, c. 26; — 1360, Luglio, Gr. XIV, c. 141 t. ; - 1384, Gr. XVII, c. 194 t. 

(6) 1329, 10 Ottobre, Gr. III. c. 10 t. : Alle monache di S. Croce della Giu- 
decca una velma larga passi 20, verso il monastero di S. Giorgio « usque su- 
per comenzarolam que est de versus Judecham ». II solito paio di guanti di 
camoscio (« par unum cirotecarum de camoza ») all'anno, al doge. Lascino al 
pubblico una strada larga 10 piedi. Ad altro, altro tratto largo 10, lungo 40 
passi. — Entro due anni debbano averla chiusa di pietre e legname ed argi- 
nata; fra tre interrata del tutto. 

1329, 10 Ottobre, Gr. Ili, c. 11, passi 15 in larghezza, 40 in lunghezza 
della velma presso il monastero di S. Croce. — 1329, 19 Novembre, Gr. Ili, 
c 14, similmente p. 12 in larghezza 40 in lungh. verso Poveglia; — id., altri 
20 passi .... — 1329, 3 Gennaio m. v , Gr. Ili, c. 16 t. ; similmente p. 25 in 
largh. 40 in lungh. verso Poveglia. - J329, 16 Genn. m. v., Gr. Ili, c. 16 t. ; 
similm. p. 25 in largh. 40 in lungh. verso Poveglia. — 1329, 15 Febbr. m. v., 
Gr. Ili, c. 40 t. ; similm. p. 50 in largh. sopra il canale, 50 in lungh. verso 
Poveglia — id. ib. similm. p. 25 in largh. 50 in lungh ; ~ id. ib. 25 in largh., 
40 in lunghezza. — 1330, 4 Settembre, Gr. Ili, c. 59 t. similm. passi 20 in 
Jargh. 40 in lungh. verso Poveglia 1331, 10 Settembre, Gr. IV; passi 25 
in largh. 40 in lungh. - 1331, 14 Genn. im.v., Gr. IV, p. \i> t. - 1331, 27 
Genn. oj. v., Gr. IV, 14, meta del resto della velma. — 1333 (?), 19 Luglio e 25 

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L' ampliamento di parte di queir i^ola colle paludi del Co- 
mune verso oriente, era stato però decretato un secol » prima, e il 
Temanza {Antica pianta di Venezia, p. 50) reca un decreto del 
Maggior Consiglio 8 Settembre 1232, col quale si dava facoltà al 
doge e alla Serenissima Signoria di concederne a chi ne avesse fatto 
domanda « ad ellevandum et ad faciendum domos », a condizione 
che fra la Giudecca ed il terreno bonificato « debeat permanere 

et esse rivus sive Canale latus centum pedibus et quoti fieri 

debeat pons a terra Ecclesie de Judeca usque ad illam terram que 
ellevabitur ». 

« Judechae novae et veteris » sono indicate le due isole con- 
giunte da un ponte, in un decreto del 10 Gennaio 1341 (Spiritus, 
c. 113 t.) pubblicato dal Temanza stesso (op. cit., c. 59). 

Si vegliava che non si eccedesse nelle misure concedute ; e 
piccole porzioni sorpassate, si davano al vicino o « consor- 
te » (1). 

Settem., Gr. IV, c. 62 t. e 1334, 10 Aprile, Gr. VI, c. 17 t. p. 20 dell'acqua 

della Yelma fra i conventi di S. Giorgio Maggiore e di S. Croce; — 1335 

Gr. VI, c. 52 t , altri passi 25; - 1338, 20 Dicembre, Gr. Vili, c. 3, passi 15; — 
1339, 16 Aprile, Gr. Vili, c. 15 t.; — 1339, 2 Maggio, M. C, Spiritus, c. 95. 
Sono autorizzati i Procuratori di S. Marco ad estendersi nella costruzione di 
una chiesa e' di un convento sui terreni di Giudecca nuota, in esecuzione del 
testamento di Marsilio da Carrara; — 1339, 25 Agosto, Gr. Vili, c. 30; — 1339, 
16 Nov , Gr. Vili, c. 38 t. 10 passi; - 1339, 3 D.eembre, Gr. Vili, c. 40 ; - 
13 13, 18 Maggio, Gr. IX, c 91 t. Vi abitano (nella Giudecca nuora] gli ere- 
mitani di S. Matteo di Murano, i quali vi eressero uno spedale di S. Giovanni 
battista pei poveri; la chiesa ne era stata consacrata: 1311, 14 Sett, Gr. IX, 
c. 19 t — 1359, 10 Marzo, Gr. XIV, c. 60 t. - 1359, 17 Marzo, Gr. XV, c. 61 t. — 
1359, Febb , Gr. XIV, c. 117 t. ; 1369, Gr XVI, c. 105 — 2 passi e mezzo in 
largii, e 6 in lungh. ad Antonio de vigna, gastaldo delle scuole di S. Croce 
(« Gastaldioni scolarum Saucte Crucis », di un terreno vuoto presso il mona- 
stero di S. Croce, per costruirvi un luogo per le adunanze, e collocarvi le robe 
di quei sodalizi (« ipsarum scolarum »); — 1370, Gr. XVI, o. 118, passi 5 ih 
larghezza, 6 in lunghezza a Bartolomeo Verro, « supra p.i liniera ubi sunt 
pontilia fìlacaniporum » ecc. ecc. 

(1) 1342, 15 Luglio, Gr. IX, c. 55. Marco Polo di S. Giov. Grisostomo 
aveva ottenuto d'innalzare 25 passi d.lle paludi ed acque della Giudecca. Ne 
innalzò invece 27; e il di più si concedette a Nicolò Soranzo di S. Angelo, la- 
sciato fra lui e il suo consorte un calle largo 10 piedi, e sul canale una via di 
eguale larghezza. 

1341, 6 Dicembre, Gr. IX, c. 29 Marco Zane possa interrare un'acqua 
vuota esistente al di dietro di S. Marziale, larga passi fc;,, lunga 30, la- 
sciando tra la propria e la possessione di Ber Pietro da Molin, un rivo largo 
passi 5 «/»• 



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Diceva*! di cotali interrimenti, far una presa, voce rimasta 
nel linguaggio dei Consorzii moderni (1). 

Da queste parziali bonifiche di brevi specchi d' acqua infrut- 
tuosi al moto lagunare, e tanto prossimi alla città, ò dentro di 
essa, o di estesi depositi di detriti e di fango, sorgeva il bisogno 
di riunire gli spazi interrati, di alzare alcune possessioni (2), di 
regolare le fondamente, per la bellezza della contrada e pel corso 
più diritto del canale (3). 

Curiose condizioni : alcune case non avevano altra via che 
d' acqua (4); altre ne erano per tre lati circondate ,(5). Ma non si 
creda che coteste « proprietà » intersecate dall' acqua*, di viabilità 
si artificiale (e d'altra parte tanto numerose) non allettassero acqui- 
renti (G), e il Governo non si trovasse costretto a far eccezione 
per gli stranieri, mentre obbligava altri a quegli acquisti o ad in- 
vestir certe somme alla Camera degl' imprestidi (7). Le questioni * 
per la proprietà, si definivano esattamente e rafferma vano col 
vigore di scritture notarili (<S). 

Come nelle campagne, s' aveano colonne o termini, a distin- 
guere T una proprietà dall' altra (0). 

(1) 1239,29 Dicembre. Cod. del Piovego, esemplare dell'Archivio di Stato, 
c. 125. 

(2) 1330, 3 Giugno, Gr. Ili, c. 51 t. Tre delle sei barche che raccolgono 
le spazzature della città. le portino alle possessioni dei nobili Nicoletto, Za- 
nino e fratelli di ca 1 Badoer, che sono tutte piene d'acqua, per l'interrimento 
di certa piscina a S. Giacomo da Lorio. 

(3; 1330, 10 Giugno, Gr. VII, c. 29. 

(4) 1343, 22 Giugno, c. 97 t. Tre oasc a S. Rafacle, unite, hanno un capo 
nella Tia comune, l'altro nel lago, « unde habent » l'entrata, l'uscita, l'ap- 
prodo e lo smaltitoio. 

i5j 1342, 3 Marzo, Gr. IX, c. 37 t. 
. (6) 1343, 8 Gennaio m. v , Grr. X, c. 18. Si propone di concedere a Gozio 
cardinale di S. Prisca (facendo eccezione a leggi che a ciò Si opponessero) di 
acquistare in Venezia possessioni per 5000 ducati, le quali soggiacciano però 
agli ordini e statuti reali e personali delle altre. 

i7) I conti di Veglia per la concessione loro fatta dal Governo della con- 
tea, erano obbligati a comperare a Venezia possessioni, o metter in Procuratia 
10,000 lire. 

(8) Definita una lite fra il Comune e il nob. Giacomo Gradenigo di S. Polo, 
per certa calle e corte e portico di una propriela a S. Giovanni confess., « ad 
perpetuam rei memoriam et conservacionem juriirm utriusque partis, de pre- 
dictU possint et d'beant fieri carte et instrumenta per cancellarios ambabus 
partibus ». 1310, 31 Luglio, M. C, Civicus, c. 50. 

$j 1095, Maggio, Rialto « Secundum quod termini Inter nos defili de* 



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Poche città, còme Venezia, dove 1* abitazione diveniva una 
piccola conquista, potevano più giustamente denominarsi ogni casa 
e ogni luogo, e vie, e rughe, e rivi, dal cognome della famiglia 
che vi piantava domicilio, spesso durevole per lunga serie di anni, 
o per secoli. 

A ca Tonisto, a ca' Grimani, a ca' Erizzo, a ca Gradenigo, 
a ca Foscarini, a ca' Tiepolo, a ca Dente, a ca! Masser, a ca' 
Celsi, a ca* Corner, a ca* da Pesaro, a ca Sanudo, a ca 9 Antelmi, 
a ca' Rampani, a ca' Ghezzi, a ca' de la Dina ecc. (1), non indica- 
vano soltanto persone o attinenti per parentela o per aderenze o 
servigio a famiglie di tal cognome ; ma abitazione in luoghi ai 
quali aveva dato nome la casa di quei maggiorenti, stabilmente, 
od anqhe solo per qualche tempo (2). 

Altra volta abbiamo offerto alcuni minuti particolari 'sulle 
case in Venezia di legno e di pietra (3). Erano, come le famiglie, 

signant». — 1333 > ig g e tt., Gr. VI, c. 3: « a cantone de ca Boldu usque ad 
colopnam proprietatis, de ca Michael »; — 13*72, 2 Febbraio no. y., Sign. di 
notte, r. 10, c. 83, sul ponte di S. Canciano, « penes cha lauredano ad colump- 
nas .... subtus columnas versus cha lauredano ». 

(1) 1290, 15 Sett , Sign. di notte al crim. reg. 5, ad ca Tonisto; — 1291, 
23 Maggio id. ib., presso S. Bartolomeo a ca* Grimani; — 1348, 30 Dicem., 
Sig. di n., reg. 6, c. 53 t. Victor claudus barcharolus de K*. (canareglo) a ca 
erizo; — 1358, 14 Nov., Sig. di n., r. 7, c. 49 t. Antonio di Bologna, tintore a 
S. Polo, a ca Gradenigo; Francesco di Vicenza a filatorio S. Canciani a ca 
Fuscareno; — 1358, 11 Genn. m. v.. Sign. di n., r. 7, c. 59, Martino calzolaio 
tedesco, abit. ai Ss. Apostoli, a ca Tiepoìo (tepolo); — 1359, 23 Sett., id., c. 55 t. 
Marco Scacco di Cannareggio, a S. Geremia, a ca Dente; — 1360, 18 Aprile, 
id., c. 80 t. vòlte di ca Gradenigo a S. Apollinare; — 1364, 23 Settembre, id., 
reg. 9, c. 36 t. Francesco sartore a S. Ermagora, a ca Masser; — 1368, 22 
Febbr. m. v., id., reg. 10, c. 10, S. Apollinare a ca Corner; — 1372, 9 Febbr. 
ra. v., id., reg. 10, c. 76 t. « eaxaroii S. Felicis a ca da pexaro apud pontem 

8. Catarine ; — 1373, 23 Marzo, id., c. 80 t. Sancti appolinaris a ca Sa- 

nudo; — 1374, 20 Settembre, id Venturina moglie di m. Pietro chi- 
rurgo di S. Matteo di Rialto a ca de antelmis; — 1391, 21 Nov., Av. di Com. 
Raspe IV, c. 86 t. ca Rampani a S. Apollinare ecc.; — 1349, 25 Agosto, S. 
di notte, r. 6, c. 15 t. ca della dina un Leonardo Dela Dina testava nel 1351 
(Procur. di S. Marco de citra, testamenti, 979). 

(2) 1315, 18 Marzo, M. C, Presbiter, c. 141, casa che fu da ca navazoso 
(Navager?). 

(3) V. Archivio Veneto, tomo li, pag. 72. 

1325, 20 Dicembre. Commem II, 176 t. (175;. Cessione, da parte del convento 
di S. Daniele al Comune, di un lago nei circondario di S. Pietru di Castello, con 
argine, terra e fondamenta, su cui una casa di legno e due molini . . . 



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tnaiores (1) e minores, e v'erano, anche nel sec. XII, palazzi. 
Coperte di Beandole o tavolette di legno, e di paglia ; e il Te- 
manza riferisce, dalla nota cronaca del convento di S. Salva- 
tore (2), che fino al 1365 era coperto di paglia anche quel tempio. 
Nella cronaca si parla però soltanto della cupola e del coperto 
della chiesa, e si dice che il priore, Tanno successivo, « fecit coo- 
perire totam «^clesiam de tabulis, et cuppis et mutare primo trabes 
et biscanteria, ac asportare ruderi que erant super chuvas eccle- 
sie in tanta quantitate quod ellevatum fuit ciraiterium septera pe- 

dibus et ultra » ! Tuttavia, per eccezione, a chi non avesse 

avuto modo di coprir le case di embrici, permettevasi, anche nel 
sec. XIV, di coprirle di canne (3); ed anche nel successivo v'erano 
e si costruivano botteghe di tavole (4). 

Dei camini — da non confondersi colle cantinate o a Venezia 
portici (5), ma qui usitati anche nel sec. XI — citeremo, come ab- 

(1) 1145, M?trzo, Rialto, arch S. Giorgio magg. Marino Roybolo di Pietro, 
di S. Zulian, cappellano di S Marco, per 3000 lire venete avute a prestito, per 
30 giorni, da Widpto, Domenico e Giovanni Roybolo di S. M. Zobenigo, dà in 
pegno una casa maggiore di pietra, con pozzo ed altri edijlzi di pietra. 

(2) Tbmanz*, Antica pianta di Venezia, p. 55. — Cronaca di Francesco de 
Grazia, arch. del conv. di S. Salvatore, b. 3, nella quale si legge « MCCCLXV 
.... de mensibus septembris, octobris, novembri* et decembris, prenominata 
prior fecit elle vare chuvam ecclesie prout aparet et cooperire eam cuppis, cum 
primo esset coperta palleis. 

(3) 1130, Aprile, Chioggia, areb. del convento di S. Zaccaria: casa co- 
perta di canne. — 1353, 11 Ottobre, Gr. XIII, c. 25: una casupola a S. Ge- 
remia possa coprirsi di canna. 

(4) 1419, 11 Aprile, Gr. XXr, 30. 

(5) Infatti: 1285, 23 Aprile, M. C, Luna, Zaneta, Pilosus, c. 60, « quando 
est consilium electionum teneantur claudere caminuìn cum clavi » (Lorenzi, 
Monumenti per servire alla storia del palazzo ducale, documento numero 8). — 
1306, 23 Marzo, Cotnmem. I, 66 t. : Camino del doge, « in quo dictus dominus 
dux cónsuevit jacere » per stanza. Similmente 1313, 28 Febbr. m. v. id. c. 195. 
— 1322, 21 Gennaio m. v., Cotnmem. II, 114 : « Actum Veneciie in ducali 
palacio in Camino domini ducis, inferiori » {Lor , n. 43). Il Lorenzi, al doc. 
75, rettifica il camino in camerino, ma deve leggersi propriamente camino. — 
1336, 3 Maggio, Proc. di S. Marco de citra, testamenti, n. 197: Pietro Dolfin 
di S. Giustina lascia alla moglie « duas caminatas superiores, quarum una est 
supra ortum et altera est il li conjuncta, cum qui bus caminatis ha beat b ospiti a 
inferius ». — 1339, 27 Settembre. Comm III, 165 e 169; Lor. 75: « Actum iu 
felici urbe Venetiarura in camino inferiori ducalis palacii ». — 1347, 14 Febbr. 
m. v. Av. di Comun, Raspe II, 23: « Existente super ponticello quo itur ad 
carni num domini ducis ». — 1351, 19 Genn. m. v. Sign. di notte al criminal, 
reg. 2, c. 27: Caterina di Capodistria, trovate le chiavi dei cofani della pa- 



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bastanza antico, l'uso di quelli, per quanto ci pare, alla francese. 
Nel l' ) >82, conr.edevasi a fra' Bartolomeo di Pieve (l), lettore dogli 
eremitani di S. Agostino, presso il quale convenivano alcuni fi- 
gliuoli di patrizi « ad adiscendum », di far costruire « unam nap- 
pam ramini franciseam, supra rivum, que se extendat extra mu- 
ru:n per unum pe lem » (2). 

A ve rno le case piccole torri, e non solo gli edifici principali, 
come il palazzo dei dogi, i fondachi dei tedeschi e dei turchi ; 
e servivano di abitazione (3), e forse a stender il bucato (4). Ed 
alle torricelle del palazzo durale, pare fosse libero V accesso (5). 
Orti comuni e. di piante medicinali s'incontrano spesso nei docu- 
menti del 1300 ; ma soltanto un secolo dopo vi si accenna colla 
denomiiiazione meno democratica, di giardini (0). 

drona, le quali erano <« in amino, dicti sui domini ». — Venerasi « cauiinato » 
passim in documento dei Badoer, 10:J8, 20 Aprile, pubblicato nella Rareulta 
Veneta diretta dal dott. Nicolò Barozzi. — 1354, 20 Novom., Leorgi e processi 
criminali antichi, specialmente contro ecclesiastici. Estratto da Marin R;mudo, 
dal libro 25 della Quarantia. Misceli. Cjdici n. G78: Si delibera di procedere 
contro Michieletto Steno fu Giovanni, « qui in camino domini ducis scripsit 
multa enormia verba loquentia in vituperium domini ducis et ejus nepotis ». 

- 1360, 3 Maggio, M. C, Novella, 72 t. Lorenzi doc. n. 100; * quia ordinatimi 
est de refficiendo pontem qui est apud palacium nostrum ». 

Nel voi. II a pag. 2 e segg. degli Scrìtti storici e letterari del comm. Fe- 
dele Lampertico, alla voce cantinata si dà per Venezia il giusto significato di 
portico e sala, e per Vicenza più frequentemente di una abitazione attinente alla 
chiesa, e forse l'abitazione del parroco. 

(1) 1382, Gr. XVII. E del 1414 (18 Nov., Gr. XX, 99 t ): « quedam napa 
francisca », fatta costruire da Giovanni Orsini e fratelli in certa loro casa a S. 
Agostino, <« que exit extra murum proprium circa pedem et quartam ... ». 

(2) V. anche 1300, 17 S ttembre, M. C, Sattirnns, c. 48: Si concede a 
Franceschino e Nicoletto *Nani, zio e nipote. « quod ad quondam suam pro- 
prietatem positam in confinio S. Johannis novi supra canale, que proprietas 
habet calem comunem, unum caminam possit cum modilionibus ponendis in 
muro camare venire supra viam Comunis» .... 

(3) Cosi anche nei secoli XV e XVI; 1458, 28 Acrosto, Senato Terra, reg. 
IV, c. 81 t., a quei due che quando la casa Tallenti sic, fu bruciata, liberarono 
« illos qui erant super turreta ipsius domus », si dia una casa a ciascuno, di 
quelle che dispensario i procuratori di S. Marco. 

(4) Nel libro n. 88 delle Stride e chiamori dei quattro ministeriali, a c. '^20 t. 

— 1513, 30 Aprile « In S. Aponal ... pozo conimi et toresela da destender drapi »»... 

(5) 1399, 5 Luglio, Sign. di n , b 12: Martino di Romano . . . nella scorsa 
festa di S. Vito, con due fanciulli <« ivit iu turieelam palacii S. Marci •>. 

(6; U22, 2 Agosto, Gr. XXI, 08. Agostino ingegnerei cho ha una casa a 
S. Girolamo, di fronte alla chiesa ila quale al di dietro guarda verso Murauo,, 
possa interrare per cinque passi e far un giardino (zardinum). 



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In una città in cui i pozzi, di sì speciale costruzione, sono tanto 
antichi, dovevasi provvedere, per tempo, a raccoglier l'acqua del 
cielo. Tuttavia ciò non fa certamente nei primi secoli* di Venezia, 
se ancora nel XIV molta pioggia andava perduta, e piuttosto del 
benefizio che ne ridondava, consideravasi il danno che recava alle 
strade se vi fosse scesa direttamente dai tetti. 

Qui incontriamo due accessori delle case, il cane e il be- 
vetene, mal definiti dagli scrittori e confusi nei documenti, i quali 
non ci lasciano intorno ad essi senza qualche dubbio. Il Muli- 
nelli (1), rierendosi al Gallicciolli, li vuole, come i barbacani 
(dal sassone bargekcnning), contrafforti e speroni, o scarpe, a so- 
stener le muraglie ; e sinonimo di reveteni,*i quali da rcverlor in- 
dicherebbero un ostacolo al passeggero, ché lo obbligasse a retro- 
cedere o schivarsi. Ma di tali barbacani gli esempi sono rari fca 
noi, e sono sostegni a muraglie che racchiudono terreni aperti o 
e«lifizì cadenti. In tal senso, di speroni, li leggiamo citati in un 
Breve dei Corsoli di Pisa del 1162, del quale fu unito un fac si- 
mile al voi. I degli Statuti inediti di quella città (2), nel quale si 
legge : . . . . « et in muris et Barbacanis Castelli Ripefractae, soli- 
dos mille, expendam ». I nostri barbacani invece sono ordini di 
travi su cui poggiano le facciate delle case, per occupare il meno 
possibile del fondo, lasciando libero il corso alle calli, o a rivi, 
ora in gran parte interrati. Ne resta monumento litterato indub- 
bio, in una pietra che ne raffigura uno, sulla quale, forse nel se- 
colo XVI, si scolpirono le parole : 

PER LA IVRIDICIOM DI 
BARBACANI 

a dinotare il diritto di rimetterli dove già esistevano (3). I cani non 
erano però sempre cotesti speroni, ma forse i conduttori delle 
gronde. Vero è che con questo uso non armonizzano tutti i docu- 
menti. Proicere canes ad una possessione non è un diritto ; anzi 
un decreto del Maggior Consiglio del 1335 (4) vieta il farlo se le 

(1) Lessico veneto, c. 87 e 347. 

(2) Firenze, 1854, voi. I, tav. I. 

(3) A Rialto, in calle della Madonna, presso la casa n. 574 rosso. 

(4) 1334, 11 Febbr. m. v., Spirttùs, c. 76 t. : Item non possit concedi alicul 
proiciendi canes in gurnis ad suas possessiones super stratis, callibus vel ri- 



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24 

strade non siano larghe 30 piedi. Ma aggiunge che le ^ase che 
s' innalzeranno, o ristaureranno, debbano farsi compiere (senza 
distinzione nella larghezza delle calli) in gorne e cani. V'ha però 
contraddizione colla proibizione anteriore dello stesso decreto. E 
se i conduttori dovevano desiderarsi o prescriversi per render 
immuni dall'acqua le vie, perchè la facoltà di applicarli alle case, 
dipendeva (1), non solo da una tassa di 100 soldi, ma da una ve- 
ra concessione? E perchè* sarebbe occorso tale permesso quando 
quei conduttori (se tali sono veramente i canes) si gettavano sul 
canale ? E se non si aggiungevano alle gorne, per qual via scor- 
reva T acqua piovana ? E di qual guisa potevansi mettere ad 
una casa i conduttori (2), e non le gorne? La sola parola di un 
contemporaneo varrebbe a far cadere tutti questi dubbi e queste 
divagazioni (3). 

Lo spazio d' aria che si concedeva ai « canes » era di 



vis., nisi diete strate tales seu rivi sint late pedes • XXX • vel inde supra sub 
pena librarura * XXV • prò quolibet consiliario concedente de hec licencia con- 
tra predicta et advocatores communis exigere teneanflir dictam penam et quod 
omnes domus que ad presens vel de cetero fient vel refllcerentur vel elleva- 
rentur que sint super stratis comunibus aut specialium personarum per quas 
est iter solitum vel erit, debeant fieri, compleri in gurnis sive canibus, sub 
pena librarum • XXV • prò quolibet contrafaciente. Et officiales de publicis 
teneantur videre vel videri facere quando laborabuntur diete domus si facte 
erunt vel fient in gurnis sive canibus, ut est dictura, et a contrafacientibus 
exigere dictam penam de qua babeant partem quam babent de penis sui of- 
flcii, et soluta dieta pena nichilominus teneantur facere reduci ipsas donrios in 
gurhis sive canibus ut superius continetur et super tiiis possint imponere pe- 
nam et penas et personas ad sacramentum, et cas exigere a contrafacientibus, 
et partem de eis habere ut de alia dictum est, inteliigendo quod iura omnium 
sint salva qui per noticiam vel longam possessionem vel gratiam ius haberent 
tenendi canes in suis possessioni bus quas tamen si laborarent teneantur po- 
nere in gurnis, et si consili um »> etc. 

(1) 1301, 2 Settembre, M. C, Magnus, c. 18: Ser Pantaleone Emo « possit 
protei facere canes », sul canale, in una « possessione » che fa costruire ; — 
2 e 7 Dicembre, id,, c. 20. Similmente Dalismano Donato e Daniele Zotto. V. 
anche 1314, 22 Giugno, M. C, Presbiter, c. 125 t. 

(2) 1342, 14 Aprile, Gr. IX, c. 43. Pietro Michiel di S. Samuele è multato 
perchè non pose le gorne (come è prescritto) a tutta una casa fatta costruire 
a S. Giovanni nuovo, ma « dimisit cum canibus tantum ». 

(3) Nel linguaggio tecnico moderno, cani sono alcune lamine di ferro con 
due branchie, usate neir interno dei coperti ; a tale senso non corrispondereb- 
bero i cani antichi, se pure si volesse allargarlo alle piccole braccia ricurve, so- 
stegno delle grondaie. 



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25 



piedi i V* a 2 l / 2 (1) ; condizione principale « quod teneantur fa-» 
cere et ponere gornas, in ipsa possessione, taliter quod pluvia 
non descendat in stratis » (2). Le concessioni, sebbene, si trattasse 
di una piccola cosa edilizia, erano riservate al Maggior Consi- 
glio (3). Non sembrano poi esatti i documenti quando uniscono 
nel significato i « canes » alle gorne: « in gurnis si ve canibus » (4), 
o li scambiano coi reveteni } (5), i quali crediamo, esser coperti 
sopra i balconi, e a difesa di merci e d* altro (6). 

Nel 1305 in fatto si decretava (7) che « omnes revetini ipsa- 
rum stacionum (a Riaito) removeantur et destruantur in totum 

(1) 1317, 19 Magprio, M. C, Civicus, c. 92 t.; - 1317, 31 etesso, id., c. 95 t. 
Marmo Mantovano possa « proicere canes > ad una possessione che ha in con- 
trada di Castello, per piedi 1 «/« « cum lista », nella prima calle che è stretta; 
e in quella che è più larga, per 2 piedi colla lista. 

Altri casi: 1316, 7 Marzo, M. C, Civicus, c. 35; — 1318, 4 Apr., id., c. 144. 

(2) 1319, 7 Luglio, M. C, Fronesis, c. 20 t.; - 1329, 28 Aprile, M. C, 
Spiritus, c. 15 t. È concesso a Giovanni Begla, di S. Simeone profeta, « po- 
nendi canes ad quandam suam possessionem positam in contrata s. Jacobi de 
luprio, extra parietein, seu mururn diete possessionis, duobus pedibus et di- 
midio longos, versus stratain publicam, ponendo eos in gurnis taliter quod plu- 
via non descendat in stratam, salva ratione Comunis de solidis C ». Similmente, 
1294, 27 Settembre, Miscellanea codici, n. 133, c 1*29 t. : Si concede al nob. Pie- 
tro Savonario, che fece costruire certo « lavoro » sul canale, e vuole « proicere 
canes extra » di due piedi e mezzo; « et. visus sit quod non est defectus canalis, 
ymo pulcritudo canalis »> (!), paghi 100 soldi, e così quelli che hanno costrutto 
da 30 anni addietro « canes vel revetenes ». 

(3) 1327, 9 Agosto, -M. C, Spiritus, c. 22. 

'4) 1334, li Febbr. m. v., M. C, Spiritus, c. 76 t. — Un documento chiaro 
sui cani, però nel senso di barbacani, è questo -1424, 29 Giugno, Gr. 22) : Bar- 
tolomeo di Jacopo, padrone di nave, possedè io contrada di S. Agnese una casa 
« qui respicit ab una parte super quadam pissìna seu calli multum lato, a xne- 
dietate cuius domus supra, seu a parte superiori ipsius sunt aliqui cani, se extra 
extendentes per pedes duos cum dimidio, super quibns est murus. superior do- 
mus, propter quod optaret murum in feri us edificare et reparare tantum extra 
quantum capiunt ipsi cani, ita quod murus inferior cum parte superiori, evuU 
sis et extirpatis dictis canis, equaliter conjungatur et sit totus murus ». 

(5) 1336, 10 Febbr. m. v., Gr. Vili, revetene ; .— 1376, 19 Giugno. Procur. 
di S. Marco, ex casa di ricovero, serie Misti, b 292: « Ex parte superiori, 
cum dicto suo Revetene sive canibus •>, sebbene dicasi più sopra « cum suo 
Bevetene et canibus ». 

(6) 1339, 4 Aprile, Gr. Vili, c. 14 t : Revetene largo 3 piedi, conceduto 
sopra un balcone, a difesa di tele ed altre merci dalla pioggia e dal vento; — 
1316, 18 Marzo, M. C, Civicus, c. 36 t. : Costruzione di una scala sotto un 
revetene. 

(7) 30 Ottobre, M. C, Capricorni, c. 101. 




26 



usque ad scalam tuscianorum, et debeant poni ipso staciones cum 
gornis, aicut stat ruga pelip:morum de opera varia » (di -vai). 

Non tutte le case avevano grondaie, e le vie, in gran parte 
non selciate nè ammattonate, divenivano, per la pioggia, pozzan- 
ghere ; onde si proscriveva « omn?s domus super viam currentem 
existentes, ponantur in gurnis » (t) : probivasi scaricassero nei 
rivi (2). J . 

Quale aspetto doveano aver le strade quando vi colavano 
gl'immondi lavacri delle cucine o i rifiuti della vita !.. . Eppure, 
malgrado ordini e multe ripetute per mezzo secolo (e sebbene 
conlotti sotterranei che mettevano in canale, si trovino nelle 
carte assai antiche relative a case) (3), quella bruttura continuò, 
e la stessa legge (1315, Marzo) faceva eccezione per qualche 
strada « que sunt tantum unius persone » (4), nò le « fonda- 
mente » erano dalla legge rese immuni da quelle brutture. I rivi 
dovevano rispettarsi, come e più» delle stesse vie (5). 

In più spirabil aere ci trasportano i litigò (6) e le aliane. 

Se l'antico sentimento di associare le forze e gl'interessi, e 
la brevità dello spazio, spingevano gli abitanti ad unirsi, a co- 
ti) 1334, 1 Giugno, Gr. VI, c. 22 t, gorne di pietra; ~ 1345, 17 Luglio, 
Gr. XI, c. 29 t ; — 13^9, Ottobre, Gr. XIV, c. 105. 

(2) 1344.. 27 Febbr. m, v., Gr. X. 

(3) 1134, Giugno, Rialto « Latrina sotterranea ». — In sentenza del doge 
Pietro Ziani (1205-1229; si legge: « subter qunm viam monasterium idem sub- 
teraneos conductus debeat facere tantos et tales potestative, quatìtos et quales 
voluerit de petra, ut conditeti ipsi per «lieta foramina, vel per ea que fue . . . 
in ipso fundamento expeditum ex.lum habeant in canalem ». Nel capitolare 
degli Officiali sopra Rialto (Codici ex Brera, 264, cap. CXL111I), 1257, 14 Giugno, 
si legge: « Presa fo parte in Mazor Conscio che ogni homini et ogni persone 
li quali e le quale ano conducti de le lor proprietadi sovra piscina in Riolto 
in la contra de Sen Maflo, quelli debiono far mettere dentro du li soi muri de 
le diete proprietadi a soe spese sotto péna de libre L per zascuna dele diete 
persone, e debiano la dieta piscina salizare, et in cavo de quella sovra canale 
debiano far fare una gradata si come bene fìra vezudo . \ . ». 

{4) 1315, Ma.-zo, M. C, Presbiter, c 140 t. Si prescrive agli ufficiali al Pio- 
rego di dar un termine pena soldi 10 agi' inosservanti) dì ridur i condotti entro 
i muri, o costruir i di legname, in modo che gettino sulle fondamenta, e le scofe 
che fossero sulla via pubblica facciano mette r capo in fosse coperte. Si riconosce 
tuttavia che tale < rdine, ora ripetuto, ò dijpeile ad osservarsi. 

(5) 1344, 18 Luglio e 1 Agosto, Gr. X, c. 51, 53 e 50 t. : Dieci scafe che get- 
tano sui rivi ; — 1300, Genn. m. v., Gr. XIV, c. 164 t: scafa in una calle; altra, 
1329, 3 Genn. m. v., Gr III, c. 16. 

(6) 1134, Giugno, Rialto, atti Orso prete; copia: 1230, Luglio, atti Pietro 
prete di S. Pantaleone. — 1215, Luglio, Chioggia, « liagò •>. 



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27 

struir compatte, l'una presso l'altra, le case, ciò non poteva non es- 
sere che con iscapito dell'aria e della luce. A somiglianza del Uagò, 
si erano adunque cominciate a costruire e a moltiplicare le alta- 
ne (1), di legno e di pietra davanti le case, con danno dello spazio 
e con pericolo ; onde vietavansi (2). Alle ammende inflitte si op- 
pone l'ignoranza degli ordini banditi con un proclama (3) ; le al- 
tane si fanno distruggere (4). Del pari i ballatoi e i poggiuoli (5), 
non eccettuatene le case stesse dei procuratori, onde, considerata 
una parte del 1232 (rect. 1272, 27 Maggio), sulla distruzione dei 
poggiuoli (« de puzolis ») e dei revetcni, che sono sulla strada che 
va da S. Marco a Rialto, e fatte esaminar le case da muratori e 
carpentieri (6\ fu confermato che si rimovessero quegli ingombri, 
e le case si munissero di cjornc, « sicut sunt ille Sancti Georgii ». 

Alla ingiunzione dei savi a ciò delegati, non obbedirono alcuni 
ecclesiastici, onde il Maggior Consiglio commise (7) agli ufficiali 
al Cattaver che, se non avranno eseguito quel lavoro al tempo fis- 
sato, si facciano dar cauzione, e col denaro ricevuto ne curino il 
compimento, affinchè « da tutti la volontà del paese sia obbedita ». 
A Rialto i Savi esaminino le vie e si accordino all' uopo stesso coi 
proprietari (8). 

Importanti ed urgenti provvedimenti richiedeva il bisogno 
d'acqua, che non fu sempre tratta dal Brenta, poiché nel 1318 si 

(1) D<m primi esempi di tale denominazione è certo quello di una che 
Matteo Barbarti di S. Polo preparavasi a costruire su quel rio. — 1224, Sett. 27, 
Liber plegiorum, c. '35: « gita inotlgloni [modiglioni o pinoli) III (tre) per far 
atana supra rivo ». 

(2) 1316, 16 Agosto, M. C , Civicus, c. 54 : « Cnm multe altane sint supra 
Canale, rivos, pisinaa et vias publicas, tam lapidee quam lignee, que inferunt 
magnum defectura Comuni et periculum speeialibus personis siauo distrutte; 
e v. 1316, 22 Febbr. m. v., id., c. 80. 

(3; 13-29, 11 Sett, Gr. Ili, c. 8 - 12 Giugno, id., c. 3 ~ 1331, 28 Maggia, 
id., c. 28 t. e 35. 

(4) 1340. Gr. Vili, c. 68 t. : A S. M. Formosa altanella con due poggiuoli; 
— 1341,-17 Giugno, Gr. IX, c. 8 t. : a S. Salvatore altanelle di pietra, dinanzi i 
balconi di vari, sul rivo, « altanellas conm suis balchionibus in lapidibus vivis 
supra rivum prò suo piacere » rimosse: — 1344, Gr. X,*e. 40; - 1346, Luglio, 
òr. XI, c. 86 t ; - 1350, 10 Agosto, Gr. XII, c 84. 

(5) 1314, 20 Marzo, M. C, Presbiter, 118 t. : « vias tollatur balìatorium fa- 
ctum olim per dictum dominum •> Guido da Canai (<v el grando da San Polo »). 

(6) 1340, 10 Aprile, M. C, Spiritus, e. 110. 

(7) 1340, 10 Agosto, M. C, Spiritus, c. Ili t. 

(8) 1340, 27 Genn. ni. v./M. €., Spiriti*, c. 114. 



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23 

assegnavano 200 ducati d'oro -a fare, secondo la proposta dei giu- 
stizieri vecchi, una cava o seriola, poiché « aque'potabiles, que 
adducuntur Veneciam, accipiuntur de malis locis, quod est ma- 
gnum periculum corporibus » (1). 

Pel gran difetto che si aveva di acqua dolce, decretavasi la 
costruzione di cinquanta pozzi in altrettanti luoghi diversi, e se ne 
dava incarico ai capisestieri, potendovi spendere circa L. 6000 (2); 
di quelli in cortè di palazzo (3), e di altri in vari sHi della cit- 
tà (4); e nella riparazione di alcuni che, « propter aquam magnani, 
que pridie fuit, sunt devastati », si spendevano, nel 1342 (5) dieci 
ducati d' oro per sestiere ; ai cui capi il Maggior Consiglio affidava 
(1364, 13 Ottobre, Saturnus, c. 59) un provvedimento, « cum fre- 
quenter contingat et in hierae, et in .estate maxime, quod pauperes 
persone habeant maximam penuriam et necessitatelo aque ... ». 
Antico bisogno che non doveva esser adempiuto nè pure coi 157 
pozzi pubblici che contava Venezia nel secolo scorso (6), nè coi 180 
pubblici e circa 6000 privati che conta nel nostro (7). V ebbe an- 
che qualche testatore benefico che lasciò denaro per costruirne (8). 
Vi faceano lunga sosta, come ai dì nostri, le fantesche. Una Col- 
leta, moglie di Zanoto di Loreo (1373), va ad attinger acqua in 
una corte presso la sua casa, e si ferma a sentir cantare una can- 
zone sui padovani (9) (« dum ivisset ad putheum prò auriendo 
guaiti in curia apud domum suam et stetisset ibi per unum pe- 
cium ad audiendum canere unam cancionem factam de novo 
de paduanis »). 

Si curava la pulitezza dei pozzi, nei quali gettavansi, come 

* 

(1) 1318, 1 Ottobre, M. C, Fronesis, c 6. — V. anche sull'acqua per l'ap- 
provigionamento della città: Savii ed esecutori alle acque, 13$2, 29 Maggio, ca- 
pitolare I, c. 14. 

(2) 1322, 30 Ottobre, M. C, Fronesis, c. 100 t. ; - 1324, 24 Agosto e 21 
Febbraio m. v., id., c. 142 t. e 154 t. 

(3) 1332, 4 Giugno, M. C, Spiritus, c. 47. 

(4) 1333, 5 Agosto, Gr. IV, c. 63 t. : L. 15 di grossi per due pozzi a Castello, 
verso le Vergini. 

(5) 1342, 10 Marzo, M. C , Spiritus, c 119 t. 

(6) Pianta iconografica di Venezia, Arch. di Stato, Sala diplomatica « Re- 
gina Margherita ». 

(7) Bembo, // Comune di Venezia nel triennio 1860-62. Venezia, tip. Nara- 
tovich, 1863, pag. 226. 

(8) 1242, Maggio, Rialto: Marco Alduino di S. Agostino lascia L 25 per far 
pozzi. 

(9) 1373, 7 Dicembre, Avog. di Comun, Raspe III, c. 41. 



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29 

talvolta ai dì nostri, « turpitudines, scovadulia » ed immondizie ; 
« et extendantur etiam in aliquibus » (cioè nei campi dove erano 
i pozzi) « pelles de multitio et alie pelles turpes et immunde, que 
omnia vituperant spungias putheorum, ex quo etiam aque fiunt 
minus sane » (1), cioè quel filtro di sabbia (cassoni o purgatoi) pel 
quale dalla pilèla (pila) l'acqua passa nella canni (o gola) del 
pozzo. 

Ai balconi si per le condizioni di sicurezza, specialmente nella 
notte, sia pel difetto di lastre sino alla diffusione, dei « rui » o rulli 
vitrei, erano infisse inferriate (2). 

Portici avevano le case (3), nè qui accenniamo a quelli che 
erano e sono locali di passaggio ad altre stanze, ma molte chie- 
se (4), e le vie (5), e le piazze di Rialto e di S. Marco. 

Rialto (del quale diremo particolarmente) aveva portici at- 
ti) 1325, 29 Agosto, M. C , Fronesis, c. 156, 

(2) 1208, 24 Giugno, Rialto, Proc. di S. Marco -.finestre ferrate; — 1389, 28 
Ott., M. C , Leoni, c. 34 t. id. : in casa di un procuratore. — 1355, 8 Genn. ni. v., 
Gr. XIII, 63 t. : Giacobello Galliua [Galine) ha la sua possessione a S. Felice, 
sulla calle che va verso S. Caterina, ed una camera « unum hospicium, iuxta 
quod vellet fieri Tacere unatn fenestrata ferratam cum una plana lapidea de 
subtus, que fenestra sit extra per unum pedem cum dimidio ». Altri particolari 
sulle finestre ci serbarono altri documenti, meuo però interessanti, perchè meno 
antichi, nei registri dHle Grazie (1413, 18 Aprile, Gr. XX, 77; 1419, 1 Luglio, 
id. XXI, 34 t. ; 1422, 11 Giugno, id. 65; 1423, 30 Marzo, id. 77 t), nei quali è 
già cenno dell'aspetto estetico delle case. 

(3) 1095, Maggio, Rialto, archivio S. Zaccaria; — e 1134, Giugno, Rialto: 
f andedo ». 

(4) 1343, 23 Marzo, Gr. IX, c. 84 t. : portico della chiesa dì S. Maria di Ma- 
lamocco ; — 1358, 2 Maggio, Sign. di notte al crim., reg. 8, c. 33: porticale di 
S. Giorgio magg.; — 1364, 9 Gemi. m. v., id., reg. 9, c. 42 : portico e porticale 
della chiesa di S. Nicolò dei mendicoli ; — 1373, 5 Aprile, id , reg. 10, c. 86 : « in 
hora coraplectorii ipse erat sub porticale ecclesie Sancti Steni, et multi pueri 
qui erant super campo proiciebant lapides ad dormitorium novum fratrum 8. 
Marie » ; — 1373, 1 Febbraio m. v., Signori di notte, reg. 10: porticale della 
chiesa di S. Patemiano; — 1375, 15 Gennaio m. v. Collegio, notatorio IX, c. 
63 t : « subtus porticum ecclesie S. M. Jubanico, eundo ad contratam S. Mauri- 
ci »; — 1391, 19 Giugno, Avog. di Comun, Raspe IV, 74: Portico del cimitero 
di S Giustina. 

(5; 1290, 28 Aprile, Sign. di n., Processi, reg. 5: « versus porticali S. Bar- 
tolomei ». — 1355, 11 Luglio, S. di n., reg. 6, c. 87 t. : « curendo subtus per por- 
ticum versus S. Antoninum supra per fundamentum S. Zacharie »; — 1355, 17 
giio, id., c. 87: « porticale S. Proculi »; — 1395, 20 Aprile, Signori di notte, 
reg. Il : porticale di S. Giov. Grisostomo; — 1395, 6, Agosto, id.: porticale di 
8. Canziano. 



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30 

torno la chiesa di S. Giacomo (1), e nel 1322 si stabiliva di co- 
struirvi intorno una loggia, altra e ben più ampia essendo desti- 
nata ai mercanti, ed altre esistendone di minori (2). 

Poiché i portici <$ella piazza di Rialto (dice una parte del 7 
Settembre 1395) (3), « considerata quantitate nobilium mercato- 
rum et aliarum personarum et forensium ibidem conversantium 
nedum quando pluit et est malum tempus non sint capaces nec 
sufficientes, ita quod omnes possint stare ad cohoppertum et fa- 
cere facta sua, et esset honor nostri domimi et civitatis que per 
dei gratiam est tantum famosa, quod talis locus esset pulcer, ma- 
gnus, ornatus, et expeditus; vadit pars quod murus cainpanilis ec- 
clesie qui est in medio Rivoalti, debeat dirui et remo veri usque 
ad fundamentum, et similiter locus ubi est offìcium ponderis expe- 
diri, et ab inde removeri, et eciam cambium quod est super alio 
ahgulo ab illa parte et ibidem ab uno angulo usque ad aliud fieri 
debeat una cohopertura ornata et suilìciens cuni banchis et alio 
prout est circa plateam Rivoalti in aliis locis, ita quod dictus locus 
sit expeditus usque murum diete Ecclesie sicut sunt alii portici 
et loca cohoperta ». — Gli ufficiali sopra Rialto possano spendere 
in tal lavoro,, duca ti 250. 

Delle procuralie ci serbano forse uno dei primi ricordi un 
documento del 1333 (4), ed altri (5). 

La corte, spazio interno per dar luce e comodo alla casa, non 
era sempre il risultato necessario della costruzione di essa, ma 
anche formavasi a tal uopo. Pur questa prende nome volgare da 
famiglie: da ca' ffadal, da ca' Morosini (0) ecc., ma anche da al- 

(1^ 1322, 26 Dicembre, Commemor. II, c. 129 t. : « terrenum porticuum seu 
portigalium diete ecclesie . . . Debeat fieri circa ipsam ecclesiam logia in coìttrn- 
pnts cura bordonali bus » etc. ; — 1328. 6-Nov., M. C, Spiritus, c. 31 t.: NYssun 
famiglio o scudiere possa stare sotto la loggia, o sedersi sui banchi intorno alla 
chiesa. 

(2) 1329, 8 Marzo, Avog. di comun, Haspe, reg. 1, c. 14, p. e. loggia dei 
notai. 

(3) M. C, Leona, c. 81 l. 

(4) -1333, 27 Dicembre, Procurat. di S. Marco. Misti, b. 291 : « Actum Ve- 
neciis. sub porticu Cumunis Venecie » ; - o piuttosto del palazzo ducale? 

(5) 1309, 9 Marzo, Sign. di n., reg. 7, c. 108: « Casarollus Sancti Marci sub 
porticalibus circa procuratias »>. — V. anche lòG6, 17 Luglio, id., reg. 8, c. 73: 
« in platea sancii Marci sub porticu hospicii de cavaleto ». 

(tìj 1291, 11 Maqrgio, S. di n., reg. 1 : S. Bartolomeo, corte da ca' Canal; — 
' 1300, 9 Die, id., reg. 7 : « ad voltura de curie da cha maureceno *. 



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•31 

tro (l), e molte, come ai di nostri, sono pubbliche. Assunto un 
nome, lo serbanor a lunjo (2) o per sempre. 

A S. Silvestro v'aveva una corte degli schiavi (3), dei quali 
era pure colà un fontico (1); forse a & Marina ma corte delta 
Regina (5). 

Molte proprietà aveva il Comune (G), come i i orpi morali, e 
le chiese) e da loro si denominavano nelle scritture (7). In bisogno 
di denaro, e per altri molivi, il Comune le vendeva (S) ; invigilava 
che per trascurarla dei proprietari non cadessero in rovina quelle 
private; all' uopo affidando a « savii » il proporre provvedi- 
menti (9). 

Nel secolo XII per le case si pagava al proprietario del fondo 
il terraticum, e al possessore del fabbricato il asettico, « pensio » 
pigione ; le vendite erano fatte anche mediante censi perpetui. Il 
1201, le monache di S. Zaccaria affittano una casa di pietra per 10 
anni, verso la pigione di soldi 10 all'anno, da pagarsi nel giorno di 

(1) 1358 ,?), 28 Aprile, S. di n. r. 7, c. 38: a S. Marino, corte de la grega ; 
— 1395, ult. Febbr., S. di n., reg. 11 : a S. Bartolomeo, a ca* Gradcnigo, in corte 
* vocata vulguriter le cha bruxiade». 

& t 1341, 13 Marzo, M. C, Spirititi*, 114 t. ■ Corte de lya a S Moisè ; - 1387, 
10 Gemi. m. v , Qaarantia crini., reg. III, c. 87 t.. iti. : V/i curia de helia ; 1391, 4 
Maggio, Sign. di n., reg. 11 — corte de Ha. 

(3) l:>97, 4 Ap., S di n . b. 12 : « in contrata S. Silvestri, in curia Sclarorum ». 

(4; 1366, 4 Marzo, id., r. 8, c, 65 t. : « quod ipse furtive accessit de quadam 
domo in fontico sclatoruvi, in contrata S. Silvestri ». 

\o) 1327, 21 Ottobre, Av. di Comun, lìaspe I 50. - 1354, 26 Febbr. in. v., 
S di il., r. 6, c. 78: Corte delle schiavine a S. Luca « ivit, ad curiam sclavinarum ». 

;6j Per es. 1318, 25 Aprile, M. C, Civicus, c. 146 t. : Casa « capitimi contrate 

5. Johannis novi » ; — 1320, 30 Agosto, M C. Frunesis, c. 48 t. : casa del Co- 
muue a Rialto dove dimoravano i giustizieri ; — 1355, 29 Agosto, S. eli n., reg. 

6, c. 87 t : Casone del sestiere di Cannareggio, dove dormivano le guardie \custo- 
des) dei capi sestieri ecc. ecc. 

;7) 1353, 20 Febbr. m. v., Sign. di n., reg. 6, c. 62 t.: « Super campo S. Pauli 
in domibus S. L'ipriani — 1363, 28 Agosto, id., r. 9, c. 8 t. : <« S. Silvestri, in 
domibus pathriarcatus e prima, 1183, Febbr., Rialto, S. Zaccaria : una nave 
si lavora sul fondo del fontico. 

(8/ 1313, 30 Agosto, M. C, Presbiter, c. 103 t.: Si vendano all'incanto tutte 
le case ebe comperò un tempo il Comune, post** a Rialto, escluse quelle dei tra- 
ditori^ quelle che si volessero riservare pel sale o pel frumento, cominciando la 
vendita dal S. Michele prossimo, e ricevendo in pagamento danari ed impre- 
ndi. ♦ 

v 9) 1375, 23 Settembre, M. C, Satarnus, c. 97 t. : Eletti cinque Savii che 
propongano provvedimenti circa molte possessioni nella città — che « cecide- 
runt io magnani deformationem civitatis ». 



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32 

S. Pancrazio (1). Al convento di S. Anna il Governo dona certa 
casa con terreno che' non potevasi vendere nò farne cimitero; 
fosse pure una catapecchia, ma non se ne ritraevano di fitto che 
sei grossi all' anno o circaf 00 centesimi di lira italiana (2) ! 

Termine dei contratti di affittanza era il San Michele (3) ; 
gY inquilini dicevansi sergenles (4). Pietro de gratta affitta una 
casa a Ss* Apostoli, ad pedani planimi (5) a ser Zero e a quat- 
tro -di lui fratelli, che fanno V arte dei panni di seta, per ducati 
XXXV (T oro all'anno ; V inquilino la farà levare in solaio (co- 
struirvi un piano), sostenendo la spesa di L. 52 di grossi (520 du- 
cati d'oro) somma che riavrà a ducati 9 Tanno, onde la pigione 
gli sarà ridotta per altri 57 anni (!) a 20 ducati (0). 

Pare che la proprietà in Venezia non fornisse quella pingue 
rendita che il denaro e il commercio. 

Il 1310 (7) dovendosi dare al marchese Fresco di Ferrara L. 
200 di grossi, da investire in possessioni a Venezia, nò trovan- 
dosi il Comune in buone condizioni economiche, .si assegnano alla 
marchesa : una possessione che fu di Leonardo de Emselmo a S. 
Basso, che costò L. 1000 di grossi, e ne rende soldi 50 l / 2 ; una 
che fu di Angelo Leucari posta a S. Fantino, costò L. 400 di pic- 
coli, rende soldi Ile 9 di grossi ; altra di Ugone di Elia a S. Moi- 
sè, costò L. 2500 di grossi, e ne rende lire 4, soldi 18 di gr. ; 
altra che fu di Fiore, vedova di Bartolomeo Pellegrini, a S. Ba- 
seggio, costò L. 880 di gr. e ne rende soldi 20 ; in tutto rappre- 
sentano un capitale di L. 5340 di grossi, o ducati d'oro 53,400, 
ne rendono nove e 3 grossi, o ducati d' oro 90 ; l' uno e 3 quarti 
per mille (! ?) 

Stime di case e terreni in Venezia furono fatte nel secolo XIII, 
e i periti prestavano speciale giuramento (8). 

(1) 1201, Luglio, Rialto, S. Zaccaria, b 114. 

(2) 1308, 16 Marzo, M. C, Capricornus, c. 66. 

(3) 1340, 15 Ott , Gr. Vili, c. 79 t. 

(4) 1282, M. C , Avog. di Comun, Cerberus, 8: « aliquis sergentus alicuius 
domusseu stationis non possit neo debeat dinjittere domum seu stationem, nisi 
primo soiverit pensionem domus, patrono ». — Anche a Cipro'(1312, 17 Agosto, 
M. C, Presbite r, c. 76) e a Candia, dove le « sergentarie ». 

(5) 1361, 23 Giugno, S. di n , reg. 8, c. 2: « Camara que est a pepìano ». 

(6) 1360, Genn., Gr. XIV, 161.« 

(7) M. C, Presbiter, c. 17 t. 

(8: Nel Liber plegiorum, c. 21 t, troviamo il 1223, 16 Novembre (?) la stima 
di alcune « proprietà» lungo la sponda orieùtale dtl rivo dell'Arsenale: « la 



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33 

Se ne fecero parzialmente più volte. Il 1319 fu commesso ai 
procuratori di S. Marco di far stimar le case, le taverne e le oste- 
rie della Procuratia ; e notificare « sergentibus habitantibus in 
eis, quantum fuerint estimate » (1). Tale stima, affidata a « sex 
nostros nobiles sufficientes prò quolibet sexterio » (e le loro pro- 
prietà, stimavansì dagli ufficiali alle cazude), si eseguiva per ra- 
gione dei prestiti pubblici. Nei contratti di compravendita pagavasi 
il dazio all' uffizio delle niesseteria (messeta-sens&le) (2). 

Del secolo XIV e del principio del XV le cronache ci conser- 
varono quattro stime generali delle case della città, delle quali qui 
riferiamo le' conclusioni (pubblicandole per esteso nei Documenti) 
perchè possono far conoscere il progresso edile, pur tenuto conto 
di qualche maggior diligenza nella stima, e dell' aumento graduale 
del valore degf immobili, come di ogni cosa, sebbene fosse ancor 
lontana la scoperta del nuovo mondo, e il conseguente scadimento 
del prezzo del metallo nobile. 

Accennai altra volta che si hanno ricordi nei documenti, di 
proprietà e di catastico del Comune, fino dal secolo XII. Le crona- 
che Magno (3) e Morosini (4) recano, divisa per sestieri e con- 
trade, la « estimacion de tuta la citade de Veniexia, la stima ve- 
» chia in prima e la nuova in lo tempo del principo nostro miser 
» Franzescho Foscary, chomo le posesion son stade stimade per 

casa et la tera de lo ponte de Àlbrigeto et cognato eius. libre CCCC minus XXV; 

— la casa et la terra de tomao ferrano, libre C. XII ; — la casa et la terra de 
Rainerio marco. libre LXXXXIII; — la terra de Gisla. libre XXVI; — la terra 
de Tomao fabro. libre LI1 ; — la casa et la terra de Marco paulin. libre XXII ; 

— la terra de laurencio sovranzo, libre CVII1 ; — la terra de pietro copario. li- 
bre XXII; — la casa et la terra de viota. libre C. XXV; — la casa et la terra de 
frogerio, libre XLM » — somma L. 1001. 

(1) 1319, 15 Dicembre, M. C , Fronests, c. 28 t. 

(2) 1381, 11 Febbraio m. v., M. C, Novella, 169. — 1357, Giugno, Gr. XIV 
27: Marino, mereiaio di S. Salvatore, comperò nel 1351 certa possessione in con- 
trada a S. Leonardo, dal nob. ser Benedetto Emo, e per qualche differenza insorta 
tra loro dinanzi i Consoli dei mercanti, quella possessione fu stimata L. 92, soldi 
10 di grossi. Egli non pagò messeteria, perchè i consoli non ne lo avvertirono. 
Si assolve della multa inflittagli, purché paghi. 

(3) Biblioteca Marciana, Classe VII it., tomo V, pag. 150. L'estimo delle 
case di Venezia nel 1367 tratto da quella cronaca, fu pubblicato dal Romanin, 
Storia documentata di Venezia, voi. Ili, pag. 384, avvertendo egli che le somme 
parziali non sono esatte, come è vero. 

(4) Cronaca del nob. uomo Antonio Moro3Ìni q. Marco, parte II, c. 430, cu- 
stodita nella Collezione dei codici Foscarini, nella Imp. R. Biblioteca di Corte e 
Stato in Vienna. 

S 



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34 

» tuti VI Sestieri de Veniexia de qua da chànal e de la da canal 
» p^r VI nobel homeny del gran Conseio uno per chaxada, abian- 
» do chon loro marangoni de caxe et maistri de inurery do per 

» mestier per parte » Tali stime furono eseguite negli anni 

1367 e 1425, (Ottobre). In un codice dell' Archivio di Stato ai 
Frari (1) sono annotate le cifre dell'estimo 1425, con differenze 
in meno di alcune migliaia di lire. Il computo è fatto in lire di 
grossi (ciascuna di dieci ducati d* oro) ; fra i due anni v' ha V au- 
mento di ducati 739868. Le operazioni della seconda stima co- 
starono 317 ducati e dieci grossi (L. it. 816.37); non vi furono 
compresi i fabbricati delle chiese, dei monasteri e dei granai del 
Comune, e forse altri edifizì di esso, i quali, come negli estimi po- 
steriori, erano allibrati in Serenissima Signoria od esenti da 
imposte. 

Ecco i risultati delle stime : 

0 Sestieri al di qua del Canal grande: 
stima 

stima 1367 (« vecchia »....) stima 1425 

I. S. Marco, due. 799,180 770,630 956,420 j 

II. Castello, » 456,960 476,860 691,450 > 2,261,920. 

III. Cannareggio, » 485,230 482,270 614,050 \ 

Sestieri al di là del Canal grande: 

stima 

stima 1367 (« vecchia» ...) stima 1425 

IV. S. Polo, ducati 490,270 430,270 573,410 J 

V. S. Croce, » 281,280 310,160 387,145 £ 1,374,118. 

VI. Dorsoduro, » 369,890 370,980 413,563) 

Le somme — non corrispondenti esattamente agi' importi par- 
ziali (2) — sono : 

(1) Codice ex Brera, n. 51, p. 338. 

(2) Rettificando infatti le somme degl'importi parziali, si avrebbero: 

1367, più esposti nella cronaca Magno ducati 241,006 

meno esposti nella cronaca Morosini » 109,536 

1425, più esposti nella Cronaca Morosini » 106,915 

ma debbono esser sfuggiti all'amanuense antico parecchi errori nella copia 

delle cifre. 



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35 

pel 1367 di ducati 2,880,818 (L, it. 5,041,431.50) (1) 

» .... » 2,806,170 

» 1425 » 3,030,038 ( » 9,314,717.63) 

A distanza di 50 anni si hi un aumento di ducati 755,220, o 
di lire italiana 1.3 ) i,2S6. Confrontando colf antico il valore capi- 
tale dei fabbricali della città di Venezia nel 1883, che è rappre- 
sentato dalla somma approssimativa di L. 88,839,165:98 (2), ri- 
sulta che in 458 anni la cifra esprimente il valore del fabbricato 
di Venezia crebbe di 79,494,118 lire 
e in 516 anni » » 83,797,731 » 

cioè in quattro secoli e mezzo aumentò di circa 9 volte e x j v e in 
cinque secoli, di 17 volte e 2 / 3 - 

Ma poiché è dato calcolare sopra una moneta (il ducato d'oro 
o zecchino), rimasta dal suo primo conio (1285) sempre la stessa ; 
possiamo anche andar più dappresso al vero nel confronto fra le 
due stime 1357 e 1425, e il valore del fabbricato di Venezia 
nel 1883. 

Col valore odierno dello zecchino (L. 13), i ducati 2,880,818 
divengono Lire 37,450,634; — e i ducati 3,636.038 divengono 
L. 47,268,498. 

Tra la « casa » e il « rivo », la fondamenta. Ne troviamo ri- 
cordate con qualche denominazione tino dal 1100, sebbene indi- 
chino più generalmente un fondo (3), o le basi ad archi, a zatte- 

[\] Dal 1361 al 1370, secondo diligenti computi favoritici dal valente nu- 
mismatico, nostro nmico, sig. Vincenzo Padovan, il ducato d'oro aveva il valore 
di lire veneto 3.10, pari ad italiane 1. 7ó; - e da! 1421 al 1429. di lire venete 
5 03, o lire ital. 2.57 l/ t . 

(2) La rendita reale imponibile dei fabbricati della città di Venezia nel 
1883, secondo V accertamento 18^8, è di L. 9.871 ,018 : 44, cifra che moltipli- 
cata per nove rendite, dà il valore capitale di L. 88,839,105:96. Si ommette 
il calcolo dei terreni (valore capitale di L 186,707:36), perchè non sembrano 
compresi nelle stime antiche surriferite. 

(3) 10(55, Marzo, Chioggia: Fondamenta dananti ripa ; 1157, Agosto, arch. 
S. Giorgio magg. : « Suprascripto aurio venit placitato vel supra eum aliqua 
reclamacio facta venerit da compagnia etconsortes de fondamento piculo iohan- 
ni sanno de ilio rivo quia predicto ricolfo facere voluit da secunda de illa sa- 
lina que sibi datam habet »; — 1177, Febbr. Chioggia: Fondamento denominato 
« en gamia compatre »: — 1193, Luglio, Rialto, S. Zaccaria: Facoltà <' iaglandi 
et arcns volutos subteraneos prò gestatoria necessitate, et portas et gradata» 
faciendi et supra fundamentum collunipnas et pilonos facere » per non meno di 
10 piedi in lungh. e 6 in larg. ; 1211, Luglio, Rialto, arch. S. Zacc: Fondamenta 
fatta sopra il canale, nella proprietà di Giovanni Badoer di 8. M. Maddalena. 



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36 

rone, a pali, delle case. Dapprima furono rozzamente difese da pa- 
la'c (1) (voce che passò poi a dinotar sacche o depositi di materia 
scavata, e luoghi dove si pagavano i dazi), indi costrutte di pie- 
tra (2), anche a spese di privati (3). Molte avevano nomi forse 
ora perduti (4). 

Oltre queste strette liste che riunivano le contrade, tre altre 
specie di vie risultavano fra una casa e l'altra, e lungo le facciate 
di esse : le calli; le strade, le rughe. 

A Chioggia un documento del 1081 (5) ci ricorda una calle de 
vendico; uno del 1297 la Cai de mez; uno del 1167 (6), la calle 

(1) 1317, 26 Sett. Cod. del piovego, p. 480: palata del Bottenigo; — 1325, 7 
Agosto, Cons. dei Dieci, Misti 111, 4 t. : Le chiavi delle palate del Bottenigo siano 
tenute dai custodi delle paludi; — 1328, 27 Nov., id., 41 : palate di S. Giuliano, 
Visignone, Sile e Piave; - id. 31 Genn. m. v. id. 54 t. : palate e bocche di Tor- 
cello, e Lido chiuse, siano aperte; — 1370, 19 Febbr. m. v. Collegio notatorio 9.° 
52 t. : gli ufficiali al cattaver facciano riparare le pubbliche palate per evitare i 
contrabbandi; — 1385, 6 Marzo, Avog. Raspe, IV, 72: palata del Lemene. 

(2) 1078, Luglio, Rialto, arch. S. Salvatore : « Calle predicta nostre aecclesie 
lato pedes tres juxta rivum ubi est aliqnantum de fondamenta » ; — 1312, 1 Set- 
tembre, M. C, Presbiter, c. 77 t. : Andrea Cavaza di Castello possa far costruire 
una gradinata ad una sua proprietà, con due gradini fuori del fondamento 
della strada comune; — 1324, 5 Aprile, M. C, Fronesis, c. 134, t. : Si costruisca, 
alla punta della Trinità, una fondamenta di pietre, a spese del Comune; — 1329, 
2(5 Giugno, Gr. Ili, c. 5 : Fondamenta e chiusura del terreno dietro lo Spedale di 
S. M. della misericordia, dove accadevano cose turpi ; — 1330, 8 Agosto, Gr. Ili, 
c 56 t. : Fondamenta (fondamenti?) di una casa a S. Eufemia della Giudecca, che 
è di legno, si faccia di pietra; — 1333, 19 Giugno, M. C. Spintus, c. 65, t. : Si 
costruisca un fondamento di pietra in Terra nuova (ora Giardinetto Reale a S. 
Marco), dalla parte del canale; — 1333, 5 Sett., Gr. VI, c. 1 : fondamenta di p. 
30 (ra. 52 i/s) che fanno costruire le monache di S. Marta; ~ 1338, 6 Luglio, 
Gr. VII : regolazione della fondamenta di S Caterina-, — 1371, 17 Giugno, Sig. 
di notte al crim., reg. 10, c. 40: « Cura esset super fondamenta rivi Saneti Leo- 
nardi »; — 1383, Gr. XVII, c. 178: Gli eremitani di Murano possano far costruire 
una fondamenta larga passi 4 «/* (m. 7.87) per miglior approdo di chi vjsita il 
convento; — 1414, 3 Aprile, Gr. XX, 92: Pietro de Vianello di S.Gregorio, 
acquistò colà una proprietà che fu del qu. Giov. Buffo, e desidera « reduci 
facere in voltis cum columnis et palestratis usque super fondamento rivi S. 
Gregorii a parte anteriori diete domus ... ». 

(3) 1331, 20 Marzo, Gr. Ili, c. 23 t.: In capo ad una calle, fra S. Margherita e 
S. Barnaba, è da costruire, a spese dei privati, una fondamenta, per motivi 
d' igiene. 

(4) 1393, 7 Febbraio m. v. Sign. di notte, reg. Il : « Per canale magnum 
Rivoalti ex opposito fondamenti lignorum ». 

(5) 1081, Marzo, Rialto, archivio S. Giorgio magg. ; - 1297, 5 Novemb. 
Proc. di S. Marco de citra : a contrada de cai de mez ». 

(6) 1167, 29 Aprile, R. arch. 8. michele. 



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maliazu; altre erano publiche o comuni (l). Cominciano, nel 1200 
e nel secolo successivo, più determinate le denominazioni. Nel 
1289 calle loifja a S. M. Formosa (2) ; poi calle di ca Greco a 
S. Barnaba (3), di ci Ferro a S. Luca (4); calle de la bissa a 
S. Bartolomeo (5), dei becca' a S. Marco (6) ; calle da ca de la 
stopa a S. Bnseggio (7), da cha Zeno a S. Giov. Crisostomo (8), 
dei cerchieri a S. Gervasio (9); calle della cerva a Rialto (10) ; 
calle lunga a S. Barnaba (il); calle del ponte dei fuseri (12); 

(I) Alcune vt-nnn fino in canale : doc. 1167 sudd.: — 1168, Marzo, R. : calle 
comuni: — 1185, Settembre, R. procuratori di S. Marco: due calli a S. Cas- 
siano. una ebe vi- fli.o in canale, l'altra dalla calle maggiore fino in piscina. 

.2i 1289, 21 Gennaio m. v., Sign. di notte, processi, reg. 5, c. 8; — 1291, 
23 Maggio, id.: « iverunt per viam de stipa »> (presso S. Bartolomeo). 
(3, 1291, 10 Giugno, id. 

14' 1354. 20 Febbraio m. v., id., reg. 6, e. 76 t. : « calli de cha ferro . . . 
in contrata S. Luce in calli apud domos da cha dotto et da cha ferro ». 

:5) 1310, 19 Dicembre, M. C, Spiritus, c. 113; e V. anche Signori di 
notte, r. 7, c. 89, 1355. 4 Settembre; — 1370, Or. XVI, c. 117: « in calli 
biste in cnnite pontis per quem itur ad Sanctum Johanem Crisostomum ; — 
1401, 30 Gennaio m. v., Avogadori di comun, Raspe, V, c. 31 t : « in cali 
a bissa ». — Il d^tto documento del 1340 ci narra dell'apertura di una calle 
per agevolar V andata al fontego dei tedeschi. Moretto e Luca Zusto, e con- 
sorti, hanno certa possessione in calle de la bissa <» per quam viam itur in fon- 
ticum theutonicorum, et introitus per quem itur in dictum fonticum non sit 
pulcer ncque aptus, unde . . . prò meliorando dictam viam et illam faciendo 
pulcrior m et doxtram, sunt contenti, piacendo Pominationi, quod per medium 
diete eorum possessionis fiat unus alter callis, respondens per meiium porte 
fontici. Cumque sit quidam fllus muri comunis diete sue possessioni contiguus 
impeliens dictam viam flendam, supplicant quod de dicto muro Comunis, tan- 
tum aperiatur quantum snfficiat ad faciendum unam portam tara longam et 
latam quod adequetur dicto calli, ut via pulcrior sit et magis dextra ad in- 
trandum fonticum, cum ipsa taraen condicione quod dieta porta, vel porta fon- 
tici unde intrabitur per illam viam, claudi unquam nequeant, nisi boris con- 
suetis, sicut alie porte fontici faciuut ». 

(6) 1365, 3 Sett., Sign. di n., r. 9 c. 51 t. 

(7> 1355, 11 Die, Sign. di n., reg. 7, c. 23 t. 

(8) 1357, 16 Agosto, id., ib., c. 10 t. 

(9; 1363, 25 Maggio, id., reg. 9, c. 5: — 1363, 28 Agosto, id., reg. 9, 
c. 8 t. : <• per calem S. Silvestri versus campum S. Apolenaris » ; — 1391, 25 
Giugno, id , ib. b. 12: verso il borgo di S. Gervasio « faciendo v,iam per subtus 
porticina de cha moro .... per super pontem ab uno trabe, super angulo callis 
circulariorum ». 

(10i 1370, 5 Sett , Sign. di n., reg. 10. c. 29: « in cali a cerva ». 

(II) 1393, 22 Fcbb., m. v., Sign. di n., reg. 7. 

(12j 1394, 6 Aprile, id., b 12: « versus Sanctum Lucam per calem pon- 
tis fuxariorum ». * 



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38 

calle di ca Ramparti ecc. (1). Molte tuttavia si nominavano dal 
palazzo o cosa magnatizia (2), altre non aveano alcun nome (3). 

La cura del ristauro delle strade era affidata anticamente ai 
Signori di notte al criminal, o polizia della Repubblica, i quali, in 
occasione della custodia della città, quando vedessero ponti o 
strade rovinosi, dovevano ingiungere ai capi contrada di farli riat- 
tare in un periodo non più lungo di un mese (4). Per questi lavori 
si faceva un gèttito sugli abitanti della contrada, e ciò dicevasi 
proicere gentes, dando poi per caduti in pena, ai Signori di notte, 
quelli che non avessero pagato entro otto giorni. 

Alcune strade erano cosi basse, piene d' acqua e d' immondi- 
zie, che, quando pioveva, non era possibile passarvi. I Signori di 
notte dovevano curarne il riatto, fossero dei privati o del Go- 
verno (5). Pagavano i possessori delle case da ambi i lati della 
strada (6) ; per una strada stessa, anche due contrade, dividendo 
equamente la spesa (7). Nel 1339 fu tolta ai Signori di notte, e 
data ai capi sestieri, l' ingerenza nel riatto dei ponti, dei pozzi, 
delle fondamente e delle strade (8). Se ne trova menzionato qual- 
che allargamento ; per es., di quella che da S. Bartolomeo verso il 
fontico dei tedeschi va a S. Giov. Grisostomo, troppo stretta « et 
sinistra omnibus transeuntibus ». Eleggevansi air uopo tre savi, 
i quali dovessero anche proporre il compenso da darsi ai proprie- 

(1) 1399, 21 Marzo, id., ib. 

(2) 1372, 13 Nov., id., r. 10, c. 78: « in cali domorum de cha Fuschari »; 
— 1369, 5 Agosto, Signori di notte, r. 10, c. 9 ; — a S. Luca: calle da ca 
rizio; — 1363, 29 Genn., m. v.; id., ib., c. 18 t. : « calli da ca Mudacio et 
da ca de Molino qua venitur de versus S. Paternianum ». 

(3; 1347, 20 Febbraio, m. v., Signori di notte, reg. 6. c. 76 t. : « fugiendo 
per calecclam qua itur a ca Afaureceno versus S. Paternianum »; — 1355, 17 
Marzo, c. 77 t. : <» super viam magistrato apud angui am calicelle por quam itur 
ad S. Paternianum »; — 1356, 4 Gennaio m. v. ; Signori di notte, r. 7, c. 4: 
« et ivit versus S. Marinara et quando fuit prope pontem Sanctorum Jolianis 
et Pauli in quadam calli strida »; — 1372, 13 Nov., Sig di n., r. 10, c. 78: « in 
contrata S. Siraeonis apostoli ad domum unius francischini .... qui moratur 
in ilio cali ubi est pons quo itur versus S. Simeonem prophetara ». 

(4j 1300, 14 Luglio, M. C, Magnus, c. 9. 

(5) 1315, 20 Settembre, M. C, Civicus, 18. 

(6) 1317, 15 Ottobre, id., c. 121 t. 

(7) 1320, 9 Nov., M C, Fronesis, c. 54 t. : Cosi una strada a S. Samuele, 
il cui stipendio spettava a quella contrada ; ed altra a carico di S. Samuele 
e di S. Angelo, per metà, essendo * multum inepte .... cura multa aqua et 
luto continue .... », piovesse o no, propUr quod male pote^t indo transire ». 

($) 1339, 5 Novembre, M. C, Spirita, c. 105. 



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39 

tari (1). Per quella citata, da S. Bartolameo a S. Giovanni Griso- 
stomo, a cari:o del sestiere di Cannareggio, il tasso era, per ogni 
1000 lire di valore delle case da S. Sofia a tutta la contrada di 
S. Giov. Crisostomo, 2 soldi e G denari di grossi ; da S. Felice a 
tutta la contrada di S. Ermagora, 1 soldo e G denari di grossi ; da 
S. Leonardo a tutta la contrada di S. Lucia 1 soldo di grossi. 

Non è chiaro se questa differente ripartizione della spesa di- 
pendesse dal diverso valore delle case, o dalla varia utilità che 
ricevevano dall'allargamento Le strade che conducevano soltanto 
a qualche luo^o determinato, davansi talvolta in affitto. Maestro 
Luciano chirurgo, nipote del fu m. Gualtieri, offriva a pigione 
alla Scuola di S. Antonio di Castello « viam pontis per quam itur 
ad locum S. Antonii », per ducati 15 all'anno, e per cinque anni, 
« secundum ordinein terre » (2). Diversissime, come al presente, 
erano le larghezze delle strade (3). 

Strano contrasto col severo aspetto della città dovevano pre- 
sentare, più che gli alberi sparsi per le vie (che ora si fanno rivi- 
vere, a toglierci la vista di qualche elegante facciata o di qualche 
abside monumentale) i frequenti cavalli. Ripetiamo, ma con mag- 
giori e curiosi particolari, cose ben note. 

(1) 1341, 19 Aprile, M. C, Spiritus, c. 115; - 1342, 11 Agosto, M. C, 
Av. di Corti., Philippicus, 73 t. : Consilium et protisio sapientum super facto 
strote S. Iohanis Crisostomi prò calli de la Bixa. I savii proposero di ampliar 
quella strada a 10 piedi, cominciando « a strata magistra que est per oppo- 
situm eba quirino qua itur versus pontem Rivoalti, et veniendo recto tramite 
per possessionem da cha polani, per possessionem de cha Justo, et per domum 
Coraunis in qua moratur massarius Fontichi Theotonicorum, et per possessio- 
nem da cha Justo usque ad pontem da cha boldu » etc. E indicavano minu- 
tamente quanti piedi dovessero prendersi delle varie possessioni di ca' Poloni, 
Quirini, Giusto, Moro, Dolfin ; di una grande dei procuratori, dì una casa p'c- 
cola al di là del campmile di S. Giov. Grisostomo verso il ponte di ca' Boldù. 
Si demolisca il campanile e si ricostruisca altrove. Cinque savi (nessuno di 
Cannareggio o che vi abbia possessioni) esaminino lo stato delle proprietà e i 
danni che ne verranno ai padroni; — 1341, 29 Luglio, Gr. IX, c. 14: Piccolo 
ampliamento della via fino al ponte sul rivo a S. M Zobenigo, concesso alla 
nob. donua Loica Morosini, e ai nobili Marco Premarino, Dardi Morosini e Mi- 
cheletto Duodo, come fu allargata la via che va a Castello. 

<2) 1360, Gr. XVI, c. 59 t. Nel 1331, 6 Fobb., m. v. f Spiritus, c 58, 
si trova menzionato il riatto della strada di Barbnria [Barbarie). 

.[3] A S. Samuele vie larghe piedi 13, ed altre 4. 1336, 16 Giugno. Gr. 
VII. — Hrmbo // Comune di Venezia nel triennio 1860 62, dice benissimo (a 
pag. 211) che delle 2094 calli iu Venezia ve ne aveano allora di larghe 80 
centim. ed altre 15 metri. 



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40 

Dalla mula che conduceva i consiglieri di Venezia al palazzo 
ducale, e, coinè le cavalcature di altri magistrati, legavasi alla 
ficaia di S. Salvatore, o al sambuco di S. Zulian, vuole il Sanso- 
vino derivasse il nome di muleila al salario che si corrispondeva a 
quei magistrati (1), il che non abbiamo potuto però constatare, mal- 
grado lunghe ricerche. Mezz'ora prima di terza (9 ant.) suonava la 
trottòra, che avvertiva gli ufficiali di affrettarsi al loro dovere (2), 
e sebbene il Tassini dimostri coi documenti (3) che al ponte della 
paglia non venne tal nome dalla paglia per le « mussete » che si la- 
sciassero riposar colà, durante le adunanze del Maggior Consiglio, 
ma da barche cariche di paglia che colà facevano stazio ; tuttavia 
è certo che se ne usava pei cavalli e per gli asini. E noi anzi ag- 
giungeremo che il nome al ponte venne dai venditori di paglia che 
vi dimoravano fino al 1308, nel qual anno ne furono allonta- 
nati (4). V'erano però là presso, stalle di cavalli (5). Nel 1315 
alcuni di ca' Contarini accumulavano quantità di fieno ai ss. Apo- 
stoli presso la loro casa (« a ca Contareno ») ; il Maggior Consi- 
glio, certo preoccupandosi del pericolo d' incendio, autorizzava i 
Signori di notte ad impor loro pene, se non lo togliessero ; e il 
doge e il suo Consiglio a dar loro tale facoltà in altri casi, pel 
fieno e per la paglia (6). Ma più chiaramente ci parlano di cavalli 
due decreti del 1323, il primo dei quali vieta il passar a cavallo o 
condurne nella quaresima pel ponte di s. Biagio, e V altro conce- 
deva di caricarli sulle navi nel campo di tal nome (7). 

(1) Rezasco, Dizionario del linguaggio italiano, storico ed amministrativo. 
Firenze, Le Mounier, 1881, p. 675. 

(2) Muti nelli, Lessico veneto, p. 81. 

(3) 1365, 14 Marzo, Sign. di n., reg. 8, c. 54 : « pontem a paleis ». — 1367, 
24 Febb., id., reg. 9, c. 89 t. : ponte della paglia. V. Tassini, Curiosità veneziane 
alla voce Ponte della Paglia. 

(4) 1308, 5 Luglio, M. C, Capricornus, c. 73 t : « Cura vcnditores palea- 
rum consueverint stare ad vendeudum ipsas paleas ad pontem qui vocatur 
pons de palea», avendo gli ufficiali al piovego vietato tal vendita colà; sup- 
plicarono, ma invano, di poter continuarvi ; — V. anche, 1371, 21 Aprile, Sign. 
di n., r. 10, c. 39: « juxta pontem magnum a paleis ». 

(5) 1365, 3 Marzo, Sign. di n., reg. 9, c. 46 t. : « Dum esset in hospicio Io- 
hanis henglesis (« de Anglia »), hospitis a serpa, apud pontem pallearum, et 
foret in stabullo equorum prò videndo de suis equis ». 

(6) 1315, 27 Novembre, M. C, Ciricus, c. 24. 

(7) 1322, 20 Febbr., m. v., M. C, Fronesis, c. 104; - 1323, 12 Marzo, 
id., c. 105. 



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41 

Proibivasi V andare a cavallo per la Merceria e a Rialto (1) ; il 
correre con cavalli o guidarne correndo per la piazza di S. Marco, 
«c salvo quod in astiludo publico », e con cavalli « habentibus so- 
naios vel alia instruraenta », onde i passeggeri fossero avvertiti 
del loro passaggio (2) ; ma questa parte si revocava e dicevasi li- 
bero T andar a cavallo per Rialto, non però a corsa, e il tenervi 
cavalli (3). Poscia nuovamente si vietava il correr a cavallo in 
piazza nelle feste, pena 25 sferzate (scuriate) (4). Ser Stefano Ma- 
nolesso, correndo a cavallo in piazza uccideva un fanciullo (5). Se 
ne scaricavano in Cannareggio « apud pontem quo discaricantur 
equi, in capite canaregli » (fi.) ; se ne custodivano in Barbarla (7). 

I mercanti, venendo a Venezia, recavano seco i cavalli (8). 
Alle feste nell' avvenimento dei dogi e in altre occasioni, anche le 
arti più umili non solo adornavano barche, ma si univano in ca- 
valcata. Zanino trombettiere, precedeva a cavallo gli stracciamoli 
(strazaroli) che festeggiavano il doge (Lorenzo Gelsi) nel 1361 : 
€ facerent festum suum, domino nostro, domino duci». Mentre egli 
andava « honorando et solennizando festum », il cavallo gli cadde, 
ed egli ne riportò fratturato il braccio sinistro (9). Erano queste 
cavalcate d'onore, un obbligo per le fraglie delle arti; chè Nico- 
letta e Giovanni de Armano, coltrai, i quali non intervennero ad 
onorare il doge, sono perciò multati. Ma essi oppongono che ave- 
vano all'uopo preparato ben trtntaquattro cavalli; e, ornatili, li 
mandarono con un loro fratello maggiore e l'unico suo figlio, e coi 

'1) 1292, 4 Sett., M. C, Pilosus 23 t. In luogo di L. 25, la multa è ridotta 
a soldi 20 {sic). 

(2) 1350, 11 Aprile, M. C, Saturnus, c. 5. 

(3) 1359, 4 Luglio, M. C, Saturnus, c. 44 t. 
\±) 1392, 29 Agosto, M. C, Leona, c. 60. 

(5) 1349, 25 Settembre e 12 Ottobre, Collegio notatorio IX, c. 9 e 9 ; Com* 
tnemor. IV, c. 153 (158). 

(6) 1372, 14 Gennaio, in. v., Sign. di n., reg. 10, c. 79 t. 

(7) 1373, 2 Marzo, Sig. di notte, r. 10, c. 84 t : « Ad hospicium stelle, de 
ultra pontem palearum prò accipiendo unam sclavinam prò portando secum ad 
dormiendum in barbcria, ubi custodiebat equos ». 

(8) 1391, 29 Luglio, Av. di com., Raspe IV, c. 75: Paolo fu Antonio, ma- 
niscalco (« marascalchi »), ai SS. Apostoli, è multato dai giustizieri nuovi in 
L. 700, percbò accolse in sua casa alcuni mercanti coi loro cavalli, « ut sui 
moris est ». 

(9) 1361, Febbr., m. v., Gr. XV, c. 35. — Forse alla difficoltà di caval- 
care in città così angusta, vanno attribuite quelle ernie, delle quali si trovano 
frequenti menzioni ne' documenti veneziani del sec. XIV. 



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42 



maestri dell'arte, e se non gli accadeva un contrattempo, Giovanni 
«personaliter ascendisset equum»; nè avrebbero fatto quelle spese, 
se non avessero voluto render onore al doge (1). Sebbene anche 
nel secolo XV si usassero, in grandi feste, i cavalli — e basti V e- 
serapio delle solenni nozze di Jacopo Foscari (2) — ; tuttavia V uso 
dovette esserne divenuto più raro, quando si cominciarono a co- 
prire le strade di pietre cotte e di selci da Monselice. 

« Salizzata », come altrove « selciato », voce che fa ricorrere 
ad una condizione anteriore della strada, non significava sempre a 
Venezia una copertura di macigni, ma spesso di terra cotta. Nel 
1272 si dice della strada da S. Marco a Rialto per S. Salvatore 
che è « salisata de petra cocta » (3); « super salisatam apud eccle- 
siam sanctorum apostolorum », reca altro documento del 1290 (4). 
Anche queste prendevano nome dalle case dei maggiorenti ad esse 
contigue (5), o che vi sorgevano, e si costruivano aderendo alle 
domande dei viandanti. Così quella da S. Marco a Castello nel 
1324 (6) ed altra a S. M. Zobenigo. Per riverenza a S. Vito e 
ad onor del paese, si faccia una strada di sotto il portico della 
chiesa di S. M. Zobenigo, andando alla contrada di S. Maurizio 
« que via fiat per partem unius doraus empte a nobili viro fru- 
golino de Scrovignis milite, qui ob reverentiam domimi, de ipsa 
complacuit libenter dominio ». E quella casa gli si paghi L. lo di 
grossi. La spesa sia a carico della contrada di S. Maurizio, e la 

(1) 1362, SeUembre. Gr. XV, c. 70: - « prò honorando dominum ducera 
paraverint XXXIIII or equos et ipsos furniverunt honorifice, mittentes cuin 
ipsis fratrem suum maiorem cum unico Alio quera babet, et suos magistros 
et nisi fuisset aliquis casus occursus dicto Johani personaliter ascendissent 
equum » . . . . 

(2) Nel 1441. Romanin, Storia documentata di Venezia, IV, 266. 
(3j 1272, 27 Maggio, M. C, Av. di Com., Bifrons, c. 38 cit. 

(4) 31 Luglio, Sign. di n. al criminal, reg. 5. 

(5) 1351, 9 Dicem., Sign. di n., r. 7, c. 39: S. Marina .... « per salizatam 
da cha Emo » ; — 1362, 20 Maggio, id., r. 8, c. 24 t : S. M. Formosa, « salizata 
da cha Contareno »>; - 1364, 12 Giugno, r. 9, c. 19: « super salizata S. Benedicti »; 
— 1368, 28 Marzo, id., ib., c. 95: salizzata di S. Marziale; — 1372, 9 Sett., id., 
reg. 10, c. 76 t. : « S. Felicis a ca da pexaro apud pontem S. Catarine .... 
et curendo versus pontem misericordie ipse cecidit supra salizatam et obmu- 
tuit » ; — 1373, 13 Aprile, id., ib., c. 87: « supra salizatam barbarie eundo 
versus S. Iobanem et paulum » ; — 1373, 9 Die, id. : A S. Giacomo da Lorio 
salizzada da ca Pesaro. — La piazza di S. Marco fu ammattonata, secondo scrive 
il Tassisi {Curiosità Veneziane, voce S. Marco), nel 1265. 

(6) 1324, 20 Marzo, M. C , Fronesis, c. 134. 



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43 



straJa resti sempre del Governo. Si costruiscano due buoni ponti 
« cum perthegetis et aliis oportunis, quam de salizatis et aliis » (1). 
Le spese pel riatto delle strade erano sostenute, come abbiamo 
detto, dagli abitanti della contrada (2). In tanta angustia di spa- 
zio, nella quale pure volevansi giustamente conservate le vie di 
acqua, dovevasi provvedere a togliere gì' impedimenti stradali, 
le pertiche che sporgessero dai balconi (3), e dalle porte, per un 
piede; vietare l'attraversar le strade con stanghe (4), e il coprirle 
con tende (5); ondo nel 1340 il Maggior Consiglio ripoteva che sulla 
strada da S. Marco a Rialto nessuno tenesse assi, tavole, tende, ne 
alcun « lavoriero » (0) ; prescrivendosi anche talvolta di ridurre 
le dimensioni delle case (7). 

Malgrado queste cure, sono frequenti i decreti che deplorano 
la immondezza della città (8), e parzialmente vi provveggono. La 

(1) 1375, 15 Genn. m. v , Collegio, notatorio IX, c. 63 t. 
;2j 11 Gemi. m. v\, M. C , Fronesis, 57. 

;3) 1303, 17 Agosto, M. C, Magnus, c. 53 

(4) 1311, 23 Novembre, M. C, Presbiteri. 56. Sugi' impedimenti stradali 
proibiti, v. anche 1338. 30 Luglio, Gr. VII c. 101 t. 

(5) 1345, 22 Maggio, Gr. XI, c. 15 t. : È multato un Ivano calzolaio, perchè 
teneva una tenda sulla via dei mereiai ; — 13 lf», Giugno, id., ib., c. 83: simil- 
mente Enrico correzario, mereiaio, ed altri colleghi per tende tenute sopra le 
loro botteghe nella via maestra che da S. Marco va a Rialto, nella vigilia e nel 
giorno dell 1 Ascensione ; — 1349, 9 Dicembre, Grazie XII, c. 65 t. : similmente 
altri mereiai che tengono « assides et tendas extra eorum balchiones in dieta 
via, prò mercibus vendendis ». 

(6) 1-272, 27 Maggio, M. C, Av. di Com , Bifrons, 38: Debbano distrug- 
gersi, fra due mesi, i rereteni e i poggiuoli che sono sulle case nella strada 
da S. Marco a Rialto, per S. Salvatore, que est salisata de petra coda, e le case 
acconciarsi colle gorne, come quelle di S. Giorgio ; — 1292, 27 Sett., M. C, 
Libro d'uro II, 129 t : Chi ha botteghe in affitto dal Comune, non tenga alcuna 
cosa fuori di esse; — 1340, 10 Aprile, M. C , Spirita* , c. 110. — Per eccezione 
concedevasi di costruir un poggiuulo sul rivo che da S. Pietro di Castello mette 
a S. Daniele (1330, 4 Sett , Gr. Ili, c. 60; ; ed a Marco della Stoppa, di S. Gre- 
gorio, di far bruscare (calafatare) sotto certa tettoia coperta di tegole posta in 
quella contrada, isolata. 

<7) 1288, 28 Ott., M. C, Av di Cora., Cerberas, c. 31 t. : Poiché la casa di ser 
Giacomo Querini a S. M. Formosa sporge troppo dalle altre, onde la calle ne rie- 
sce più stretta di circa due piedi, e <« quando Maria et Angelus et quando domi- 
nus dux vadit ad vesperas ad S. M. Formosam cura sua umbrella * è necessario 
che * Angelus et Maria, et Umbrella leventur usque supra tectum ....»; si 
prescrive al Querini che debba demolire a sue spese quel muro, onde la calle 
divenga anche là della stessa larghezza che altrove, et Maria et Angelus ac 
Umbrella possint deferri, et habeat propterea a nostro Comuni Libras 150 ». 

(8; Dal 1318, 28 Agosto, M. C, Front***, c. 3 t. 



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polizia stradale era fatta da sei barche (scaufe, delle quali parlere- 
mo quando avremo da accennare alle varie foggie di barche), una 
per sestiere ; dapprima affidata agli ufficiali al frumento, con poca 
armonia al loro incarico, poi a quelli al piovego (1). Infine l'ingrato 
mestiere di soprastanti alle « scopatoras et burchos colligentes 
immundicias », che si abolivano, fu assegnato a due guardie (cu- 
slodes) per sestiere (2). Se ne raccoglievano però in luoghi presso 
le chiese (3) e nella ruga dei milanesi a Rialto, « in qua conver- 
santur nobiles mercato res continue », e altrove, cosi da esser chiesto 
da privati di interrare o di chiuder terreni, ad impedir queir ac- 
cumularsi di materie d'infezioni. Chi era incaricato di asportarle, 
talvolta le gettava nei canali e nei rivi (4). 

Nel brago di queste strade trovavano da razzolar i maiali, i 
quali « sub specie et reverentia sancti Antonii vadunt per Civita- 
tem nostram », e commettono « plurima et diversa mala, tam 
contra pueros quam in stratis et fondamentis propter suum ru- 
mare » Onde, riuscite vane altre disposizioni, si bandisce 

che il priore di s. Antonio tenga quei suoi porci al di là del ponte 
dalla parte della chiesa, in modo che non vadano più per la città, 
e gli ufficiali tutti che li trovassero altrove, possano confiscarli e 
dividerseli tra loro (5). Bene ad alcune di cotali contrade potevasi 
dar il nome, conservato sino ai dì nostri, di borgo (6) ; ed esiliare 

(1) V. 1311, 23 Ottobre, M. C, Presbiter, c. 56. 

(2) 1335, 19 Novembre, M. C, Spiritus, c. 83. 

(3) 1319, 14 Agosto, M. C, Fronesis, c. 23 t.: Presso alla chiesa di S. Ago- 
stino si gettavano del continuo immondizie; il pievano si offre di chiudere 
certo luogo; concedesi, ma non vi acquisti alcun diritto. — 1335, 24 Sett., 
M. C, Spiritus, c. 82 : I capisestieri provveggano che non si raccolgano im- 
mondizie in capo alla ruga dei milanesi a Rialto. — 1369, Gr. XVI, c. 101 t. : 
Si concede a Giovanni a verixelis di interrare per sei passi presso il rivo di 
amale (anche Avonal) a S. Felice un sito, sede d'immondizie, « ubi dicitur 
puncta a verixelis, prope Misericordiam » verso il censo di due grossi all'anno. 

— 1389, 19 Agosto, Avog. dì com., Raspe IV, 47 t : Casa-rotta e piena d'im- 
mondizie a S. Cassiano. 

(4) 1407, 11 Sett., M. C, Leona, 166: « Rodenam et Scopatias »; multa 
di L. 50. 

(5) 1409, 10 Ottobre, id. ib., c. 188. 

(6) Il Tassisi, Curiosità Veneziane, voce borgoloco, accenna al borgoloco di 
S. 3f. Formosa ed a quello di S. Lorenzo, riferendo dal Cicogna un senso di- 
verso dato a tale denominazione, cioè da alberghi che vi fossero in quei luoghi 
e dal tener quindi gli ospitati a loco e foco. Come vedremo però, v'aveano a 
Venezia molti altri luoghi pieni di osterie, i quali pure non ebbero tal nome. 

— Borgo dicevasi anche a S. Qervasio: 1T57, 5 Marzo, Av. di corn., Raspe, 



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45 



da qualcuna di esse i « precettati », loro assegnando un vero do- 
micilio coatto (i). 

Delle piazze minori, o campi, o campicelli sono antichi i 
nomi (2). 

Un ritaglio di terra dicevasi requina (3). 

La voce « ruga » nelle carte veneziane s' incontra fino dal 
secolo IX, sebbene non nel senso di una via fiancheggiata da case, 
alla quale diedero nome parecchie botteghe di esercenti un arte 
stessa, o di commercianti (4), o di altri. Ruga di ca Nadal a S. 
Rafaele (5); ruga dei milanesi (6); dei varoteri (7); dei calzolai e 



reg. 11, c. 63 t, e « Sancii Severi in burgotocho », 1367, 29 Die, Sig. di n., 
reg. 9, c. 84 t. 

(1) 1389, 24 Marzo, Avog , Raspe IV, 39: Marino de quarteriis, trovandosi 
alle nozze del nob. ser Donato Michiel a S. Canciano, celebrale pubblicamele 
lo scorso Febbraio, presenti signore in gran numero, ingiuriò la nob. donna 
Chiara, moglie del nob. Marco Salamon, la quale uscendo dal ballo incespicò 
« dicendo eidem el colo » con altre parole turpi. È condannato in contumacia a 
tre mesi nelle carceri inferiori ; e a non poter entrar in chiesa di S. M. Formosa, 
nè sotto i portici di essa, nè sul Campetto di ca' Morosini, nò passare il ponte di 
pietra a S. M. Formosa nè quello di ca' de mezo per venire verso casa Salamon, 
nè il ponte di ca 1 Soranzo a S. Giov. nuovo, nè entrar nella chiesa di S. Giov. 
nuovo per venir verso casa da Lezze, nè entrar nella calle di dietro ca* Soranzo 
per la quale si va a ca' Faraun, non potendo oltrepassare quei confini per terra 
o per acqua per 10 anni, vivente la detta signora Chiara moglie di ser Marco 
Salamon. 

;2) 1291, 23 Maggio, Sign. di n., reg. 5: « In campo S. Bartolomei, et 
quando ipsi fuerunt per medium anguli ubi fiunt infule .... ». — 1355, 29 Ago- 
sto, id., r. 6, c. 87 t.: « campedello » di S. Procolo; — 1350, 4 Gennaio, m. v., id., 
r. 7, c. 4 : « super campo dale gatte »... ; — 1370, 28 Marzo, id., r. 10, c. 21 t. : 
« campo ruxolo»; — 1389, 24 Marzo, Av. di Coin., Raspe IV, 39: campedello 
di ca' Morosini a S. M. Formosa; — 1389, 14 Dicembre, Sign. di n. b. 12: « qui 
respicit versus carnpum S. Salvatoris penes pasatoria de ferro»; — 1401, 16 
Maggio, id. : « in campo S. Trinitatis, ludens in sabulo ». 

(3; V. fino dal 1152, areh. S. Giorgio magg.: Permuta fra Giovanni Grisuni 
di S. Zulian, e Guidone e Domenico di S. M. Zjbenigo, di una requina di terra 
presso la proprietà Ruibulo, lunga 25 piedi meno un palmo, larga 11 l/$ meno 
un dito; — per una calle. 

(4) V. nel testamento di Giustiniano Partecipazio, Poeta I, c. 39 t. 

(5j 1291, 1 Ottobre, Sig. di n., reg. 5. 

(6/ 1342, 27 Ottobre, Gr. IX, c. 65 t. ; — e v. anche 1352, 2 Luglio, Sign. 
di notte, reg. 6, c. 36 : ruga postribolorum. 

(7> 1358, 3 Agosto, Sign. di n., reg. 3, c. 42: Rialto «ad caput ruge $7- 
lorum de varotit». 



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4(5 

dei sarti (1), ruga grande degli orefici (2), delle bnrile (3) ; /•iyrtf 
dell oglio a S. Matteo, re^a dei boiler i; tutte a Rialto (1). A S. 
Marco e in altri sestieri :« rugam magnam Merzarie » (5); ruga della 
scodellarla in capo della piazza (6) ; ruga di S. Zulian (7) ; a S. 
Antonino, ruga di S. Giovanni del tempio (8); a S. M. Formosa, 
ruga dei casseVeri (9) ; e « rugam gaiufifam » (10); a S. Sofìa, 
ruga dei preti (11), dei due pozzi (12) e delle vele (13). Od anche 
denominavasi tutto un tratto di strada continua « ruga mae- 
stra » (14), o berrcltcria (15), spaderia (1G), « strazaria » (17), 
« bancaria » (18), panai cria (19), pelliccieria (20), « Castel- 
forte » (21), Spezie ria (22), Merceria (23), Paradiso (24), Ci- 

il) 1303, 21 Luglio, id., rpg. 8, c. 31 t. : « Ruga ccrdonum »; — 1393, 29 
Marzo, id., b. 12: « in Ricoatto in ruga sartorum ex opposito ecclesie S. Iuhan- 
nis ». — Era a Rialto nuovo presso la Camera degli ufficiali al sai : 1371, 8 Lu- 
glio, id., reg. 10, c. 41 t. 

(2) 1396, 8 Sett., id. 

(3) 1399, 5 Luglio, Sign. di n., b. 12 : A S. Silvestro in ruga a barili*. 

(4) 1389, 26 Gennaio, m. v., Sign. di n., b. 12. 

(5) 1368, 13 Sett. Avog. di com., Raspe III, c. 111. 

(6; 1367, 29 Dicembre, Sign. di n., reg. 9, c. 84 t : u per Rugam scute- 
larie in capite platee ». 

(7) 1343, 4 Febbraio, m. v., Gr. X, c. 23: c< in domibus S. Georgii in Ruga 
S. Juliani ». 

(8) 1367, 4 Febbr., m. v., Sign. di n., reg. 9, c. 87. 

(9) 1343, 14 Settembre, Gr. X, c. 6. 

(10) 1369, 8 Maggio, Sign. di n., reg. 8, c. 95. 

(11) 1357, 9 Febbr., m. v., id , reg. 7, c. 34. 

(12) 1395, 20 Apr., id., reg. 11 ; - 1396, 23 Agosto, Avog. di com., Raspe V, 
c. 54: « ruga dai do poci » a S. Sofia. 

(13) 1367, 18 Febb , m. v., Sig. di n., reg. 9, c. 88 : S. Sofia a a ca Michaele, 
in ruga a vellis ». 

(14) 1370, 19 Agosto, Sig. di n., reg. 10, c. 27: « in ruga mngistra qua veni- 
tur de Rivoalto versus S. Apolenarem ». 

(15) 1366, 21 Gennaio, m. v., Sign. di n., reg. 8, c. 76. 

(16) 1364, 23 Dicembre, Avog. di com., Raspe III, c. 67 t. 

(17) 1360, 14 Genn. rn. v\, Sign. di n., reg. 7, c. 90. 

(18) 1389, 14, Marzo, id., b. 12. 

(19) 1397, 1 Giugno, id., b. 12 

(20) 1366, 12 Genn., m v., id , reg. 8, c. 75: A Rialto « in piliparia ». 

(21) A S. Pantaleone, 1378, 6 Genn. m. v\, test. Proc. di S. M. de ultra, n. 161, 

(22) 1409, 1 1 Die, Gr. XX, 39. t : «... IUam appotecham quam prosentuliter te- 
nent in spiciaria, in coutrata S. Bartholomei per oppositurti fontici teutonicorura ». 

(23 1368, 13 Sett., Av. di com., Raspe III, 111 : « rugam magnam Merzarie». 
[2-k) 1368,23 Febbr. m. v. Avog. Raspe ili, 117: In Paradiso, contrada di 
8. Leone. 



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maria a Rialto (1). Vandali, come ai di nostri, nè pur allora man- 
cavano. Un Leonardo di Veglia battioro detto Rate con Francesco 
Grasso calafato, Giacobello detto galeda, Vitto furiano e Giaco- 
bello Ungaro, andavano nottetempo per la città rompendo « per- 
teghelas pontium, destruendo salizatas, proiciendo bottas in aquam 
et frangendo caratelo, et elevando verras puteorum », e le pietre 
dalle fondamente (2). E quesf ultimo diletto prendevansi molti 
ancora nel secolo XV, onde il Senato prometteva a chi accusasse 
i colpevoli, secondo il profitto che ne avrebbe tratto la giustizia, 
mille a millecinquecento lire di premio (3). 

Le tante isolette furono congiunte, ben anticamente, da ponti; 
sebbene anche nel secolo XII, nel quale n%troviamo parecchi ri- 
cordi (4), qualche casa non avesse altra via che d'acqua, nè al- 
tro veicolo che la barchetta. Per costruire questi bracci di unione 
alla « riva » o al « campo » era necessaria la licenza del magi- 
strato. Onde ponticelli ed ale di ponti si trovano concessi in molti 
luoghi della città (5). Prendevano nome dalla contrada, e dalla ca- 

(1) 1360, 27 Maggio, Sign. di n., r. 7, c. 84. 

(2) 1378, 21 Giugno, Avog. di com , Raspe, III, 113 t. 

(3) 1435, 21 Aprile, Senato, Prow. di com., capitolare magg. y b. 1, c. 290. 

(4) 1134, Giugno ft., qui usato per tavole dell'armatura; — 1170, Febbr., 
Pellestrina, arch. S. Giorgio maggiore: a Pellestrina rivo de ponte; — 1193, Lu- 
glio, Rialto, Archivio S. Zaccaria : ponte di S. Zaccaria. 

(5) 1330, Gr. Ili: . .-. . Permesso di unire le case colle rive, mediante pon- 
ticelli; — 1310, 21 Aprile, M. C, Presbiter, c. 18: È concesso a Tommaso Tron 
di costruire un ponte sul piccolo rivo di S. Agata, onde aver un ingresso alla 
propria casa, più ampio e migliore; — 1310, 22 Die, id., c. 33 : Il nob. Andrea 
Zane possa far costruire un ponte nel rivo di S. Agostino, e porne il principio 
sulla terra vuota, che fu un tempo (notisi che erano scorsi soli sei mesi dal 14-15 
Giugno dell'anno stesso, giorno della congiura Tiepolo-Quirini) del traditore 
Baiamonte Tiepolo; e lo faccia tanto alto quanto è il ponte di S. Agostino, po- 
tendo anche « proicere canes ad ipsas possessiones »; — 1330, 20 Marzo, Gr. Ili, 
c. 45 1. : I nobili Giovanni e Nicoletto Sanudo possano costruire unnm alani pontis, 
larga sino a sei piedi, ad una loro possessione a S. Apollinare; — 1333, 16 Sett., 
Gr. VI, c. 3: Si permette di costruire un ponte, da un orto di ser Nicoletto Venier 
di S. Giov. decollato alla strada a S. Simeone. — 1339, 28 Giugno, Gr. Vili, 
c. 24 t. : Similmente un'ala ad un ponte privato a S. Canciano ; — 1340, 7 No- 
vembre, id., c. 81 : Donato Querini possa costruire un ponte alla sua possessione 
posta in contrada a S. Angelo sulla via per la quale si va a S. Maurizio; — 
1342, 10 Marzo, Gr. IX, c. 39: A Marco Savoncr è concessa la costruzione di un 
ponte tra due possessioni, a S M. mater domini, e a S. Stae, da una riva all'al- 
tra, alto come è quello pel quale si va a S. Stae, mantenendolo a proprie spese j 



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sa (1). I nomi stessi, che alcuni hanno ai di nostri, si trovano anche 
nel sec. XIV. Ponte « beretariorum », dove le case del convento 
di S. Giorgio fino dal 1315 (2), dalle quali nessuno certo pensava, 
circa sei secoli fa, che gente per la quale ogni affetto si unifica 
nel lucro, avrebbe nei crepuscoli del giorno, e quasi di soppiatto, 
tolto le pietre che recano scolpite accuratamente la figura del 
Santo, e gli stemmi Ziani (3). 

Ponte delle àncore a S. Luca (4), altro pur delle àncore da ca 
Zen eaS. Biagio (5) ; dei fuseri (6) ; « de mal passo », a S. Mar- 
co (7), detto anche dei dài (dalli), voce tradotta nelle carte latine 
in « taxillorum » (8) ; degli armeni, in capo della Merceria (9) ; 
del Paradiso, a S. Maria Formosa (10). Poi ponti : ai confini della 
piazza di S. Marco (1J) ; di S. Martino (12) ; alle Vergini (13) ; di 

— 134:3. 21 Settembre, Gr. X, 7 t. : Si costruisce una casa la quale ha lMngrfsso 
a piè del ponte clfè sopra il rivo fra S. Giovanni Nuovo e S. Severo; ingrandito 
il ponte a spese di un privato. 

(1) 1291, 26 Aprile, Sig. di n., reg. 5: ponte di S. Ennagora; - 1289, 30 
Agosto, id. c. 4 t : poi, te de ca « Sezogollo », forse a S. Gincomo da Lorio; — . . 
. . . . prope pontein de domo de ca de Vicenzia, id. ib. ; — 1338, 15 Nov., Gr. VII : 
ponte di ca' Cornar; — 1388, 1 1 Giugno, Avog. di com., Easpe IV, c. 27 t.: ponte 
de cha de bockolis, a S. Teruita; U01, 12 Maggio, Sig. di n , reg. 12: «super 
campo S. Trinitatis, per oppositum ecclesie, versus pontem de ca de le bochole ». 

(2) 1314, Genn., m. v., M. C, Presbiter, c. 137:«juxta pontem berata- 
riorum; — 1368, 31 Luglio, Quarantia, 1347-75, c. 60 t. 

(3) Le tre pietre scolpite, storicamente interessanti, ma non di quel grandis- 
simo pregio coi quale si vorrebbe spacciarle, furono comperate, ci vien detto, da 
un A. Gav. falegname, negoziante di anticaglie, in società con certi Zan. e Mor. 
pel prezzo, affermasi, di L. 1200, e se ne chiederebbero 4000. 

(4) 1317, 17 Marzo, M. C, Civicus, c. 88 t. 

(5) 1345, 8 Maggio, Gr. XI, c. 13; - 1359, 2 Sett., Sign. di n., r. 7, c. 73 t. 
Ponte delle àncore a S. Biagio. 

(6) 1354, 21 Febbr m. v., Sign. di n., reg. 6, c. 77: « ad curtem sclavina- 
rum apud pontem fuseriorum ». 

(7) 1346, Gr. XI, c. 90. 

(8j 1359, 15 Marzo, Sign. di notte, r. 7, c. 64; — 1366, 30 Aprile, id., r. 8, 
c. 68. 

(9/ 1357,11 Sett., id., r. 7, c. 19; — 1389, 6 Dicembre: «super angulo Sancti 
Juliani prope pontem arminiorum », id., b. 12. 

(10) 13j1, 28 Agosto, Avog. di com., Raspe IV, c. .81. 

(11) 1340, 14 Maggio, Gr. Vili, c. 59 t. : « intra pontes conflnium platee S. 
Marci ». 

(12) 1349, 13 Febb , m. v., Sig. di n.,xeg. 6, c. 3 t. : e di ca' Zanasi 1338, 3 
Ottobre, Gr. VII, c 107 t. 

\YÒ) 1341, 21 Ottobre, Gr. IX, c. 23. 



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49 

S. Zulian (1); delle Beccane (2) ; di & Biagio (3); di ca' Pisani, di • 
ca' Corner a S. Apollinare, della Misericordia, di S. Domenico di 
Castello (4); di S. Maria maler domini (5); di S. Polo (6); ed ivi, del 
tinto r (7) ; dei ss. Filippo e Giacomo, non compreso neir isola !i 
s. Marco (8) ; di s. Giovarmi Grisoslomo (9) ; dei Santi Apo- 
stoli (10); dei crociferi (11)'; della pec'e sul canale di Rialto (12); di 
ca Faraone a S. M. Formosa (13). Erano in gran parte di legno (14), 
o di legno e pietra (15), o tutti di pietra (l(i). Nella costruzione e 
nel ristauro di essi, sorgevano questioni per la spesa, che, come 
quelle pel mantenimento delle strade, si addossava ai cittadini-pro- 
di 1359, 4 Agosto, Gr. XIV, c. 88. 
v2) 1367, Gr. XVI, c. 70. 
(3; 1368.. 1 Marzo, Sigli, di n., reg. 9, è. 93. 

(4) 1369, Gr XVI, c. 106 t.; - 1369 ; 2 Gemi, m v., Sig. di n., r. 10, c. 14; 
— 1341, 5 Giugno, Gr. IX, c. 7; proposta di dar L. 10 al priore di S. M. della 
Misericordia, ppr ristauro dell 1 'antico ponte , pel quale accorre a quel luogo tanta 
moltitudine di persone. — 1349, 2 Sett., Gr. XII, c. 56 t. Avendo le monache di 
S. Catterina dei Sacchi, avuto in dono da ser Leonardo de la dina, un calle 
verso S. M. della Misericordia, chieggono, e loro si concede, di poter costruire 
un ponte che vada a S. Maria, per comodo dei visitanti le due chiese. 

(5; 1391, 6 Agosto, Sign. di n., r. 11. 

(ti) 1396, 12 Luglio, Avog. di com., Raspe V, c. 51. 

(7; 1366, 15 Luglio, Sign. di n., r. 9, c. 55 t. : « per contractam S. Pauli, ul- 
tra pontem tinctoris .... retinuit se super pontem fratrum minorimi ». 
(8) 1341, 3 Giugno, Gr. IX, c. 6. 

(9j 1373, 28 Aprile, Sign. di n., reg. 10, c. 88: « transeundo pontem S. 
Jokanis {G risostomi] prò eundo ad Sanctum Cancianum ». 

(10) 1362, 2 Aprile, Sign. di n., reg. 8, c. 17 t. : «in conflnio sanctorura apo- 
stolorum de citra pontem gavarate ». 

(11) 1354, 24 Marzo, Sign. di n., reg. 6, e: 85 t : ponte del monastero dei cro- 
ciferi ai Ss. Apostoli. 

(12) 1389, 6 Dicembre, Sign. di n., b. 12. 

(13) « Dum esset super campo S. M. Formose, de retro ecclesie, versus pon- 
ticellos de cha' Pharaono ». 

(14) 1315.. 12 Febbraio m. v., M. C, Civicus, c. 29 t. : Tre ponti di legno nella 
contrada di S. Rafaele. — 1391, 25 Giugno, Sign. di n., reg. 12: «super pontem 
ab uno trabe ». 

(15) 1356, 4 Gennaio m. v., id., r. 7, c. 4: « super ponte medio lapidis, et me- 
dio lignaminis ». 

(16} 1333, 10 Nov., Gr. VI, c. 5: Ponte di pietra a S. Procolo. — 1369,8Genn. 
m. Sign. di n , reg. 10, c. 14: A S. Apollinare « aput pontem lapideum •». — 
1378, 4 Ott., Avog. di com. Raspe IV, c 7 t. : nell-a Procurala. — 1392, 24 Apr., 
id., 92: a S Barnaba. - Altri, 1389, 24 Marzo, Avog. di com., Raspe IV, 39: 
ponte di ca' Sommo a S. Giovanni novo e poute de cha de mtzo a S. M. For- 
mosa. — 1221, 21 Dicembre, Cod. del Piovego c. 393: ponte di S. Toma. — 1336, 
23 Geni), m. v. Id., c. 772: ponte tra S. Lio, S. Bartolomeo e 8. Salvatore. 

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prietari. Così pel ponte a s. Giovanni in bragora (1318) (1), e 
neir anno stesso per quello di s. Zaccaria (2). I Signori di notte 
erano incaricati di costringer i privati con multe a sostenerne le 
spese della riparazione (3), facendosi il solito gèttito (4). Doven- 
dosi riattare il ponte della bissa (« j-ons bixe », 1320), ricerchino 
a chi ne spetta V obbligo ; non trovando alcuno, lo addossino alla 
contrada di s. Giov. Grisostomo (5). Giovanni Zorzi e Nicolò Que- 
rini procuratori di S. Marco, dichiarano (1301) che faranno co- 
struire e manterranno a proprie spese, in seguito a convegno con 
26 comparocchiani di S. M. Formosa, il ponte di ca Battioro, pur- 
ché siano tenuti esenti da ogni gravezza ed angheria per ogni altro 
ponte nella stessa contrada « per domum da ca batiauro » (G). Le 
spese pel riatto e mantenimento del ponte di S. Biagio siano soste- 
nute per metà dai patroni all' Arsenal, per Y altra dagli abitanti 
delle parrocchie di S. Biagio e S. Pietro di Castello (7). Concede- 
vasi ai privati di costruirne per comodo della città (8). Se ne fa- 
cevano di provvisori nelle feste pubbliche (9). Così nella solenne 
andata del doge il giorno di S. Vito (15 Giugno), a memoria della 
congiura Tiepolo Quirini disfatta (10). 

Talvolta il progetto di qualche ponte veniva respinto, p, es. 
di uno in Cannareggio, dove altri non ne trovai accennati, nel 
1282 (11). Ma erano spesso gli abitanti ad implorare quei mezzi 

(1) 1318, 9 Nov., M. C. Fronesis, c. 7 t, 

(2) 1318, 12 Marzo, M. C, Civicus, c. 138 t. : Fra i possessori abitanti a. S. 
Giov. battista e quelli di S. Procolo. 

(3) 1331, 29 Agosto, M. C, Spiritus, c. 52 t. 

(4) 1398, 20 Settembre, Avog. di com., Raspe V, c. 81 t. 

(5) 1320, 3 Geno. m. v., M. C, Fronesis, c. 56 t. 

(6) Commemor., 1, 20 t. 

(7) 1381, 9 Genn. m v. Collegio notatorio, IX, 95 t. 

(8) 1409, 8 Aprile, Gr. XX, 32. Così al nob. Domenico Dolfin q. Marino di 
S. Salvatore, il quale aveva una casa grande da stazio in quella contrada sul 
canal grande di contro alla casa del nob. ser Bianco Bembo. 

(9) Notiamo anche i pontili. 1389, 26 Genn. m. v., Sign. di n., b. 12: « et 
transiret per contratam S. Canciani, de ca' Lauredano ad pontillos eundo in 
bieri ». 

(10) 1354, 3 Giugno, M. C, Saturnus, c. 23 t. : Si comperino da ser Pietro ta- 
gliapietra certe possessioni a S. Vito, onde la festa possa farsi con minor spesa: 
« Cum apud ecclesiam S. Viti supra canale, sint alique possessiones ser Petri 
tajapetra, quas si Comune baberet, festum esset pulcrius, et pons Jteret ornni 
anno cum tercio expense » .... V. per la festa, p. e: Protogiornale per Tanno 
bisestile MDCCLXIV a p. 11, od altri. 

(11) 1282, 5 Dicembre, M. C, Avog. di com., CerberU9 4 c. 8. ^ 



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di congiunzione e di viabilità. Avvenuto grado grado V interri- 
mento della gran velma della Giudecca, per comodo dei dimo- 
ranti nella parte della Giudecca nuova e in quella del monastero 
di S. Croce, si concedeva che a spese di entrambi venisse costruito 
un ponte ; ma quelli di Giudecca nuova non fossero per ciò esone- 
rati dalle spese per gli altri ponti dell' isola ; e nella ricostruzione 
del ponte stesso pagassero poi tutti indistintamente « secundum 
consuetudinem terre » (1). 

Nemici naturali della « salizzade » e dei « ponti » erano i ca- 
valli e le barche. Si doveva dunque calcolare l'altezza dei ponti; in 
ciò dipendendo dagli ufficiali del Piovegò (2). In certa questione agi- 
tatasi nel sec. XIII, fra gli abitanti presso il rivo tra il monastero 
di S. Zaccaria, « et orara Sancti Johannis Baptiste usque Castel- 
» lum, cenobiumque ipsum .... de via et fundamento quodam 

» que viri ultra rivum residentes contra ipsius monasterii 

> libitum, hoc est ex ista parte versum nostrum palacium, usque 
» ad ripam eiusdem cenobii positam super canalem, facere vole- 
» bant fieri », il doge Pietro Ziani (1205-1229) scelto ad arbitro, 
decise fra altro che « eisdem viris liceat facere poniem per quem 
» de via ipsa in via memoratam suprascripti Sancti Zacarie posita 
» super canalem, qui voluerint, ire et redire possint. Verumtamen 
» pons ipse sit tantum altus quod de subtus piatì grogno storti ire 

» et redire ad ipsam gradatam valeant » Al convento dei 

Servi si concedeva gettasse un ponte al di là del rivo, ma così 
alto che non impedisse i natanti (3). 

Maggior ponte, « quello di Rialto », detto « de la riva de 
moneta », forse dal locale ad antico uso di Zecca, presso a S. Bar- 
tolomeo. E risuscitiamo questo dubbio, considerando che quel 
terreno « ubi antiquitus usque modo nuper nostra fuit et labora- 
batur moneta » (4), fu venduto nel 1112, e che qui riferiamo una 
denominazione volgare del sec. XIII o del successivo (5). Gli uffi- 

(1) 1330, 30 Agosto, M. C, Brutus, c. 1 19. — 1341, 29 Apr., Gr. IX, c. 1 t. : 
ponte da costruirsi perchè si possa passare dalla Giudecca al convento di S. Croce 
del scopo1o,i\ quale non è murato, ma circondato di assi fracide. 

(2) 1297, 7 Seti, M. C, Av. di com , Cerberus, 55. 

(3) 1341, 28 Novembre, Gr. IX, c 27: « faciendo ipsum pontem cum gara- 
Tata (sic) et alium ut non impediat aliquos transeuntes ». 

(4) Padova n Vincenzo, Le monete della Repubblica Veneta dal sec. IX al 
XVUL Venezia, tip. Visentini, 1879, pag. VII. 

(5) Capitolare degli officiali sopra Rialto. Codici ew Brera, n. 264. 



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ciali sopra Rialto giuravano di averne cara e « procurar lo fatto » 
di esso ; lo tengano chiuso a chiave, nè concedano che si levi sen- 
za averne avuto cauzione: «Capitolo LXVII. MilleCCLXXXXII. 
VI. Inditione die XXV Julii. Piada fo la parte rhe fosse azonto in 
lo capitolar de li officiali de sovra lo Riolto che elli debia tegnire 
lo ponte de Riolto serado cum clave si chel no possa fir le vado 
senza la voluntade dessi e se algun vora quello far levare torra a 
colui bon pegno zoe pegno de soldi . X . de grossi si che quello fi- 
desse vastado faza quello reconzar ale spensarie de quello lo qual 
avesse facto quello levar » (1). 

Là presso però (e sembrerebbe a sinistra di chi discenda dal 
ponte di Rialto) se ne univa uno dei Gradenigo (2). Vietavasi ad 
alcun legno carico di- vino di oltrepassarlo (3), o di occuparlo, per 
vendervi commestibili (4). 

Nel 1363 Zanino della vigna, falegname, ne appaltò la costru- 
zione per certo prezzo al quale nessun altro maestro di Venezia 
lo avrebbe fatto. Ma cominciatolo, malò, onde la Signoria ne in- 
caricò altro artiere. Chiede ottanta ducati d' oro a prestito, per le 
spese, dandone cauzione ; gli è concesso (5). Essendo di legno 
non durava naturalmente molto tempo, anche per la grande fre- 
quenza di popolo. Nel 1400 (6) era « valde devastatus et putri- 
dus », e poteva esser pericoloso il passarvi. Gli ufficiali di Rialto 
lo facciano ricostruire. Un secolo dopo (1507) si pensava a farlo 
di pietra (7). 

(1) Codice suddetto, c. 8 t. Il ponte di Rialto sarebbe stato dapprima collo- 
cato su barche; nel 1255 costrutto su assi; e dieci anni dopo con gelosie e 
chiuso a chiave. 

(2) 1305, 18 Luglio, M. C, Magnus et Capricornus, c. 90 t : « Qui flrmet 
suum capud super pontem Rivoalti, et pedem in possessione sua extra domum ». 
Resti però aperto e libero a disposizione del doge e del suo Consiglio. 

(3) 1313, 23 Dicembre, M. C, Presbiter, c. 109 t., 114 t.; — 1314, 5 Marzo, 
Commemor. I, c. 210 1 Ma poi eoncedevasi, e di stare colle barche alle rive da ca' 
Pollani fino a ca' Zen; 1314, 27 Marzo e 4 Giugno, M. C , Presbiter, c. 119 t. e 
123 t. E nel 1328, 12 Apr., M. C, Spiritus, c. 27 t. : nessuna barca stia ad alcuna 
riva del canale di Rialto, da ambe le parti, se non una ad una. 

(4) 1340, 18 Giugno, Gr. Vili, c. 61 t. Non si vendano in capo del ponte di 
Rialto formelle di cacio. 

(5) 1363 m. v., Gr. XV, c. 127. - 1370, 18 Maggio, Sign. di n., reg. 10, 
c. 23 t. : Nicolò Rizzo pestapeverada era . . . « super pontem Rivoalti stando apo- 
giatus ad pertegetas pontis ». 

(6) 1400, 14 Marzo, M. C, Leona, c. 105. 

(7) 1507, 22 Ottobre, Cons. dei X, Mi$ti 9 reg. 31, c. 158 t. 



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Il 1360 progettavasi il ponte di S. Marco di pietra, in di- 
mensioni poi diminuite nel costruirlo (1). 

Alcuni valligiani, il 12 Gennaio 1782 (2), così giura tamente 
spiegavano il vero significato di alcune denominazioni relative 
alla Laguna di Venezia. Cominciamo da esse questi brevi cenni 
sulle nostre acque nel secolo XIV. 

Valle, « quella estesa di terreno sempre coperta dall' acqua, 
inserviente alla pesca ». — Pallido, « quella estensione di terreno 
che ora è coperta dalle acque, ed alcune volte scoperta ; e questo 
suole produrre grotti, strame o canna ». — Ramo (3), « significa 
quello che, in termine comune, si chiama col nome di canale » 
pubblico. — Gorgo, « il sito più profondo dei spechi d'acqua 
delle valli, ed alcune profonde bucche ripiene d'acqua che si ritro- 
vano sparse nel mezzo dei paludi ». — Ghebbo, « picciolo canaletto 
internato nei Palludi, inserviente allo scolo dei medemi ». — Pan- 
iera, « quelle isolette solite star quasi sempre scoperte, che si 
ritrovano comprese nel circondario di quei specchi d' acqua che 
formano le valli » (4). 

(1) 1360, Febbraio m. v., Gr. XIV, c. 165: Cenno di patto fra Betta vedova 
di Francesco Tagliapietra, Zanino di lei genero, - e gli ufficiali sopra Rialto, 
per la fornitura di pietre vive per la costruzione del ponte di S. Marco, per la 
quale la prima ebbe in acconto ducati 500, ondo Zanino incaparrò quasi tutte 
le pietre d'Istria. Ma poiché le proporzioni di quel ponte vennero dulia Si- 
gnoria ridotte, furono invitati a restituir il denaro, cioè L. 19 e soldi 11 di 
grossi ducati 195 «/«) Ottengono una proroga alla restituzione, perchè, per la 
graDde epidemia che fu in Istria, morirono parecchi di coloro che ricevettero de- 
naro di quella ragione. 

(2j Misceli, manoscritti, f. 145, n. 18; Patto fu presentato T8 Marzo 1782 al 
magistrato del Hovego. 

(3) Fino dal 1190 « in ramo de medio ». Documento fatto a Cavarzere, arch. 
S. Angelo di contorta. — Cod. del Piovego c 210: « Ramo si ve canale de brancha- 
rio [alias branchuario) usque ad luvignum »; - c. 304: « canale de canareglo 
et ramum riride ». 

(4) In una bella carta di Fvgolana e luoghi vicini, nella laguna di Chiog- 
gia (9 Settembre 1542, Savii ed esecutori alle acque, disegni laguna, n. 6;, sono 
delineate e colorite pantiere, canneti, coi nomi di malarolta, de lo inferno ; pa- 
late .pala de Siocho^, dossi (dosso de lagier), cogolère {cogolera de 7 morti), laghi 
[Ingo dito el mar de le pene) ; il castello di Chioggia, casoni da oseladvr ecc. 

V acqua dei sette morti pare denominazione antica: 1199, Gennaio m. v., 
Rialto: « aqua s^ptem mortis ppr cona de vnlpe ». E v. Procur. di S. Marco, ex 
Oisa di ricovero, b 283. - 1420, 3 Marzo, Gr. XXI, 38 t. : Valle Gombaij (Bom- 
bai? ; - 1421, 22 Die, id., 58 t. : valle de becho. 



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Nelle più antiche carte private, se fossero giunte fino a noi 
quelle delle prime immigrazioni dei veneti nelle isole Reaitine, tro- 
veremmo menzione dei rivi, vie naturali di commercio e tra- 
sporto (1). I più erano antichi ; taluno di nuovo escavo (2) ; tutti 
dovevano restar liberi (3). 

(Continua.) B. Cecchetti. 

(1) 1081, Marzo, R. arch. di S. Giorgio m. Forse a Chioggia: rivo sicatorio. 

(2) Ecco alcuni nomi di antichi rivi e canali : 997, Luglio, Codice del Pio- 
vego, esemplare dell'Archivio p. 81 : rivo stortulo ; poi 1162, p. 83: lacum sapona- 
rium, rivum de serpe; id. p. 108: canale de orcuìis. — 1202 (?), R., Proc. di S. 
Marco: rivo di Rialto e certo rivo nuovo. — 1100 (?), Luglio, S. Giorgio: in dor- 
soduro, rivo bonaldo ; — 1013, Febbr., Rialto: « in dorsoduro, iuxta rivo busi- 
niaco »; - 1087, Febbr. m. v. : Rialto, rivo tnenolario ; — 1116, Marzo, Rialto, 
S. Zaccaria: rivo businiaco (Dorsoduro); — 1116, Agosto, R., Proc. di S. Marco 
de supra: in rivo di S. Cassiano; — 1131, Maggio, R., S. Zaccaria: rivo suri- 
gnago; — 1160, Giugno, R. : rivo bntario; — 1166, Agosto, R. : rivo perario e 
lago Badoer; — 1172, Dicembre: canale timonario ; — 1179, Marzo, R., S. Maria 
degli angeli: aqua de sucaleo, rivo jovardo ; — 1 194, 24 Maggio, R., Proc. di S. 
Marco: rivo sayno ; — 1193, Luglio, S. Zaccaria: rivo tornarico al ponte di S. 
Zaccaria; — 1198, Nov , Murano, Cod. del Piovego, c. 407: « a capite rivi aurei, 
quod capud respicit versus S. Herasmum, quod discurit in Lamala »; — 1209, 
Dicembre, Proc. di S. Marco, Misti, b. 291 : rivo calessesso e rivo dei Ss. Apo- 
stoli, sul quale, fino da allora, avevano casa i Falier; — 1251, Dicembre, Proc. 
di S. Marco de citra, testamenti, n. 305: « a campo suprascripto sancti Bartola- 
mei usque ad rivum canonice »; — 1221, Marzo: rivo de stropo, a S. Ermagora; 
— 1284, 21 Agosto, Cod. del Piovego, c. 183: canale pubblico de Spignone; — 
id., c. 450: « rivo spurcile ». — Ed anche le acque in laguna, assai anticamente 
avevano nomi : 1064, Sett., R. : <« aqua que nominatur maurotarolesso ». 

(3) 1331, 18 Aprile, Gr. Ili, c. 25: Concedesi al monastero delle Vergini di 
ampliarsi per 100 passi (metri 175); i rivi però siano pubblici; — 1367, Gr. XVI, 
c. 77 t. : similmente a Nicoletto e Giorgio Sappa, a S. Rafaele, « non occupando 
Rivulum ». 




V ADIGE 

E LA SUA ROTTA (XVIII SETTEMBRE MDCCCLXXXII) 

AD ANGIAR1 - LEGNAGO 

NOTIZIE STORICO - ECONOMICHE COMPARATIVE 
RACCOLTE 
DAL PROF. F. DOTT. BOCCHI 
(Continuazione e fine. Vedi T. XXVI, pag. 271) 



VII. Apprezzamenti. 

104. Le vittime del disastro ingiustamente accusate d' im- 
pazienza. — Molti apprezzamenti mi avvenne di emettere nel 
corso del lavoro, ma riassumo qui i più importanti, quelli che 
toccano a più spinose questioni. Tener dietro a tutte le opinioni 
emesse in questo periodo, a tutte le accuse di tardanza e peggio, 
a t itte le sollecitazioni a far presto, a tutti i rimedi che da varie 
parti si suggerirono, sarebbe opera impossibile ; non posso però 
dispensarmi dal presentare qualche mio avviso su quanto si fece, 
e sul come si fece. È doloroso, è fomite d' indignazione il contrasto 
tra l'impazienza di chi si sente l'acqua alla gola e grida: aiuto! e 
T indugiare di chi o dissimula il male o non lo pesa abbastanza, e 
tituba sulle provvidenze da porre in opera. Chi siede in alto, fuori 
del pericolo d' essere soverchiato dalle onde, non comprende ab- 
bastanza che al tempo non va sempre data una misura uniforme. 
Ricordo un detto solenne, bellissimo, del Colletta il quale, narrato 
dei terremoti del 1783, che per molte scosse, ciascuna di pochi se- 
condi, nel corso di sette mesi sconvolsero Calabria e Sicilia, ne 
chiude la paurosa pittura dicendo : tempo infinito perchè misurato 
per secondi (Storia del reame di Napoli, II, xxvii). Così, se nella 
prospettiva d'una possibile durata dell'inondazione, cominciata in 
principio d'autunno, per tutta la primavera successiva, e de' fondi 
inseminati e delle case crollanti, e de' contagi facili a svilupparsi 



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nella decomposizione di tante sostanze organiche putrefatte, le vit- 
time del disastro paiono impazienti, inquiete, sdegnose, si voglia 
pensare die anche per loro il tempo, se non viene numerato per 
secondi, non lo viene nemmeno per anni o per mesi, ma per giorni 
e per ore, e ben a ragione. 

105. Imperizia pratica in affari di acque. — D' altra parte, 
quando si dice che alle rapide mutazioni de' nostri fiumi non tiene 
dietro abbastanza la scienza, che ai grandi bisogni fluviali non 
soccorrono condegnamente gli uomini, e che anzi gli uomini man- 
cano, bisogna aver presente che un fatto come quello del Settem- 
bre 1882 ha pochi e forse nessuno riscontro storico, tranne forse 
nel diluvio del 589 (v. s.); e che dinanzi a catastrofi sì improv- 
vise, estese, immani, come la recente, anche i più grandi scien- 
ziati si troverebbero a disagio. Perchè natura si piega, o sembra 
piegarsi a lungo, e subire il giogo della scienza, ma di tanto in 
tanto si rialza vigorosa, quasi a protestare contro 1* audacia u- 
mana — Audax Japeti genus — che vuol farle violenza ; ed i mo- 
menti di sua rivincita sono veramente terribili. 

Ciò spiega in parte, ma non iscusa del tutto, le indecisioni nei 
provvedimenti, le contraddizioni negli ordini, le lentezze nell* ope- 
rato ; in parte, dico, perchè è anche troppo vero non essere sempre 
presente a chi amministra gli affari delle acque, che non basta pre- 
porvi valenti idraulici, se non siano anche ben fondati. nella storia 
locale delle acque. A siffatti pratici non sarebbe caduto in mente 
mai, p. es., che l'apertura della Botte Pignattin sottopassante (v. s.) 
Fossa Polesella, potesse sollevare gli inondati del bacino padano, 
e non piuttosto produrre un rovinoso squarcio in ambedue quegli 
argini ; essi avrebbero preveduto con sicurezza la via che terreb- 
bero le acque d' inondazione (senza bisogno di domandare, ad 
inondazione già avvenuta, quanta sia la larghezza media di quel 
bacino) e misurato un po' meglio gli effetti del taglio di Fossa Po- 
lesella. 

106. Molta ignoranza in fatto d'acque. — E viceversa, troppi 
sono coloro che in simili casi vogliono farla da maestri. A parlare 
delle acque è necessario un corredo di notizie e storiche e topo- 
grafiche non comune, e V ignoranza dei più, congiunta al dolore di 
vedersi vittime dell' immane disastro, fece si che molti nel censu- 
rare l'operato degli idraulici e delle autorità, nel proporre rimedi 
al più facile smaltimento delle acque, dessero in sì colossali sva- 
rioni da destare, in tutt' altro momento, le più grasse risa. Era in- 



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vece da deplorare, col danno immenso, la non minore sicumera 
nei falsi giudizi, tanto più presuntuosa quanto più ignorante ; di 
che malaugurati risentimenti verso paesi e persone imputati di 
aver voluto salvare sè medesimi, rovinando altrui, e cercare in 
qualche cittadino de' più onorevoli il capro emissario, non dico del- 
T altrui colpe ed imperizie, ma di quei fatti, di cui sono imputabili 
soltanto le forze della natura, 

107. De! taglio di Fossa Polesella. — Il taglio del 1 Ottobre 
di Fossa Polesella, segno a tante maledizioni, non era un fatto 
nuovo. Certo di molti tagli artificiali e d' inondazioni procurate 
dalla mano dell' uomo per barbare ragioni di guerra e di vendetta, 
ci offre esempi la storia nostra, ma altresì di molti tagli eseguiti 
ed alla Fossa stessa, ed air Adigetto in vari punti, ed allo Scor- 
tico, ed alla strada Salvadega, e ad altri traversagli, in vari tempi, 
non da mani ostili, ma dalla provvidenza di vari governi ad impe- 
dire mali maggiori. 

Che se a mezzo Gennaio 1807 Napoleone I, pressato dal suo 
stato maggiore al taglio della rosta Castagnaro, per assicurare 
l'ala dell' esercito francese, minacciata dall' Alvinzi su tutta la li- 
nea dell'Adige, vi si rifiutò allegando la morale e V umanità che 
vietavano alla sua coscienza una simile devastazione (CommenL 
di Napoleone, Brusselles, 1827, voi. Vili;, ciò non ha che fare col 
caso nostro ; chè allora sarebbesi trattato di sola ragione di guer- 
ra, mentre qui, a favore del taglio, militavano ragioni idrauliche e 
d'umanità a renderne il danno men grave. 

108. D'una mia inesattezza sul taglio di Fossa Polesella. — 
Ringrazio l'egregio avv. Vanzetti d'avermi avvertito (nel gior- 
nale La Venezia, 1883) essere io caduto in una inesattezza, as- 
serendo nel mio Trattato Geografico (pag. 395) che nel 1677, in 
occasione della rotta di Spilimbecco, siano stati tagliati gli argini 
si destro che sinistro di Fossa Polesella. — La cosa peraltro è in- 
certa. Vero è che nella Storia Agraria parlasi solo del taglio della 
sinistra sponda; ma l'avere io trovato in memorie domestiche che 
in quell'anno fu inondato l'Adriese, mi permette di sospettare che 
fosse tagliato anche il sinistro. In istudi come i miei è del resto 
talor troppo facile incorrere in inesattezze; fra tanta farragine di 
memorie da me frugate per quarant' anni (come per altri due secoli 
innanzi avevano fatto i miei maggiori) è quasi impossibile citare 
appuntino ogni fonte. Non mi torna alla mente ove in casa mia 
trovisi la memoria dell' Adriese inondato nel 1677 (erano si fre- 



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quenti tali inondazioni!), certissimo tuttavia d'averla avuta sottoc- 
chio. — Ad ogni modo, ancorché non siasi eseguito il taglio del- 
l' argine sinistro di Fossa Pole3ella nel 1677, poco monta, e perchè 
già ancora si fece quel taglio, e se ne fecero tanti altri analoghi ; 
nè certo queir abbaiamento che sono gli argini di Fossa Polesella 
hanno mai conseguito il privilegio favorevole di essere rispettati 
più che noi fossero tant' altri meno dannosi e meno innaturali ; 
come non ispetta il privilegio odioso ai 36,000 ettari de* Consorzi 
Padani coi loro 60,000 abitanti, di restare sommersi fin sopra i tetti 
delle case civili, per salvare, se è possibile, altri consorzi, che na- 
turalmente devono dividerne il danno. 

E dico : se è possibile, perchè una grande disalveazione del- 
l' Adige non sarà mai dato contenerla lassù; e il tentarlo sarà 
sempre a maggior danno sì dall'una che dall'altra parte, come 
dimostreremo. 

109. Ancora del taglio di Fossa Polesella; esempi. — Infatti 
nel 1801 Taverne lasciato in piedi gli argini rese poi la catastrofe 
più estesa e spaventosa; nel 1807 il tagliarli a tempo rese men 
gravi i danni ; nel 1882 fu, sotto il punto di vista idraulico, uno 
sbaglio il tagliarli troppo tardi. Quando l'immane pondo della rotta 
accennava ad invadere il bacino padano, subito allora bisognava 
apparecchiargli la via, non aspettare che, in colonna sì elevata, a 
quegli argini si accollasse. Infatti, col taglio del 1807, l'allaga- 
mento si avanzò pacifico, sfiorando case e campagne ; ma questa 
volta il taglio rovinò molte fabbriche a Pontecchio, ed altre ben 
robuste al di là della Fossa in Frassinelle. In cinque giorni il ta- 
glio divenne uno sbocco di quasi 300 metri, il corso della Fossa si 
fè violento, vorticoso ; V arginatura minacciò rovinare tutta, spe- 
cialmente alla Colorabara, superiormente allo sbocco, ove l' acqua 
travolse la parte anteriore di essa ; l' inondazione superiore si 
precipitò per cinque o sei sbocchi dell' argino destro della Fossa, 
squarciato anch'esso poco dopo il taglio del sinistro ; e tutte que- 
st' acque s' accavallarono spumeggianti nel bacino della Fossa, 
confondendosi là dove l'immane sbocco sinistro le attraeva, per 
riversarle nel paese sottoposto ; spettacolo orrendo che non ha 
forse riscontro in altre rotte (cfr. il giornale L" Euganeó). 

110. Lagni sul contegno delle autorità riguardo al taglio me- 
desimo. — E così duole il vedere che dei due documenti ufficiali, 
il Decreto prefettizio e la relazione della Commissione sui provve- 
dimenti da prendersi a scaricare le acque (v. s. 30 Settembre) si 



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facesse dapprima un secreto, giacché la nota prefettizia 5 Ottobre 
n. 600 dichiara alla presidenza del Consorzio di circostanza fra i co- 
muni e consorzi inferiori di Fossa Polesella, non potersi dare co- 
pta a privati e corpi morali di decreti deW autorità pubblica 
emessi per misura d' ordine pubblico ; e V ufficio governativo del 
Genio Civile (con nota 6 Ottobre n. 3538, diretta alla stessa pre- 
sidenza) dichiara non poter rilasciare copia della citata relazione, 
perchè essendo alio interno di speciale Commissione, non po- 
trebbe V ufficio, anche essendone a cognizione, portarlo a pub- 
blica conoscenza ; mentre invece pochi giorni appresso il ministero 
ne dava ampia pubblicità nella Gazzetta del Regno (10 Ott., ri. 237, 
parte ufficiale). Duole riscontrare nel parere degli Ispettori e nel 
Decreto del taglio assai cose non vere (cfr. Discorso del Deputato 
Tenani 17 Dicembre 1882), e che gli effetti del taglio stesso fos- 
sero opposti agli sperati da chi lo decise. Infatti la faccia dei luo- 
ghi non fu mai visitata dagli Ispettori ; il Po non era più alto 
delle acque d'inondazione, ma al momento del taglio più basso 
m. 0.30, il mattino successivo 0.50, tant' è vero che il mattino del 
2 si apersero i sostegni di Fossa Polesella ; non v' erano gravi 
sconcerti nell'argine sinistro e ne' manufatti; si voleva evitare l'ir- 
rompere delle acque della rotta da quell'alveo pensile; si avvisava 
che le acque del Cb. si sarebbero riversate per rigurgito per le 
bocche del taglio, e che, abbassate, sarebbero rientrate lentamente 
nell'alveo quelle dell'inondazione; ed invece si dovea presagire 
evidente che, appena fatto il taglio, l' argine opposto, il destro, si 
sarebbe sfasciato; ed infatti in brev'ora vi si fecero più rotte, onde 
precipitarono dall' argine sinistro della Fossa, commiste e da ogni 
parte, le acque si della rotta superiore che del Cb. e della Fossa, 
con impeto e rovina che non ha esempio. Si avvisava che gli argini 
del Cb. potevano essere mantenuti e che le acque dal taglio avreb- 
bero trovato facile via al mare, e pochi di appresso avvenne quella 
serie luttuosa di tracimazioni e rotte di cui ho parlato, e precisa- 
mente 17 in Cb., 2 in Canal di Loreo, 10 in Po di Levante, 12 in 
Adigetto; 41 rotte in tutto! E così, non illesa la parte inferiore 
della provincia, non la sponda sinistra del Cb., che si doveva e 
poteva in qualunque caso risparmiare; anzi invaso anche il Ca- 
varzerano (Provincia di Venezia), senza l'eroica difesa del Ca- 
mozzon (dovuta più che altro ai privati), 1' acqua sarebbe rigurgi- 
tata su Rovigo e facilmente più in su, coir allagamento dell' intera 
provincia. 



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111. Altri lagni sul contegno delle autorità. — Duole vedere 
altresì che mentre già si voleva il taglio di Fossa Polesella, e lo 
stesso ministro Baccarini ne aveva accennata la necessità fin dal 
22 Settembre (L' Opinione, giornale, 18 Dicembre, n. 346), si fa- 
cesse credere il contrario e si dicesse, proprio a Polesella, che il 
Governo promederà a chiudere le rotte, non ad aprirne di 
nuove. Alla richiesta di tagliare parte dell'argine destro di Cb. 
sul territorio di Frassinelle, già tutto sommerso, per togliere alla 
sinistra minacciata V urto pericolóso della corrente, fu risposto 
che il governo pensa a costruire argini non a demolirli, e all' ar- 
gine sinistro si fece un lavoro di 60,000 lire. Ed anche si ordina- 
rono ed eseguirono difese all' argine sinistro di Fossa Polesella 
con sottobanche, e, proprio nella notte antecedente a quella del 
primo Ottobre, numerosi carrucolanti difendevano quest' argine 
votato al taglio, che doveva essere eseguito poche ore dopo per 
ordine superiore (v. s.). 

Troppo tardi si fece anche il taglio della rosta Bosaro, e 
quando già, per la lunga dimora e straordinaria elevazione delle 
acque che salirono perfino sui fienili e nei granai, i maggiori danni 
erano recati, e ne riusciva più rovinoso il deflusso nel bacino po- 
lesano destro. 

112. il taglio di Fossa Polesella fu necessario. — Contutto- 
ciò, riconosciuto che fu errore gravissimo tagliare gli argini della 
Fossa Polesella quando già ogni danno possibile ed imaginabile 
era venuto ai Padani, e quando il danno ai Polesani era di vera 
rotta, perchè vi si precipitò un torrente anzi più torrenti devasta- 
tori (La Venezia, giornale, 13 Ottobre, n. 284), è certo tuttavia 
che abbandonare alla sorte a chi dovesse toccare il disastro, è tesi 
nel caso nostro insostenibile. Reggerebbe ove fosse stato almeno 
probabile o di arrestare l'inondazione al bacino padano, o di tro- 
vare una misura meno dannosa, o quando fosse stato possibile as- 
sicurarsi che non sarebbe tornato più rovinoso l' abbandonare al 
destino la decisione. Nulla di tutto ciò. Senza il taglio di Fossa 
Polesella sarebbe stato immensamente più grave il danno. Qui si 
tratta di fatti certi non di calcoli presuntivi. Dato che la portata 
media della rotta sia stata di soli 500 metri cubi al minuto secondo 
sino alla fine di Novembre (e fu certamente maggiore), ne viene che 
in questi 73 giorni scesero dall'Adige oltre tremila milioni di me- 
tri cubi d'acqua. È possibile che il solo Cb. potesse smaltire massa 
si enorme? Allorché colla rotta di Cao de Marina del 10 Ottobre 



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6t 

T allagamento prese la sua massima estensione, si avevano (v. s.) 
tra il basso Veronese e Mantovano, ed il Polesine e parte del 
Veneziano, circa 100,000 ettari inondati, cioè una superficie di 
metri quadrati circa mille milioni, a cui dando una profondità 
media di soli metri 2 (che certo fu maggiore) abbiamo la presenza 
contemporanea di oltre duemila milioni di metri cubi d* acqua. È 
egli possibile che tanta massa potessero rattenere gli argini di Fossa 
Polesella, in un territorio di poco oltre metà dell'accennato (appena 
60,000 ettari?) (v. s.). Sarebbe statò necessario elevare gli argini 
di Fossa Polesella ad una misura favolosa, e — data anche que- 
sta — il danno dei terreni superiori si sarebbe enormemente ac- 
cresciuto. 

1 13. Che sarebbe avvenuto per una rotta a sinistra del Cb. 

— Poteva bensì avvenire che prolungando la resistenza a Fossa 
Polesella, lo sfogo inevitabile delle acque si facesse invece all' ar- 
gine sinistro di Cb. tra il Pizzon di Fratta ed Arquà, com* eravi di 
già la minaccia. In tal caso danno assai maggiore sotto ogni ri- 
guardo ne sarebbe derivato, anche posto che V allagamento si 
fosse potuto limitare alla sola isola tra lo Scortico e Punta Stra- 
mazzo. Quest'isola è di poco più estesa e di molto più popolata che 
quella a destra. Ciò si noti bene, mentre fu pubblicato erronea- 
mente il contrario. Infatti risola a destra, quella che chiamai 
Gavellense (v. s. n. 74), si estende ettari 17,000 e contiene abi- 
tanti appena 30,000, mentre quella a sinistra che chiamai di S. 



Stefano con annessi retratti, s'estende jul ettari 17,400 e com- 
prende quasi 40,000 abitanti cioè: 

La maggior parte del Comune di Fratta . con abitanti 3000 

» » » Costa . » 2500 

Tutto il Comune di Villamarzana ... » 1717 

» Arquà » 3154 

» Grignano » 2734 

» Borsea . . t . . » 1377 

La parte destra del Comune di Rovigo con circa abitanti 5000 

Tutto il Comune di S. Apollinare . . . con abitanti 2589 

» Ceregnano .... » 2604 

» Villadose .... » 3482 

Gran parte di Fasana » 1300 

Gran parte del Comune di Adria. ... » 10,000 



(comprese le più popolose ed importanti frazioni rurali) — 

che sommano appunto 39,457 



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E si sarebbe poi limitato a quest 4 isola 1' allagamento \ Mai no : 
l'acqua sarebbe corsa su Rovigo e Lendinara (1) nè l'argine di 
Adigetto avrebbe potuto resistere. 

Si disse che per opportuni tagli fatti all' Adigetto si sarebbe 
potuto mandarne Y acqua in Adige, e così chi osteggiava tanto il 
taglio di Fossa Polesella, avrebbe propugnato quelli d' Adigetto, 
estendendo l' allagamento alla penisola di S. Giustina ed ingrossan- 
do 1' Adigetto medesimo. 

Ed anche senza i tagli artificiali all' Adigetto, coloro i quali so- 
stengono che la rotta dell'argine sinistro di Canalbianco sarebbe 
stata men dannosa del taglio di Fossa Polesella, hanno pensato 
che cosa sarebbe accaduto quando l' acqua della rotta si fosse in- 
golfata in quel lungo e strettissimo imbuto che si trova- tra Adi- 
getto e Cb., da Forcarigoli a Smergoncino, e quale spaventoso 
ringorgo avrebbe fatto Adigetto in Canalbianco, in Cavanella, in 
Canal di Loreo? Si prenda una buona carta del Polesine, e si 
veda se V angustia fatta a tanta massa d* acque a Punta Stra- 
mazzo non sarebbe stata ancor più esiziale che quella prodotta a 
Cavanella, e come sarebbero state poste a peggior condizione e 
Cavarzere e Loréo. Nel modo stesso poi che le acque della rotta 
a destra di Cb., sormontando l'argine destro di questo, determi- 
narono le rotte di sinistra, a più ragione le acque della rotta di 
sinistra, sormontato l'argine sinistro, avrebbero determinato nuove 
rotte a destra coli' allagamento di quel bacino che si vorrebbe far 
credere sarebbe stato salvato colla rotta del Cb. a sinistra. — È 
dunque erroneo affatto ciò che si scrisse, che la difesa di Fossa 
Polesella avrebbe salvato da rotta mille volte più esiziale, che se 
si fosse verificata a sinistra del Canalbianco. 

1 14. Ancora del taglio di Fossa Polesella; se dovea tagliarsi 
r argine del Gigante o farsi altri tagli. — Nessuno più di noi è di- 
sposto a compatire gli erronei concetti che l'immane sventura in- 
dusse in coloro che se ne videro vittime ; ma ora, subentrata la 
calma e la riflessione, si deve riconoscere che il taglio , di Fossa 
Polesella fu bensì fatto troppo tardi, ma che sarebbe stato tuttavia 
più dannoso il non farlo ; e che tagliare contemporaneamente a 
Fossa Polesella V argine sinistro del Cb. sarebbe stato non divi- 
li) Si ricordi che nel 1844 la rotta di S. Martino di tanto più bassa e di 
sì minore portata, impedita per poco da un tratto di terreno più consistente 
a sinistra della breccia, angustiata inferiormente tra l'Adige e 1 T Adigetto, 
salì di ringorgo a lambire Rovigo e Lendinara. 



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dere il danno, ma estenderlo ; che nel primo caso natura, nel se- 
condo T arte avrebbe rinnovato la catastrofe del 1801 (v. s.), da cui 
non fu risparmiata nè destra nè sinistra di Cb. (cfr. artic. del gior- 
nale L'Euganeo, inserito nel Veneto Cattolico, n. 227, 7 Ottobre). 

Se era quindi inevitabile il taglio di quell'innaturale abbaia- 
mento, dell' acque di una rotta superiore, che è la Fossa Polesella, 
non altrettanto può dirsi dell' argine del Gigante, che non fu ese- 
guito mai, come molti a buon fine, ma senza cognizione di causa, 
agognavano. 

L' argine del Gigante (v. s. n. 78), sito poco sotto la Pioppa, 
in quell'angustia ove sono tanto vicini Po grande e Po di Le- 
vante, difende un ben ristretto territorio, e tagliarlo avrebbe dato 
un minimo sollievo, perchè a pochissima distanza a valle di esso 
sono i cordoni littorali che abbarrano tutto il tratto dal Po 
grande al Po di Levante, e precisamente da poco sotto la villa di 
Taglio sin quasi a Cao de Marina ; laonde unica strada alle acque 
sarebbe pur rimasto il Po di Levante, con breve spazio a destra e 
sinistra del medesimo. 

Competenti persone opinarono che, dato per inevitabile 1' alla- 
gamento del bacino destro a valle di Fossa Polesella, sarebbe stato 
anche possibile risparmiare il taglio della Fossa medesima, ta- 
gliando invece l'argine destro di Cb. sotto Adria, anzi sotto la lo- 
calità stessa di Piantamelon, apparecchiando prima i tagli ad ambo 
le sponde del naviglio Cavanella, perchè così l'allagamento di quel 
bacino sarebbe proceduto di ringorgo e quindi meno furioso e meno 
devastatore; — sebbene sia a dubitare che troppo lento ne sareb- 
be venuto il sollievo alla gran massa delle acque raccolte nel bacino 
padano, per impedire contuttociò la rotta di Fossa Polesella o degli 
argini a sinistra del Cb. Si disse anche, che l'avere ritardato il taglio 
di Fossa Polesella va giustificato, almeno dal punto di vista econo- 
mico, perchè i nove giorni corsi dal 21 Sett., quando le acque co- 
minciarono ad accollarsi a Fossa Polesella, sino al 1 Ottobre, for- 
nirono il mezzo di porre al sicuro, grani, foraggi, animali, masse- 
rizie; ma si risponde che la misurata discesa delle acque non 
avrebbe tolto nemmeno questo vautaggio, e che le rovine prodotte 
dall' impeto della discesa furono tali da non trovare compensazione 
(Cfr. n. 109). 

115. Breve digressione intorno le valli d'Adria. — Ora, 
dopo chiusa la rotta di Legnago, si stanno anche chiudendo le altre 
rotte; lo fu quella di Cabianca; si sta facendo lo stesso nell'Adi- 



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getto ; Loreo emerge dalle acque ; le inondazioni a destra e sinistra 
del Canalbianco vanno' decrescendo : ma le condizioni del Comune 
di Adria, specialmente nei 2776 ettari (campi oltre 7000) presso- 
ché suburbani delle ricchissime valli d' Adria, son tuttora tristissi- 
me colla minaccia di perdere tutti i raccolti del 1883. Per vecchi 
convegni questo comprensorio è traversato dallo scolo del Con- 
sorzio Valdentro e Canda, che forma la parte maggiore dell'isola 
tra Castagnaro e Scortico (v. s. n. 73-74). Questo scolo, munito di 
forti ed alti argini, in tempo d' acque grosse, quando non può de- 
fluire nel Cb., è obbligato da que' convegni a tenere imbrigliate 
le sue acque per varie dighe intermedie, mediante panconature, 
F ultima delle quali al Ponte de' Roveri sul Camozzon (v. s. n. 76). 
Inferiormente a questo, l'allagamento prodotto dalla rotta di Ca- 
bianca (v. s.) squarciò in due punti anche gli argini del Valden- 
tro. Quelle panconature intermedie, impedendo il deflusso delle 
acque dello scolo Valdentro, produssero h> qualche più basso tratto 
di quel Consorzio un lieve allagamento ; per cui i rappresentanti 
del Consorzio medesimo domandarono ai rappresentanti del Con- 
sorzio Valli d' Adria che fossero levate le briglie intermedie, al- 
l' uopo di scaricare le loro acque nel bacino delle dette Valli. Fu 
risposto agli instanti che chiudessero le rotte del loro emissario, 
perchè le acque loro potrebbero così defluire nel collettore co- 
mune, il Cb., essendo irragionevole che le acque superiori di Val- 
dentro venissero, per le aperte rotte del loro colatore, ad elevare 
il livello della rotta nelle valli d'Adria. Ma col pretesto che 
quelle rotte non si possono chiudere per mancanza di terra, s' ot- 
tenne dalla pubblica autorità di levare la briglia (cavedone) al 
Ponte dei Roveri. Pretesto, dico, perchè la terra non manca. Si 
pose in campo, al solito, l'ordine pubblico, la pubblica igiene, 
quasiché tali santissime mire d' ogni buon governo debbano essere 
lettera morta per chi ha maggior ragione d' invocarle. Qui stanno 
di fronte un danno relativamente lieve ed uno gravissimo; perchè 
le Valli d ? Adria, costrette a portare quest' aggiunta d' acque non 
proprie, sono impedite di dar moto alle macchine idrovore, che, 
nelle più favorevoli coudizioni, non potranno asciugare i fondi 
cui servono che in cinquanta giorni. Ma fallaci argomenti non 
permisero di vedere il gravissimo danno del più vasto e popo- 
lato Comune della provincia, il quale è minacciato di perdere, se 
non si ritira quella concessione, tutto il raccolto dell' anno. Così 
sovrasta la fame de' piccoli possidenti e di migliaia di lavoratori ; 



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senza contare la più seria minaccia della malaria in suolo che dal- 
l' asciugamento artificiale soltanto riconosce la salute. — Intanto 
stagnano le acque nelle Valli d' Adria ; i brevi tratti, che a rilento 
ne emergono, appaiono ricoperti di fitto velo di materie vegeta 1 ! 
dal verde carico al giallicio con varie gradazioni, e sono le alghe, 
i licheni ed altre crittogame, utili bensì quasi concime, ma perico- 
lose all' aria, perchè è da loro che si sviluppano le cellule conte- 
nenti in quantità strabocchevole il germe di que' microzoi che og- 
gidì la scienza riconosce comunemente come produttori delle ma- 
lattie contagiose. E checché ne sia, certo è che qua e là, smoven- 
dosi il terreno ove stagnarono a lungo le acque, n' esce odor si 
fetente come se fosse esalazione d 1 un pozzo nero. E siamo al prin- 
cipio d* inverno ! Ove non si faccia presto F asciugamento, e non 
si smuova quel suolo ripieno di germi letali, al riscaldarsi della 
stagione saranno inevitabili le malattie contagiose. 

116. Accenno a varie altre questioni e provvedimenti. — 
Dopo questo, non mi vorrò occupare ex professo di questioni giu- 
ridiche, economiche, finanziarie ed anche politiche, che dai fatti 
esposti possono rampollare ; tacerò, che ritengo certissimo doversi 
considerare i danni cagionati dal taglio di Fossa Polesella, come di 
spropriazione forzata, ed esservi diritto a chiederne rifusione. Infatti 
se anche il taglio fosse stato fatto a tempo opportuno, e colle de- 
bite cautele (che certo noi fu), da togliergli il carattere d* una vera 
rotta artificiale, alle vittime del disastro, fatto nascere apposta per 
salvare altri e per evitare danni maggiori, non può negarsi diritto 
a risarcimento. Si consideri o no provocato da forza maggiore, 
del fatto umano volontario è responsabile chi l' ha eseguito. 

Tacerò pure, che è troppo poco l' aver sospeso alcune impo- 
ste, e che urge sopra tutto dare con mutui facili, a lieve interesse e 
lunghe scadenze, il mezzo ai minori possidenti ed ai fittanzieri di 
riparare al grave sconcerto subito, e mandare avanti alla meglio 
la loro azienda ; mentre già ingordi speculatori si lusingano forse 
di elevare il prezzo de' loro capitali e deprezzare i nostri fondi e 
ingoiarseli. Occorrono provvidenze oculate e pronte a tarpare le ali 
ad affamati avoltoi, a vampiri assetati, de' quali pur troppo ab- 
bonda anche la nostra provincia. I nostri fondi, periodicamente 
sottoposti a simili flagelli, non hanno per questo diminuito il loro 
valore ordinario. 

117. Come fii trattata Adria durante il disastro. — E qui, 
nel chiudere questa breve mia digressione, non posso impedire 

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uno sfogo di dolore e di giusto risentimento pel poco conto in cui 
si mostra tenere questo che è — si voglia o no — il più impor- 
tante Comune della provincia. Lasciamo stare le velleità di cam- 
panile ; rassegniamoci pure a vedere assorbito il nome più illustre 
nel secondario; i tempi sono mutati, si subisca la mutazione dei 
tempi, certi che altre mutazioni sovrastano, e che per un' epoca 
non lontana si van maturando de' curiosi voltafaccia della fortuna; 
ma quello a cui non ci possiamo rassegnare, quello che ci trafigge 
assai è il vedere trattato a paro dell' infimo de' comunelli questo 
che fu il centro dell'immane disastro ; questo ove gli effetti se ne 
risentiranno più a lungo e più gravi. — S' ebbero le visite, se non 
altro confortatrici, dell'illustre maggior generale Guaita, ma nes- 
suno di que' sopracciò, dalla cui scienza e pratica si libravano le 
nostri sorti, visitò mai di proposito questi paesi. Ci vennero bensì 
i deputati della provincia al Parlamento, appena eletti; e, la- 
sciando da parte i nostrali che potevano nutrire un' idea pre- 
ventiva del nostro stato, domandate all' esimio, all' umanitario 
D. r Bertani se lo spettacolo che gli si offerse da Adria a Loreo 
fosse tale, che la più fervida fantasia appena avrebbe potuto ima- 
ginare possibile. — Invece que' sopracciò, seduti sulle comode loro 
scranne, senza conoscere la faccia de' luoghi, decidono delle cose 
nostre ; nel conflitto degli interessi non fanno precedere alle loro 
deliberazioni l'audizione di tutte le parti ; operano a caso; ingannati 
talvolta da fallaci informazioni, fanno prendere dalle pubbliche au- 
torità, per quanto animate delle migliori intenzioni, deliberazioni 
inconsulte. Peggio ancora; se talvolta, vinta la pazienza, si 
osa alzare la voce della ragione, si arrischia di incontrare sdegno 
e derisione, o di essere trattati quasi da turbolenti. Ma vivaddio! 
bisogna pur alzarla la voce, perchè è logicamente assurdo e mo- 
ralmente ingiusto imporre silenzio in nome della cittadina concor- 
dia e della fratellevole abnegazione, invocandole a tutela di qua- 
lunque trascuranza, di qualunque sopruso. 

Vili. RlMEDII 

118. Necessità dei rimboschimento delle montagne. — Mi 

resterebbe di accennare ai rimedi, ma ne parlai in altre mie opere 
(Cfr. Vicende de* tronchi inferiori del Po ; — Del Po in reta - 
zione alle Lagune; — Cronaca idrografica della bassa vallata 



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6? 

padana ; — inoltre Torelli, Causa delle piene, pag. 6, Roma, 
Cotta, 1873); nè vorrò ripetermi. Pochissimi cenni adunque. 

Rimboschiamo! questo grido echeggia oggidì da un capo al- 
l'altro d'Italia, e svilupparne i motivi è ormai portar acqua al 
mare. Tutti sanno la superficie frondosa de' monti temperare la 
violenza delle piove che cadono sulla montagna, più che al piano, 
forti e dirotte; — le molteplici radici, formanti il sottosuolo d'una 
estensione boschiva, allacciare il terreno ed impedirgli le frane; — 
il fogliame caduto dagli alberi, i muschi, i funghi, l'erbe, tutte le 
vegetazioni favorite dal bosco, col terriccio formato dalle loro de- 
composizioni, rendere il suolo più permeabile alle acque, e quindi 
sempre più difficile lo scolo di queste al basso. Bisogna dunque 
rimboschire il dorsale apenninico ed il versante alpino del sud, per 
impedire od almeno attenuare i disastri. È opera lunga? lenta? — 
Si ; ma bisogna pur cominciare. Certo, a rimboschire soltanto ciò 
che mezzo secolo di vandalismo militare, di cupidigia umana, di 
voracità d'animali guastarono, non basterà un quarto di secolo e 
più centinaia di milioni; nel. qua! periodo, dal disgelo primaverile 
alle piove autunnali, ponno accadere molte inondazioni disastrose 
al bacino padano, nonché agli altri minori d* Italia, e quindi, comin* 
ciando a rimboschire, bisogna anche provvedere ad altre misure. 

119. Altre provvidenze che devono accompagnare il rimbo- 
schimento. — Abbiamo avuto un decennio d'inondazioni rovinose, 
e non v' ha causa naturale che più di questa concorra all' abbassa- 
mento della ricchezza nazionale. Pur troppo la maggior parte del 
bacino montano dell' Adige non ci appartiene, nè l'opera nostra 
può estendersi lassù ; ma gli stessi motivi militano da una parte e 
dall' altra, ed anche lassù si cominciò a por mano seriamente al- 
l' opera stessa del rimboschire : opera alla quale va dato il carat- 
tere di nazionale difesa (dr. Il Tempo,n. 5947, Ven., 3 Nov. 1882), 
elevandola a paro dello sbarramento de valichi alpini, delle grandi 
corazzate, dell' ordinamento degli eserciti, e più ancora ; perchè 
una rotta costa assai più d' una battaglia perduta. Ma bisogna stu- 
diare assai per adattare l' opera al nostro sistema idrografico. Nel- 
l' Italia, che fu pur madre della scienza delle acque, l' idrografia 
trovasi ora in Uno stato primordiale ; V accentramento, ne' riguardi 
delle acque, è sorgente di gravi guai ; le provvidenze del governo 
non ponno scendere alle minime suddivisioni, e il nostro sistema 
idrografico è per gran parte un' incognita. Fiumi, torrenti, riviere 
si conoscono soltanto quando formati, cioè in condizione di nuocere, 



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non nei loro fattori ; la notizia dei bacini e sottobacini è ancona ilri 
desiderio : bisogna farne lo studio e coordinarvi il rimboschimento. 
Può dirsi che diboscamento e trascuranza dell' idrografia nazio- 
nale sono due precipui determinanti delle inondazioni. Utili V opere 
d' arte a prevenirne o modificarne V impeto ; utilissima 1' istituzione 
di numerose stazioni meteorologiche e pluviometriche, ma in capo 
a tutto bisogna porre la silvicultura, coordinando il ripristino delle 
vecchie e la creazione di nuove selve alle grandi linee idrografiche 
formate dalla natura. Senza ciò l' Italia sarà sempre aperta al più 
barbaro degli invasori — le acque; — e qualsivoglia lavoro a fre- 
narne T impeto sarà trastullo puerib in mano di mostruoso gi- 
gante. 

120. Speciale condizione del Veneto rispetto alle acque. — 

È necessario ancora che il governo ricordi, trovarsi il Veneto ri- 
spetto alle acque in condizione eccezionale. Vi occorre un servi- 
gio idraulico speciale (Cfr. Mem. del sen. Gadda nel Politecnico* 
1879, e cit. Bullett. n. 39) ripartito per bacini. Nell'affare delle 
acque, gì' interessi da tutelare s' estendono oltre la cerchia della 
provincia, assumono carattere più generale ed elevato. E sopra 
tutto al Polesine occorrono provvidenze peculiarissime per la sua 
postura fra i due maggiori fiumi d' Italia ; per la moltiplicità de' suoi 
canali di scolo, di navigazione, d'irrigazione; pe'suoi molti — anzi 
troppi — ed importanti consorzi ; per 1* influenza reciproca del- 
l' une suir altre acque ; per le collisioni fra le esigenze della navi- 
gazione e quelle dell' agricoltura. 

L' Adige, più che qualunque altro fiume del gran bacino pa- 
dano, è in condizione affatto artificiale ; sostenuto dai conati del- 
l' arte umana per lunghissima via, pensile fra argini altissimi e di 
terra leggerissima, facilissima ad infiltrazioni e corrosioni, agogna di 
vagare sulle fertilissime campagne del basso Veronese e Padovano, 
e del Polesine, ove tende a ricongiungersi col Po a dispetto della 
scienza, la quale non consente che un fiume s'unisca ad altro fiume, 
quando ne sia diversa la pendenza, e convogli materie non omo- 
genee nella mole e nelle parti che la costituiscono (Lombardini, 
Guida cit., art. Vili). 

121. Sarebbe meglio secondare la tendenza dell'Adige? Dif- 
ficoltà di reggerlo. Bisogna sopprimere Fossa Polesella. — Però 
di fronte a sì decisa, costante, secolare tendenza non sarebbe bene 
studiare il progetto dell' illustre Jervis, non così da creare un nuo- 
vo diversivo all' Adige — che sarebbe improvvido rinnovamento 



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di ciò che con tanta cura e fatica si tolse — si bene d' immetterlo 
nel Po, abbreviando anche a questo la via ? — Decidano i dotti ; 
e, in qualunque ipotesi, pensino l'alzamento degli argini essere mi- 
sura affatto precaria e sorgente, in non lontano avvenire, di mag- 
giori disastri, per l'accrescimento della portata, della pensilità 
(mi si passi il neologismo) della caduta del fiume sulle sottoposte 
campagne. L'illustre Baccarini (v. V Opinione, n. 346, 18 Dicem- 
bre 1882) espresse in Parlamento nella seduta 17 Die. p. p. una 
terribile verità con dire, che il quesito idraulico dell' Adige si con- 
verte in economico, se cioè convenga meglio abbandonare al fiume 
i terreni coltivati, o difenderli sinché ciò è possibile. — Certo è 
inevitabile, al momento, sostenere il sistema arginale; ma poi, e 
in un avvenire che certo sovrasta a gran passi, che si farà? Rite- 
nuto che alle piene straordinarie ogni arginatura è impotente, v' ha 
però certe misure che senza dubbio attenuerebbero gli effetti d* un 
disastro. E per primo, togliere efficacia agli abbarramenti traver- 
sali, se buoni in qualche caso di piccole e quete acque, rovinosis- 
simi nelle copiose e violente, anzi causa precipua che imprime ad 
esse la distruggitrice violenza; e sopra tutto sopprimere affatto 
Fossa Polesella il più innaturale e funesto. È poco il dire che i 
Consorzi padani ne hanno pieno diritto, essi la cui condizione è 
fatta si infelice non tanto dalla natura, quanto da queir artificiale 
catena, che per quella viene imposta alle acque loro ; ma l' intero si- 
stema delle acque nostre ne avrà sollievo. 

122. Ed attuare un piano di nuova radicale bonifica del Po- 
lesine. — Non rechi sorpresa eh' io propugni la soppressione di 
Fossa Polesella, perchè ne verrebbe l'inutilità del sostegno Bosaro 
e la più lunga impotenza del Cb. allo scolo de' consorzi polesani, 
che 1' hanno per emissario comune. Si sa bene che la soppressione 
di Fossa Polesella si lega al progetto di nuovo canale, anzi di due 
nuovi canali, uno a destra ed uno a sinistra del Cb., che portino al 
mare tutte le acque della nostra penisola. Sono oltre ottant' anni 
che se ne parla e si studiano progetti ad incarnare la salutifera 
idea, o per meglio dire, che si ripresero studi già molto prima ini- 
ziati col pensiero della bonifica delle Valli veronesi. Vi furono i 
progetti Vandelli e Bertaglia, dell' Accademia agraria di Verona, 
di Canova e Roveda (1795), quello che va col nome d' un Lupati 
sindaco di Adria (1803), del Bonetti, del Tadini, del Masetti(vedi 
il Giornale dell' ingegnere archilello, n. 87, Gennaio 1855, pagg. 
333-347) ; e, più o meno modificando, altri ne ricalcarono l' orme 



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di recente, specialmente l'illustre Lanciani, Lodovico Paoli, il 
Marignani e gli egregi nostri amici Pagan e Scarpari. — Al 
progetto di questi nuovi canali bisogna attendere, giovato dalle 
recenti leggi sulle bonifiche ; non dormire ; parlar forte e senza 
posa, o il Polesine tornerà sede di stagni e canneti. 

133. Ancora della speciale condizione del Veneto in fatto 
d' acque e specialissima del Polesine. — Da ogni lato adunque si 
pare che non v' è analogia fra la nostra e l'altre provincie italiane 
ne' riguardi delle acque, e che v % occorre un unico regime, e che, se 
si vuole non solo progredire ma anzi non perdere delle fatte 
conquiste, è necessario dividere per provincie il servizio delle 
acque nel Veneto e in tutto il bacino del basso Po, fare del Po- 
lesine una provincia affatto d'eccezione (v. cit. Mem. del senat. 
Gadda, e cit. Bullettino n. 39, 20 Nov ). Riassumere in una mano 
il servizio del Genio Civile, al ministero dei lavori pubblici, non dà 
ancora un'unità direttiva (Bullett. c. s.): per la mutazione soltanto 
d' un relatore del consiglio superiore de' lavori pubblici può de- 
viare l'andamento d'un affare: chi vien dopo vuol trovare del 
nuovo e del diverso. Eppoi è necessario aver sott'occhio sempre le 
cose che vogliono diretta sorveglianza quotidiana e pronta auto- 
revole decisione, in tanta varietà di emergenti, in tanto cozzo di 
interessi differenti fra provincia e provincia, paese e paese. L' at- 
tuale sistema pecca dunque da un lato per troppo incentramento, il 
ministero; dall'altro per troppo discentramento, i corpi tecnici delle 
varie provincie. Occorre proprio un ufficio d' acque speciale pel si- 
stema padano, che n abbia nel seno uno specialissimo, imitando in 
ciò la sapienza della Repubblica Veneta per V Adige ; il quale uf- 
ficio dovrà necessariamente rivolgere un occhio di speciale prov- 
videnza al Polesine, ove, più di gran lunga che in qualunque altra 
terra del bacino padano, s' apre la prospettiva o di danni immensi 
o d' immensi vantaggi. 

124. Sulla necessità d'un ufficio superiore idraulico nel no- 
stro Stato. — Rettamente osserva il chiar. ingegnere Carlo Bac- 
caglini di Lendinara (in una sua lett. al Bertani, inserita nel giorn. 
La Venezia, anno Vili, nura. 20, 22, 23 del 20, 22, 23 Genn. a. c.) 
sul proposito della necessità d' un ufficio superiore idraulico, man- 
cante nel nostro Stato, per lo studio dei nostri gran fiumi, che il 
consiglio superiore de' lavori pubblici, sebbene composto di distinti 
ingegneri, di capi passati ispettori, non corrisponde allo scopo, 
perchè dai loro uffici precedenti chiamati sempre a studiare e prov- 



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vedere ad accidentalità pratiche, piuttostochè ad investigare le 
generalità costituenti la scienza. E ciò in quanto, per provvedere ra- 
zionalmente al regime d'un fiume, bisogna conoscerne a fondo l'in- 
dole e la natura, il bacino, le portate ne' vari suoi stati, la qualità 
e quantità delle torbide, lo stadio suo rispetto allo stabilimento del- 
l'alveo, se interrisca od escavi, e ciò se da monte a valle o viceversa ; 
esaminare gli effetti di ciascuna piena rispetto al detto stabilimento 
dell' alveo, ed il comportarsi del fiume rispetto alla foce : cose tutte 
eh' esigono lunghi studi ed un corpo d' ingegneri che vi sia co- 
stantemente ed esclusivamente addetto. Osserva non mancarci im- 
portantissimi dati sui nostri fiumi, suffragati dai nomi illustri di 
Bonati, Venturoli, Paleocapa, Lombardini ecc., ma che ci manca, 
quanto ai medesimi, la continuità, l'omogeneità, il completamento, 
nè con essi soli si può tener dietro alle variazioni avvenute che de- 
terminarono i miglioramenti od i peggioramenti del sistema del 
fiume. Osserva che autori egregi e studiosissimi difettano di dati 
sperimentali sicuri, costretti a raccogliere da fonti disparate, mon- 
che, incerte ('su di che porta ad esempio le deduzioni sulla portata 
del Tevere nella massima piena 1870, quando a Ripetta giunse a 
m. 18.50, che pel Venturoli sarebbe stata di 23.20, pel Vescovadi 
36.25, pel Canevari 33.90, pel Montanari da 42.75 a 47.50); essere 
doloroso che l' Italia, già maestra di questa scienza, debba ora ri- 
correre agli studi degli stranieri. — Deplora egli pure la questione 
dell' Adige legarsi colla politica, cioè trovarsi soggetto a dominio 
straniero il suo bacino di formazione, sebbene in suolo etnografi- 
camente e geograficamente italiano, ove occorrerebbero i maggio- 
ri provvedimenti, cosicché non solo non può esservi relazione nè 
unità d'intendimenti, ma forse discordia fra l'una e l'altra dire- 
zione de' due tronchi del fiume. Dubita che la rotta di Legnago 
apra una serie di sciagure, perchè portò un completo disalveamento, 
vuotando istantaneamente il fiume; di che, turbazione nelle condi- 
zioni dell' alveo, deposizioni enormi che non potranno essere aspor- 
tate dalle piene successive se non in virtù d'alzamenti enormi del loro 
pelo e quindi di nuove chi sa quali e quante sciagure. Non vede nè 
sa eh' altri veda rimedi di pronto effetto alle temute sciagure. 

125. Si deve modificare la legge che pone gli argini de' no- 
stri fiumi in seconda categoria. — Limpida conseguenza di tutto 
ciò n' emerge ancora, doversi modificare per noi radicalmente la 
legge sulle opere pubbliche che classifica i nostri argini fra le ope- 
re di seconda categoria, legge fatta il 20 Marzo 1865, prima cioè 



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che il Veneto s'unisse al regno (Luglio 1866), ed inconsultamente 
applicatavi, perchè non vi si adattavano i criteri che V avevano 
informata (Bullett. cit. 6 Die. n. 5 ; cfr. anche mio Saggio sul Ca- 
nalbianco III § 34 e segg.) Anche l'egr. ingeg. Baccaglini (let. cit.) 
riconosce T ingiustizia e V inattuabilità di tal legge per la quale 
in prima categoria, cioè a tutto carico dello stato, sono le opere de' 
fiumi che riguardano la navigazione ; in seconda, cioè per metà a 
carico dello stato e, per Y altra metà, un quarto della provincia 
o provincie interessate, l'altro quarto degli altri interessati, le o- 
pere di difesa e del buon regime idraulico del fiume. E benissimo 
paragona l'improvvida unificazione legislativa, l'accentramento fa- 
tale, che pretende adattare una legge a tutti i bisogni, a tutte le con- 
dizioni locali in Italia, ad urta camicia di forza che unisce invero le 
varie parti del corpo, ma, togliendo loro la facoltà di muoversi, le 
rende inoperose e dolenti. 

Io poi fin dal 1870 gridai l'allarme (Saggio citato, pag. 75 e 
seg.) alla prima notizia che il Consiglio di stato emetteva il voto^ 
che anche 1' opere per manutenzione di Po ed Adige fossero col- 
locate in seconda categoria. I recenti disastri ne palesano sempre 
più l' ingiustizia, e se il governo ne attenua gli effetti con partico- 
lari provvidenze, non basta ; non dee venir comè dono quello a cui 
s' ha diritto per il principio naturale dell' uniforme distribuzione dei 
carichi dello stato. È egli possibile mettere a carico delle provincie 
attraversate dall' Adige, e interessate a difendersi da esso, metà 
delle spese che si rendono ora necessarie ? è possibile moralmente, 
politicamente, economicamente, porre questa metà proprio a carico 
di coloro cui furono tolti gli averi, e che attirarono la compas- 
sione e la fraterna carità di tutta Italia e di tanti paesi anche stra- 
nieri ? 

Nè ci si venga a dire che anche la Repubblica Veneta lasciava 
a carico degli interessati tutte, o gran parte, delle spese delle acque ; 
F analogia non regge. Il governo di S. Marco, con premura vera- 
mente paterna, sapeva fare e doni e prestiti; un ben inteso sistema 
di servigi personali degli interessati rendeva assai più miti le spese; 
eppoi mitissime allora, quasi nulle, erano le imposte che oggi si 
direbbero erariali, sì dirette che indirette. 

126. Altre considerazioni a dimostrare l'assurdità della 
legge stessa : le spese di difesa de' fiumi nelle basse regioni di- 
pendono dal complessivo regime del fiumi stessi. — E sono poi a 
farsi altre considerazioni, *d' ordine non meno importante, a dimo- 



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strare V assurdità della legge del nostro regno. — Veneto, Ferra- 
rese basso, parte di Mantovano e Modenese, e specialmente Pole- 
sine, formano il gran bacino di scarico de' principali fiumi dell' alta 
Italia, dopo convogliati tutti i confluenti de' paesi superiori. In que- 
sti i fiumi sono ancora di natura torrentizia che per forte pendenza 
scaricano le loro acque nelle pianure inferiori, ove si forma il 
cosi detto ventre di piena, e lo scarico in mare viene spesso reso 
diffìcile dall' alte maree prodotte da' venti sciroccali e loro affini, 
che accompagnano le piene dipendenti dalle piogge montane au- 
tunnali ; piene ora più sollecite che in passato per le note cagioni ; 
di che 1* alzamento di fondo, la pensilità, le piene Sempre maggiori. 
Dunque le arginature colossali e tutte le altre opere di difesa, le 
più serie minacce e i danni sempre maggiori provengono dalle ac- 
que e bene spesso dalle opere superiori. Gli arginamenti non sono 
soltanto mezzi di difesa ai territori adiacenti ai fiumi, ma in ori- 
gine sono conseguenza del principio prevalso nella sistemazione 
de ? fiumi stessi, anzi i danni delle rotte e dei debordameli vanno 
in ragione diretta del maggior elevamento delle arginature, laonde 
la loro esistenza costituisce un pericolo permanente. È a conclu- 
dere che le opere e le enormi spese di difesa de* fiumi nella pianura 
veneta, specialmente in Polesine, hanno legame e dipendenza di- 
retta col complessivo regime idraulico de' fiumi stessi, nè costitui- 
scono già una semplice difesa dei territori adiacenti. Più cose si 
potrebbero aggiungere a dimostrare che i danni della pianura infe- 
riore sono conseguenza di fatti relativi ad interessi generali e su- 
periori (Cfr. cit. Bullett., 6 Die. n. 52), e che il carico imposto ai 
territori ove i fiumi corrono arginati, per manutenzione d' argina- 
ture ed altre opere di difesa, oltre la quota generale dell' imposta 
erariale, è tanto più ingiusto, quanto più con questa spesà devono 
i territori stessi difendersi da danni aventi lor causa fuor della 
propria regione. 

127. Altro argomento desunto dalla rendita attribuita alle 
nostre terre col censo stabile. — Più ancora : il Veneto, e sopra 
tutto il Polesine, su cui gravano di preferenza gli effetti di quella 
legge per le opere di seconda categoria, paga prediali in base al censo 
stabile, con aliquota proporzionata alla rendita attribuita ai singoli 
appezzamenti. A determinare detta rendita si tenne conto pur anco 
della difesa delle arginature, ed infatti evvi distinta classifica di 
fondi entro argine e fuori argine, pei quali, come elemento di sot- 
trazione alla rendita normale del suolo, si calcolò il pericolo per 



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mancanza di difesa, ed il loro censo è inferiore a quello de* fondi 
entro argine a parità di condizione intrinseca di natura, suolo, col- 
tivazione. Dunque la difesa de* fondi entro argine è loro caricata 
coli' imposta fondiaria. — Riassumo : il Veneto, e specialmente il 
Polesine, contribuisce alle opere di seconda categoria, che per la 
sua condizione idrografica cadono quasi tutte in questa regione, 
ed hanno lor causa e necessità nella condizione di generale siste- 
mazione de' fiumi e loro influenti superiori, con tre quote : 

a) quella delle tasse generali dello stato, come tutte le altre 
regioni ; 

b) quella particolare attribuita per la legge dell' opere pub- 
bliche a carico de' comuni, provincie, enti interessati ; 

c) quella che rappresenta il coefficiente di maggior carico sul- 
T imposta fondiaria nel compartimento veneto per i terreni entro 
argine. — Può darsi cosa più contraria alla giustizia, all' equità, 
alle buone regole di pubblica economia ? 

128. Conclusione del lavoro. — Ecco quanto m'avviene di 
dire suir Adige in genere e sulla rotta d'Angiari-Legnago, e per 
occasione de' danni enormi che ne ricevette il Polesine. So di aver 
detto cose in sostanza vere, e se talora negli apprezzamenti il mio 
linguaggio fosse sembrato troppo vivace, si condoni alla rettitudine 
dell' intenzione. E chiudo raccomandando ai miei carissimi concit- 
tadini che, scomparse le acque, ripristinata la rigogliosa vege- 
tazione ne' campi, sanate alla meglio le piaghe aperte dopo sì 
grande sconfitta, non si torni a dormire come in passato, ma si 
parli, s'insista, si gridi a chi siede in alto, affinchè si venga solleci- 
tamente a quelle radicali misure, da cui soltanto questa più bassa e 
travagliata parte della veneta pianura può ripromettersi di non 
dover retrocedere, dopo il suo terzo risorgimento iniziato nel 1600 
dietro le sapienti parole d' un cieco, affinchè sia possibile prose- 
guire la via a quei migliori destini, ai quali natura, purché ben 
compresa dalla scienza e regolata dalla prudenza dell'arte, accenna 
indubbiamente d' indirizzarla. 



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LA 

STORIA DI VENEZIA 

DI A. F. GFRÒRER 

STUDIO 

DEL PROF. P. PINTON 

(Cont. e fine della prima parte. V. t. XXVI, p. 330) 



37. Intorno al successore di Flavanieo, che fu il doge Dome- 
nico Contarini, la nostra storia corregge anzitutto un anacronismo 
degli Annali di Dandolo, rendendo probabile la morte del patriarca 
Poppo d' Aquileia ancora nel 1042, e però prima che avvenisse 
l'elezione del nuovo capo politico di Venezia. Se ne offre testimo- 
nianza in Ermanno il zoppo che segna appunto quest' anno, e non 
il 1044 che risulterebbe dall'indicazione del cronista veneziano. 
Pure io credo che un attento esame del contesto stesso degli An- 
nali possa chiarire e correggere per sè Y apparente sbaglio. Di 
fatti Dandolo narra di seguito V ultimo assalto di Poppo a Grado 
ed il ricorso del doge Contarini a papa Benedetto IX ? che emana 
sentenza favorevole alla metropoli veneziana con bolla dell' Aprile 
1044. Questo è veramente il secondo anno del dogato Contarini ; 
ora Dandolo avrebbe errato comprendendo in questo solo anno 
tutti quegli avvenimenti, che si svolsero fin dal 1042, quando l'a- 
quileiese s' impadroniva una seconda volta della sede metropoli- 
tana di Grado, che nel 1044 stava ancora nelle mani dei fedeli del 
già morto Poppo (1). 

(1) Muratori, Ber. it. script. , XII, 242: In ejus [Dont: Contareno) initio, 
sciliett seguenti anno, indictione XII, Popò . . . privilegium obtinuit, Oradum . . . 
civitatern . . . incendit, et quidquid ab igne remamit . . . secum detulit . . . Sed 
antequam de tanto ausa coérceretur, ab kac luce . . . sublatus est. Denique (Dux 
et Patriarcha) irritationetn privilegi* . . . et petita a Papa obtinent. — Quanto 



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Il lungo governo di Domenico Contarmi, che durò non meno 
di ventotto ma quasi ventinove anni, fu studiato da Gfròrer sotto 
un punto di vista nuovo affatto. L' autore tocca brevemente la ri- 
conquista di Grado e delle città di Dalmazia. Quest* ultime erano 
state assalite e prese dagli ungheri già ai tempi del doge Barbo- 
lano ; la nostra storia reca quasi le prove dell' influenza in tal oc- 
casione esercitata sulF animo del re Stefano dal nipote Pietro, fi- 
glio dell'abbattuto Ottone Orseolo. I veneziani, anche sotto il go- 
verno di Domenico Flavanico, nulla fecero per rivendicare il per- 
duto; e il veneziano Pietro, da capitano divenuto nel 1038 re dei 
magiari, continuò ed estese le conquiste e le molestie contro i con- 
nazionali fino al 1044, benché dovesse lottare e per poco soggia- 
cere nella intestina lotta con Aba. Dandolo non conosce che questo 
usurpatore, il cui nome battesimale è Samuel, alterato in Salomone 
nel codice ambrosiano. L' autore non s* avvide di tutto ciò, ed ac- 
cusa Dandolo d' inesattezza, del resto visibilissima dove prima il 
cronista veneziano nomina un Andrea (1) ai tempi di Stefano I. Però 
in quello stesso anno Samuele Aba cadeva vinto da Enrico III, e 
prima che Pietro riacquistasse pieno potere nel regno, il doge 
Contarmi aveva già prontamente ridotte in suo potere Zara e le 
altre terre tolte a Venezia. Ciò fatto, il nostro storico rivolge tutta 
la sua attenzione all' attività politica interna della repubblica a 
questi tempi, in cui primeggia la figura d'Ildebrando, ch'egli mette 
innanzi quale promotore di quanto accadde d'importante nelle isole 
venete. Di fatti egli osserva che altri non poteva essere stato ad 
indurre papa Leone IX; cugino d' Enrico III, a contraddire e dan- 
neggiare il patriarca Gotebaldo d' Aquileia, favorito dallo stesso 
imperatore ; per modo che in forma esplicita e solenne nel concilio 
romano del 1053 fossero riconfermati nella Venezia marittima e 
nell' Istria i diritti della sede metropolitana di Grado (2). La rinno- 
vazione degli antichi trattati, negata sempre da Corrado II, ed ora 



alla data della morte di Poppo, l' aveva rettificata oramai più d'un secolo fa il 
nostro Db Rubeis. Vedi ne 1 suoi Monumenta ffccl. Aquila 526, 527. 

(1) Confr. lo stesso Gfr5reb nella* sua opera Gregorio VII, voi. VI, 326, 
328, e voi. I, 504, con Dandolo in Muratori, XII, 239, 244. 

(2) Il Db Rubeis riferisce una nuova conferma di Grado all' Aquileiese 
sotto Alessandro II papa (op. ci?., 529 ; ma GfrOrer saggiamente non l'accredita, 
mancandone la relativa bolla, nò ai tempi di Gotebaldo essendo imperatore En- 
rico IV, come dice la cronaca aquileiese, cui s'appoggia quell'autore. 



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Concessa (1) da Énrico III, le espressioni d 4 Ildebrando stesso, di- 
ventato Gregorio VII, che in una lettera del 1074 attesta d'aver 
amato sempre e molto Venezia, e d' essersi adoperato con ardore 
per lei, sono indizi attendibilissimi e buoni appoggi air opinione 
dell* illustre storico (2). L' indole di questo studio non ci induce nè 
permette di discutere il valore del principio a cui s' inspirava quel 
grande pontefice ne' suoi rapporti con Venezia ; ma non v' ha dub- 
bio inquanto V autore rinviene di radicalmente nuovo nelle con- 
suetudini dello stato insulare. Nel 1064 per il monastero di S. Ila- 
rio, proprietà ducale, vien eletto un amministratore ; e la nomina 
non compete soltanto al doge, ma insieme air abate. Nel 1071, ul- 
timo anno del governo di Domenico Contarini, è creato il procu- 
ratore di S. Marco, dapprima destinato a curare gì' interessi della 
fabbrica di questa basilica, ma in seguito chiamato a tutelare il te- 
soro stesso dello stato (3). E tutti questi provvedimenti conducono 
mirabilmente a quella importantissima legge (4) che guarentì red- 
diti sufficienti al patriarcato di Grado, provvedendo al decoro della 
chiesa e, come dice con somma assennatezza Gfrorer, strappando 
ai dogi l'ultimo mezzo di tirannia, che loro forse potea restare. Fin 
allora la sede di Grado era stata povera ; quindi riflette l'autore, non 
vi erano eletti che uomini sicuri d' essere sostenuti da chi godeva 
laute rendite ed aveva il potere di procurarne ; perciò tanti fratelli 
e figli di dogi. D'ora innanzi il patriarca ebbe la sua mensa, a cui 
insieme al doge per legje contribuirono la camera di S. Marco, e 
vescovadi ed abazie ; ed ecco assicurata l' indipendenza della chiesa 
e la libertà dello stato. 

Però l' opinione stessa è esagerata, dove tutto il merito di 
questa nuova legislazione ecclesiastica vuoisi attribuire al grande 
cardinale e pontefice dell' XI secolo. Gfrórer, trovando un docu- 
mento, in cui il doge Domenico Silvio, successore del Contarini, 
d' accordo coi vescovi, abati, giudici e maggiorenti, rinvigoriva la 

(1) Quanto alla data di questa rinnovazione dei soliti trattati coir impero 
tedesco, fu tra i nostri accertata dal Romanin, Storia docutn. di Venezia, voi. I, 
pag. 308. Gfrorer la prese dal Lebret. 

(2) 1 documenti in Jaffé, Regesta, e in Muratori, Ant. Ital., I. 

(3) L'autore riuscì benissimo a confermare la nota in margine dei Codice 
Ambrosiano, riguardante questa istituzione, per mezzo d'un atto di poco poste- 
riore, in cui apparisce distinta una Camera S. Marci. Confr. in Muratori i due 
luoghi: Scrip., XII, 247, nota 4, ed Antiq. Ital. t I, 243. 

(4) Il documento in Muratori, Antif. Ital, ibid, 



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78 

deliberazione ineseguita dal predecessore, accusa questo di tiepi- 
dezza o più ancora di avversione alla legge, pei fini soliti di asso- 
lutismo o di bizantinismo. Prima di dare questo giudizio sul doge 
Contarmi conveniva accertarsi dell'anno, in cui si prese quel 
provvedimento ; e siccome è probabile che ciò avvenisse, come s* è 
visto, negli ultimi giorni di quel dogato, non è possibile addebi- 
tarne il doge, ma la sua morte. Domenico Silvio si mostra piutto- 
sto negligente nell* es3euzione della legge recentissima ed a lui 
certamente nota ; e l' autore muove anche contro questo doge le 
stesse e più gravi accuse. E qui esse hanno un qualche fondamento 
nei lagni che papa Gregorio VII fa sentire per i trascurati riguardi 
alla sede patriarcale di Grado ; ma il suddetto documento non per- 
mette alcuna eccezione, e fa sospettare che non il doge soltanto, ma 
anche vescovi od abati abbiano tardato l'adempimento dell'ob- 
bligo loro (1). 

38. L'autore corona veramente l'opera sua collo studio più 
completo, che dall'arte critica si potesse esigere e sperare, intorno 
a quel grande periodo della storia veneziana, che si nomina dalla 
guerra normanna, e che fece riconoscere nella repubblica delle la- 
gune ia signora dell' Adriatico e la prima potenza marittima del 
Mediterraneo. Gli storiografi italiani e stranieri, che s' occuparono 
di Venezia, dai tempi del doge Dandolo ai nostri, in questo mo- 
mento di suprema importanza per la grandezza avvenire dello stato 
insulare si mostrano male o poco informati, ovvero alterano e na- 
scondono la verità con la pomposa descrizione dei retori (2); sicché 
escludendo il superfluo e l' incerto, fino al Romanin (3) poco o nulla 
si sapeva di più di quello che gli Annali di Dandolo ci riferiscono 
intorno ai dogati di Domenico Silvio e di Vitale Faliero. Ora Gfrò- 
rer, mettendo a confronto fecondissimo la cronistoria veneziana 
con l'Alessiade di Anna Comnena, e le cronache di Guglielmo di 
Puglia, di Galfredo Malaterra, di Lupo Protospatario e dell' anoni- 

(1) Sed . . . impediente negligenza chartula minime completa est. Id., ibid., 
e nel Liber Blancus. 

(2) Vedi pure in tutti gì 1 istoriografì di stato da Bembo a Sandi, per tacere 
dei minori. Sandi, Principi di storia civile ed ecclesiastica di Venezia, voi. II, 
pag. 392 e seg. 

(3) Op. cit. t voi. I, pag. 323, 325, 327; ivi apparisce qualche cosa di più 
esatto e particolareggiato, ma vi sono ancora imperfezioni e lacune, essendosi 
il Romanin appoggiato troppo esclusivamente alla critica di Oautier d'Are, e 
con questo al fonte di Guglielmo di Puglia. 



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rao di Bari (i j, dà tale ampiezza e precisione agli avvenimenti gra- 
vissimi di quell'epoca, che lo si può senz'altro dire scopritore be- 
nemerito di nuove e gloriose geste compiute allora dai veneziani. 

Egli incoramela regolarmente ad esaminare l'indole del nuovo 
doge Silvio, e lo giudica demagogo, perchè Dandolo dice che fu 
eletto subito e per acclamazione popolare (2), ambizioso, perchè spo- 
sava una principessa imperiale greca (3). Qui però l'autore è predo- 
minato dall'impressione, ch'egli ha già subita, della fine miseranda 
del doge ; e pare non possa acconciarsi a credere che questa fine 
fosse prodotta da una sconfitta in mare, nè da altro che dal su- 
perbo disegno di rendere ereditario il dogato. Intanto nulla affatto 
si sa eh' egli abbia mai messo innanzi alcun figlio, se pur ne ave- 
va (4) ; ciò che del resto era proibito dalla legge in vigore contro 
la correggenza. D'altronde la lettera di Gregorio VII che rimpro- 
vera e consiglia il doge a rompere ogni rapporto con Enrico IV e 
co' suoi, non ha in sè la minima prova di tendenze assolutiste in 
Silvio (5), come vorrebbe il nostro autore, ma è conseguenza indi- 
retta d'un altro fatto, che Gfrórer stesso registra diligentemente più 
sotto. I normanni, protetti e protettori del pontefice, non dimenti- 
chi delle piraterie dei loro padri, ed avidi di nuovi domini avevano 
tentato di por piede per l'Adriatico in Dalmazia ; i veneziani si dife- 
sero colle armi contro i normanni, con clausule penali contro i dal- 
mati, e con reclami presso il papa (6). Ma a nulla approdando tutto 

(1) Si noti che l'autore attinse ai fonti nelle migliori edizioni, come quella 
di B<tnna per V Alessiade, quella del Pertz per gli altri quasi tutti, mentre per 
la storia generale dell Oriente ricorse al Lebeau ed a documenti nei Fontes 
rerum austri acarum. 

;2) Vedi la Dominici Tini o Bini narratio de electione Dom. Silvii ducis 
Venetiarum, ricordata siccome con temporanea dal Romanin. Gfrorer, non cono- 
scendola, ed altronde sostenendo a questo tempo l'elezione quasi del tutto ari- 
stocratica, trova straordinario ciò che era affatto ordinario: la forma popolare 
dell' elezione del doge ! 

(3) Quanto alla moglie, la principessa greca, Silvio l'aveva sposata hor~ 
tatù Michaèlis Augusti, come dice Dandolo (Muratori, XII, 247 ); sarebbe 
adunque esclusa l'ambizione. 

(4) Ne aveva almeno uno, se dobbiamo credere a Guglielmo di Puglia, che 
lo fa prigioniero alla resa di Durazzo. Muratori, Scrip., V, 2*73, col. II. 

(5) Di fatti la lettera del grande pontefice è diretta insieme al doge ed al 
popolo Veneto. Vedi l'epistolario, libro IV, ep. 27, ap. Mansi, XX, 233. 

(6) A questi e non ad altri si riferiscono le parole di papa Gregorio VII 
nella sua lettera dell' 8 Aprile 1081: Quod autem petitioni vestrae ad praesens 
in adi mple ndo eam non videmur annuere . . . temporum incommoditate , . . De- 



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80 

ciò, Domenico Silvio, appena vide risorgere la fortuna d'Enrico iV 
dopo r umiliazione di Canossa, gli si avvicinò ; nè valsero a stac- 
camelo le sollecitazioni di Gregorio, che invano s' illuse nell' appa- 
rente riconciliazione del 1081. Questa è Tunica spiegazione possi- 
bile, considerando le circostanze storiche generali ed in particolare 
la successione cronologica dei fatti, poiché nel 1075 ha luogo il 
primo assalto dei normanni, e nel 1076 si rilascia un documento di 
bando contro di essi dalla Dalmazia ; nel 1077, a dì 9 Giugno, il 
papa manda al doge di Venezia la bolla, che parla di rapporti con 
gente scomunicata. Tutto questo non fu avvertito dall' autore. 

Salito appena sul trono imperiale d'oriente l'usurpatore Ales- 
sio Comneno, scoppia nel 1082 la guerra dei normanni sulle coste 
dell'Epiro, e Venezia è chiamata in soccorso dai greci. Qui risplen- 
de veramente il potente ingegno critico del nostro autore. Coi nu- 
merosi fonti cui attinse e coll'abilità superiore, per la quale discer- 
ne la verità, egli ha potuto rivelarci passo a passo tutte le vicende 
di queir accanita lotta, da cui pendevano le sorti di mezza Europa. 
Fino a ieri noi sapevamo soltanto che i veneziani, eccitati da nuove 
promesse di lucrosissime franchigie, accorsero colla flotta a di- 
fendere Durazao, ma più tardi furono sconfitti presso Corfù, e di 
nuovo, sotto Faliero successore di Silvio, presso Saseno; ebbero 
egualmente le franchigie stipulate, ma furono rotti sempre e da per 
tutto (1). Nulla di preciso però sugli anni di questi avvenimenti (2). 
Oggi invece, grazie al nostro valente storico, noi sappiamo con 
certezza e precisione che nel 1082 si stipula il patto per l'alleanza 
ed i compensi (3), e nello stesso anno la flotta veneziana, sotto il 
comando del doge Silvio, vince in battaglia col fuoco greco i nor- 

nique cum tempus opportunum advenerit, . . . honorem vestrum . . . servare non 
pigritabimur. Mansi, Sacr. ConciL Coli., XX, 348. 

(1) È verò che Sandi e Romanin addussero la vittoria di Butrinto sotto Vi- 
tale Faliero; ma tacendo la sconfitta di Saseno, registrata dal Dandolo, ed ap- 
pena notando il fonte d'Anna Comnena cui attinsero, non recano nè piena luce, 
nò alcuna persuasione critica. Vedi in Sandi, Principi di st. civ. f li, 392-394, 
e Romanin, op. cit. f I, 324, 327. 

(2) Così, ad esempio, il Sandi cita una sola data precisa, quella della resa di 
Durazzo ai normanni per tradimento, e la colloca nel giorno 8 Febbraio 1082, 
errando d'un anno, come si vedrà più sotto. Il Romanin è alquanto più copioso, 
ma incompleto ed imperfetto anche lui rispetto alle date. Op cit., ibid. 

(3) Ciò risulta chiarissimo dal confronto critico dei fonti di Anna Comnena, 
Guglielmo di Puglia e Dandolo. Vedi AUssiade, ed. Parigi, 1651, pag. 105; 
Pcrtz, Mon. Germ. hist., IX, 285; Muratosi, Script., XII, 248. 



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ti 

manni sotto Durazzo, che può resistere cogli aiuti degl' isolani per 
ben sette mesi, quattro anche dopo la sconfitta tremenda subita da- 
gli orientali in terra (1). Nel 1083 cade Durazzo in mano dei nemici, 
per tradimento d'un veneziano fazioso e forse bandito; ma i nostri 
riconquistano quel porto, e poco dopo lasciati quei paraggi, riunita 
la propria flotta con la greca, s' impadroniscono di Corfù, presa 
da Roberto in sul cominciare della guerra, e tagliano ogni comuni- 
cazione per mare ai normanni (2) che con Boemondo continuavano 
la guerra in Tessaglia, mentre il duca accorreva a sostenere V al- 
tro figlio Ruggero contro i baroni ribelli e poi neir 84 il papa con- 
tro Enrico IV. Dopo la vittoria di LarÌ9sa, Alessio con inganni e 
stratagemmi costringe Boemondo a ritirarsi verso le coste, e sol- 
tanto sul cadere dell' anno 1084 ritorna Roberto con poderosa 
flotta. Allora tra Butrinto e Corfù si viene a triplice battaglia, in 
cui i prodi isolani due volte vincono, costringendo il nemico a 
sgombrare dall'Epiro (3); alla terza, troppo sicuri ed impreparati, as* 
saliti ancora per tradimento d'un veneziano, abbandonati vilmente 
dai greci, essi combattono eroicamente e son vinti, perchè delle 
nove loro grandi navi da guerra, sette vanno a fondo, le altre due 
son catturate, ma dopoché più di mille difensori erano stati uccisi. 
A Venezia dopo l' illusione della vittoria succede la desolazione 
della sconfitta, e ne paga il fio Domenico Silvio colla deposizione (4). 

(1) Il computo è esattamente fatto in base alle date del cronista anonimo 
di Bari, seguendo il racconto d'Anna Comnena. L'autore si riferisce per il com* 
puto aWArt de verifier les dates, nella prefazioue di quest'opera, I, XII, 22, 73. 

(2) Parimente evidentissimo è questo risultato critico del confronto tra i 
due fonti d'Anna e Guglielmo, come si vede in Muratori, V, 275, col. 2, ed 
Aleaiade, ed. Parigi, pag. 159, libro VI. 

(3) Benché avessero i uormanni rioccupate poco prima A v Iona e Butrinto, 
appar chiaro che le abbandonarono subito dopo le due rotte nelle vicine acque, 
primo, perchè i veneziani vincitori, fermatisi al porto Passaro, avrebbero altri- 
menti fatto prigioni quei normanni ; secondo, perchè i figli di Roberto colà man- 
dati si riuniscono a lui, lasciando quei due porti, al momento della battaglia 
navale; terzo, infine, perchè dopo la terza rotta a danno di Venezia non si vede 
alcun vantaggio de' normanni sulle coste; il quale sarebbe certamente avve~ 
nuto, se Avlona e Butrinto fossero rimasti nelle loro mani; nè dopo la rivincita 
dei veneziani si ha alcuna notìzia della resa di que' porti, mentre si parla della 
sola Durazzo, che resisteva ancora per i normanni. Così dicasi del porto di Glick 
(Clicae) e di Bontìtza (Bundicia), che furono occupati solo provvisoriamente da 
Roberto. Confr. Anna Comnena, op. cit , 160 e 162-163, con Guglielmo di 
Puglia, op, cit., 276, I, li e 277, li. 

(4) Sa questo punto però vedi sotto l'incertezza dell'autore. 

6 



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82 

Frattanto V imperatore greco, vedendo imminente e inevitabile la 
rivincita totale dei normanni, senza nuovi aiuti dei veneziani, ne 
implora un' altra spedizione navale a prezzo d" onerosissimi privi- 
legi commerciali, in aggiunta a quelli promessi ed ora definitiva- 
mente concessi (1). Allora gF isolani, eletto a doge Vitale Faliero, al- 
lestite in fretta quante più navi poterono, osarono con esse affron- 
tare la flotta normanna, rifatta delle gravi sue perdite colle cat- 
ture e con nuovi rinforzi ; a Saseno vi fu una seconda sconfitta, 
ma non più un disastro. Anzi i vincitori ne uscirono cosi spossati 
che, sebbene avessero già riconquistata risola di Corfù, non si 
sentirono abbastanza forti e numerosi da avanzare e da operare 
uno sbarco sulle coste di Durazzo, il cui castello a stento si soste- 
neva per loro ; sicché, retrocedendo, tentarono d'approdare un'altra 
volta a Butrinto. I vinti però si riannodarono, inseguirono il ne- 
mico e, raggiuntolo dinanzi al porto, l' assalirono e lo sconfissero 
pienamente (2). In seguito a ciò Roberto si ritirò a Corfù, mandando 
il figlio Ruggero alla conquista di Cefalonia ; ma questo vi trovò 
ostinata resistenza, benché il maggiore sforzo dei nemici dovesse 
essere rivolto in quel momento contro il duca. Di fatti Corfu ri- 
cadde certamente in potere dei greci, quando Roberto, abbandona- 
ta l' isola, accorse presso Ruggero (3), che aveva bensì potuto sbar- 
care le sue forze ed assediare il castello di Cefalonia, ma non an- 
cora impadronirsene. Tuttavia tennero fermo gli assediati, nulla 
giovarono agli assedianti le forze riunite e gli sforzi estremi, per 
cui anzi dovette soccombere il grande loro capitano (4). Per colmo 

(1) Confr. Anna Comnena, op. cit., pag. 161, e il relativo crisobolo nelle 
Urkunden z. alt. Hand. Staat&gesch. Yen, di Tafkl u. Thomas, I, pag. 51. 

(2) Lupo Protospata conferma Dandolo (confr. in Muratori, V, 154, e XII, 
251) sulla rotta di Saseno, ed il silenzio di Guglielmo di Puglia e di Gaufredo 
Malaterra, normanni, che tacciono quella vittoria, per non confessare una suc- 
cessiva sconfitta, prova la verità di quanto riferisce Anna sulla finale rivincita 
dei veneziani. Confr. Muratori, V, 276, 277, 285, 289; Anna, 161, op. cit. 

(3) Di fatti Guglielmo di Puglia, pur tacendo della vittoria di Roberto a Sa- 
seno, ch'egli fa tutt' una con la precedente presso Corfù, diceche i normanni 
penarono in mille modi negli accampamenti di Bonditza, in ciò accordandosi 
con Anna. Adunque Roberto non era più padrone di Corfù, dove altrimenti 
avrebbe trovato maggior copia di viveri e migliore stanza per le navi e per 
l'esercito. Muratori, V, 276, II, ed Alessiade, VI, pag. 162: « ad Bontitzam, ubi 
.... totus exercitus (Normannorum) consederat ». 

(4) Che le forze normanne stessero allora per riunirsi lo provano le parole 
d'Anna: aliis suis post secuturis copiis, ed il verso di Guglielmo: Insula Ro~ 
torto proponitur esse petenda. È vero che Guglielmo parla poi di più accam- 



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83 

di sventura sopraggiunge frattanto la flotta veneta ; ed i normanni 
disperando oramai della fortuna, si gettano sulle navi e fuggono 
verso le coste d' Italia. Poche settimane dopo anche la fortezza di 
Durazzo, ultimo ricettacolo dei nemici, o meglio d' alcuni amiri 
loro, è presa d'assalto dai veneziani (i), che già s' erano resi padroni 
del porto, e viene restituita al sovrano d'oriente. Cosi nell'Agosto 
del 1085 finiva una guerra durata tre anni, e decisa in favore del- 
l'impero greco dalla prodigiosa gagliardia e dall'alto senno poli- 
tico di quel popolo di prodi marinai italiani. 

Basta questa pagina di storia a rendere immortale la fama 
della gloriosa repubblica; e per essa a buon diritto s'è reso eter- 
namente benemerito il Gfrórer, che ci diede vogliati in dono splen- 
didissimo i tanti materiali necessari a comporla. Nò io mi permisi 
di riportare qui nella sua ampiezza la minuta descrizione critica 
ch'egli fa nella sua storia di quanto tocca più o meno davvicino 
questo periodo si fecondo di avvenimenti ; volli solamente costi- 
tuire un confronto, nudo affatto d'ogni fiore retorico, fra l'antica 
e la nuova storiografia di questa guerra. — Non tutti però gli ap* 
prezzamenti e le spiegazioni dell'autore vanno scevri di mende e 
d'imperfezione. Egli crede che Anna Comnena sia in contraddi- 
zione coi cronisti Guglielmo e Galfredo intorno al tradimento ed 
alla resa di Durazzo ai normanni, e s'inganna. Bisogna notare che 
quella città si divideva in due parti: castello e porto ; Gfròrer non 
tien conto di ciò, crede soltanto alle cronache normanne che par- 
lano d' un veneto Domenico traditore, e vuole menzognera Anna, 
che attribuisce la resa ad un amalfitano, opinando che mentisse 
per non* scemare l'onoratezza dei veneziani (2). Ma se questo fosse 

pamenti, oltre quello intorno al castello di Cefalonia; ma io credo che qui il 
poeta-cronista inventi senz'altro una scusa meno disonorevole della dispersione 
e rovina dell'esercito della sua nazione, subito dopo la morte di Roberto. D'al- 
tronde le navi normanne, che accolsero i fuggiaschi, erano tutte lì intorno a 
quell'isole. Vedi Alessiade, VI, pag. 162, e Guglielmo in Muratori, V, 277, 1, 
276, li. 

(1) Altrimenti non si potrebbe spiegare come a Durazzo nel portosi tro- 
vassero mercadanti veneziani, come narra Anna ; nè ad essi soli era possibile 
uccidere i fedeli di Roberto e restituire la fortezza, senza un regolare assalto, ad 
onta delle segrete intelligenze loro coli' imperatore. Alessiade, lib. VI, 163. 

(2) Guglielmo di Puglia distingue chiaramente la urbs dal castellani di 
Duracchio, dove parla del tentativo dei veneziani tra l'una e l'altra spedizione. 
Ed anche Anna Comnena ora nomina la sc/.c; ora il xat^rpov. Vedi Murat, V.275, 
11, ed Alessiade, VI, 163; e confr. a pag. 125, dove Anna attribuisce all'amal- 
fitano la resa della roXu, mentre prima parla anche di Veneti. 



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84 

stato il suo fine, ella non avrebbe senza riguardo nominato il tra- 
ditore degl'isolani nelle acque di Corfù; il quale del resto per me 
potrebbe essere quello stesso di Durazzo, Pietro di Domenico Con- 
tarmi (1). Se però noi prestiamo attenzione alle due parti della città, 
troviamo chiaro ed ammissibile il racconto dei tre fonti: il vene- 
ziano, comandante del castello, spinto da suoi motivi particolari 
d'odio e di ambizione, lo cede per tradimento ai normanni; ma il 
porto, difeso ancora da alcune navi venete e dai fedeli isolani, 
continua la resistenza per altri tre giorni % finché per i consigli di 
un amalfitano, salvatisi i difensori per mare, è dato anch' esso in 
potere del nemico (2). Roberto ricompensa Pietro Contarini, dan- 
dogli danaro, beni e la nipote in isposa, ma non più il comando del 
castello, dove mette certo uno de' suoi fedeli ; di fatto quel tradi- 
tore lo vediamo abusare infamemente della sua astuzia un' altra 
volta, ma lungi di là, in mare, dove induce i normanni alla terza 
battaglia navale di Corfù, sì disastrosa per Venezia (3). L' amalfi- 
tano poi rimase al comando del luogo fino al giorno in cui (1085) 
la vendetta dei greci e dei veneziani lo colse colla morte ; soltanto 
dopo la uccisione di costui, si die' la scalata alla fortezza difesa 
dagli ultimi normanni che ancora fossero sul suolo dell'impero 
orientale (4). 

Intorno alla deposizione di Domenico Silvio ed alla elezione 
del successore, Vitale Faliero, il nostro autore ci lascia alcune in- 
certezze. Traduce senza critica alcuna quello che Dandolo registra 
in proposito; sicché non si sa bene s'egli creda Silvio abbattuto 
piuttosto per antichi odi di fazione che per subita ira popolare, se 
per tendenze tiranniche sue o per mire ambiziose altrui. -È vero 
che i fonti offrono qualche indizio di inimicizie contro quel doge ; 

(1) Confr. Guglielmo che scrive: Dux dicebatur genuisse Veneticus illuni 
(Dominicum), con Anna che dice: Didicit ista (la negligenza dei veneziani dopo 
le due prime vittorie presso Corfù) a quodam Veneto Petro Contareno recenti ad 
ipsum transfuga. Muratori, V, 273; Alessiade, VI, 160. 

(2) Confr. Guglielmo, ibid., Anna Comnena, 125 e Gaufr. Malaterra, 
che parla pure del Dominicus, nobili genere, cujus providentiae major turris ad 
tuendum delegata est, ed in fine narra come cives . . . triduo tamen (benché tra- 
dita la fortezza) renitentes, tandem vi coacti . . . Muratori, V. 584, 585. 

(3) Alessiade e Guglielmo di Puglia, ibid. 

(4) Anna Comnena : ... de medio tollunt eos qui autores fuerant arcis Ro- 
berto tradendae. Libro VI, 163; dove però conviene leggere con discrezione la 
parola xa?tpov « arso », non sapendo la scrittrice del tradimento della rocca tre 
giorni prima della resa del porto. 



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85 

ma a me sembra indizio fallace od almeno debolissimo quello di 
un Contarmi, che poteva ben essere stato privato dei diritti poli- 
tici in patria e confinato in oriente, qual figlio d' un doge defunto, 
e in seguito a provvedimenti presi per tutelare la famosa legge 
contro la correggenza (1). Ad ogni modo una buona interpretazione 
in Dandolo (2) conduce senz' altro a queste conclusioni : Silvio è 
deposto improvvisamente perchè gli si attribuì la sconfitta finale 
della seconda spedizione, non avendola capitanata lui in persona, 
e Vitale Faliero riesce a succedergli nel dogato per mezzo di pro- 
messe e di doni. Gfròrer stesso è trascinato in un certo modo ad 
ammettere questo motivo della caduta di Silvio, dove suppone che 
il doge dopo la duplice vittoria personalmente ottenuta presso Bu- 
trinto, si recasse a Venezia per annunziarla immediatamente lui 
stesso. Egli s' appoggia ad Anna Comnena, che narra come i ve- 
neti dopo il secondo scontro spedivano delle saettie in patria a 
portarvi il fausto annunzio ; ma questo fonte, d' altronde autore- 
volissimo, non lascia nemmeno sospettare che una tale commis- 
sione fosse eseguita dal doge, di cui non parla mai. Anzi dal conte- 
sto risulta che il comandante della flotta rimase sempre al suo po- 
sto e nella terza battaglia si disastrosa fece il suo dovere (3); adun- 
que questo comandante non s' era mai allontanato, e non poteva 
essere il doge che si trovava a Venezia, dove lo colse il malanno. 
Ciò avvenne indubbiamente (1' autore verifica le date con somma 

(1) Questa legge era stata sancita poco prima sotto D. Fla vanito, come s'è 
veduto. Che il doge Contarmi avesse Agli, ce ne attesta il Chronicon Alti nate y 
che nel catalogo dei vescovi di Venezia nota « Henricus, quifuit fllius Dominici 
Contarmi Duci* ». Dandolo dice questo soltanto duci» consanguineus ; ma ciò 
non impedisce di credere al fonte precedente. Perciò è assai più probabile che i 
Veneziani abbiano esiliato V altro figlio del doge, Pietro, il quale col far eleg- 
gere a vescovo della capitale il primo, accennava già all'antica arte dell' asso- 
lutismo nello stato. Vedi Dandolo in Muratori, XII, 242, 243; Chron. Altinate, 
libro II neWArch. st. it., Vili, 53; e Guglielmo di Puglia, che dice: hunc (Do- 
Minicum, per me Petrum Dominici) quasi primatem gens illa studebat habere. 
Muratori, V, 273. 

(2) Dandolo, Dom. Sylvi, Pars XI : Hic Lux Venetis exosus propter exci- 
dium stoli contra Robertum missi repudiatur et . . . expdlitur. Poi, Vitalis Pha- 
ledri, Introd.: Hic [Dux approba tur) promissione et donis . . . expulsionem prae- 
decessoris populo persuasit. Muratori, XII, 249. 

(3) Anna, dopo la prima vittoria, parla di -rirsnoves, dopo la seconda dice che 
quei veneti airaVrsXXov t<x tsx^P 0 ^ 13 "* Bevetiocv, ed in fine alla terza per et 
BtvtTwot 8' intende sempre i capitani, come benissimo tradusse il Gfròrer stesso. 
Alessiade, lib. VI, pag. 160. 



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8G 

arte) verso la fine di Novembre e nel Dicembre del 1084 ; e V au- 
tore giustamente osserva che allora il doge Domenico Silvio do- 
veva aver già governato più dei dodici anni, assegnatigli dal Dan- 
dolo, se questo istoriografo stesso nota il 1071 come principio di 
quel dogato. Però egli modifica in quest' occasione radicalmente il 
suo computo dell'anno veneziano, ed avvicinandolo al vero, opina 
che calcolando quel 1071 del Dandolo sulla fine, s' andrebbe dai 
primi giorni del Marzo 1072 agli ultimi del Dicembre 1084 ; sicché 
sarebbero 12 anni e circa 10 mesi. Questi mesi, die 1 egli, Dandolo 
li ha trascurati, come fa di solito. A me sembra inesatto l'apprez- 
zamento del Gfròrer, perchè a questo punto gli Annali tengono 
conto preciso non soltanto degli anni, ma dei mesi ed anche dei 
giorni di governo dei dogi ; e l'autore stesso afferma che il grande 
storiografo veneziano deve essersi giovato d' una tavola cronolo- 
gica originale. Di fatti noi vediamo che Dandolo corregge e com- 
pleta assai spesso l'altra più antica cronologia del Chronicon Air 
tinaie. Adunque non è ammissibile la trascurane, bensì invece un 
errore assai facile di amanuense, il quale copiò XII, mentre stava 
scritto XIII, che tanti furono evidentemente gli anni del dogato di 
Domenico Silvio (1) dal Gennaio o Febbraio 1072 (1071 st. ven.) 
al Gennaio o Febbraio 1085 (1084 s. v.). 

Più grave è poi l' accusa che il Gfròrer fa cadere sulla buona 
fede di Dandolo, che pur gli diede quel fonte, da cui trasse princi- 
pale e continuo alimento la sua storia. Egli pregiudica sempre lo 
spirito politico del grande cronista veneziano coli' idea preconcetta 
d'un grande disprezzo per tutto ciò che proviene dall'oriente, 
idea che in realtà non si ritrova negli Annali, che anzi in essi è 
sconfessata più volte (2). Qui, poiché Dandolo tocca brevemente ed 
incompletamente della grande guerra coi normanni, l'autore lo 
giudica senz' altro dissimulatore delle glorie patrie al misero fine 
di non mettere in evidenza i rapporti più recenti della repubblica 
con una potenza rovinata. Aggiungiamo pure che l' impero greco 

(1) Del reato Dandolo stesso nelle altre sue cronache precedenti aveva at- 
tribuito a questo doge 13 anni e 5 mesi, che poi ridusse a 13 anni soli nelP ul- 
tima sua maggior opera degli Annali. Vedi i Codici Marciani X, lat, 122, 136; e 
Simonsfeld, Andrea Dandolo, nell' Arch. Ven., tomo XIV, parte I, pag. 83. 

(2) Vedi nelle note precedenti relative a quest' argomento, e particolar- 
mente osserva in Dandolo la consueta cura di registrare gli onori concessi dal- 
l'imperatore greco ai dogi Domenico Contarmi e Domenico Selvo. Muratori, 
XII, 216, 247. 



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87 

ai tempi di Andrea Dandolo, era anche più o meno ostile ai vene- 
ziani ; ma ciò non toglieva eh' esso non fosse un altro impero, non 
più quello abbattuto dai crociati. Perciò la storia precedente al- 
l' impero latino di Costantinopoli dovette presentarsi alla mente 
dello storiografo veneziano, indipendente affatto da ogni animosità, 
e d'altronde la grandezza d'animo di quest'uomo sì illustre, pur 
condannando le posteriori perfìdie bizantine, non avrà mai cancel- 
lato le eroiche geste de' suoi antichi per ridurre in obblio le an- 
teriori amicizie ed alleanze onorevoli ed utilissime con quello 
stato,' eh' egli stesso riconosce allora sovrano. Il silenzio o la scar- 
sezza di notizie negli Annali del Dandolo in questo periodo impor- 
tantissimo della storia veneziana, devonsi attribuire esclusivamente 
alla mancanza di quei fonti, di cui il Gfròrer per sua ventura ed a 
suo grande onore potè ai giorni nostri fruire (1). 

39. Da questi fonti Gfròrer attinse anche il documento impor- 
tantissimo del crisobolo imperiale (2), con cui Alessio Comneno con- 
cedeva ai veneziani tali e tanti privilegi, che l' autore trova giu- 
stamente inauditi nella storia. Prima di studiarne il contenuto, egli 
vuol accertare la data, che porta quel rescritto ; e benché essa sia 
chiara e precisa del Maggio 6590, quinta indizione, ne dubita as- 
sai ; anzi, non leggendo nel testo del documento alcun nome di 
doge, e vedendo che Anna Comnena non fa parola del crisobolo 
che in fine del 1084, crede che la data sia falsa, cioè anteriore 
di due anni al vero. Egli dice : bisognava indurre i veneti ad una 
seconda spedizione dopo la disfatta di Corfù, e quello dev'essere 
stato il momento più opportuno a largire si fatto privilegio. Noi. 
però abbiamo già stabilito che la deposizione di Silvio dovette ac- 
cadere negli ultimi due mesi dell'anno 1084 secondo il computo 
veneziano, corrispondenti al Gennaio o Febbraio 1085; adunque 
si sarebbe veramente a due anni e mezzo dopo le promesse ricor- 
date da Anna, dilazione inammissibile, quando si pensi ai tanti sa- 
grifici fatti frattanto dai veneziani. Eppure il dubbio di Gfròrer 

(1) É evidente la mancanza d'Anna Comnena nei fonti, a cui attingeva il 
doge Andrea Dandolo, che del resto non credette di esporre nei snoi Annali nem- 
meno i tanti vantaggi accordati nel famoso crisobolo a lai certamente noto. 
Vedi Muratori, XII, 250 e confr. tutti i capitoli dei dogi Dom. Selvo e Vitale 
Faliero. » 

(2) Precisamente dai Fontes ter. austr., donde lo trasse a pag. 50 del XII 
volume, facendone una accuratissima versione della seconda parte, e questa 
confrontando coi cenni importanti di Anna Comnena. 



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88 



non ha ragione (T essere, e la sua supposizione vieti con ciò meno, 
poiché il Maggio 6590 della quinta indizione ebbe luogo precisa- 
mente nell'anno 1083 e non nel 1082 dell'era nostra, secondo le 
spiegazioni dateci da lui stesso (1) sul computo dell'indizione roma- 
na, che si calcolava in oriente, allora, cominciando soltanto col 1 
Settembre per finire lo stesso giorno dell' anno seguente. Quanto 
all' ommissione del nome del doge, che governava nel 1083, non è 
permesso farvi sopra alcuna supposizione, e meno delle altre quella 
del nostro autore, dal momento che il crisobolo stesso ce la giu- 
stifica espressamente coli' idea che l' onore (di Protosebasto) non 
si determinava nella persona, ma si trasmetteva per successione a 
tutti i dogi di Venezia, nè più nè meno che quello di Hypertimon 
al patriarca, il quale per la stessa ragione è citato senza nome alcu- 
no (2). Meglio di tutto poi serve a fissare la data del Maggio 10S3 
quanto è riferito nella prima parte del documento intorno agli 
eventi della guerra : fin allora i veneziani s'erano distinti più volte 
in mare intorno a Durazzo, ed erano presentemente colla flotta 
pronti a combattere in quelle acque, dove avevano resi altri utilis- 
simi servigi (3). Ciò corrisponde precisamente al momento succes- 
sivo al Marzo 1083, quando cioè gl'isolani rioccupato il porto colla 
città bassa di Durazzo, riconquistavano anche Corfù; ma l'autore, 
rimettendo erroneamente (4) queste fazioni all'autunno 1083 ed alla 
primavera dell' 84, non poteva conciliarsi il testo del crisobolo, di 
cui non traduce la prima parte. — Ampia invece, eruditissima e per- 
fetta è l' illustrazione eh' egli ne dà della parte più importante, 
anzi essenziale di questo documento. Gli onori, i premi, le fran- 
ti) Vedi la traduzione della Storia di Venezia del GprOrrr neir Arch. Ven., 
tomo XV, parte II, pag. 324. 

(2) Tapel u. Thomas, Urkunden zur alt. ffand. und Staatsgesch. Vened., 
I, 51-52. 

(3) . . . et . . . venerunt . . . ad . . . Dyrrachium . . . et . . . scelesti stolum vi 
superare . . . et quod nunc quoque nobis auxiliantes perseverarti . . . Tafel u. 
Thomas, ibid. i 

(4) Guglielmo di Puglia adopera a questo punto un interea, ed il buon 
senso vuole che il tentativo dei veneziani a Durazzo si facesse subito, e non mai 
un anno dopo la partenza di Roberto. per l'Italia e di Boemondo per V interno 
della Grecia. D'altronde non si può credere ebe i greci ed i veneziani aspettas- 
sero il ritorno dei normanni sulle coste dell'Epiro per compiere la riconquista 
di Corfù e per tornarsene alle loro stazioni. Questo avvenne certamente ancora 
nel 1083, quando si seppe che Roberto stava per muovere verso Roma. Vedi 
Muratori, V, 275, 11. 



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89 

ciugie commerciali e la giurisdizione propria vi sono con mirabile 
chiarezza esposti, commentati (1) e valutati, sicché in generale si può 
dire, aver la critica pronunciato intorno a questo punto capitale 
T ultima sua parola per bocca del nostro autore. Egli difatti col 
crisobolo alla mano, enumerando tutti i nuovi e ricordando gli 
antichi privilegi accordati ai veneziani in Costantinopoli e negli 
altri porti dell' impero, non soltanto a danno degli amalfitani, ma 
anche dei sudditi diretti dell' imperatore, prova la piena, eccezio- 
nale indipendenza estraterritoriale da ogni supremazia greca per 
esso ottenuta dagl'isolani sul suolo imperiale, e la conferma con 
le testuali parole dell' irrefragabile testimonianza d' Anna Comne- 
na (2) ; dimostra la superiorità politica acquistata dalla repubblica 
delle lagune nello stato bizantino, e ne conchiude che Alessio I 
non doveva applicare la parola SotfXo^, servo ad un popolo, che 
da protetto s'era trasformato in protettore del trono d'oriente. 
Però, se si vuol dare peso alcuno agli attributi di tanto documento, 
non vanno trascurati quelli di amici e di fedeli, che accompa- 
gnano il nome di servi, là dove si tratta di chiedere o di lodare i 
servigi (3), e gli altri di diretti e veri servi che l' imperatore usa 
nelle clausule difensive (4) ; cosi dal contesto risulta evidentissima 
T intenzione sovrana di rendere meno triste l' impressione e di 
dare un' apparenza legale al colpo tremendo menato contro il 
commercio nazionale, dipingendo quelle franchigie come regali a 
servitori devoti, mentre erano in realtà un debito contratto con 
cittadini affatto liberi e indipendenti, come 1' attesta splendida- 
mente Gfrórer (5). 

40. L/ ultimo capitolo della nostra storia, opportunissima ap- 

(1) S'è già in principio avvertito il lieve errore di luogo fatto dall'autore, 
che non riconobbe in Kalimna l'isola Strobelos, come altrove avrebbe potuto 
ravvisare nel mercato di Tbeologon, presso l'antica Efeso, da lui esattamente 
ritrovato, il futuro porto di Scalanova; entrambe stazioni marittime aperte al 
libero commercio dei Veneziani per questo crisobolo. 

(2; Confr. la fine del documento a pag. 54, I degli Urkunden ecc. di Tàfei, 
u. Thomas con V Alessiade a pag. 163-164. 

(3) Cos'i : Ba [gesta) quae fidelium Veneticorum sunt, nullus omnium igno- 
rava (pag. 51), mentre nell'introduzione del documento ne ba già parlato ge-» 
nericamente nominandoli amici» et ministri*. 

(4) In fine invece si dice: quae donata sunt rectis dulis Imperii mei Veneti* 
cis . . . ad deortationem temptantium kos molestare (pag. 54). 

(5) Mi riserbo di chiarire più ampiamente questa conclusione nella seconda 
parte di questo studio. 



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90 

pendice, tratta brevemente le prime vicende di Amalfi, di Pisa e 
di Genova, in lotta contro il comune nemico saraceno sui mari oc- 
cidentali del Mediterraneo ; e benché in verità non ne resti provato 
un diretto impulso dato da Venezia allo sviluppo della libertà e 
della potenza di quelle città marittime d' Italia ; pure, lette queste 
pagine, si deve almeno convenire in questo con chi le scrisse : che 
la priorità di tempo, la comune soggezione alla stessa chiesa cat- 
tolica, le vaste relazioni commerciali e la grande fama, abbiano 
messa innanzi la citta delle lagune come invidiabile esempio alle 
altre del Mar Tirreno, per diverse cause già rese libere, mentre 
Bari, Brindisi ed altre meridionali, prive di libertà politica, vis- 
sero e deperirono nell'Adriatico, eclissate da Venezia, signora di 
sè e d' altri. 



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LE RUBRICHE 

DEI 

LIBRI MISTI DEL SENATO 

PERDUTI 

TRASCRITTE DA GIUSEPPE GIOMO 
SOTTOARCH1VISTA NELL'ARCHIVIO DI STATO IN VENEZIA. 

(Coutin. Vedi T. XXIV, pag. 3*8). 



Vetita et Concessa. 
(Lib. I.) 

Non eatur in Cyprum et Arnieniam, 17. 
Non portentur in Apuliara mercaciones, 52. 
Èorensis non possit levare lignum, Venetiis in Zaneta ad 
carlas 74. 

Sicut non potest armari aliqua galea Veneciis per speciales 
personas sine licentia huius consilii, sic non possit armari extra 
nisi fuerit elargatum, 146. 

Licitum sit mercatoribus facere cambium iuxta solitum, 163. 

Soli consiliarii Constantinopolis possint cura galea missa Con- 
stantinopolim mittere suas mercaturas exceptis pipere et cera, 180. 

Veneti non possint hinc exire prò ire Dyrachium nec inde 
ultra età, et est cancellatimi, 44. 

Non mittantur mercature in Apuliam nisi cum caravanis nec 
fiant bollette, possit tamen fieri cambium ut solet, 162. 

Prohibita por tari cum galeis concessis principisse, 175. 

Rame vera et stagnum possit portari solvendo denarios XII 
prò libra cum conditone quod non faciant portura intra culfum 
alie vero res possint portari solvendo datium solitum. Datium vero 
de mele reddatur, 189. 

Consilium prohibens multa venetis et etiain forensibus, 191. 



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92 

Nullutn navigium disarmatimi possit venire Venetias de parti- 
bus Syrie cum bombice, seta, pipere, allumine roze, aut alio have- 
re subtili per muduara pascatis nisi recedendo etc. — et per rau- 
duain yemis nisi recedendo a medio semptembre usque ad me- 
dium octubrem. — De Creta vero et de Romania nostra non possit 
venire cum bombice, pipere cum aliquibus speciariis cum seta, gra- 
na, cera, allumine roze, et alio havere subtili nisi recedendo a ka- 
lendis aprilis usque per totum ipsum raensem per muduam pasca- 
tis. Per muduam vero yemis cum predi^tis nisi recedendo a ka- 
lendis septembris usque per totum mensem octubris et solvant V 
prò centenario ; foleselli vero solvant solum unum. — Et possint 
ipse naves adducere alia recedendo quando volunt solvendo unum 
prò centenario salvo quod de curamine et pellaraine solvantur de- 
narii VI prò libra non intelligendo herculinas nec operam vai- 
rara, 189. 

Declaratio consilii vetantis teneri forenses in statione quod 
intelligatur solum de speciariis, merzariis et campsoribus, 192. 

(Lib. IL) 

Declaratum fuit quod drapparia vetus non intelligatur prohi- 
bita portari Dyrachium, 21. 

Res prohibite portari a Dyrachio ultra, 81. 

Possit rediri de Alexandria, quandocumque adducendo alu- 
roen, 6. 

Possit iri cura orani navigio ad terras imperatoris et ad mare 
maius, 10, 39. 

Totaliter revocatum fuit consilium captum in MCCLV in Con- 
silio rogatorum etc, 30. 

Sapientes V electi ad videndum consilium de dacio mercimo- 
niorum grossorum diminuito, 33. 

Ferrum elargetur preterquam ad loca vetita per papam et 
Apuliam, 78. 

Tele portari non possint vel fustagni extra culfura nisi cura 
galea armata etc, in Magno ad 4, 39, 59, 87. 

Possit iri in Sardiniam et ad illas partes, 99. 

Foleselli possint adduci Venecias cum omni navigio. 

Cuppi, lapides et calcina non trahantur per mare : in Capri- 
corno ad cartas 41. et bestialia Ystrie alio quara Venecias. 

Revocatum fuit consilium per quod poterat conduci bomba- 
tium ultramarinum de Romania et de extra culfum et intra sol- 
vendo etc. 30. 



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93 

Non portentur vel mittantur aliqua ad terras Regis Karoli 
pena XXV prò centenario, 52, 54. 

Prohibita portari Dyrachium et ultra, 81. 
Et etiam alia prohibitia facta fuit per illam muduam, 92. 
(Ltb. III.) 

Bannite sunt res nate in partibus inferioris lige lombar- 
die, 24, 138. 

Non possit iri Thessalonicam nec intra Avedum vel ad mare 
maius quousque non erit datus ordo; pena XXV prò centenario, 84. 

Levetur sigillura salis lombardis exceptis Ferrariensibus et 
Paduanis, 23. 

(Lib. mi.) 

Declaratio et strictura facta Consilio vetanti quod aliquis ve- 
netus non possit adducere nec adduci facere nec mittere aliquod 
lignum nec alias res de extra culfum intra culfum alio quam Vene- 
cias nec ire patronos lignis nostrorum fidelium quibus hic licentur 
per pacta, 100. 

Res de Mantua non possint adduci sub pena XXV prò cente- 
nario et committatur officialibus grossorum Rassie, 180. 

Clamati fuerunt nostri de partibus regis Roberti et prohibitio 
facta et que commissa fuerunt fratri Paulino, 18, 97, 102, 107, 
109, 115, 144, 168. . 

(Ltb. V.) 

Ser Nicolaus Mauro, Johannes Contareno, Dardi Bembo si con- 
duxerint ballas Ianuensium intra culfum non cadant propterea ad 
aliquara penam, 72. 

Declaretur consilium quo prohibentur forenses navigare per 
mare Venecias cum mercationibus quod intelligatur solum illa pro- 
hibitio de mercibus Levantis de Romania et extra culfum, 86. 

Preter Mantuani et Mutinam possit dari per dominum ducera 
consiliarios et capita de sale Cervie illis terris prò soldis Villi 
grossorum modio et de grosso prò XV, 8. 

Tele lini possint adduci huc per quoscumque et undecumque 
non solvendo aliquod datium usque ad unum annum, 193. 

Bombix discaricatus de galeis a Corono citra possit adduci 
Venetias cum disarmato usque per totum septembrem solvendo 
comuni età, 120. 

(Ltb. VI.) 

Tele non vendantur per venetos forenses veneto ad longiorera 
tarminum trium mensium, 121, 122. 



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94 

Nullus venetus extrahet ferrum prò forense nec tanset sub 
pena perdendi totum ferrum, 99. 

Venetus nullus audeat a Nigroponte supra versus Constantino- 
polim et per totum mare maius et in Trapesunda et inde supra 
usque Turisium et per illas partes, et similiter a Creta supra versus 
Cyprum et Armeniam et inde per Riperiam versus ponentem usque 
Tunisim et totam Rarbariara extrahere aliquas marcationes ultra 
valorem illius quod secum in aliquibus illarum terrarum detulerit 
nec stare plezii alicui veneto prò forensi sub pena librarura XXV 
prò centenario, 129. 

Fiant tres officiales qui inquirant da credenciis fìendis tam 
Venetiis quam extra et de havere forinsecorum quod navigaretur 
per mare et sint ipsi officiales per duos annos. 

Perusini usque ad biennium solvant de rebus suis solum tres 
prò centenario, 106. 

(Lib. VII.) 

Navigiura vadens in Cretam et ultra non recedat hinc usque 
ad medium februarium pena contraordinis, 71. 

Mercationes adducte cum Ugno Zufredoni possint adduci cuna 
omni navigio et sint immunes a V prò centenario, 5. 

Totum argentuin quod portabitur per mare Venecias sit fran- 
chura, 27. 

Argentum rame et stagnum nun possint extrahi, 91. 

Quedam balle caricate in galea ante impositionem galearum 
possint licite portari, 38. 

Drapparia possit usque ad Kallendas Augusti portari de Ve- 
netiis cum disarmato navigio, 29. 

Aurum et argentum et omnis moneta et havere subtile non 
possit extrahi hinc cum disarmato usque ad medium marcium, 63. 

Marangones debentes ire cum galeis si non se recolligent non 
possint laborare artera Venetiis usque biennium, 92. 

Non accipiat aliquis soldum specialis persone nisi galee culfi 
sint armate, 121, 122. 

De fugientibus de lignis culfi, 117. 

Sepi elargetur extractio conditionibus que erant ante strictu- 
ram, 39. 

Non eatur Constantinopolim sub pena, 125, 135. 
(Lib. VIII.J 

Consilium prohibens navigari plus de mercimoniis quam faciat 



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95 

de imprestiti* ; quod eatur ad cartas 22, 25, 27, 28, 29, revocatum 
fuit in 86. 

(Lib. Villi.) 

De imperio Bonsaiti vel Trapesunde non possit venetus extra- 
here mercationes prò pluri ilio quod sibi restasset de sua pura 
ratione vel recomendisiis Venetiis, 19. 

Quod homines Caprularum possint tragitare et ducere cannas 
de flumine Leminis prò observando lapsui sabulonis, 57. 

Arma de Maia possint extrahi et portari ad terras christiano- 
rum solvendo denarios XII prò libra, 40. 

Tele adhuc sint franche per duos annos 84. 

(Lib. X.J 

Non portentur ad partes Barbarie ferrura lignamen et 
arma, 19. 

Johannes Pipono zimator possit ire ad dictas partes Catari 
prò recuperando argentum fratris sui periclitanti ibi, 97. 

Monasteria ecclesie et speciales persone possint cum licentia 
domini ducis et consiliariorum mittere Bononiam occasione que- 
stionum motarum eis per collectorem domini Pape, 119. 

Non possit extrahi vinum prò zurma maioris precii librarum 
XX prò anfora, 23. 

(Lib. XI.) 

Amotum fuit interdictum quod nostri non uterentur in parti- 
bus Avalone condizione quod mercatores dent plezariam satisfa- 
ciendi damnum illatum lohannino Bono, 28. 

Ordines super facto piperis prohibiti aliquorum. 

Sapientes electi ad providendum quod nostri non recipiànt 
feudum a dominis forinsecis, 43. 

Nostri discedant de Firmo et non vadant illuc sub pena, 50* 

Licentia concessa Borgino eundi Bononiam, 71. 
(Lib. XII.) 

Pena quara incurrit fraudans solutionem fiendam in facto Me- 
diolani, 34. 

Quedam curamina et mercimonia hinc estracta que apud Pa- 
rentium exoneraverant fuerunt causa recipiendi libamentum na- 
vium, possint readduci absoluta a dacio et a pena, 93. 

Quinque nel VI fardelli sete Guillielmi Nicoli de Florentia 
balneati in partibus Laureti possint readuci impune, 93. 

Prohibitio de auro vel argento non portando cura galeis, 100. 

Concessum fuit ipsis galeis posse levare in Corono et Mothofto 



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00 

aurum et argentum et pecuniam nostrorum cura personis eortim 
et conducere Constantinopolim et nil aliud et de Constantinopoli 
non possint levare mercanciam sub pena, 100. 

Aurum filatum possit mitti cuna galeis culfi, 107. 

Petrus Pisani possit facere cambium de unciis C raittendis in 
Apuliara prò precio vini erapti in Calabria, 107. 

(Ltb.XniJ 

Nulla persona non habens soldum galearura culfi audeat ire 
super ipsis gàleis sub pena età, 6. 

Nullus venetus de partibus Cadubrii, Cividalis, Foroiulii, Tar- 
visio Padue, Vincentie, Verone, Mantue, Ferrane et aliis et ab 
Ancona citra et a Ragusio citra audeat extrahere ferrum prò por- 
tando alio quam Venecias etc, 7, 18, 22, 26. 

Cristoforo Pelavicino Januensi concedatur licentia extrahendi 
de Veneciis suam pecuniam vel argentum ut continetur in carta 
debiti inde facta, 35: et Johanni Ricio Januensi yperpera MMMD* 

Processus factus in Franciscum de Alberazo, 38. 

Tercium ferri quod est in terra et quod adducetur possit ex- 
trahi usque ad medietatem septembris prò portando extra culfum, 
47, 64. 

Terris Lombardie detur sai stricto modo, 35. 

Quod aliqua galea non vadat ad Tanam per hanc muduam, 51 « 

Concedatur ser Marco Mauro et priori Misericordie commis- 
sariis Petri Gysi defuncti in partibus Armenie quod possint facere 
conduci cum disarmato unum scrineum de cendatis valoris libra- 
rum XXXII grossorum, 51. 

Sepo durus qui portatur extra non habeat reffusuram, 38. 

Mellis refusura in extractione removeatnr condictione quod 
nullum navigium recipiat mei intra culfum prò ducendo ipsum alio 
quam Venecias, 38. 

De rame et stagno et subsequenter multe alie adiectiones da- 
tiorum comunis, 8, 9, 10, 11, 12, 26. 

Pelles et coria non portentur ad iudecam ad dealbandum abs- 
que licentia officialis messetarie et sua boleta, 74. 

Licentia data Marino Grioni manendi in Apulia cum familia 
et patre non obstante processu, 103. 

Memo occultet bona Bardorum et pena occultantis, 90. 

Mei non caricetur intra culfum prò conducendo alio quam Ve- 
necias eie, 8. 



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97 

fLib. xim.j 

Elargata sunt navigia usque, ad caput Borsani, 2. 

Johannes Lappi de Mutina raanens Bononie possit venire Ve- 
cias et stare per mensem, 20. • 

Nostri fideles non possint ire Gatarum vel mittere pena libra- 
rum L prò centenario exceptis etc, 28, 79. • 

Rogentur Ragusei quod inhibeant quod sui illuc non vadant, 28. 

Ad preces domine ducisse Athenarura concedatur nuntio suo 
posse extrahere et conducere in Apuliam arma specificata, 43. 

Quod galea ser Resini Contareno itura disarmata ad partes 
Cypri non possit recipere aliquem ex soldatis galearum armatarum 
ad viagia Cypri et Armenie et comunis pena librarum L prò quoli* 
bet accepto, 47. 

Bertonus Lauredano possit constituere unum ex fratribus suis 
patronura prò se eundi Tanam, 50; aliis quibusdam, 52. 

Torius Poltono de Parentio possit uti suo nemore etc, 51. 

Quod aliquis non naviget plus in mercationibus quam faciat 
imprestita, 56, 57, 59. 

Non possit vendi yel emi tele in credentia que intrarent fonti- 
cum teothonicorum, 59, 60. 

Possint portura facere in Fano mercatores Florericie et Tuscie 
et aliunde de certis usque ad unum annum, 69. 

Regalie domini ducis 

fLib. ÌIIT.J 

Scriba tur comitibus Vegle prò regalia domini, 71, 98, 106. 

Elongetur terminus datus comitibus Vegle prò regaliis non 
solutis, scilicet comitibus Schinelle et Nicolao aliis comitibus rema- 
nentibus legatis in processibus, 98, 106. 

fLib. V.J 

Precipiatur corniti Nicolao quod venia t iuratum fidelità tem 
et sit absolutus de non posuisse pecuniam ut debuit, 8, 157. 

Factum regaliarum non solutarum per comitissam Slavara 
comittatur advocatoribus qui possint hoc committere corniti Cher- 
si, 155. 

Elongetur terminus Comitibus Guidsni, Iohanni et Fede- 
rico, 157. 

Quod Comes Chersi accipiat te3tificationes committendas per 
advocatores comunis contra comites, 157. 

7 



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98 

Consilium Capitura de XL et sapientes diffiniant iufra termi- 
num tunc preiìxum questione^ de re 0 r aliis Vegle utrum debeat fieri 
solutio in principio, 11. 

Mittatur una persona Veglanrque recipiat proventus ethono- 
rificentias comitum recusantium solvere que debent et expense 
fiant per Comune, 12, 24. 

Comminatio facta corniti Nicolao de Vegla nisi venerit ad iu- 
randum et quod deferrat regalias domini, 10. 

(Lib. VII) 

Mittantur littere Veglam prò regalia domini ducis, 129. 
(Lib. Villi) 

Sapientes electi ad consulendum super facto regaliarum do- 
mino duci non solutarum per comitem Federicum, 107. 

Rogatorum Consilium 

(Lib. 111L) 

In Consilio rogatorum non sedeatur in banco superiori in quo. 
sedent dominus Dux et consiliarii, 119. 

(Lib. X.) 

Quocien3 vocabitur consilium prò facto ser Marini Barbadico 
vocetur sub pena soldorum X. 

(Lib. XIUl.) 

Vocetur consilium rogatorum sub pena soldorum XX prò 
facto forensium et advocatores comunis exigant, 4. 

LlGNA MISSA EXTRA PRO ARDUIS FACTIS 



(Lib. Il) 

Lignum Iohannis de Varino vadat usque in Cretam cum no- 
vis que habemus, 103. 



Juriste et Medici 



(Lib. VII) 

De medicis et iuristis non fiat novitas in facto imprestito- 
rum, 22. 

(Lib. Villi) 

Quod quinque medici scilicet magistri Ravaninus, Symon et 
ali! probentur, 49. 



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99 

(Lib. XII.) 

Medici probati, 63. 

(UT). XI III.) 

Medici probati, 69. 

Notarii Curie et alii 
( Lib. XIII I.) 

Presbiter Johannes Taiapetra remansit notarium ad iudicatura 
de mobili, 66. 

Ordines navigandi in generali. 
(Lib. VII.) 

Si videtur vobis quod ordines capti in MCCCXXI in rogatis 
durent amplius, 128. 

Fiat una mudua de galeis armatis hoc anno condictione 
età, 129. 

Electi ad providendum de ordinibus navigiorum arinatorum 
iahermiura, 122. 

(Lib. XI) 

Electi super ordinibus galearum et navigii disarmati, 57, 63. 
(Lib. XIII.) 

Quinque sapientes electi provisuri super ordinibus navigiorum 
armatorum et inhermium et mensuris galearuift et facto mercatio- 
num et omnibus ad ipsa spectantibus, 64, 77. 

{Lib. XI III.) 

Gratia quelibet consulta fieri cadenti ad penam contra ordines 
navigandi non possit durare suspendi etc. ultra IIII menses, 68. 

Sapientes electi super ordinibus navigandi et mercationum, 
56, 57, 67, 75. 

Confirraetur adhuc per duos annos consilium de facientibus 
contra ordines placitandis per provisores, 82. 

Denarii marinaricie cuiuscumque viagii et navigii non subia- 
ceant stric^uris ordinurn navigantium, 100. 

Speciales persone que non videntur cadere sub 
rubricis locorum 

(Lib. I.) 

Nicolaus Venerio restauretur, 171, 



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ioo 

(Lé. ItJ 

Ser Beletus Justiniano conservetur indemnis de suo capitali 
scilicet non ponendo etc. 4. 

Pro Andrea Delfino cui deficiunt yperpera CCL ve] circa do- 
minus dux et consiliarii possint mittere, 85. 

Cognitura fuit quod ser Thomas Dandulo sit plezius prout 
continet quaternus advocatorum coraunis, 52. 

Petrus Belegno patronus in galea capitanea absolvatur a fa- 
ciendo raesam, 99. 

Deputati ad examinandum facta Phylippi de Crete, 69. 

Non ceciderunt illi qui tunc portarunt oleum extra culfum, 34. 
(Lib. 1IILJ 

Declaratum fuit quod Antonius Bono de mercationibus per 
eum adductis de Constantinopoli, Corono et Mothono cum ligno Ja- 
nuensium et inde cum nostris galeis sit ad condictionem mercatio- 
num que adducuntur de Constantinopoli et mari raaiori, 185. 

Satisfiat per extraordinarios de residuo quod habent debenti- 
bus recipere prò sententiis patriarche, 182. 

(Lib. VJ 

Quod Phylippus et Gabriel Bono veneti habitantes quinque 
(sic) ad mercatum in Iustinopoli absolvantur a factionibus ibi sed 
faciant hic ut alii, 151. 

Electi super facto Marci Sabadino prò pantano, 140, 141. 

Similiter facturtl Donate Bolpe, 140. 

Brazamonti de Ortona dentur soldi XL grossorum in recom- 
pensationem sui damni etc, 146. 

Gratia concessa Lanzaloto Cuppavero de Cervia etc, 34. 

Quod si nobiles viri Nicolaus Mauro, lohannes Contareno et 
Bardi Bembo propter quoddara pactum habitum cum Ianuensibus 
venirent cum ballis intra culfum non cadant ad aliquam pe- 
narli, 72. 

Galea ser Nicolai Victuri possit navigare, cuius mensure no- 
tate sunt. — Galea ser Dardi Bembo, 151, 152. 

De datio galearum redeuntium de Flandria satis^at illis de 
ca Bembo et Tingo et sociis libras X grossorum, 157. 

Concessum fuit Pinzino Dardi et lohanni Babilonio posse ex- 
trahere de Clugia et portare Ferrariam milliaria XXV salis prò 
concordandis Francis etc. 107. 

Pistorino fuit concessa licentia mittendi milliaria duo salis 
Ferrariam solvendo datium, 85. 



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* 101 

(Lib. VI) 

Henrigettus de Valle restituatur ad soldum faciendo finem do 
soldis XLV grossorum quos petebat comuni prò facto Ferra- 
ne, 121/ 

Qualiter date fuerunt ser Jacobo de Bonacurso libre X gros- 
sorum in restaurum damni sibi de armis et marinariciis sibi ac- 
ceptis per capitaneum esercitus magni, 87. 

(Lib. VII.) 

Marcus Barbadico possit facere unam galeam ad mensuras 
galearum Cypri, 71. 

Franciscus Mauroceno similiter, 73. 
Nicoletus Bondemiro, et Marcus de Musto, 75. 
Alii plures similiter, 126, 127, 118. 

Marinus Capello et alii ad mensuras galearum Flandrie, 126. 
Jacobo Polani date fuerunt paria C. Schincheriarum prò sua 
pignora, 81. 

Franciscus de Lege possit similiter unam galeam imponere ad 
mensuras galearum Trapesunde, 19. 

(Lib. Vili.) . 

Ser Gabriel Dandulo et illi de domo sua qui non facient im- 
prestila possint facere navigari quantum iuste videbitur, 28. 

lohannirio Quirino aptetur ratio super facto quarumdam bai- 
larum et simile servetur in aliis, 28. 

Rugerius Mauroceno qui erat in Alexandria non possit venire 
cum ordine, 45. 

(Lib. Villi.) 

Licentia data Marco Gallo de Clugia quod possit ire per pala- 
tam Leminis, 49. • 

(Lib. X.) 

Detur pecunia existens apud provisores ser Raynerio Minoto 
prò damnis illatis sibi a Bononiensibus dante ipso plezariam et pars 
Petri Crisci interdicta per supraconsules remaneat sicut etc, 106. 

(Lib. XI.) 

Francischinus Quirino affidetur per totum marcium, 78. 

Scribatur ser Dardi Bembo quod mittat commissionem ad ple- 
num usque ad sanctum Michaelem occasione condemnationis facte 
in filium Iohannis Marchisini, 78. 

(Lib. XII.) 

Picinellus Iacobi de Luca possit extrahere arma superflua 
quedam, bullanda per officiales, 2. 



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102 * 

Provideatur domino Guilielmo de Freganesco prò via quam 
stetit in ssrvitio comuni* et captus de grosisXII in die, 43. . 

Ognobene a Moneta non molestetur a pagatoribus prò soldo 
recepto super galea ser Jacobi Gradouico etc, 43. 

Pro Zanoto Guilielmo, 54, 55. 

Ugolinus Cervallarius Ianuensis possit investire et extrahere 
pecuniam extractam de frumento huc delato cum cocha sua, 92. 

Quinque vel VI fardelli sete Guilielmi Nicoli de Florencia bal- 
neati possint Venecias readuci, 93. 

Tempus V annorum non preiudicet galeas ser Dardi Bembo et 
Pangracii Capello, 13. 

Super questione ser Danielis Victuri et cuiusdam alterius mu- 
lieris eligantur tres sapientes, 103. 

Concessa fuit licentia ser Iohanni Sanuto mittendi ad partes Co- 
troni certam quantitatem speciarie et mediana libram de perlis, 101. 

Deputati super facto ser Jacobi Contareno et dent suum con- 
silium in scriptis, 8. 

(Lib. XIII.) 

Non coraputetur terminus quo stetit galeam ser Nicolai Sa- 
nuto in servitio coraunis in termino V annorum, 28. 

Simile factum fuit de galea ser Francisci Polani, 34. 

Concessum fuit Sardo Branfcaleoni et Petro Belmosto Ianuen- 
sibus quod iuxta promissionem factam sibi per ser Marcura Celsi 
nomine nostri comunis que est soldorum MMMDCCCC possit ex- 
trahere de Veneciis, 05. 

Factum ser Pauli Faletro de denariis VI prò libra quas ha- 
buit de bonis Servodei induciatur etc, 76, 89 sententia. 

Sapientes deputati ad recipiendum bona Servodei de Valore, 
01, 95, 97. 

Affidatio facta per supraconsules Jacobo Barro teneat non 
obstante etc, 99. 

Nemo occultet bona Bardorum et pena occultantis, 90. 
(Lib. XII1I.J 

Quod proba facta per- Raymundum Passaraonte quod fuerit 
natus Venetiis sit vera, 2. 

Quod scribatur domino Nicole Sanuto super relaxatione Phi- 
lippi Ghisi, 46. 

Prorogatio termini affidationis Curadi de Valore etc, 6, 59. 
Non intromittamus nos in facto Johannis Delfino sed vadat si 
vult cum sub culpabilibus ad excusandum se, 43. 



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103 

Pecunia Ser Avesoris de Cervia remaneat a l officium fru- 
menti abq-ie al quo prò le qu )us \ le et'\, 78. 

Mathe is Vi-tviri possit uti illis libris 4 con ^essis sibi de de ia- 
riis connnis etr., 79. 

Similiter ser Paulus Falatro libris C grossorum sibi mutuo 
datis non obstante et\, 89. 

Marc is Struali pos;it affi lari etn., 81. 

Super faclis ser Marini Barbarico cum Iadrensibus, 76. 

Super questione que est inter ser Angelura Marcellum et co- 
mune eligantur sapientes, 44, 54, 58, 60. 

Sicut consulerunt sapiente* captu:n flit quod illis de ca Sa- 
nuto non sunt facta damna aliqua per ere litores Servodei de Va- 
lore, 83. 

Q ìod Bertucius Victuri et fratres quon lam filli ser Nicolai 
possint suos vairos per eos raissos ad partes Marchie inde huc fa- 
cere readduci, 23. 

Marcus Contareno possit facere conduci de Crete cum disar- 
mato capsas XVII zuchari et fjssios VI de verzin etc, 89. 

Veneti facti privilegio 

(Lib. I) 

Restrictiones facte venetis factis ad quas sibi tenentur, 191. 
Declaratio quedam circa venetis, scilicet quod intelligatur so- 
lum de illis qui tenent speciariam, 192. 

(Lib. V.) 

Alique provisiones qualiter tractari debeant forenses facti 
cives per nos et per terras extraneas, 5. 

Veneti de annis XV et de XXV in Magno, 97. 
Multis venetis factis privilegio reddantur privilegia, 179. 
(Lib. VI) 

Privilegia quorumdam de quibus dicebatur quod non proba- 
verant ad plenum non reddantur eis sed possint iterum probare 
se fecisse factiones, 16. 

(Lib. VII.) 

Ordines provisi super illis qui volunt esse veneti natione et 
habitatione, 115. 

Item declaratum fuit occasione cuiusdam fai Li naturalis Donati 
de Perutiis volentis probare coram iudicibus nativitatem filii sui 
quod aliquod breviarium quod deinceps fierit super talibus non 



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104 

habeat vigorera aliquein. — Item non recipiantur imprestita a fo- 
rinsecis de societatibus etc, 115; ex margine 9 rogatorum, 112; 
Fronesis, 128. 

Ordines dati super illis qui volunt fieri veneti, 115. 
(Lib. Vili.) 

Firmani habitantes Veneciis tribus annis cum familia sint ab- 
soluti a processibus, 47. 

(Lib. Villi.) 

Fiat privilegium citadinantie Antonio Balbo Bonaiuti de Eu- 
gubio, 17. 

Provisio facta per sapientes super facto Venetorum privilegio 
factorum, 108, 112. 

Declaratura fuit quod qui stabunt firmi habitatores Veneciis 
etc, non possint mercari per mare nisi quantum fecerint de impre- 
stitis, 112. 

Item de venetis XV annorum declaratura quod non possint 
mercari in fontico theotonicorum, 112. 

Fiat privilegium annorum XV Benvenuto Guidoti qui flit de 
Florencia, 115. 

(Lib. X.) 

Cresci de Bellis de Ferraria et habitavit Laureti sit venetus 
de annis XXV, 37. 

Fiat privilegium citadinancie de annis XXV Iacobo Rugerio, 
Antonto et Rugerio filii quondam Conradi, 64. 

Fiat privilegium de annis XV Iohanni Pistorio quondam Pe- 
regrini de Trivisana, 64. 

Facti veneti nisi stent Veneciis cum familia et faciant factio- 
nes non mercentur ; in presbitero, 124, et sequens 126. 

(Lib. XI.) 

Guglielmus domine Catanie sit venetus de annis XV et non 
possìt tamen mercari in fontico theotonicorum. 

Alemanus quondam Donati Àlemani sit venetus de annis XXV 
non possit tamen mercari nisi de tanto quanto faceret imprestita. 

Veneti facti privilegio de annis XXV non possint facere ullam 
additionem in suis imprestitis sine licentia etc, 48. 

(Lib. XII.) 

Privilegium de annis XV fiat Muzole filio magistri Iohannis 

fisici, 20. 

Similiter fiat Betino Petri de Bononia sed de annis XXV ; — 



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105 

Egidio de Benedictis de annis XV ; et sìmiliter domino Rotondino 
de Belviso de annis XV, 20. 

(IAb. xm.j 

Fiat privilegium de annis XV Angellello quondam Marcadelli 
de Angellellis de Ferraria non possendo facere mercationes in fon- 
tico, 21. 

Simile fiat Dino Parenta de Luca, 21. 
Simile Dayno Rigetti et Alexandro eius nepoti, 32. 
Simile fiat Iohanni de Berner pelipario qui fuit de Regio, 98. 
(Lib. XllIL) 

Privilegium fiat de annis XV Chelli filio olim Iohannis de 
Forregureris de Pistorio. — Simile fiat Bonacursio quondam Mo- 
rethoni Bonete de Luca. — Simile fiat Bartho, Rizardo et Nicoletto 
fratribus olim ser Mercarelli etc. — fiat privilegium de annis XXV 
Sinutio Bencivegna de Florencia etc, 10. 

Privilegium XV annorura fiat Ughetto, Pucinello, Chirico, et 
Fridiano filiis Torselli a Seta de Luca. — Simile fiat Bonhomo 
merzario olim filio Petri de Mediolano. — Ubertinus et Ambrosius 
de Mediolano et Lantarolus quondam Regini de Barni de Medio- 
lano sint veneti de annis XV. — Simile fiat nobili viro Federico 
quondam Azonis de Civitate Belluni, 38. 

Fiat privilegium de ànnis XV Johanni et Abramino Mathei 
fratribus olim de Cremona, 69. 

Petro Cuzino de Mantua fiat privilegium de annis XXV, 78. 

(Continua.) 



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MEMORIE VENETE 

NEI 

MONUMENTI DI ROMA 

(Contin. Vedi T. XXVI, pag. 126). 



S. PAOLO extra muros. 
XLIX. 

Questa basilica sorge sul luogo stesso di quella che fu preda 
delle fiamme lei 15 Luglio 1823, pochi giorni innanzi alla morte 
di Pio VII. Qualche parte rimase però conservata, specialmente il 
volto e il musaico sopra la tribuna, ma vi si collocarono a rinforzo 
due poderosissime colonne di granito del Sempione, i cui massi 
condotti per il fiume Po dal Piemonte a Venezia, vennero posti 
sui navigli che li trasportarono per mare nel Tevere, poco lungi 
dalla basilica in cui fanno mostra imponente. Nel contemplare 
quelle due colonne, ricordasi che al loro passaggio per Venezia 
traeva in folla la gente a mirarne la mole, e che V illustre Giovanni 
Casoni, il quote pubblicò nel 1829 la Guida dell* arsenale di Ve- 
nezia, parla Iella seconda, al N. 40 della Guida stessa (dopo di 
avere accennato al canale coperto da tettoia, nel quale tenevasi il 
bucintoro nei giorni imminenti alle sovrane funzioni) : « Quelle 
» due antenna grossissime, che s'innalzano alla estremità del ca- 
» naie medes mo, combinano una così detta biga; essa serve a sol- 
» levare pesi gravissimi, e ad alberare brick e fregate. Il giorno 
» 22 Marzo 1828 si manovrò qui la seconda colonna di granito 
» italiano, de ;tinata a sostenere il presbiterio nella già incendiata 
» basilica di S. Paolo fuori di Roma (1). Questa colonna è lunga 

(1) A quest moderno ricordo corrispondono antichi buoni offici. «Trovai 
» (così scriverai 'egregio comm. Cecchetti) n« 1 Registro Leona del M;igg. Con- 
» giglio, pag. IH, uu decreto 12 Dicembre 1 100, cbe concede, per domanda del 



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107 

» piedi 38:3:4, grossa piedi 5:2:5 e pesa libbre 96,500.— ». 
Altrettanto dicasi della gemella. 

Sulla parete della loggia esterna, contigua alla navata di cro- 
ciera, v'è una lapide che ricorda papa Gregorio XVI, il quale, colla 
consacrazione dell'altare papale in essa basilica, segnò uno stadio 
di notevole avanzamento nella ricostruzione cui fu posta mano per 
volere di Leone XII. Ora, essendo compiuto l'interno, si sta termi- 
nando il vestibolo a colonne della facciata e il suo quadriportico. 

Ecco T iscrizione gregoriana : 

Gregorius XVI Pont. Max. | Augustae Pauli Apostoli Ba- 
silicae | Ante Annos XVII Incendio Absumptae | Novi Aedifi- 
cii Latus Transversum I Reliqua Molitione Tanti Operis | A 
Leone XII Suscepti A Pio Vili Continuati | Auctoritate stu- 
dioque suo | Majorem Partem Producta I Perfecit Rite Lu- 
stravit I Templi Altare Maximum Consecravit | III Nonas 
Octobr. I An. MDCCCXL | (i). 

È scolpita sopra grande lapide, decorosamente incorniciata e 
sormontata dallo stemma Cappellari, il tutto di candido marmo. Il 
medesimo stemma è intagliato in alto rilievo, e sorretto da due 
angeli nel centro' del soffitto della detta navata trasversale. 

L. 

Memoriae I Petri Aloysj Constante^ F. Gali etti | Ex Fa- 
milia Benedict. Casin. I Viri Religiosissimi Sollei tissimi | Vir- 
tute Et Scriptis Pontificum Maximorum | Beneficia Promeriti 
| Quem Benedictus XIIII Inter Scriptores | Vaticanos Adle- 
git | Clemens XIII Abbatem Dixit I Pius VI Episcopum Cyre- 
nensem I Fecit Et Consacravit | Alexander Et Marianna | Co- 
mites | Fratri Carissimo Benemerenti | Inter Sodales Vete- 
res Ad Votum Ejus | Composito Faciundum Curaverunt | Qui 
Vixit Ann. P. M. LXVIII | Decessit Idibus Decsmbr. | Anni 
MDCCLXXXX. | 

» papa Bonifazio IX, a due suoi agenti romani, di noleggiar navigli veneziani 
» per caricar, nelle parti di Segna e Schiavonia, legnami e condurli a Roma 
» per \i ricostruzione della chiesa di S. Paolo extra muros, non avendo nelle 
» parti di Roma, legni così lunghi ». 

(1) Altre iscrizioni gregoriane si daranno in gruppo. 



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108 

Questa iscrizione stava sul sepolcro di Pier Luigi Galletti, 
sopra lapide che dalle macerie del ricordato incendio rimase in- 
franta e fu poi rinnovata sul luogo della sua sepoltura, nel centro 
della cappella del Crocifisso. 

Il Galletti è benemerito della conservazione di innumerevoli 
memorie storiche che esistevano in Roma, le quali sarebbero di- 
menticate se non fossero state da lui registrate in Collezioni con 
grande fatica e perseveranza. Esercitato fino dall' adolescenza a 
leggere le iscrizioni, yide non senza sdegno il pregiudizio che sof- 
ferivano per la edacità del tempo, l'incuria e la barbarie degli 
uomini. Egli deplorava particolarmente la poca coscienza di coloro 
che, nell'occasione di ristoramene ai templi di Roma, permisero 
che tante iscrizioni fossero distrutte, adoperatene le pietre in altri 
usi. Egli stesso, che tali suoi sentimenti manifesta nella prefazione 
delle Iscrizioni Venete in Roma, aggiunge di avere avuto la prova 
di quella dispersione dal 1740 al 1757, avendo in quest'ultima 
epoca cercato indarno in alcune chiese di Roma delle lapidi che 
avea copiato nella prima. 

Cedo la parola all' anonimo biografo del Galletti, lieto di re- 
gistrare un argomento di encomio al governo di Venezia nei se- 
colo X Vili : « La prima Nazione che mostrasse gradimento di ve- 
» dere impressi e perpetuati gli Elogi de' suoi insigni cittadini, fu 
» Venezia. Per mezzo del suo Ambasciatore il cavalier Pier An- 
» drea Cappello, fu richiesto il P. Pier Luigi di somministrare le 
» iscrizioni spettanti agli uomini illustri della città, e avendole esso 
» di molto buon genio accordate, furono poste in luce l'anno 1757 
» per i torchi di Generoso Salomoni (1). Precede nel libro una ele- 
» gante iscrizione dell' Autore, diretta al nominato sig. cavalier 
» Cappello, nè vi manca una prefazione nella quale Si parla del- 
» l' utilità di queste Collezioni, deplorandosi in questa non meno la 
» perdita di tanti monumenti che, nel rimodernarsi di questo se- 
» colo di diverse chiese, furon rovinati e dispersi, che la negli- 
» genza di chi ne trascrisse alcune che leggonsi in varie opere, o 
* tronche, o alterate, o scorrette » (2). 

(1) Inscriptiones Venetae Infimi Aevi Romae extanta. Romae, apud Saio- 
moni, 1757, in 4.° 

(2) Notizie spettanti alla vita del P. abate d. Pier Luigi Galletti* monaco 
benedettino cassinese, e dipoi vescovo di Cirene. Roma, presso Perego-Sabioni, 
1793, paff. 58. 



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Ì09 

Ecco T elogio che il Galletti faceva all'ambasciatore Cappello, 
e leggesi sull 1 antiporta delle InscripU Ven. : 

Petro Andreae Cappello | Petri Hieronymi Senatoris Am- 
plissimi F. | Equiti Patricio Veneto | Viro Majouum Gloria | 
Propriisque Virtutibus Clarissimo I Post | Legationes Hispa- 
niensem Germanicam Et Britannicam | Pro Serenissima Vene- 
torum Republica I Eximia Consilii Ac Fortitudine Laude | Ge- 
stas | Ad Benedictum XIIII P. 0. M. | Difficillimis Temporibus 
| Iterum Oratori | Quod | Erga Bonas Artes | Cultum Favo- 
rem Benevolentiam I Semper Testatus Sit I Et Summorum Vi- 
rorum | Thomae Contareni Et Hieronymi Iustiniani | Pro Pa- 
tria Ad S. Sedem Legatorum | Tumulos Pene Distractos | Quum 
S. Marci Romanum Templum Instauraretur | Ab Interitu Vin- 
dicaverit (1) | Petrus Aloysius Galletthius Romanus | Con- 
gregationis Casinensis I Monachus Et Sacerdos I Publicum 
Obsequii Testimonium I Fautori Egregio Munifico | D | Anno 
MDCCLVII | Ipso Felici Faustoque Die | Natalis S. P. N. Be- 

NEDICTI. | 

Il bell'esempio, dato agli italiani dalla Repubblica Veneta, 
portò sollecitamente i suoi frutti. « Tostochè si vide comparire 
» (prosegue il biografo) alla luce questo primo saggio dell' im- 
» mensa fatica fatta dal nostro Galletti, il sempre glorioso e sem- 
» pre grande Benedetto XIV, non solo approvò l'idea, ma volle 
» che un simil onore procuratosi dalla Veneta nazione, ricevesse 
» anche la sua patria, Bologna. Questa, per essere stata sempre 
» madre feconda di uomini celebratissimi in ogni sorta di scienze, 
» dopo averne ritenuti non pochi nel seno suo, ha lasciato che 
» molti altri, atti a decorare qualunque città, si portassero a ser- 
» vire di lustro alla sua capitale. Conveniva però che le onorate 
» memorie di questi non perissero, onde fu da quel saggio Ponte- 
» fice ordinato che a spese sue 3Ì pubblicassero ». E ciò avvenne 
nel 1739. Nel 1760 furono pubblicate le Romanae (2), nel 1701 
quelle Piceni seu Marchiae, nel 1700 le Pedemontanae, tutte 
stampate in Roma, dalla stessa tipografìa Salomoni. Nessuna iscri- 

(1) Vedemmo in S. Marco di Roma, questa benemerenza dell'ambasciatore 
Cappello. 

(2) E ciò torna ad onore del veneto papa Clemente XIII (Rezzonico) dal 
quale fu voluta* Quirini, Thiara et Purp Ven. Addit. pag. 316. 



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110 

zione delle predette fu illustrata però dal Galletti. Ma il suo merito 
se non fu scarso relativamente a quelle memorie, che, raccolte da 
lui stesso nel 1740, erano sparite nel 1757 dai luoghi ov' egli 
aveale copiate, assai più rifulge per le tante altre che furono ma- 
nomesse da quell'epoca fino a* nostri giorni, avendo avuto parec- 
chie occasioni io medesimo di trovare, conservate dal solo Galletti, 
iscrizioni che mi era proposto di leggere sui luoghi, donde spari- 
rono per amnndernamento di chiese, e specialmente per rinnova- 
zione di pavimenti. 

Rimangono inoltre manoscritte nella Biblioteca Vaticana le 
serie delle iscrizioni lette dal Galletti in Roma relativamente a 
personaggi della Corsica, di Genova, del Lazio, della Lombar- 
dia, di Napoli, della Romagna, della Sabina, della Sicilia, della 
Toscana, dell' Umbria, dell' Vrbinale, le quali, colle pubblicate, e 
con altre relative a stranieri tumulati in Roma, formano sedici vo- 
lumi. Il Galletti raccolse anche quelle relative ai lucchesi che ces- 
sarono di vive *e in Roma, e furono le sole da lui illustrate. Il mss. 
rimaneva nel 793 presso l'anonimo suo biografo (1). 

Molti alti lavori del Galletti si conservano nella Vaticana, e 
fra essi i Nec* ologi o registri delle epoche mortuarie di uno stra- 
grande numero di illustri personaggi defunti in Roma, le quali egli 
ha raccolte nelle occasioni, che ebbe continue, di presiedere al- 
l' ordinamento di Archivi romani. 

Quest'uomo benemerito, che nel 1778 fu dal papa Pio VI, 
eletto, e colle proprie mani unto vescovo di Cirene in pari. inf. 
mori n •! 1790 l'anni 68. 

IN S. MARIA DELLA VITTORIA 
LI. 

Nel percorrere questa chiesa per visitare il monumento sin- 
golarissimo dei Cornaro, il visitatore è attratto alla contempla- 
zione e all'ammirazione dell'affresco stupendo dipinto sul catino 
dell'abside dal Serra, e di recente (1882) scoperto. È la proces- 
sione marziale e trionfale che sotto le mura di Praga si svolge in 
rendimento di grazie alla Vergine, patrona dell'esercito dell' im- 

(1) Notizie ecc pag. 105. 



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ni 

peratore Ferdinando II, re di Boemia, per la vittoria in cui rimase 
debellato (8 Novembre 1620) Y antì-re Federico Pc latino. Spicca 
nel mezzo, e direi quasi rifulge, il frate carmelitano jpagnuolo Do- 
menico di Gesù Maria, sopra bianco cavallo, recant ? in mano la 
iraagine della celeste patrona, preceduto e seguito d; variatissimo 
corteggio marziale. Sul fondo sorge Praga. Altri se ùsse autore- 
volmente intorno ai pregi di quest'opera radiosa del e bellezze di 
Tiziano e di Paolo Veronese ; io, veneziano, osservo che chi vuol 
sapere appuntino i rivolgimenti della guerra dei trent* anni, li 
trova descritti da Battista Nani nel primo volume de la sua Storia 
di Venezia dal 1613 al 1069. Vessata da un lato d igli austriaci 
di Spagna, dall' altro da quelli di Germania, Vene ria respirava 
ogni volta che o quelli o questi toccassero le busse. La sconfitta 
dunque del re Palatino non piacque e non poteva \ iacere a Ve- 
nezia, benché si dicesse, e in gran parte era vero, t he vinsero i 
cattolici e furono disfatti i protestanti in quella memoranda bat- 
taglia. Non entro davvantaggio in tali disquisizioni. Soltanto ac- 
cenno ad argomento che fu materia di studi profonti, e in questo 
stesso Archivio Veneto ne fu parlato copiosamente (1). La tiran- 
nide austro-ispanica faceva sì che le potenze italiane (talora«gli 
stessi Papi) esultassero in cuor loro dei successi dei lissidenti. 

LIL 

1. Federicus S. R. E. Cardinalis Cornelius Ioannis Vené- 
tiarum Ducis Filius | A Clemente Vili Inter Apoìtolicae Ca- 

MERAE CLERICOS ADLECTUS | A GREGORIO XV BER 10MATUM In- 

fulae Ab Urbano Vili Coruscae Purpurae Admotus | Mox 
Vicentinus Antistes Et Patriarcha Venetus Crsatus | Cum 
Postremum Hoc Munus Aliena Voluntate Susceitum Sua De- 
posuisset I Deponendi Quoque Corporis Memor D. Teresiae 
Immortalem Aram | Sibi Ante Aram Er Tumulum ; Iortalitat[s 
Suae Custodem Posuit | Atque In Partem Obseql ii Erga Vir- 
glnem Discalceatorum Matrem | Vocatis Cum Carente Sex 
Aliis Ex Cornelia Gente Cardinalibus | Inducens Pro Exuviis 
Corporum Spirantia Vultuum Simulacra I Providit Vivens 

(1) Rassegna Bibliografica nel tomo XXV. pag. 118: La ; olitica della Re- 
pubblica di Venezia dirante la guerra dei trenVanni, di HaN8 *on ZwiEDiNEC^ 
Sudenhorst, voi. 1. Recensione di G. Bùhring. 



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ità 

Quomodo Extinctus Obsequium Aeternaret I Anno Salutis 
MDCXLVII Aetatis Suae LXVIII. | 

2. S. C. De Propaganda Fide | Ex Testamento Cardinalis 
Cornaro Veneti | Patrona Restituit | A. MDCCCLIII. | 

3. D. 0. M. | Federico S. R. E. Card. Cornelio Veneto | 
Episcopo Albanensi | Sac. Congreg. De Propaganda Fide | Ob 
Millia Aureorum Triginta Quatuor I Sibi Ab Eo Absolute Le- 
gata | Ad Designatam Ex Asse Haereditatem | Si Proles Vi- 
rilis Fratris Filio Nulla Supersit | Singularis Beneficentiae 
| Hoc Extare Voluit Monumentum. | 

Monumento singolarissimo e di munifica sontuosità è la Cap- 
pella di Santa Teresa, edificata e adornata a spese del cardinale 
Federico (il juniore) Cornaro. SulF altare si ammira quella che gli 
scrittori d' arte additano come la più stupenda forse tra le opere 
scultorie di queir uomo straordinario che, anche abusando de* suoi 
talenti mostrò sommo ingegno, dico del cav. Giov. Lorenzo Ber- 
nini, la Santa Teresa nel mentre un Angelo sta per trafiggerle il 
cuore con un dardo. L' Angelo sta avventandole il mistico strale. 
DI Teresa vedesi la faccia in deliquio, una manina, un piedino 
nudo, graziosissimi. Il resto della persona s' indovina sotto i si- 
nuosi svolazzi dell' abito, i quali turgono nel momento del di lei 
cadere supina. Sulle pareti laterali della Cappella stessa s' ergono 
due tribune o palchetti di marmo, uno per parte, con isfondo di 
colonnati in iscorcio, ai quali stanno affacciati otto (non sei come 
per inavvertenza scrisse il Nibby) (1) personaggi della famiglia 
Cornaro, dei quali veggonsi le mezze figure, quattro cardinali alla 
destra, tre cardinali e il doge Giovanni Cornaro (1625-1629), pa- 
dre di Federico cardinale, il juniore, alla sinistra. Questo Federico 

(1) Roma moderna, I, 530. Anche la prima iscrizione indica il numero di 
otto, cioè il fondatore, il padre suo e sei altri Cardinali ; ed altrettanto è ricor- 
dato dalla medaglia veduta dal cardinale A. M. Quirini {Thiara et Purp. Ven., 
pag. 268) rappresentante da un iato l'effigie di Federico, colle parole: 
Fedbbicus S. R. E. Cardinalis Cornblius 

e dall'altro : 

Divar Theresiab Sacbllum Extructum Suorumqub Gbntilium Se* 
Cardd. Ac Patbis Venetiarum Ducis Vultibus Distinctum Et Pibtatis 
Suae Et Sepulturae Monumentum Esse Voluit Romab Anno MDCXXXXVIl 
Aetatis Suae LXVliI. 



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113 

è il secondo dei personaggi che stanno alla destra. Quei palchetti 
sono ricchi di adornamenti, e vi campeggia in alto da ambi i lati 
lo stemma gentilizio Cornaro, nel quale sono inquartate le insegne 
dei Lusignani, reali di Cipro. 

*L* iscrizione prima leggevasi sul pavimento della cappella o 
su quello della chiesa. È sparita (ne fu conservato il tenore dal 
Galletti), ed ora tra le due parti della balaustrata leggesi T iscri- 
zione seconda. 

L' iscrizione terza sta suir alto basamento, a forma elittica, che 
sostiene il busto del detto cardinale Federico juniore, nella chiesa 
dei MAGI, annessa al Collegio Urbano De Propaganda Fide, che 
egli ha stupendamente beneficato. 

LUI. 

Aggiungo qualche cenno intorno ai sette cardinali Cornaro 
effigiati nel predetto monumento. All' illustrazione di questa fami- 
glia non basterebbe un grosso volume. 

1. Marco figlio di Giorgio. Fu eletto Cardinale nel 1500 da 
Alessandro VI, Patriarca di Costantinopoli nel 1503, poscia Ve- 
scovo di Verona, indi di Padova ; morì a Venezia nel 1524. Farò 
menzione di questo Cardinale neli' articolo relativo al cardinale 
Domenico Grimani. L 1 imparzialità sua fu lodata dall' ambasciatore 
a Roma Antonio Giustinian nel dispaccio n. 540 del 13 Settembre 
1503, neir occasione del Conclave da cui uscì eletto Papa il Della 
Rovere (Giulio II). 

2. Francesco seniore fratello di Marco. Fu eletto Cardinale 
nel 1527 da Clemente VII, Vescovo di Brescia nel 1531 ; morì in 
Viterbo nel 1543. Ne fu trasferita la salma a S. Salvatore di Ve- 
nezia. Fino al 1527 coperse cariche militari e magistrature della 
Repubblica. Divenuto Cardinale non cessò di prestarsi a vantaggio 
della patria. Il Paruta, nel libro VI della Storia Viniziana (1), 
menziona- per isbaglio Marco cardinale Cornaro (che era morto 
nel 1524) anziché questo Francesco, come apportatore al Senato 
veneziano nel 1529 degli uffici della Santa Sede allo scopo di pa- 
cificarlo con T imperatore Carlo V. 1/ eloquenza di questo Cardi- 
ti) A pag. 495 della edizione Ven. Nicolini, 1605. È questo il Cardinale vene* 

ziano al quale (ed al card. Farnese) Benvenuto Cellini attribuisce la colpa del 
suo carceramento in Castello S. Angelo. Créda chi vuole. V. Cellini, Vita, 1* 
CXVII e precedenti. 

6 



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114 

naie è ricordata dal Giordani nella nota 149 alla Cronaca della 
coronazione di quel Sire a Bologna. 

3. Andrea figlio di Giacomo di Giorgio, cioè nipote dei due 
precedenti. Fu eletto Cardinale da Paolo III nel 1514. Era fino 
dal 1532 vescovo di Brescia, e nel 1544 gli fu conferito l'arcive- 
scovado di Spalatro. Morì nel 1551 a Roma e ne fu trasferita la 
salma a Venezia. 

A questi tre cardinali, Marco, Francesco ed Andrea, è dedi- 
cato il grande monumento nel braccio alla sinistra di chi entra 
nella crociera del tempio di S. Salvatore in Venezia. Nella Vene- 
Ita del Sansovino è affermato che ivi sieno anche sepolti. L' Or- 
soni nella Serie dei cardinali veneziani, dice che il primo e il 
terzo riposano in S. Giorgio Maggiore. 

4. Alvise cioè Luigi di Giovanni di Giorgio, vale a dire cu- 
gino del precedente. Fu eletto Cardinale da Giulio III nel 1551 e 
nello stesso anno arcivescovo di Zara. Amministrò varie altre dio- 
cesi. Mori nel 1584 a Roma, ov è sepolto in S. MARIA IN TRIVIO 
o de' Crociferi, vicina alla fontana di Trevi, colla seguente iscri- 
zione sul pavimento nel mezzo della chiesa : 

D. 0. M. | Aloysio Cornelio | Tit. S. Marci Presb. Cardi- 
nali | S. R. E. Camerario | Vixit Ann. LXVII Men. II Dies 
XXVII | Obiit VI Idus Mah | MDLXXXIV | (1). 

5. Federico seniore, fratello di Alvise. Fu eletto Cardinale 
nel 1585 da Sisto V, Vescovo di Traù, poscia di Bergamo, e da 
ultimo di Padova; morì in Roma nel 1590 ma fu tumulato nella 
cattedrale di Padova (2). Conviene dunque credere che ora sia 
semplicemente un cenotafio quello che sta in S. Silvestro al Qui- 
rinale, colla seguente iscrizione : 

Gregorius XIIII Pont. Max. | Federico Cornelio S. R. E. 
Presb..Card. I Episcopo Patavino | Hoc Conjunctissimae Ami- 
citiae Monumentum I Posuit Anno MDLXXXXI Pont. I. | 

Di questo Cardinale la storia registra che nel 1586, in un suo 
viaggio da Venezia a Firenze, la Repubblica lo incaricò di appia- 

(1) Rilevai sul luogo che dopo la parola Cornelio non esiste il Ven indicato 
dal Galletti, e che sulla lapide leggesi LXV11 non LXXVil, numero d'anni 
quest'ultimo riferito nella copia dell'iscrizione data da esso Galletti. 

(2) Tàtara et Purp> Ven. 



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115 

nare le dissensioni tra di lei e il granduca di Toscana Francesco 
De Medici, per le molestie che i cavalieri dell' ordine di Santo Ste- 
fano recavano ai navigli veneziani colle loro visite arbitrarie (1). . 

6. Francesco j untore, di Marcantonio di Giovanni, cioè ni- 
pote dei due precedenti e fratello del doge Giovanni (1625-1629). 
Fu eletto Cardinale nel 1596 da Clemente Vili. Era da quasi ven- 
t' anni vescovo di Treviso (2), il cui Seminario venne fondato da 
lui. Mori in Roma neir Aprile 1598, e fu sepolto in S. Silvestro al 
Quirinale, coir iscrizione seguente sul pavimento : 

D. 0. M. | Francisco Cornelio Presb. Card. | Clemente 
Vili Pont. Max. | Ad Purpurae | Dignitatem Promoto | In Me- 
ditatane | Ferrarien. Itineris I Importune Praerepto | Fede- 
ricus S. R. E. Cardinalis | Et Marcus Antonius Abbas | Sancti 
Marci Primicerius | Ioannis Principis Filii | Optimo Patruo 
Poss. | Obiit XVIII Kal. Majas | Aetatis Anno LI | MDXCVIIL 

Giovanni Dolfin, reduce nel 1598 dall'ambasciata di Roma, 
cosi diceva al Senato, testificando le cure patriotiche di questo 
Cardinale: «posso dire con verità che, oltre quello ch'io debbo 
» riconoscere dal Signore Iddio, autore principale delle buone ope- 
» razioni, e dall'autorità della Serenità Vostra, che è grande in 
» quella Corte, così quasi tutta la buona riuscita delle cose mie 

> conosco dall' amore, dalla prudenza e dal buon indirizzo di quel- 

> l'anima benedetta, senza la quale non mi sarei insinuato nella 
» grazia e protezione del signdr Cardinale Aldobrandino» ecc. (3). 

7. Federico juntore, nipote del precedente e figlio, come so- 
pra è ricordato, del doge Giovanni. Eletto Cardinale nel 1626 da 
papa Urbano Vili, morì in Roma nel 1653 ed è sepolto nella cap- 
pella di S. Teresa in questa chiesa di S. Maria della Vittoria, testi- 
monio fulgentissimo della sua munificenza. A lui dedico V articolo 
seguente. 

Oltre ai sette Cardinali sunominati ed effigiati nel monumento 
che adorna da ambi i lati la detta Cappella, la patrizia famiglia 
Cornaro ne conta* altri due di cui faccio menzione per non tor- 
narvi sopra, e furono : 

(1) And. Mobosini, St. Ven., lib. XIII. 

(2) 11 Bonifacio nel libro XII della storia di quella città, all'a. 1578 ne fa 
onorata menzione. 

(3) Relaz. nell' Albóri, tom. IV, serie II, pag. 497. ' 



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116 

8. Giorgio di Federico, fratello del doge Giovanni II (1?09- 
1722), nato nel 1058. Cavaliere di Malta, provveditore dell'ar- 
mata veneta ed ambasciatore in Francia. Dedicatosi allo stato ec- 
clesiastico, fu eletto nel 1672 arcivescovo di Tiro, e cardinale nel 
1697 dal papa Innocenzo XII. Trasferito al vescovado di Padova, 
ivi morì nel 1722 e fu sepolto in Duomo. 

9. Giovanni di Nicolò, nato nel 1720, Governatore di Roma 
nel 1770, eletto Cardinale da Pio VI nel 1778. Era nel 1782 in 
Venezia quando fu visitata da quel Pontefice. Morì in Roma nel 
1789. Le sue spoglie riposano in San Cesareo (chiesa titolare della 
Diaconia Cardinalizia da lui coperta), sotto una modesta lapide che 
è nel mezzo della chiesa. Vi è intagliato con qualche eleganza lo 
stemma, e leggesi la iscrizione : 

Ioanni | Diacono S. Caesarei | S. R. E. Cardinali Cornelio 
| Gravioribus Romanae Aulae Muneribus I In His XII viratu 

LITIBUS JUDICANDIS | Et URBIS PRAEFECTURA | EGREGIE FUNCTO | 

Viro Non Minus Generis | Nobilitate | Quam Virtute Et Re- 
ligione | MORUMQ. SUAVITATE | SPECTATISSIMO | Qui VlXIT ANNOS 

LXVIII | Menses Vili Dies XXIX | Obiit III Kal. Aprilis An. 
CI3DCCLXXXIX | Eques Antonius Cicciaporcius | Amico Be- 
neficentissimo I Cum Lacrymis I Posuit. | 

Dei primi otto predetti cardinali Cornaro (del ramo a San 
Polo) esistono i busti sui monumenti di quella famiglia a Venezia, 
nella cappella Cornaro a San Nicola dei Tolentini. Sette conten- 
gono ivi T indicazione del loro nome. Quello che ne manca non 
può essere che Francesco (seniore), perchè il nono cardinale Cor- 
naro che fu Giovanni, aveva appena due anni quando il doge Gio- 
vanni II compiva (1722) quei monumenti ; oltre di che, esso Gio- 
vanni era del ramo dei Cornaro a San Maurizio. 

Palazzo dei Cornaro in Roma era quello che recentemente 
serviva alla tipografia camerale, sulla via da quella dell* Angelo 
Custode alla fontana di Trevi. Fu fatto erigere nella seconda metà 
del secolo XVI dal cardinale Luigi, e ne fu architetto Giacomo Del 
Duca siciliano, discepolo del Buonarroti. Fu acquistato nel secolo 
seguente dalla famosa Olimpia Maldacchini-Pamphili, cognata di 
Innocenzo X (1). 

(1) Nibby, Roma moderna, II, 829. 



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117 

Ultimo rampollo della famiglia Cornaro della regina, cioè di 
quel ramo da cui uscì Caterin \ regina di Cipro, fu il cav. Cate- 
rino, che morì nel 1802 e fu tumulato a Venezia nella chiesa dei 
Cappuccini alla Giudecca. Egli aveva percorso le più cospicue ma- 
gistrature, compresa la podesteria di Padova (1), uno dei gradini 
che in tempi normali della Repubblica conducevano al trono ducale. 

Estratto dell' albero dei Cornaro a San Polo, nella sola parte 
relativa ai quattro Dogi ed agli otto (2) Cardinali di quel ramo : 



Marco 
Doge m. 1368 

I 

Andrea 
Giorgio 
Marco 



Giorgio 



Giacomo Marco Francesco I 
Card.ven.XX Card. XXVI 
m. 1521 id. 1513 



Caterina 
Regina di Cipro 



Giovanni 



Andrea 
Card. XXIX 
m. 1551 



Luigi Federico I M. Antonio 
Card. XXX Card. XXXVII 
m. 1584 m 1590 



Francesco II 
Card. XL 
m. 1598 



Giovanni I 
Doge m. 1629 



Federico II 
Card. XLV 
m, 1653 



Francesco 
Doge m. 1656 



Federico 



Giovanni II 
Doge m. 1722 



Giorgio 
Card. LX 
ra. 1722 



(lj Moschini, Storia Letterat. Yen. sec. XVIII, I, 32. 

(2; 11 nono Cardinale di questo casato fu del ramo Cornaro a San Maurizio. 



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118 



LIV. 



Di Federico il juniore, cioè del settimo dei cardinali Cornaro, 
è opportuna una menzione particolare, trovandosi il nome suo 
congiunto a fatti e disquisizioni interessanti nella storia civile di 
Venezia. Ricordato ch'egli nacque nel 1579, fu eletto all'episco- 
pato di Bergamo nel 1622, Cardinale nel 1026, vescovo di Vi- 
cenza nel 1627, designato alla sede di Padova dal Pontefice nel 
1629, ma non riconosciutovi dal Senato, nominato da questo ed 
.approvato dal Papa nel 1631 in patriarca di Venezia, di cui ri- 
mase pastore fino al 1644, nel quale anno rinunziò al patriarcato 
e si ritrasse a Róma ove finì i suoi giorni nel 1653; e ricordato 
che è a lui dovuta l'istituzione, nell'abazia di San Cipriano di Mu- 
rano, del Seminario patriarcale, allorquando fu data mano ai lavori 
per la erezione del tempio votivo a S. Maria della Salute in Vene- 
zia ove risiedeva l' antico Seminario, sono degne di ricordanza le 
seguenti epoche : 

Quando Urbano Vili nel 1626 promosse Federico al Cardi- 
nalato, « in quel numero nel quale tra V altre Corone sogliono i 
» Pontefici onorare la Repubblica, verti dubbio se, come figliuolo 
» del Doge, avesse luogo la legge che proibiva loro il ricevere 
» benefizi di Chiesa ; e dal Senato si dichiarò che dignità così 
» grande, non fosse compresa nel nome comune de' benefizi » (1). 
Questo punto che è lievemente toccato da chi scrisse in tempi as- 
sai vicini alle ferventi emulazioni tra le famiglie Zeno e Cornaro, 
fu assai bene illustrato dal Romanin, if quale narra che lo stesso 
Doge perorò in pieno Collegio, affinchè non fosse posto ostacolo 
alla esaltazione del figlio, al quale il cardinalato non apportava 
benefizi o pensioni, ma un semplice titolo. E, vinto il partito in 
Collegio, in cui nessuno osò contraddire fuorché il Savio Grande 
Nicolò Contarini, fu vinto anche nel Senato (2). 

Nel fine del 1629 mori il doge Giovanni I padre di questo 
cardinale Federico, nel mentre era « insurto dissenso tra il Pon- 
» tefice e la Repubblica pel Cardinale suo figliuolo vescovo di Vi- 
» cenza, al quale, promosso da Urbano al vescovado di Padova, 
» d'opulentissima rendita, ostavano le leggi» {sul conferimento di 

(1) P. Nani, St. Yen., libro VI. 

(2) Romanin, libro XV, capitolo V. 



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119 

benefizi o di aumento di benefizi ecclesiastici ai congiunti del 
Doge), € Per questo il Senato gli negava il temporale possesso, in- 
» stando dal Pontefice che in altri ne disponesse. 11 Cardinale me- 
» desimo lo supplicava, ma se n' escusava Urbano, con averlo fret- 
» tolosamente in Concistoro proposto. Avrebbe il Cornaro rinun- 
» ziata la nuova Chiesa, ma non volendo ammettersi in Roma nè 
» meno tale ripiego, durò tale contesa anche defonto il Doge, fin 
» tanto che, morto Giovanni Tiepolo Patriarca di Venezia, il Se- 

> nato (come di Jus patronato della Repubblica) nominò a questa 
» dignità il Cardinale, approvato parimente dal Pontefice » (1). Il 
Cardinale medesimo trovasi mentovato come paciere nei dissapori 
tra Urbano Vili e la Repubblica, a proposito dell' Elogio che 
nella Sala Regia del Vaticano ricordava il filiale aiuto che essa 
aveva prestato al papa Alessandro III. 

« Nel 1635, si scopri in Sala Regia (e questa è la più celebre 
» del Vaticano, dove s'accolgono dal Pontefice le solenni amba- 
» sciate dei Re, le quali si chiamano d 1 obbedienza) alterato V Elo- 
» gio che commemorava il merito acquistato dalla Repubblica 

> nella difesa d'Alessandro III Sommo Pontefice, contro Federico 
» Barbarossa .... A tanta novità Roma stessa stupiva, perchè le 
» iscrizioni dalle quali nella Sala s' esplicavano le pitture de' gesti 
» più memorabili della Cristianità, erano state scelte in tempo di 
» Pio Quarto Sommo Pontefice da una Consulta di Cardinali e 
» soggetti eruditi (2). Il Pontefice (Urbano VIII) mutato Y Elogio 

> alterava il fatto, sopprimeva la vittoria de' Veneziani » (la vitto- 
ria navale contro il figlio di Federico a Salvore), «e taceva tutto 
» ciò che rilevava il merito loro ed il benefizio impartito alla 
» Chiesa » (3). Ad una tale novità, Venezia ritirò da Roma il pro- 
prio rappresentante (4), ricusò al Nunzio Pontificio le udienze in 
Collegio, e diramò ai Principi quello che oggi direbbesi un Memo- 
randum, con protesta di volere ripristinato V Elogio nel primitivo 

(1) Nani, libro VII. 

12) Che un elogio pubblico in Roma alla Repubblica di Venezia avesse esi- 
stito fino dai tempi di Alessandro III, lo si potrebbe arguire dallo avere Ales- 
sandro comandato che questa ystuoria (delle benemerenze di Venezia verso la 
Chiesa di Roma) fosse scritta in lo patnfio de Roma. V. Leggenda veneziana di 
Alessandro III pubblicata da D. Urbani de Gheltop nelT Archivio Yen., tomo 
XIII, pa*. 361. 

(3; Nani, St. Ven., libro X. 

(4) Alvise Contarini, la cui Relazione è nel volume I, pag. 349 delle Rela- 
zioni degli ambasciatori Veneti a Roma, sec. XVII. Venezia, Naratovich, 1877. 



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120 

suo dettato. Quattro* anni ci vollero per mitigare alquanto gli sde- 
gni, e il primo passo fu fatto dn Urbano che nel 1639 spedì spon- 
taneamente alla Repubblica il Breoe autorizzante la continuazione 
delle decime sopra il clero, alla qnale cortesia fu corrisposto, am- 
mettendo il Nunzio in Collegio ed inviando a Roma un ambascia- 
tore. Intanto il nostro Federico Cornaro patriarca, trovandosi a 
Roma nella visita <T obbligo ai limitari degli Apostoli, indusse Ur- 
bano a cancellare la nuova iscrizione. Non volle però rimettere 
l'antica, tacitamente lasciandone al successore il pensiero (i). 
Ed infatti fu rimessa l'antica ftel 1644 da Innocenzo X (2). 

Ecco l'iscrizione tolta da Urbano Vili e rimessa da Innocen- 
zo X. La lessi sotto la gran tela rappresentante la riconciliazione 
di Alessandro III con Federico I Barbarossa, dirimpetto alla cap- 
pella Sistina, nella Sala Regia : 

Alexander Papa III Friderici Imperatore Iram Et Impe- 
tum Fugiens Abdidit Se Venetiis (3) Cognitl*m Et A Senatu 
Perhonrifice Susceptum Othone Imperatore Filio Navali 
Praelio A Venetis Victo Captoque Fridericus Pace Facta 
Supplex Adorat Fidem Et Obedientiam Pollicitus *ta Ponti- 
fici Sua Dionitas Venetae Reipublicae Beneficio Restituta. 

La pittura è di Giuseppe Porta, discepolo di Cecchino Sal- 

viati. 

LV. 

1. Foecunda Helenae Lucretiae Corneliae Piscopiae I 
Praeconia I Infoecundorum In Academia | Sub Ferali Palladis 

(1) Nani, libro XI. 

(2) Id., libro I della parte II. 

(3) La moderna critica ha ripudiato, come a tutti è noto, la leggenda del- 
l'occultarsi di Alessandro III a Venezia, molteplici essendo le testimonianze di 
cronisti intorno alla solenne pubblicità del viaggio di quel Papa da Roma al 
Vasto, di dove per mare venne a Venezia (toccate la Pelagosa, Lissa e Zara), 
accolto colla massima pompa. Dopo dello Zon, del Cicogna, del Romanin, fu 
trattato quel momento storico, e da par suo, dal P. Alberto Guglielmotti, nella 
Storia della marina pontificia. Forse è meno sicuro l'assunto che sia pure insus- 
sistente una vittoria navale dei veneziani a Salvore, se, come avverte il Romanin 
ili, 117), nella Cronaca Magno alla Marciana, v'ò il nome dei Sopracomiti che 
& imbarcarono contro la flotta di Federico. 



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121 

Triumpho I Mirare- Viator | Ne Praeclari* Sanguinis Nitor | 
Ilubatae Iuventae Decor I Inclytae Virtutis Honor I Obscuro 
Tumulentur Fato | Armonicus Tanti Nominis Clangor | Silen- 
tes Increpat Umbras I Quid Animo Haeres? | Veritate Duce 
Lumina Securus Adi | Propera | Grandia Cernes | Perlege | 
Maxima Disces | Audi | Majora Canes. | 

2. Helenae Lucretiae Corneliae Piscopiae I Virgineis Vir- 
tutibus | Et Patris Dolori | Academici Moestissimi | P. P. | 

La famosa Elena Lucrezia Cornaro del ramo Piscopia, lau- 
reata nelle scienze filosofiche dallo Studio di Padova nel 25 Giu- 
gno 1678, era aggregata alla romana Accademia degli Infecondi, 
i quali, morta che fu quella rara donna nel 1681, di soli 38 anni, 
la onorarono con pompe funebri di straordinarissima magnificenza 
nel luogo della stessa Accademia, ch'era nel Collegio dei PP. Bar- 
nabiti a San Carlo de' Catinari.- L'apparato della sala dell'Acca- 
demia, si nelle quattro pareti come nella volta, fu rappresentato da 
incisioni e descritto, coinè pure vennero pubblicati i molti compo- 
nimenti dei Soci Accademici (1). Mi ristrinsi a riportare due iscri- 
zioni le quali nel giorno della commemorazione leggevansi, la pri- 
ma sull'antiporta, la seconda sopra una piramide nella sala, e ne 
tralascio altre parecchie dettate nello stile tumido di quel secolo. 

Solo è degno di menzione, che la descrizione e la raccolta ven- 
nero presentate al doge M. A. Giustinian dal cardinale Fel. Rospi- 
gliosi, con lettera piena di compita osservanza, alla quale fu rispo- 
sto con Dispaccio cortesissimo 1685 (m. v.) 27 Febbraio del Se- 
nato. Questi cenni sembrano opportuni nel tema della rinomanza 
dei Cornaro in Roma. 

IN S. MARCELLO AL CORSO 
LVI. 

1. lOHANNI MlCHELIO PATRITIO VENETO EpIS. PORTUEN. S. AN- 
GELI Car. u ac | Patriarchae Costantinopoli. Pauli II Pont. 
Max. Nepoti Qui In Reb. Arduis | Senatoriis Maxime Eloquen- 
tia Integritate Eminentiq. Inoenio Praestans I Ab Innocen. Vili , 

(lj Padova, per il Cadorino, 1686. 



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122 

In Castris Contra Ferdinan. Neapolita. Regem Legatus | Pa- 
cem In Magnam Italiae Quietem Composuit Obiit Anno MDIII 
Die X | Aprilis Aetatis Vero Suae Anno LVII. 

2. Car. S. Angeli. | 

A sinistra di chi entra per Y unica porta della facciata v* è 
sul tergo di questa il doppio monumento del cardinale Giovanni 
Michiel e del suo amico e familiare Antonio Orso; opera « che ha 
» buone parti specialmente in bassorilievi ed ornati, come appunto 
» si veggono quasi sempre ne' lavori di questo genere, condotti 
» nel secolo XVI » (1). 

Giovanni Miehiel, unico di questa nobilissima prosapia vene- 
ziana che sia salito alla dignità cardinalizia, Y ebbe nel 1 168 da 
Paolo II suo zio materno, col titolo diaconale di Santa Lucia in 
Septifolio. Alessandro VI nel 1492 lo elevò all'ordine dei Cardi- 
nali Vescovi, nella suburbicaria sede di Porto e S. Ruftna, ceden- 
dogli quel vescovado con arredi o suppellettili di casa magnifiche, 
e copioso deposito di vini squisiti nelle cantine ; tutto ciò in premio 
pur troppo del voto con cui questo Cardinale cooperò alla esal- 
tazione del Lenzuoli alla sede di 'Pietro (2). Ma prima era passato 
alla diaconia di S. Angelo in Pescheria. Lo troviamo involto in 
pericolosi affari di Stato. Papa Innocenzo Vili lo incaricò della Le- 
gazione di Henevento allorquando ricevette in protezione i baroni 
ribellati a Ferdinando cT Aragona re di Napoli (3). 

Lo stesso Papa deferiva ai consigli del MichieJ, ad insinua- 
zione del quale, investì Ugolino Bandi del castello di Petraja nel- 
l'Urbinate (4). Fu testimonio dei detestabili eccessi dei Borgia, e, 
mal cauto (5), non seppe sottrarsi ai loro istinti rapaci e trucu- 

(1) Nibby, Roma moderna, I, 321. Il monumento è sempre visitato da pie 
donne lattanti, per la devozione ad una Vergine-madre lattante cbe è molto ve- 
nerata e vedesi sulla lunetta dell'arco, in basso rilievo. 

(2) 11 Sismondi, cap. XC1I, e I'Infessura nel suo Diario dicono che la voce 
del Cardinale (Maffeo Girardi) Patriarca di Venezia fosse comperata in quel Con- 
clave per cinquemila ducati. 

(3) Sbrdonati, Vita d* Innocenzo Vili, pa£. 215. 

(4) Ugolini, Storia dei conti e duchi à* Urbino, II, 47. 

(5) Invece il suo cugino e del pari cardinale Batista Zeno, benché più volte 
chiamato da Alessandro a Roma^<?r<?A^ era ricchissimo Cardinal et havea grande 
intrata, non volle mai andarci, scusandosi che laborava di podagre. Sanuto, 
Spedizione di Carlo Vili, pag. 65. 



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123 

lenti. Invano Pietro Barozzi seriveagli, augurando a quella Corte 
« ut vel mores mutet, vel tandem de se praestoletur vindictam 

> quam ex Urbis ruinis, Romani subiisse advertit » (1). 

Nella notte del 10 all' 11 Aprile 1503, il Cardinale di S. An- 
gelo (così continuavasi ad appellarlo) moriva improvvisamente, a 
quanto dicevasi, avvelenato. Alessandro VI s' impadronì subito 
delle sostanze da questo Cardinole lasciate, del valsente di più di 
centocinquantamila ducati. Antonio Giustinian, ambasciatore di* 
Venezia, andato al Vaticano, trovò « tutte le porte serrate e No- 
» stro Signor tutto occupato in contar denari ». Il 13 Aprile fu 
chiamato dal Papa, il quale « per darme ad intender, come se io 

> ghel volessi creder, che non avesse avuto più danari dal quon- 
» dam reverendissimo cardinal Michiel * mi corfdusse in una came- 
» Fa dove si contavano i danari, i quali non furono più di ducati 
» 23832, dicendome : V'ardale, ambassador, tutta questa terra è 
» piena che avemo abudi in contadi da 80 a 100,000 ducati del 
» cardinal, e tamen non avemo trovati se non questi. E doman- 
» dava el testimonio de quelli che erano là, quasi che fosse gran 
» cosa che loro el dovessero servir d'una busia ». H Papa aveva 
anche la franchezza di dire al Giustinian che nel Veneto trova- 
vasi un messo del Cardinale con molti danari, e di pregare che la 
Repubblica lo pigliasse e gliel consegnasse. Il Papa andò poi in 
persona a prendere ciò che il Michiel avea lasciato nello Episcopio 
di Porto, e la mattina seguente mostrò bona zera (ciera) de so- 
lazzo (2) segno che lì pure la preda era stata ghiotta. 

Povero cardinale Michiel ! de' cui sentimenti V ambasciatore 
Paolo Cappello faceva testimonianza onorevole, dicendo : « il re- 
» verendissimo Michiel di S. Angelo degnissimo, butta lagrime per 
» il Turco (3); faria ogni cosa, ma non può operare per le poda- 
» gre: e, se potesse, anderia Legato dove si voglia per far bene 
» alla Cristianità ed alla Signoria Nòstra » (4). 

Liberata la Chiesa e V umanità colla morte, Agosto 1503 (5), 

(1) Archiviò Veneto. XIII, 231. 

(2) Dispacci di Antonio Giustinian, pubblicati ó> Pasquale Villari. N. 347 
dell' 11, 350 del 13, 360 del 22 Aprile 1503. 

(3) E noto che in quella guerra, sullo scorcio del secolo XV, Venezia perdè 
Modone e Corone. 

(4) Relaz. di Roma 1500 di Paolo Cappello. Nell'Alberi. 

(5) Correggasi la data 1502 nella Cronologia dei Pontefici del Mas-Latrib. 
Venezia, 1873, pag. 113. 



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124 

di Alessandro VI; sottentratovi per pochi giorni Pio III, ed eletto 
nel i Novembre 1503 Giulio II, la giustizia terrena pensò di col- 
pire i complici e gli esecutori dell' assassinio del Michiel. « Uno 
» per nome Asquino de Colloredo, della patria del Friul, el qual 
» sempre se ha judicato essere quello che dette il veneno al quon- 
» dam Cardinal de Sant' Angelo, per suspetto de questo delitto è 
» sta' retenuto dall'Auditor della Camera. Dui altri soi compagni 
» (che sono el cuogo et un altro che era suo camerier) sono fu- 
» ziti .... Anche se judica alcuno de questi Cardinali Spagnuoli 
» essere stato conscio et avere posta mano in questa posta ». E in 
altro dispaccio: «I Cardinali Sorrento» (Francesco Remolino spa- 
gnuolo arcivescovo di Sorrento) « e Borgia, arripuerunl fugam 
» . . . . alcuni credono chemon siano fuziti per le cose del Duca » 
( Valentino ) « ma potius per essere sta' consenzienti del venepo 
» dato al quondam reverendissimo Sant' Anzolo, per aver confes- 
» sato el tutto, questo tristo de Asquino; e benché non se nomini 
» particolarmente alcuno, pur se dice aver nominati alcuni Car- 
» dinali (1). Contro quel tristo de Asquino, da poi confessato (2) e 
» ratificato il suo delitto, non pare che se trovi modo de essequir 
» la iustizia, con mormorazione de' buoni, che non stanno senza 
» sospetto di vederlo ancora liberato con mezzo di favori che si 
» suol tegnire in questa Corte (di Roma) dove la iustizia non so- 
» lamento è morta, come lo è nella più parte del mondo, ma za è 
» sepulta e fatta polvere (3) ». 

Ma la scelleraggine dell' Asquino non andò impunita. Narra il 
Burcardo che siccome quel reo era suddiacono, così lo si degradò 
li 6 Marzo 1504, nella piazza di S. Pietro da Pietro vescovo Civi- 
tatense. Durante la lettura dell' inquisizione, il condannato saepe 
interlocutus est quod illa violentia s ibi per Papam Alexandrum 
commissa fuit, et ducem Valentinum commisisse: verumlamen 
non voluisse et pecunias non hàbuisse (4). « Questa mattina (16 
» Marzo 1504) in Campitolio pubblico è sta decapità quel tristo de 
» Asquino da Coloredo che dette il veneno al quondam reveren- 
» dissimo Cardinal de Sant'Anzelo, come lui ha confessato, con- 
» stretto da Papa Alexandro e dal Valentino ». Il palazzo poi del 

(1) Dispacci Giustinian N. 677 e G80, dei 17 e 20 Dicembre 1503. 
;2) Dimandatone alla fune (cioè collato) Bembo, St., I, 294. 

(3) Disp. Giustinian N. 719 del 19 Gennaio 1504. 

(4) Burcardo, Diario, voi. IV, pag. 110, 111, citato dal Yillari nella nota 
al Dispaccio 793. 



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125 

Cardinale avvelenato fu da papa Alessandro dato al nipote pro- 
prio, cardinale Borgia, da cui passò al cardinale Santa Croce (in 
Jerusalem) amico di Cesare duca di Valentino (l). 

Asquino da Golloredo, a parere di Prospero Antonini, sarebbe 
stato della schiatta dei Colloredo rampollati da queir Asquino (di 
Guglielmo) che fabbricò il castello di Colloredo (2). 

L'iscrizione*! è sulla base del monumento; le parole al n. 2 
sul!' urna. 

LVII. 

a) Antonius Ursus Venetus Secretarius Apostol. Eps. 
Agiensis*Familiaris Pientiss. I Sicuti Fide Ac Singulari Amore 
Totius Suae Vitae Tempore Adstitit Ita Et In Morte | Ab 
Hac Sua Gratissima Subiectione Inseperatum (sic) Se Videri 

CtJPIENS CONDITORIUM DOMINO SUO | SEQ. SUB IlLO TUMULARI TE- 
STAMÉNTO Mandavit Qui Innocent. VII! Alex. VI Pn III | Iulii 
II Pontt. Referendarius Summa Integritate Doctrina Reli- 
gione | Iustitia Vixit Ann. LXXII Decessit XXVIII Sept. MDXI 
| Iacobus Ursus Frater Benemerentibus P. | (3). 

b) Èpi Aciensis. | 

Antonio Orso vescovo Agiense, cioè della Canea nell'isola di 
Candia, segretario apostolico sotto Giulio II e tre dei predecessori 
di questo, è mentovato dal Sansovino nella Veneiia, come celebre 
giureconsulto. Legò ai Serviti in S. Marcello settecento trenta vo- 
lumi, corredi sacri e cento ducati d' oro. Così il Cicogna (hertz. 
Yen., II, 146). 

c) Haec bibliotheca potissimum ex libris- Antonii I Ursii 

AoiENSIS EPISCOPI UT IN SUBPOSITO I LAPIDE CONSTAT INITIATA PLU- 

(1) Fu il carJ. Carvajal. V. Disp. Giustinian N. 773 e 843 dei 16 Marzo e 3 
Maggio MOA. 

i2) Archivio Veneto, XIII, 390. 

(3) L'iscrizione 1 soprariferita in onore del Michiel e quella a dedicata al- 
l'Orso sono scolpite sopra unica lapide sulla base del promiscuo monumento. Le 
parole in b leggronsi sopra cartellino aderente ai volumi accumulati sotto la sta* 
tua giacente del V Orso, con novità di esempio ed opportuna allusione al tesoro 
librario che legò ai Serviti. 



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126 

RIBUSQUE DEINCEPS | VOLUMINIBUS AUCf A OB GaLLORUM INVASIONEM 

| Anno MDCCCIX ad integrum depopulata | Anno MDCCCXV 

CURA SUMPTIBUS SAGACITATE RMI | PRIORIS ALOISII BENTIVEGNA 
EX GENERALIS EJUSDEM I ORDINIS DEFUNCTI Vili IDUS MARTlI 

MDCCÓXHI | In hunc ordinem fuit redacta | Sodales G. A. 
M. PP. 

d) Ex libris Antonii Ursi Veneti referendarii aplici 
Agiensis Epi ex testamento non ordinati I Iacobus Ursus fra- 
ter CONSCIUS MENTIS EJUS CCCCCCCXXX. VOLUMINA IN HAC BI- 
BLIOTHECA | EXISTENTIA LONGE PLURA OPERA IN OMNI FACULTATE 
CONTINENTIA AD HONOREM VlRGINIS DO | NAVIT HU1C MONASTERIO 

S. Marcelli prò anima ejusdem dilectissimi fratris. sui prò 

CUJUS SALU I TE PRIOR ET FRATRES NON INGRATI TANTI MUNERIS 
PROMISSERUNT (sic) IN PERPETUUM SINGULIS MEN | SIBUS DEFUNCTO- 
RUM OFFICIUM CELEBRARE CUM MISSA SOLEMNI ET ALIIS MISSIS | Qui 
ETIAM EPISCOPUS IN EXTREMIS SUIS LEGAVIT DICTO MONASTERIO PLA- 
NETAM ET PLUVIALE | AUREA ET DUCATOS C. AURI QUIBUS ORDINA VIT 
| SIBI ANNIVERSARIUM FIERI PER DIOTOS (leggi DICTOS) FRATRES | 
CUM MISSA SOLEMNI ET ALIIS. | EXTRAHENTES LIBROS ET MINIMUM 
EX HAC BIBLIOTHECA AC SCIENTES ET NON REVELANTES CUJUS | VIS 
DIGJSITATIS EXISTANT ETSI DICTI MONASTERII PRIOR VEL GENERALIS 
SIT IPSO FACTO | SNIAM (sic) EXCOMUNIS INCURRUNT A QUA NON NISI 

a solo Papa possunt absolvi ut in Bulla | Sanctiss. D. D. P.P. 

LEONIS X SUPER HOC CONCESSA ANNO MDXVII. | 

Queste due iscrizioni c e d, dedicate ai veneziani Antonio 
Orso vescovo e al fratello suo Giacomo, leggevansi nella biblio- 
teca dei Serviti a S. Marcello. Le lapidi che le contengono furono 
murate nel Novembre 1883 sulla parete a destra di chi percorre 
il vestibolo della biblioteca Vittorio Emanuele, in cui stanno rac- 
colti i libri provenuti da quel monastero. 

LVIII. 

HlERONIMUS DONATUS DOCTOR Et EQUES. 

Sulla testimonianza delle genealogie Barbaro, il Cicogna (Iscr. 
Ven., I, 90) ricorda le suesposte parole come epitafìo sulla tomba 
di Girolamo Donato in. S. Marcello ; ma, se vi fu posto, convien 



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127 

cfedefe che o sia sparito nella riedificazione della chiesa, avve- 
nuta nel secolo XVI, o che sia stata consumata ogni traccia dallo 
strofinamento de* piedi, se posto in terra. Certo è che, neppure nel 
secolo XVIII, rimaneva traccia della detta iscrizione. La sepoltura 
del Donato in S. Marcello è anche testificata dal Porcacchi nelle 
note al libro X del Guicciardini, nelle raeiLorie d' un Gradenigo ; 
ed altra simile testimonianza vedremo rinvenuta dal Cicogna nei 
Diarii di M. Sanuto. 

Girolamo Donato di Antonio di Andrea nacque in Venezia 
nel 1454 e morì in Roma il 20 Ottobre 1511. Fu maritato in Ma- 
ria di Luigi Gradenigo. Ebbe figli Agostino e Filippo dedicati al 
ministero ecclesiastico, e, l'un dopo l'altro, furono vescovi Agiensi 
in Candia (1). 

Nel 1485 Girolamo fece l'orazione funebre in lode dell'am- 
basciatore di Lodovico Sforza, il Moro, defunto in Venezia (2). 
Neir anno stesso « è sta mandà Girolamo Donado dottor, ambas- 
» sador in Portogalo a ringraziar quel Re de la benignità che Y ha 
» usado ai nostri (3) », cioè del soccorso dato alle ciurme delle 
galere veneziane del viaggio di Fiandra, aggredite da un corsaro 
Colombo (4). Ambasciatore poscia nel 1488 air imperatore, nel 
1489 a Milano e nel 1491 a Roma, d'onde portò a Venezia la reli- 
quia del titolo della SS. Croce, di cui in altro articolo. Nel 1492 
fu podestà a Ravenna, ed ivi cominciò la fabbrica di quelle fortifi- 
cazioni alla cui continuazione accudiva nel 1494 il podestà Andrea 
da Lezze (5). Nel 1496 era podestà a Brescia, e nel Senato ai 24 
Maggio « è sta preso che Geronimo Donà D. r Podestà de Bressa 

(1) Orologio, Serie dei Canonici di Padova, pag. 72. 

(2) Malipiebo, Annali, Arch. Stor. lt., VII, II,- 675. 

(3) ld., ibid., 621. 

(4) Sabellico, Deca IV, libro II. Nell'elogio però del doge M. A. Trevi- 
san, Orationes funebres, Hanoviae 1613, trovo attribuita la missione stessa a 
Trevisan Domenico padre di M. A. È da ritenere dunque che al Trevisan fosse 
associato il Donato. £ relativamente a questo feroce corsaro Colombo, trovo op- 
portuno di ricordare ciò che disse il Correnti nel discorso intorno a Cristoforo 
Colombo, lo scopritore del nuovo mondo : « Cristoforo Colombo, fin oltre il cin- 
» quantesimo anno di sua vita, fu oscuramento grande .... marinaio, merca- 
» tante, soldato, corsaro fora' anco, appena può congetturarsi quel che egli ab* 
» bia fatto prima che l'Europa attonita imparasse a saiutarlo trovatore d'un 
* mondo ». Certo che Cristoforo avea preso parte ad imprese di corsari, e preci- 
samente a quella contro le veneziane galere di Fiandra. Lo narra il figlio suo 
Fernando nelle sue Historie. Oggi per altro lo negano. 

(5) Sanuto, Spedizione di Carlo Vili, 72. 



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128 

» vada subito ambassador a Luca, per le cosse che occotre in 
» Toscana contra fiorentini (1) ». Nel 1497 ambasciatore aJ Ales- 
sandro VI. Nel 1501 oratore in Francia con Domenico Trevisan 
per congratularsi con Luigi XII dell* acquisto del reame di Napoli, 
e nello stesso anno a Massimiliano re dei romani per esortarlo alla 
guerra contro dei turchi. Nel 1509 ambasciatore con altri a Giu- 
lio II, e principale collaboratore alla pace (1510) tra questo Papa 
e la Repubblica. Mori in questa legazione il 20 Ottobre 1511 : 
« Addi 22 (Ottobre) fo sepolto Y orator nostro a horre 21 in San 
» Marcello. Vi è stata la famegia del Papa e Cardinali ; è sta' ho- 
» norato assai il funere (2) ». 

Era dunque il Donato ragguardevole uomo di Stato, e questo 
solo basterebbe a spiegare la legazione di lui a Giulio II ; quan- 
cT ecco leggo in un' opera insigne, che al partire di una legazione 
straordinaria da Roma vi rimase Girolamo Donato, uomo celebre 
per bellezza (3). Giova dunque proseguire nel rammentare chi 
fosse questo Donato. In quanto ai meriti suoi letterari, basterà al- 
ludere a quanto ne dicono il P. Giovanni degli Agostini nelle No- 
tizie storiche degli scrittori veneziani, e M. Foscarini nella Sto- 
ria della letteratura veneziana, pag. 292. Oltre alle opere di lui, 
enumerate dal Sansovino nella Venetia (4), oltre a quella scrit- 
tura dei diritti della Repubblica sopra Treviso, Vicenza, Padova e 
loro territori, di cui fa menzione il Cicogna (5), varie interessanti 
notizie letterarie emersero intorno a questo insigne uomo (V. Ar- 
chivio Veneta, tomo XII, pag. 212 e seg.), e tra altro una terribile 
satira latina, in Franciscum Alidosium Cardinalem. Quello però 
che raccomanda il nome del Donato alla più tarda posterità quale 
scrittore politico, è ìa Apologia della Repubblica di Venezia (6), 
contro Carlo VIII. Questo principe in una Epistola air Elettore ar- 
civescovo di Magonza aveva scritto (vedi portento di un re di 
Francia, tenero anche dei diritti dell' impero ! ) che i veneziani, 

(1) Malipiero, Ann., ibid., VII, I, 433: il quale tra il 5 e il 15 Marzo 1496 
avea scritto: Hozi è sta fatto ambassador a Roma Geronimo Dona tornato Capi- 
tanto de Bressa [ibid., pag. 484). 

(2) Lettera di Lorenzo Trevisan nei Diarii Sanuto. Cicogna, II, 487. 

(3) GhegobOvius, Storia della città di Roma, voi. Vili, pag. 73 della ver- 
sione ital. Il testo tedesco dice schone Donato: il bel Donato! e niente altro, nò 
dal Gregorovius, nò dal traduttore. 

(4) La Venetia, lib. XIII, pag. 392, ediz. 1604. 

(5) Iscriz. Yen., I Servi e IV,, 673. 

(6) Malipiero, Annali. Arch. Stor. It., VII, I, 413. 



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1*29 

plurtnias Ècclesiae ac imperli terras nullo jure occuparunt et 
cantra jus fasque retinati. Ipsi nobilitatis expertes, solos nobi- 
les oderunt atque insectantur. Il Donato bravamente difende la 
sua patria. Liceat, egli dice, duce verilaie atque innocentia pn- 
lam effari et prò patria libera, liberam orationem Imbere . . . , 
e parla con nobiltà e franchezza a Carlo Vili, Caesare fortuna- 
tior quod Me venisse, ridisse, vicisse diciture hic priusquam 
venit nihil vidil et nidi, .... magnis rebus partis potius quam 
gesiis. Il Donato atterra e conquide gli avversari ; e ben a ragione 
quei precursori dell'italiano risvegliamento, che furono gli editori 
dell' A rchivio storico italiano, fecero tesoro della stupenda Apo- 
logia sopradetta, monumento di acuta e robusta logica e di patrio 
affetto (1). 

Le lodi che del Donato vendono fatte amplissime, dallo sto- 
rico Pietro Giustinian (lib. XI), hanno conferma nelle seguenti 
testimonianze di scrittori non veneziani. Luigi Da Porto, vicentino, 
in lettera del Gennaio 1511, alludendo all'ambasciata veneziana 
a Giulio II dopo la pace, fa menzione di Girolamo Donato quale 
« uomo di grandissima prudenza e bellissimo del corpo e dell' ani- 
» mo medesimamente ». Leandro Alberti, bolognese, che scrisse 
nella prima metà del secolo XVI, fatta una enumerazione di illu- 
stri veneziani, la quale termina col Donato, aggiunge : « furono 
» tutti questi illustri senatori, uomini letterati, eloquenti, prudenti, 
» di grande ingegno, e massimamente V ultimo, che ognuno stava 
» stupefatto ad udirlo favellare tanto in greco quanto in latino, 
» con una certa maestà che si poteva ragguagliare a ciascuno di 
» quegli antichi eloquenti Greci o Romani (2). Francesco Guic- 
ciardini, tanto proclive al biasimo e tanto sobrio lodatore, nella 
conclusione del libro Vili della sua storia, fa parola del Donato 
come di « uomo dottissimo, il quale per le virtù sue e per la de- 
» strezza dell' ingegno, divenuto molto grato al Pontefice, fu di 
» grandissimo giovamento alla sua patria nelle cose che s'ebbero 
» poi a trattare appresso a lui ». E nel libro X : « morì Girolamo 

(1) L'altra opera di Girolamo Donato, De Principato Romanae Sedis, fu 
dedicata da Filippo Donato figlio dell'autore e vescovo Agiense a Carlo Caraffa 
cardinale nipote di Paolo IV. La dedicazione fu scritta da Girolamo Negro, nelle 
cui Epistole (pag. 44 t.) si legge, e d i essa rilevasi che Girolamo l'avea scritta 
coli' intendimento di dedicarla al card. Oliviero Caraffa arcivescovo di Napoli, 
creatura di Paolo li. 

(2) Alberti, Itoli d' Italia , 1561, c. 88 t. 

9 



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130 

» Donato, orator Veneto, per la prudenza e destrezza suà molto 
» grato al Pontefice, e perciò stato molto utile alla patria nella 
» sua legazione ». 

L' autore della Storia della lega di Cambray, che fu il fran- 
cese Giov. Batista Dubos (1), narrata la morte del Donato, sog- 
giunge : « Egli fu uomo di lettere prima <T essere uomo di Stato, 
» e si distinse egualmente neir una e neir altra professione. Le 
» scritte che abbiamo di lui sono delle migliori che sieno state 
» composte nel suo tempo ; fra le altre il manifesto della Repub- 
» blica di Venezia contra Carlo Vili, in cui Y autore difende be- 
» nissimo una cattiva causa ». Infatti, secondo l'opinione dell'au- 
tore francese, la causa di Carlo Vili era eccellente, quella della 
Repubblica, ossia della libertà italiana, era cattiva ! 

Di Girolamo Donato, V effigie che lo rappresentava vestito 
d' oro, con bella e ricca collana, era nella sala del Maggior Con- 
siglio prima dell'incendio del 1577 (2). 

(Continua.) 

(1) V. nota al cap. Ili, lib. XX, Rivol, d' It. del Dbnina. 

(2) San90V1no, La Venetia, pag. 335, ediz. 1063. 



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GIORGIO ZORZt 



RELAZIONE D' OLANDA E DI FRANCIA 

(MDCXXVI-MDGXXIX) 
TRASCRITTA DAI CODICI DELLA BIBLIOTECA FERRARESE 

dal prof. GIUSEPPE FERRANO 



Una nuova Relazione (T ambasciato™ veneto non desta 
oggi quel sentimento di viva curiosità, con cui sarebbe stata 
accolta qualche anno addietro, perchè generalmente si crede 
che siano ormai pubblicate o tutte le Relazioni che si con- 
servano o almeno quelle che meritavano di essere confidate 
alla stampa. E veramente le due raccolte, fiorentina e vene- 
ziana, sono abbastanza ricche per giustificare questa opi- 
nione. Eppure le Relazioni, che in occasioni diverse hanno 
veduto la luce, dimostrano che le ricerche nelle biblioteche e 
negli archivi pubblici e privati, sono ben lungi dall' essere 
esaurite. Concedo che non tutte le Relazioni hanno una 
eguale importanza, e che alcune potrebbero senza grave 
danno restare inedite. Ma oltreché gioverebbe a ogni modo 
completarne possibilmente le serie, è certo che alcune, o per 
il nome dell'autore, o per l'epoca che descrivono, o per gli 
argomenti che trattano, meriterebbero la pubblicità della 
stampa. Avendone raccolte parecchie, crediamo adunque di 
non far cosa discara ai nostri lettori inserendole in questo 
Archivio, ove ci pare che possano naturalmente aver posto. 
E incominciamo da quelle che furono fortunatamente sco- 
perte, diligentemente trascritte e a noi gentilmente comuni- 
cate dal dotto professore Giuseppe Ferrare Egli ci aveva co- 
municata anche quella attribuita a Francesco Tiepolo [Rela* 



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132 

zione della Moscovia, scritta nel 4560), ma fu pubblicata dal 
dott. Aurelio Magrini in occasione di nozze (Ven., 1877, Cec- 
chini, pag. 39, 8.°). Oggi diamo quella di Giorgio Zorzi reduce 
dall' Olanda e dalla Francia, ove aveva rappresentato la Re- 
pubblica dal 1626 al 1629. Guglielmo Berchet, pubblicando 
nel 1859 le Relazioni di Francia (Relaz. degli Slati Europei, 
Francia, tom. II), parla (pag. 213 e segg.) del £orzi e degli 
uffici eh' egli sostenne ; deplorando che la sua Relazione, la 
quale, secondo il Ranke, avrebbe dovuto trovarsi nella Bi- 
blioteca del Seminario di Vicenza, non fosse punto compresa 
in una Raccolta di Relazioni che tuttodì si conserva nella 
Biblioteca medesima. La Relazione desiderata giaceva invece 
nella Comunale di Ferrara, ove la scoperse il chiarissimo 
professore sopra citato. Né v' era la sola Relazione di Francia, 
ma altresì quella d'Olanda, giacché il Zorzi, eletto ambascia- 
tore ai Signori Stati nel 1625, mostrò nell'ufficio nuovo 
tanto valore che, rimasta in quel mezzo vacante la legazione 
di Francia, per decreto del Senato dovette assumerla. Ri- 
patriato, soddisfece all'obbligo suo, leggendo la Relazione 
dell' uno e dell' altro Stato. A dir vero, in picciol numero di 
copie abbiamo testé dedicata la Relazione di Francia all'ami- 
co G. Berchet, nella fausta occasione che le due graziose sue 
figlie andarono spose ai signori Marco Allegri e G. B. Cuc- 
chetti. Ma si sa bene che le pubblicazioni per nozze hanno 
una pubblicità relativa; e credemmo quindi opportuno ripub- 
blicarla, tanto più che qui non diamo soltanto la Relazione 
di Francia, ma l' intera Relazione del Zorzi, che riguarda e 
l' Olanda e la Francia. Date queste informazioni al lettore, 
non ci rimane che esprimere la più viva riconoscenza al no- 
stro dotto e modesto amico, prof. Giuseppe Ferraro, che nella 
Biblioteca ferrarese ha scoperto tanti preziosi cimeli, di cui 
speriamo di potere anche in seguito arricchire le nostre 
pagine. 

R. F. 



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RELAZIONE 



Serenissimo Principe, 

Il giovare al pubblico desiderio colla fatica di un privato, ed 
il servire alle soddisfazioni di molti colf industria di un solo, fu 
sempre colpo così commendabile e degno, che, nella Galleria delle 
cose umane, meritò in ogni tempo, ricco, privilegiato e cospicuo 
luogo. Quindi avviene che, avendo a ciò riguardo questa Serenis- 
sima Repubblica, sino dalla sua infanzia maravigliosa, impose ai 
suoi ambasciatori che, nel ritornare dai Regni lontani e dalle stra- 
niere provincie, riferissero le cose incontrate cogli occhi, osservate 
dall' animo e ritenute dalla memoria. Da questa prudentissima e 
fruttuosissima legge è nata in me queir obbligazione che, per lo 
ambascierie esercitate in Olanda ed in Francia, mi costituisce di 
rappresentare, in questo luogo eminentissimo, lo adempimento di 
queir ufficio che, non ancora interrotto dall' uso anzi comandatomi 
dalla legge, merita venerazione nella mente ed esecuzione nel- 
T opera. 

Confesso però che siccome, della Francia, la soverchia ab- 
bondanza delle cose vedute e trattate potrebbe mettermi in con- 
fusione anzi in istrettezza e carestia di ciò che io dovessi dire o 
riferire, cosi dell' Olanda non intendo di portare nella intelligenza 
pubblica una relazione compiuta ed esatta, ma solo una descrizione 
ad occhio volante. La quale Olanda, con confini non ancora stabi- 
liti da chi meglio intende (1), si può dire che è ancora fermata nel 

(1) I confini dell'Olanda furono fissati e riconosciuti solamente nella pace 
di Vestfalia (1648). G. Ferbabo. 



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134 

vuoto, stabilita sugli accidenti, e non ha provato altro riposo che 
il desiderio di riposare. 

L' Olanda dunque è parte dell' isola chiamata dagli antichi 
Batavia ; il corpo della quale, sebbene angusto di giro e di spazio 
non grande, è però pieno di cose grandi e memorabili. In larghezza 
non eccede il viaggio, che in sei ore potrebbe compiere un uomo 
a piedi ; in lunghezza si crede che non avanzi le leghe 60. Accenno 
i suoi confini più per convenienza al soggetto, che por dubbio che 
non siano noti. A settentrione e ad oriente è bagnata in gran parte 
dall'Oceano ; verso occidente dal Reno bicorne ; a mezzodì fa punto 
alla provincia di Gheldria, chiamata dagli antichi, come è parere 
di molti, Sicambria. Ha due fiumi altrettanto vasti quanto famosi, 
il Reno e la Mosa; dai quali, diffusi in braccia e divisi in dita, resta 
fecondata ed abbellita egualmente. Il paese è tutto ali' intorno mu- 
nito di terreni, di dighe, come dicono essi, e di forti. Gli uni per 
resistere al soperchio delle acque, che in non pochi luoghi supera- 
no la terra ; gli altri per guardare la circonferenza dalle scorrerie 
ed incursioni nemiche. Per tutto si va e si viene colla comodità e 
sicurezza dei canali, parte fatti dalla natura e parte scavati dal- 
l'arte. Nel verno il contado è quasi tutto coperto dalle acque ; il che 
quantunque provenga dalla qualità del sito, che è basso in estre- 
mo, viene anche procacciato dagli abitanti a beneficio della cam- 
pagna ed alla fecondità degli erbaggi. Nè manca loro, nel caso di 
escrescenza indebita e sopracomune, 1' artificio mirabile dei mulini 
a vento, coi quali asciugano agevolmente non solo i rivi, ma ancora 
gli stagni, costringono 1' acque agli alvei destinati, che tutti vanno 
in fine a scaricarsi nel mare. 

Il terreno, in alcuni siti meno inabissati degli altri, produce 
pochissimi grani, non però frumento. Le viti per natura sono inco- 
gnite al paese ; alla quale mancanza soccorrono con abbondantis- 
sima Cerere e con ottimi liquori continuamente il Reno, la Francia, 
la Spagna, e le altre regioni a noi meno cognite. Il terreno stesso 
non è meno inadatto alla coltivazione del lino ; eppure nella Pro- 
vincia si trova un' abbondanza cosi grande di tele, e una novità 
tale di lavoro nelle medesime, che, come 1' imitazione di esse pare 
impossibile, cosi è certa e senza pari l'industria degli abitanti. 

Per considerazione generale e per esperienza infallibile, gli 
elementi in Olanda sono tutti sconnessi, o imperfetti, o manchevoli. 
Il fuoco si nutre di torba, che è un misto iV acqua, i!i terra e di le- 
gno, e, come riscalda le membra, coòì speditamente offende la testa. 



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135 

L' aria è un Proteo che, nel corso d* un' ora, si trasforma in mille 
sembianze, inclemente per l'ordinario, e peccante negli estremi. 
L' acqua è torbida, lenta ed untuosa, ed invece di lavare, come è 
suo ordinario e dovrebbe per natura, ha bisogno di essere lavata. 
E di questa e di pessimo grano si compone la birra, bevanda degli 
uomini. La terra è un aborto della natura, deficiente negli orna- 
menti di sè medesima, nelle produzioni per Y uomo e nella stabilità 
del suo peso ; poiché, per opinione di molti, trovandosi sotto il ter- 
reno, e predominante, Y acqua, la terra è mobile e non poco ce- 
dente. 

Ogni lega della Provincia ha una città grande, popolata ed in- 
signe. Le minori hanno fama di 25 e di 30 mila personè ; e quello 
che fa meraviglia si è che, non avendo esse la campagna, dalla 
quale, com3 in altri luoghi avviene, possano raccogliere il vitto, 
hanno però se non dovizia almeno convenienza nelle cose neces- 
sarie alla vita. Questo singolare beneficio lo ricevono dal mare, 
facendosi agevolissima strada alle regioni vicine e remote; ed usan- 
do ora la giustizia commutativa, che è propria del commercio umano 
ed ha per oggetto le cose, ed ora il danaro che fa equilibrio alle 
stesse, portano al pubblico servizio e talento i bisogni della natu- 
ra: privilegio di cui mancano le cittadi fabbricate fra terra, alle 
quali, dalla nascita, fu di mestieri assegnare la primogenitura al 
contado, e la dote del territorio, acciò che dalla coltura di esso le 
fatiche degli animali cavino il sostentamento degli uomini. 

Il comodo delle ville ed il servizio dei contadini sono poco 
conosciuti in Olanda, perchè, mancandovi Y agricoltura che dà for- 
ma alle prime e trattenimento ai secondi, vi mancano per conse- 
guenza ambedue. Origina di qui che gli uomini, come è necessario, 
si applicano air esercizio delle armi ed al travaglio della guerra, 
e le poche ville, come luoghi esposti, rimangono bene spesso preda 
delle sortite nemiche e delle insolenze dei propri. Nei contorni 
delle città si vede qualche ridotto di case, ma di conto niuno. 

L'Olanda, già tutta piena di legna per antichità di fama, ades- 
so ne è affatto vuota per certezza di prova. Pure, essendo il clima 
freddo, come esposto a settentrione, ed avendo necessità di molto 
fuoco, per far bilancio air umidità dell* aria, se ne consuma in 
tanta copia che, se non fosse il supplemento della torba, valerebbe 
la legna sopra ogni credere. 

La maggiore e più certa delle entrate d* Olanda consiste nel 
latte, del quale se io affermassi raccogliersene non minore quantità 



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136 

che di vino in questo Stato Serenissimo, direi cosa affermata da 
altri, sebbene creduta da pochi. La torba tiene il secondo luogo 
nelle entrate, come quella che essendo naturale del paese, ed ado- 
perandosi per legna, è altrettanto necessaria ai privati quanto 
utile al pubblico. Sopra queste entrate, e sopra tutte le altre, sono 
gravezze smisurate, e per molte, per non dire di tutte, vale più la 
gabella, senza cui non si compra, che non vale la cosa che si deve 
comprare. Imparino da qui i sudditi della Serenità Vostra a rimet- 
tersi placidamente a qualche disciplina di rose, mentre questi po- 
poli non strillano alle continue sferze di spine. 

In tanta abbondanza di animali quanta si può argomentare 
dal latte, metterò qui una ripugnanza quasi incredibile, ed è la 
strettezza e necessità dei buoi da taglio ; e la ragione è in pronto. 
Subito nati i vitelli, o si gettano spontaneamente o si vendono a 
vilissimo prezzo, anteponendosi da loro il benefizio del latte, alla 
educazione del parto. Ne riservano alcuni per le occorrenze del 
paese, la carne dei quali è ben ella bianca e grassa allo sguardo, 
ma non già saporita alla bocca. Di cotale natura e temperamento 
nascono pure tutti gli altri frutti della provincia, perchè, dove il 
sole è manchevole e 1' umido soprabbondante, le cose non possono 
ricevere influenza di buon sapore o di squisita delicatezza. Ma la 
natura che nelle cose necessarie non manca, porta alla provincia 
il temperamento di questo rigore, ed il mezzo di rimediare a questo 
estremo, dal regno di Danimarca, dove si negozia speditamente 
per mare. Dal quale regno vengono somministrati ogni anno 400 
mila capi di bestiame grosso, ed eccettuati 60 mila capi che si con- 
discono per le armate navali, del resto se ne fa compartimento per 
tutto il resto della provincia. 

La carestia di tutte le cose, e particolarmente di vino, di pa- 
ne, d'olio, di seta e cose simili, è incredibile. Il prezzo è posto nella 
necessità di chi compra, e nella volontà di chi vende. Nel che è 
tirannide, perchè, se dimandano dieci, stimano di ricevere ingiuria 
se non ricevono Y intiera somma. 

Gli uomini, nelle morali hanno non so se io le chiami appa- 
renze o sostanze amabili, ed attrattive sopra ogni dire. La mode- 
stia, la temperanza, la piacevolezza ed il decoro, paiono avere co- 
minciata la vita con loro, quando essi cominciarono a vivere. Col 
rispetto verso gli altri, acquistano dagli altri la riverenza verso sè 
stessi. Abborriscono il lusso e la crapula in modo, che la fama di 
bere tra essi è piuttosto termine di buona creanza ed abito di ce- 



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137 

rimonia, che peccato di ebrietà e colpa di dissolutezza. L* insolenza 
dei costumi, il mancamento della parola, la violenza col ferro pen- 
sata, gli sturbatori delle notti e simili indignissimi tiri di altri 
paesi, non allignano nel terreno dei cuori loro. Hanno famigliaris- 
sima la diversità dei linguaggi, ancorché non usciti dal clima nati- 
vo. Ed in ciò non vagliono manco le donne, le quali, anco per altro, 
oltre la cura della famiglia, come attive e spiritose che sono, assi* 
stono al negozio, mantengono la corrispondenza, ed usano la lingua 
e la penna mirabilmente. Ma però di tanti affari e fatiche non se la 
passano senza* ricompensa e ristoro, atteso che dicono, fanno, par- 
tono, tornano, conversano, si ritirano, quando, dove loro piace, e 
la licenza di ciò non ricerca altra sottoscrizione che quella della 
loro volontà e piacere. 

Gli uomini e le donne per V ordinario sono di persona emi- 
nente, d' ottima disposizione di membra e fattezze bellissime, bene 
colorite, avvenenti e graziose davvero. Ma, per quanto ho osser- 
vato, non invecchiano; e forse l'aria, il terreno, i cibi e gli altri 
accessori peccanti in soverchio d' umidità, sono piuttosto tendenti 
a distruggere che a conservare. 

La religione in Olanda è a guisa della terra del Nilo ; poiché 
siccome questa è sempre feconda di quantità e qualità di animali 
vari ed imperfetti, cosi quella genera del continuo vari capi e di- 
verse sette e seguaci, non concordi in altro che nelF essere irre- 
conciliabilmente discordi. Tutti però rompono in questo scoglio : 
che, per la salvezza dell' anima, senza correggere la colpa basta 
chiamarsi colpevole. Di qui avviene che le usure, le soluzioni an- 
ticipate con assaissimo prò', le estorsioni dei prezzi ed altri tiri 
somiglianti tengono scuola aperta e sicura. La gente non conosce 
punto di scrupolo, ed il paziente non si altera coir uso ; e succede 
loro come ad alcuni popoli, nei quali le cose velenose passano in 
cibo e nutrimento. 

Gli Stati d' Olanda, chiamati delle Provincie Unite dei Paesi 
Bassi, sono propriamente li deputati delle sette provincie, che uni- 
tamente rappresentano da per sè stessi le città e la nobiltà del 
paese. Tutte le assemblee ed i consigli si formano invariabilmente 
da tutte le parti delle Provincie Unite ; e tuttoché ogni provincia 
possa mandare a sua voglia tre o quattro rappresentanti, in fatto 
però non hanno che un voto, con questa sola eccezione che, nel 
Consiglio di Stato, quello di Olanda ha voce per tre, e quello di 
Zelanda per due : nel resto sono pari. 



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188 

L' assemblea generale ha il governo politico : ascolta le pro- 
poste degli ambasciatori e ministri dei Principi, e degli altri parti- 
colari ancora; risponde e risolve nelle questioni che non sono di 
molto rilievo, ma, nei casi gravi e dubbiosi, è necessario che ogni 
deputato dia conto alla sua provincia, e ne attenda il parere e con- 
senso. Questa assemblea ha dipendente da sè il Consiglio di Stato, 
che è come il consultore, a cui si portano alcune materie, acciò che, 
esaminate e bene digeste, vengano risolute dai Signori Stati. A que- 
sto Consiglio fa capo la soldatesca ; a questo tocca il provvedere 
alle piazze e 1 ai campi nelle urgenze e nelle necessità, ed in tutto 
ha relazione al governo politico ed agli affari di guerra. 

Un' altra congregazione, o vogliamo dire assemblea, è pure 
nel governo d' Olanda, a cui assistono pure li deputati delle Pro- 
vincie. Questa è la Camera, a cui spetta il rivedere i conti delle 
generalità, le spese dei ministri ed ufficiali, quelli di terra e di 
mare generalmente, ma in particolare quelli dell'ammiragliato, che 
sono in cinque unioni di luoghi, che, per beneficio del mare, godono 
di questo privilegio. 

La soldatesca ordinaria, che serve per guardia e presidio del 
paese, soleva essere composta di 360 compagnie di uomini a piedi, 
e la cavalleria di 36. Adesso, dalla guerra effettiva e dagli sforzi 
straordinari, dobbiamo argomentare accrescimenti rilevantissimi. 
La spesa di tutto, in tempo di pace o di tregua, ascendeva a 14 
milioni di fiorini, ed in caso di sortita o di rottura, ascendeva fino 
a 22 milioni di fiorini ; la esazione dei quali cammina così spedita 
e riesce in tal modo agevole, che non incontra opposizione o di- 
mora alcuna. Segno evidentissimo e conseguenza infallibile che i 
popoli hanno oramai avvezzato il collo al giogo, e la volontà alla 
obbedienza; e che, per conservare la preziosa libertà e difendere la 
causa comune, non pare loro difficile o strano, il pagare quelle in- 
sopportabili somme, che tali sono appunto lo imposizioni sopra le 
smunte fortune di quelle provincie. 

L* Olanda sola vale in paragone di tutte le altre provincie, 
come Amsterdam vale per tutto il resto d' Olanda, perchè, di 100 
carati di contribuzione, all' Olanda sola toccano 56 ed alla città 
d' Amsterdam 38. Ma uè V Olanda nè le altre provincie hanno te- 
soro raccolto, nè assegnamenti a tal fine ; il che quanto sia di danno 
effettivo e di pericolo imminente agli imperi non fa bisogno nè di 
cenno nè di discorso presso le Eccellenze Vostre. 

Quegli che è destinato alla rassegna di una compagnia o di 



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139 

un presidio, viene dalla stessa spesato e pagato. Si argomenti il 
resto. Alle rassegne non vi è nè tempo nè luogo per regola, nè av- 
vertenza alcuna. Non ostante la facilità con la quale si cava il de- 
naro, comandato dalla autorità pubblica, le paghe sono protratte, 
scarse, stentate, e spesso, per conseguirle anche al tempo dovuto, 
si perde il 20 per cento. La causa di questo disordine non dico a 
chi debba ascriversi; dico bene questo solo, che, senza timore o ri- 
spetto, ognuno si aiuta. Perchè il principe che paga male o lenta- 
mente, rende il soldato ladro e tiranno dei privati. 

Il credito, la riputazione e V autorità del sig. Principe d' 0- 
range (1) nelle provincie, nell'assemblea generale e negli altri 
consigli è quanta egli vuole ; e chi lo chiamasse il primo mobile di 
tutte le cose, non direbbe meno del vero. Egli è generale delle pro- 
vincie, ammiraglio del mare, gode tutte le prerogative del fratello 
principe Maurizio, di gloriosa memoria, tra le quali considerabile è il 
governo di cinque provincie, cioè Gheldria, Olanda, Zelanda, Utrecht, 
Overissel. Nella seconda in particolare ha autorità di confermare il 
magistrato, eleggendo uno dei due nomi presentatigli, ed in caso di 
colpa o demerito, lo può anco deporre. Delle due altre provincie, 
che sono la Frisia e il Groninghen, ne è governatore il conte Er- 
nesto di Nassau, soprannominato il Casimiro (2), il quale, sebbene 
nell'ordine e nelF autorità va dietro al Principe che è il primo, non 
resta però che nel credito e nelle operazioni non vada di pari ai 
Principe stesso. Il quale non gli è secondo, essendo concetto uni- 
versale dei popoli che egli alla molta prudenza dell' animo porti 
congiunta una vera esperienza di cose vedute e praticate pel pas- 
sato, e che alla perfezione di gran capitano nulla gli manchi, e solo 
la fortuna (che in tutte le azioni umane vuole la maggior parte) 
ne ha colpa. 

Per il titolo di generale, il Principe d' Orange ha sopra 50 
mila fiorini d'entrata, come governatore delle provincie più di 100 
mila, per la carica d'ammiraglio ha dieci per cento di tutte le prede 
che sono frequenti, oltre altri grossi e continui emolumenti che gli 
derivano per queste e per altre cause. Le rendite del suo patrimo- 
nio sono grandissime, ed è fama che abbia quattro in cinque mi- 

(lj Statolder d'Olanda (1625-1647) era Federico Enrico, fratello del fa- 
moso Maurizio d' Orange. G. Ferraro. 

(2) Ernesto Casimiro, capo della linea Nassau-Dietz, era figlio di Giovanni 
(il vecchio; di Nassau fratello di Guglielmo il Taciturno. Ernesto Casimiro era 
perciò cugino di Federico Enrico. 



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140 

lioni d* oro ammassati, eppure va molto limitato nelle spese. Per 
altro è principe di bello aspetto e di gran cuore, di molto contegno 
e di poche parole, di maniere affabili ma però gravi, e nel vestire 
e nei trattenimenti pizzica un tantino di spagnuolo. È un principe, 
a mio giudizio, fortunatissimo per molte cause ; tra le quali non è 
per avventura la minima, quella di avere presta a compiacenza 
d' occhio ed ai consigli d'amore una figliuola del già conte di Soms, 
suddito del Principe Palatino, dama ornata di bellezza squisita e di 
qualità singolari (1). La quale, per non mancare al merito di lei ed 
alla riputazione di me stesso, avendo io salutata all' uso del paese 
col baciarle la mano, vidi in quell'atto, nel suo volto modestissimo, 
mostrarsi tutti gli affetti di un cuore ingenuo e tutti gli abiti di 
un animo nobile e virtuoso. 

Con qual venerazione sì in Olanda come nelle altre provincie 
siano rispettati, da tutti gli ordini delle persone, gli ambasciatori 
delle E. V. (2), quali accoglienze ricevano per dove passano e quando 
parlano, non può credere chi non lo prova, ed è degnissimo di fede 
chi lo racconta. Ognuno se lo figura per quello che egli è, cioè fi- 
gliuolo e ministro della più saggia, stabile e duratura delle Repub- 
bliche, che abbiano ricordate le memorie dei secoli andati, dalla 
quale l'Italia conosce la sua libertà, la Religione il sostentamento, 
la Giustizia il suo patrocinio e la grandezza del decoro ; e con que- 
ste ed altre considerazioni eminenti, l' ambasciatore veneto è rive- 
rito come un nume, è ascoltato come un oracolo. 

Farei inescusabile torto alla fama celebratissima della città di 
Amsterdam, se la passassi sotto silenzio. Imitando gli altri amba- 
sciatori andai io pure a vederla, e la giudicai come una nuova me- 
raviglia del mondo. È grandissima ; è abitata sopra ogni credere, 
pienissima di negozi ed in nessuna parte oziosa. La parte che chia- 
mano Amsterdam nuovo, è singolare per la bellezza degli edifici, 
per la larghezza e dirittura delle strade, divise da canali bellissimi, 
con due ordini di alberi gentili sopra ogni riva. 

Il governo è incomparabile, e particolarmente nelle cose di 
pietà ; attesoché, per quanto si cammini o si cerchi, non si vedono 
nè poveri, nò infermi, nè donne di male affare, nè vagabonde, nè 
altre simili sorte di gente vagabonde ed inquiete. Il pubblico prov- 

(1) Emilia di Solms, moglie di Federico Enrico di Nassau principe d'Orange. 

(2) La Repubblica di Venezia, avendo per nemicissimi gli spagnuoli, ve- 
niva ad essere la potenza che più d'ogni altra godeva la simpatia degli olan- 
desi. G. Ferra bo. 



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Ì4l 

vede a tutti, ed in tutto fa vedere soccorso, prudenza, giustizia. 
Delle cose di mare ivi si vedono gli eccessi e gli estremi. Quando io 
ivi mi trovai era il principio di Ottobre, nel qual tempo le navi so- 
no sparse o vegnenti, e ad ogni modo ne erano allora in porto non 
meno di 400. In Amsterdam stanno aperte due case, una per le In- 
die orientali e Y altra per le Indie occidentali ; dove con regolarità 
e diligenza esattissima, si trattano gli affari di quelle due estremità 
del mondo. A questo proposito, merita un tratto particolare di pen- 
na T armata che ha il sostentamento dalla Compagnia delle Indie 
Orientali, la quale non dipende che da sè stessa ed è bastevole a 
fare progressi, ad avanzarsi con acquisti ed a mantenersi in reci- 
proca corrispondenza con i Cinesi. Ognuna ha un generale distinto 
e particolare, a cui assistono 30 mila soldati e 3 mila pezzi d'arti- 
glieria, numero infinito di navi, e tutti gli altri spalleggi propri di 
un tanto negozio. E quindi una ragunata di privati tiene viva e 
mantiene guerra effettiva al Cattolico. Vero è che essendo i rap- 
presentanti della Compagnia negli Stati generali, può accadere ta- 
lora che misurino le cose e bilancino le spedizioni più conforme al 
privato che al pubblico comodo, ma in fatti e per lo più Y emolu- 
mento è sicuro, come la gloria è sublime. 

Vaglia per considerazione generale delle cose di Olanda, que- 
sto principio : che, cioè, il destino e la guerra sono come i due poli, 
sopra i quali si aggira il dominio delle Provincie Unite. L' uno si- 
gnoreggia i cuori, rogati la volontà ed amministra le azioni, e, come 
inevitabile negli eventi, è creduto onnipotente neir operare ; Y altra 
nutrisce gli animi neir accuratezza dei propri interessi, mantiene 
gli affetti in discrepanza col nemico, conserva i corpi alla tolleranza 
dt?lle fatiche, e di più rende meno agevole al partito contrario il 
seminare pratiche, intelligenze e discordie. E se è vero che tutte 
le scienze e le azioni umane si propongono un bene per fine, gli 
Olandesi rimettendo in cielo ogni cosa al Fato, non hanno altro og- 
getto delle loro scienze e del loro operare che la guerra, essendo 
questa fatta loro quasi naturale e propria cosa di loro, il conser- 
varsi alla continuazione delle spese, delle armi e del travagliare, 
con questa distinzione però, che in mare possono resistere e preva- 
lere, ma in terra non bastano ad altro che ad opporsi. Quindi stimo 
io che la tregua e la pace siano proporzionati ed efficacissimi leni- 
menti per addolcire l'acerbità di quei popoli, e che alle pretensioni 
di Spagna siano per riuscire più giovevoli le arti che le armi. Im- 
perocché il sito d' Olanda e delle altre provincia, difeso quasi in- 



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142 

vincibilmente dalla natura, oppugnato cogli sforzi e cogli assedi 
dagli Spagnuoli, il più delle volte impugnerà i medesimi colla stan- 
chezza e colla impotenza. 

Alla natura e condizione dello Stato d' Olanda, rappresentato 
benignamente alle benigne e purgatissime orecchie delle Eccellenze 
Vostre, succede adesso l'altra parte assegnata all'obbligazione del 
mio servizio, che è il ragionare della Francia. Nel fare la qual cosa, 
comincierò da quelle cose le quali, siccome sono prime nel merito, 
cosi non devono essere l'estreme nell'ordine. Pertanto distinguerò il 
presente racconto in tre parti. Nella prima abbraccerò le operazioni 
della natura e la grandezza e la forza del Regno ; nella seconda toc- 
cherò i difetti, gli accidenti ed i peccati di quelli ; nella terza rac- 
coglierò un misto di considerazioni, successi e particolari, spettanti 
al negozio e non impropri de' tempi e dei casi nei quali mi è con- 
venuto servire la patria in quella chiarissima Corte. 

La Francia è un mondo di regolare misura e di terminata 
grandezza, perchè tutto ciò che d' utile e di delizioso si trova 
sparso e diviso negli universali del mondo, tutto è agevolmente 
trovato raccolto ed unito nella particolare circonferenza di quella. 
Qui tralascerò di rappresentare alla Serenità Vostra, di quali e 
quante provincie sia composta questa singolare monarchia, che, 
sotto il nome della sola isola di Francia, restringe tutto quello che 
possiede il Re Cristianissimo. Non descriverò il sito, i confini e le 
proprietà delle stesse; nè parimenti racconterò come ed in che 
siano fra loro i paesi di aiuto scambievole e di reciproca comu- 
nicazione, nè dove e quanto ricevano beneficio ed abbellimento dal 
mare e dalle riviere, perciocché con simili digressioni, o ruberei il 
tempo tanto prezioso al pubblico bene, o con mia inutile fatica 
stancherei inutilmente gli animi delle E. V. Dirò solamente, che 
nell' abbondanza e bontà dei grani e dei vini, nella qualità e quan- 
tità degli armenti, nel comodo e nella disposizione dei luoghi, 
nella frequenza delle città e dei villaggi, nella moltitudine ed in- 
dustria dei popoli, il regno di Francia come non ha da invidiare 
ad alcun altro della terra, così è degno di essere invidiato da tutti 
gli altri che sono coperti dal cielo. Le provincie sono tutte buone, 
anzi una migliore dell' altra, per prerogativa particolare e singo- 
lare, e tutte di grandissimo profìtto e vantaggio e pubblico co- 
modo; imperocché non vengono impedite dal coltivare i terreni, 
dall' usare l' apertura dei paesi, dal godere il beneficio della pace e 



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143 

della tranquilla. Che se vogliamo fermarci per breve spazio so- 
pra il particolare dei fiumi, facilissimo saria il riconoscere le par- 
zialità della natura a questa bella parte del mondo, perchè vi sono 
tante riviere, e compartite con relazione così bene intesa e mira- 
bile alla costituzione delle provincie ed all'utile degli abitanti, che, 
non potendo ogni terra produrre la diversità delle cose bisogne- 
voli al sostentamento umano, ed avendo ogni provincia dovizia di 
qualche cosa e mancamento d' un' altra, nasce dalla frequenza ed 
opportunità delle acque navigabili, che con facilissimo modo pos- 
sono, dove elle sono, cavarsi le cose superflue e, dove non sono, in- 
trodursi le necessarie. Nè, per mio giudizio, è degno di minor ri- 
flesso in questo negozio, che dove gli altri fiumi, come pur troppo 
con danno gravissimo si manifesta nello Stato delle E. V., che nello 
spazio di poche ore lacerano le fatiche e disperdono il frutto di 
molti anni, quei della Francia, obbligati quasi per legge di natura 
ad un corso fatale ed inalterabile, con gli accrescimenti non escono 
che di rado dalle sponde, non danneggiano colle inondazioni e non 
rompono colle violenze. E perchè, come è ben noto alla somma sa- 
pienza dell' E. V., i maggiori e più necessari propugnacoli alla du- 
rata e difesa degli Stati furono sempre posti nella moltitudine dei 
soggetti e nella quantità del danaro, quelli e questo si trovano 
quasi senza paragone nel felicissimo paese di cui ragioniamo. E da 
ciò si argomenta ad un tempo e la smisurata po tenza del Regno e 
la vasta grandezza d 1 Ri. E quanto alle genti, che S. M. comandi 
che sia toccato tamburro e suonata tromba, raguna con brevissimo 
sperimento un corpo militare di cento e di duecentomila persone, 
tanto disposte all' apparenza quanto inconsiderate nel fine, e ad 
un cenno le spinge dove, come, quando a lui pare. E se, come 
suol avvenire, o la fortuna della guerra o la violenza e forza d'al- 
tro accidente trionfa di loro, può la medesima autorità rinnovare 
il numero degli armati e la mole delle armi. Dal che due rilevanti 
benefici derivano alla Corona. L* uno, che il difetto delle milizie, 
tanto pregiudiziale agli imperi così nelle spedizioni lunghe e pen- 
sate come nelle improvvise ed urgenti, non è mai provato dal Re. 
L' altro, che essendo la Francia, rispetto alla incostanza ed inquie- 
tezza degli affetti ed alla discordia della Religione, un corpo pieno 
di umori soverchi e predominato da contrarie passioni, con questi 
salassi si purga, e con minore repugnanza si mantiene al comando 
subordinato. E così, trovandole genti oziose in che perdersi con 
soddisfazione ed utilità, lasciano il Re ottimamente servito per il 



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144 

fine che ne seguita, e la Francia con vivo comodo per gli escre- 
menti dannosi che ella trasmette, senza che nè in quello nè in que- 
sta vi pongano alcuna cosa del proprio. 

L' abbondanza e famigliarità dell' oro vanno di pari passo 
coir infinito numero delle genti, nè si può credere abbastanza 
quanto siano vere le cose che io sono per dire, e non lo crede chi 
non vede la verità delle stesse nel fatto. Vi è tanta copia di que- 
sto dorato od adorato metallo, che sto quasi per affermare, che 
quello sviscerato dalle miniere delle Indie con sudori di sangue e 
con istrumenti di fuoco, viene per dritto ed ispedito corso a rove- 
sciarsi nelle arche di questo opulentissimo Regno. Tutti ne hanno, 
nessuno lo stima, ciascheduno lo spende. E più è tra loro un uomo 
di mediocre fortuna, che non è tra noi una persona di eminente 
condizione. La moneta sottile e minuta, che in Italia e in altri re- 
gni è il comodo della povertà, il temperamento delle borse e la 
maestra delle spese, in quel paese è bandita dalle mani, dalle merci, 
dalla memoria. L' oro però viene in Francia e sta in Francia. E 
sebbene nella dissolutezza e prodigalità dei Francesi ha le ali, non 
però esce dal Regno, e fa a guisa del fuoco materiale che noi ve- 
diamo : che quantunque diviso in più luoghi, nientedimeno coli' i- 
stinto che egli porta dal suo principio, tende alla sua sfera ed in 
quella svanisce per quanto può. Gli Spagnuoli hanno grandissimo 
merito in questo negozio, perchè, mentre pensano di acciecare la 
Francia coir arte e debilitarla coir oro, ingannati dai propri in- 
ganni, con quella la fanno avveduta e con questo la rendono forte. 

Il Regno dunque è tutto fruttifero, pieno d* oro, di ricchezze 
abbondantissimo, alle quali concorrono la fertilità dei terreni, la 
continuazione dei negozi, Y esito dei grani e dei vini, che si fa nei 
regni e nelle provincie circonvicine; ed altre cause rilevantissime 
vi contribuiscono, annesse air ottima costituzione del paese. 

Il certo ed ordinario delle entrate, che si cavano per la Maestà 
Reale da diverse ragioni e titoli, arriva a dodici milioni di scudi. Con 
questo vantaggio di più, che dalla morbida e doviziosa qualità dei 
suoi Stati, può il re, o per privato comodo o per pubblico servizio, 
raccogliere quanto danaro gli piace ; non mancandogli (scompa- 
gnati dalla violenza) modi sicuri e mezzi spediti, non sottoposti 
umanamente a tracolli. Dei quali per accennarne alcuno, dirò tra 
molti quel solo che, per r evidenza del fatto, per la certezza del 
prò e per la facilità dell'esazione, viene riputato il migliore. So 
nella città di Parigi si accresce uno scudo di dazio per ogni ton- 



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145 

nello di vino, ne risultano alla Camera tre milioni di scudi di nuovo 
utile; e lo provo con una ragione che quasi si può dire matematica. 
Parigi, secondo la comune opinione, adesso fa 800,000 anime, e 
forse un milione. Tre o quattro tonnelli di vino vengono assegnati 
per testa ; i quali, moltiplicati col numero delle genti, fanno la detta 
somma di tre milioni. Si argomenti di qua, comr» da conseguenza in- 
fallibile, quale e quanto accrescimento d' entrate deriverebbe alla 
Corona, se volessero fare il medesimo del sale, dell'olio e delle 
carni. E sebbene S. M., conforme all' uso degli altri principi, si go- 
verna colle forme dei Consigli e dei Parlamenti, che sono come 
reliquie di una certa forma di Repubblica, ed ombre della libertà 
dei popoli, non è però mutilata o ristretta la sua quasi onnipotente 
potenza. Perocché siccome egli è vero che sempre si ricorre ai 
Parlamenti, prima che si pubblichino gli editti da cavare soldi, così 
è pure altrettanto certo che, se i Parlamenti per qualche rispetto 
o considerazione sentono diversamente o ricusano di passare la 
proposta, S. M. col supremo della autorità e coli* assoluto dell'im- 
perio della sua volontà fa legge ai ministri, e coli' espressione del 
suo comando, imprimendo in loro lo zelo e la soggezione d* obbe- 
dienza, impone ed ottiene l'esecuzione dell'editto, con questo breve 
ma efficacissimo termine : Il Re lo vuole. 

Vengo ora a quelle parti ed opposizioni, che mentre si pro- 
vano vere con difetto nel Regno, non possono essere tali senza 
detrimento e pericolo della potenza reale. E primieramente dirò di 
quello che porta seco con naturale principio ; ed è che il paese, 
quasi tutto piano e disoccupato, sta per ogni parte esposto alle 
mosse ed agli assalti delle nazioni che lo circondano. La qual cosa 
è provata vera negli antichi e nei moderni tempi. Poiché questa 
nazione, in varie provincie divisa e situata nelle viscere dell' Eu- 
ropa, non può senza estrema difficoltà trapassare colle forze e colle 
armi alle altre regioni. Il che di quanto detrimento sia allo accre- 
scimento e dilatazione dell'impero, non ha punto bisogno di prova. 
Poiché l'impero romano nella Francia ha penetrato con facilità, 
si è fermato con acquisti, quando ha tentato e voluto davvero. E, 
per l'opposto, essa non ha mai fatto colpo durevole e saldo contro 
le potenze lontane. Se non vogliamo forse dire, ciò essere più av- 
venuto per volontà del cielo che per impotenza loro. Neil' estrema 
moltitudine della gente si considera questo peccante, che quantun- 
que essa abbia moti e risoluzioni furiose, e mostri dispregio della 
vita (come bene spesso succede, per un'ombra di sospetto, per un 

10 



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* baleno iT onore, per una sofistica imaginazione o interpretazione 
si ammazzano i Francesi fra loro, o sè stessi), sono però i Francesi 
più vili che forti, più capricciosi che risentiti, ed inoltre sono poco 
tolleranti, instabili e testardi. Inoltre si conosce una differenza tra 
quelli che abitano il piano, e quelli che si trovano nell' ascendente 
delle colline. Perchè i primi, come nati in luogo placido e delicato 
e dovizioso di tutti i beni, sono molli, abborriscono la fatica, non 
s' affaticano vivamente. Gli altri si dimostrano di maggiore lena, e 
più disposti ai patimenti del corpo, e non rifiutano cosi facilmente 
T impiego e V assuefazione a qualche negozio. 

Ho pensato non poche volte quale possa essere la vera e na- 
turale cagione, per la quale i Francesi con ripugnanza e ritrosità 
accettano di espatriare, o si riducono a lavorare in altri paesi ; ed 
ho trovato essere questa : che essi, cavati dalle delizie native, e 
lontani dalla affluenza di tutto ciò che dal senso umano più si de- 
sidera, stimano di peggiorare condizione dovunque vadano, e, in 
paragone di ciò che lasciano, ogni abbondanza per loro è carestia, 
ogni comodità è disagio, ogni licenza troppo ristretta. E di qui 
avviene pur anco che, non coperti del proprio cielo e non sostenuti 
dal proprio suolo, mentre altrove non trovano o non pare a loro di 
trovare ciò che vogliono, o lo cercano con insolenza, o non durano 
nelle intraprese, o si corrompono nella svogliatezza e nell' ozio ; e 
se, o nell' apparenza di qualche prò, o dall' inevitabile della forza, 
o nella varietà dei loro tini vengono tratti a lasciare il posto che 
tanto amano e stimano, chiara cosa è che non portano altro di 
certo, che la certezza di starvi pochissimo e di adoperarsi alla peg- 
gio. Per questo ardirò d'affermare alle E. V., che i Francesi o non 
hanno pensiero delle cose del mondo o, se pure ne hanno, quando 
però sono tirati a pensarvi, nell' atto stesso che vi si applicano, 
nel medesimo certissimamente appena se ne ricordano. E se le con- 
giunture dei tempi, se i motivi e le pretensioni d'altri principi, e, 
prima di tutto, 1' antica buona intelligenza portano così, che si pro- 
mettano F assistenza, le spedizioni ed i soccorsi dell' armi loro, i 
casi ed i successi, e presenti e di poco passati, mostrano qual fon- 
damento risoluto ed indecente ne possano fare ; mentre è pur le- 
cito vedere in continuo esperimento, che in ogni proposta, che loro 
si faccia, ritrovano mille cavilli. Non muovono un passo senza il 
suo scandaglio, ed in ogni mossa formano più difficoltà che passi. 

A questo proposito, che è della gente, per non rinnovare la men- 
zione in luogo meno proprio, spenderò un tratto di penna sopra la 



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14} 

nobiltà e sua condizione. La quale, sparsa in tante provincia, è quasi 
infinita, ricca per lo più e fumosa all' estremo. Essa, si per il privi- 
legio della natura (la quale rende per l'ordinario i nati di sangue 
illustre, più atti ad apprendere le arti onorate e ad abbracciare le 
azioni egregie), e per i comodi della fortuna (coi quali può mante- 
nersi nella disciplina e nella professione dei termini cavallereschi), 
si mostra generosa, liberale, guerriera, e, come nelle spese non 
cura il denaro, cosi nei pericoli non stima la vita. La furia, la 
spada e il cavallo dominano la nobiltà francese, la quale in due 
cose mi pare degna e capace di riprensione. L' una che, quasi non 
obbligata a sapere, abborrisce le scienze e non fa conto di lettere, 
lasciandone, come proprio ed ereditario, l' acquisto ed il pensiero 
alle persone del secondo ordine, come sono ambasciatori, presidenti 
e giudici. L' altra che, trattenendosi di continuo nelle sue giurisdi- 
zioni e castelli, che per lo più sono luoghi di villa, s'avvezza a 
cose e ad azioni improprie della nascita ed educazione, e va imbe- 
vendosi di uno stile di vita imperioso, insolente, lontano dalla cura 
politica, e da quella equità, che può conservarla nell'onore di sè 
stessa e nella venerazione dei popoli. 

Un'altra cosa noi^è di poco momento, tra quelle che recano 
diminuzione alla regia autorità. Questa consiste nei governi delle 
Provincie e città del Regno, i quali si danno continuati e perpetui 
non solo in una sola persona, ma anco nelle famiglie e sangui 
stessi. Di qui avviene che i sudditi, già comandati per centinaja 
d'anni da un principe e dai suoi successori, quelli solo amano e 
temono, e verso la persona ed imperio reale, come non mai veduta 
o provata, se la passano più con opinioni che con effetti, e piutto- 
sto obbediscono alla presenza e voce dei governatori che coman- 
dano a loro, che al Re che comanda ai governatori. Se S. M., per 
onorare e beneficare un suo servitore, lo crea governatore di una 
provincia, e se, per qualche emergente o segreto, tratta di rimuo- 
verlo, subito si acquista un nemico, perchè quegli di beneficati 
diviene ingrato, di fedele ribelle, mentre per rinunziare il governo 
ritrova falsi pretesti, si opponi all' esecuzione, e spesse volte, ra- 
dunando i militi del suo comando, colle forze del Re tenta di sfor- 
zare lo stesso Re. Enrico il Grande, di gloriosa memoria, conobbe 
questa piaga infistolita e mortale, e venne in necessaria risoluzione 
di porvi rimedio, coli' usare altrettanti luogotenenti congiuntissi- 
mi al suo partito, l'autorità dei quali, nell'assenza dei governatori, 
fosse la medesima, e facesse contrappeso al soverchio potere di 



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148 

quelli. Ma perchè i disordini, seguiti dopo, hanno chiaramente mo- 
strato ciò avere non corretto ma solamente mitigato V acerbità di 
tanto male, e sperimentandosi ogni giorno più che questo danno- 
sissimo instituto, dei governi perpetui nei grandi, rende in certo 
modo temporale ed interrotto il comando dei Re, la vigilanza del 
cardinale di Richelieu, prevalendosi del presente tempo di quiete 
e del vantaggio delle armi pubbliche, sollecita e preme per la mu- 
tazione dei governi, e propone come uno dei più necèssari fon- 
damenti, a rimettere e a stabilire la Corona in pieno ed assoluto 
comando, il seguente mezzo: cioè di far debole la nobiltà. Sa egli 
che il tentativo è difficile, ed il negozio è pieno di grandi pericoli 
e difficoltà, e conosce che le azioni eccellenti ed egregie non ri- 
trovano giammai lastricato e spianato il terreno. Tuttavia non 
manca di continuare nella pratica, e di resistere agli oppositori, i 
quali per la condizione sono grandi, per il numero non sono pochi, 
e per i fini interessatissimi. E come è certo che al Cardinale par- 
toriranno gli emuli contrasti e travagli, così non passeranno senza 
minacciare alla Francia tumulti e rivolte ; essendo tale la natura 
dei parti procacciati dalla fatica dell' arte e dalla violenza del 
ferro, che per lo più riescoao mostri o aborti o cadaveri. La 
Francia non può così facilmente mutare gli antichi instituti e co- 
stumi, e tanto meno quando 1' autorità, la fortuna e 1' ambizione 
dei potenti contrastano alla mutazione, come è in tale caso. Vuole 
la Francia il suo Re contento dell'opinione di potere ogni cosa, ma 
non risoluto nella professione di volerlo. 

La discordia della religione concorre anch' essa ad accrescere 
la condizione e la somma dell' opposizione fatta a questo potentis- 
simo Regno. Gli Ugonotti, che da vent' anni sono divenuti lo scon- 
certo e l'alterazione della Francia coir unione della loro setta e 
colla forza dell' armi, hanno partorito strani accidenti e formida- 
bili casi allo stato delle provincie, e ridotti soventi i passati Re a 
miseri e disperati partiti. Questi, negando la dovuta obbedienza agli 
editti, ed occupando non poche e non deboli piazze (1), movendosi 
ed armandosi quando si muove e si aVma Sua Maestà, hanno in di- 
versi incontri mostrato 1* estremo danno e pericolo che reca allo 
Stato e alla fortuna d' un principe la divisione dei popoli nel cre- 

(1) Montauban,. Cognac, la Charitó e la Roccella erano le piazze concedute 
già agli ugonotti quaf guarentigia della loro libertà religiosa. È chiaro perchè 
la Roccella fosse la più importante fra tutte. 



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dere e professare diversamente, perchè riesce, se non impossibile, 
difficilissimo, almeno dove è una moltitudine quasi infinita nella 
divisione della religione, che si unisca all' intera dipendenza di 
queir imperio. Essendoché, non potendo ugualmente procedere con 
ambedue nel delicato negozio della coscienza, è difficile che si con- 
tenti di un principe stesso. Ma perchè colla caduta della Roccella, 
coir oppressione dei principi protestanti della Germania, coli* ab- 
bandono che degli Ugonotti ha fatto il re d'Inghilterra, è caduta in 
grandissima parte la cospirazione di quella setta, e il tragico ed 
intestino infortunio del Regno per tanti anni si trova molto infie- 
volito e languente, i protestanti sono domati. E sopra questo non 
facendo più lungo riflesso, dirò quel solo che appartiene all'acquisto 
della Roccella (1). L' acquisto di questa famosissima piazza, dopo lo 
stringimento di quindici mesi, ultimato con tanta felicità e riputazione 
sugli occhi dell'armata inglese che professava di sciogliere Tasse- 
dio per introdurvi il soccorso, l' impresa contro Roano (2) capo ed 
anima di questa fazione, i progressi contro gli Ugonotti in Lingua- 
doca colla ricuperazione di ben cinquanta piazze, hanno cosi sgo- 
mentato i cuori e spossata la fortuna di quel partito, che, perdute le 
forze interne e mancategli le straniere, si è intieramente rimesso 
alla volontà del Re. Il quale perciò ha donato accordo a Roano, 
ha ricevuto in grazia il duca della Tramoglia (3), tutti i figliuoli 
del duca di . . . ., accolto La Forza (4) e Sciatiglion (5) e molti 
altri grandi e potenti, i quali, chiudendo nel segreto dell'animo 
quella credenza che vogliono, in apparenza si sono voltati al rito 
cattolico. E sebbene hanno mostrato e pubblicato diversi motivi e 
pretesti, la verità del consiglio e la certezza del fine è il partecipare 

(1) La Roccella cadde il 29 Ottobre 1628. 

*2) Enrico di Rohan, primo duca di Rohan, figlio di Renato visconte di 
Rohan. Sposò la figlia di Sully. Capo del partito ugonotto, in seguito alla presa 
della Roccella si sottomise colla pace di Alais, 27 Giugno 1629. L'anno dopo il 
Senato di Venezia lo creò generale in capo delle truppe di terra della Repub- 
blica. Diresse poi la guerra di Valtellina e morì nel 1638. 

(3) Enrico de la Tremouille, figlio di Claudio e d'una figlia del Taciturno, 
godeva di molto credito fra gli ugonotti, ma si era avvicinato al re fin dal 1621. 
Abboccatosi con Richelieu durante l'assedio della Roccella, abiurò il calvinismo 
rielle mani di esso. 

(4) Giacomo Nompar de Caumont, marchese poi duca de la Force, sfuggito 
prodigiosamente alla strage del S. Bartolomeo, riconciliatosi con Luigi XIII, fu 
inviato in Piemonte ove prese Saluzzo nel 1630. 

(5) Gasparo di Coligny, signore di Chàtillon-sur-Loing. Questa terra fu poi 
eretta in ducato (1643) a favore di suo figlio, che aveva abiurato il calvinismo. 



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degli onori e il godere degli emolumenti, dai quali anco in tempo 
di pace venivano esclusi i fautori e i partigiani degli Ugonotti. Ora 
l'umore di quella religione, pretesa riformata, è ridotto alla sola 
gente bassa e minuta, la quale facilmente seguirebbe l'esempio dei 
Grandi, se vi fosse chi davvero la promovesse, o per il sentiero 
della vera pietà, o per la via di qualche comodo, o per altro moto 
che con efficacia e premura la svegliasse a riconoscersi del suo er- 
rore. V* ha però chi crede, che questa calma di quiete e di confi- 
denza non sia per durare lungamente, e che il fuoco sia piuttosto 
coperto che estinto ; perchè gli Ugonotti, quando avranno un capo 
sedizioso e di credito, come membra dependenti e soggette, segui- 
ranno sempre i moti e le disposizioni di quello. 

Non devo qui tralasciare la considerazione e memoria degli 
Stati che, per antichissimo uso, sogliono tenersi nelle provincie, 
perciocché essi pure entrano con dannosissime conseguenze a de- 
bilitare T autorità del Re, e ad impedirlo nella esecuzione. Gli Stati 
sono le ragunanze dei ministri, degli officiali e simili, che nei luo- 
ghi e tempi che nominano, propongono ciò che a loro piace nel 
reggimento delle provincie, e spesso con diversione dalla ubbi- 
dienza, e con deliberazioni per dritto contrarie e repugnanti all' as- 
soluto dominio del Re Di questi però si può dire che furono, ina 
che più non sono ; attesoché le smoderatezze e le contraddizioni e 
le insolenze, usate da loro nelle congregazioni e decreti, hanno fi- 
nalmente aperto Y intendimento a conoscere più che mai, che tanti 
sono i comandi nel Regno quanti sono gli Stati nelle provincie, e 
che la soverchia potenza loro rende impotente la Corona Reale. 

Quanto al Cardinale, alla mossa predetta contro i governi ha 
aggiunto non solo la diminuzione, ma la totale abolizione degli 
Stati. I quali si trovavano già distrutti ed estinti in ogni provincia, 
eccettuata la sola Bretagna, come quella che è stata Y ultima in- 
corporata alla Corona, e perciò e per altre cause ha un certo più 
vivo e più durabile privilegio. Ma se la pace del Regno cogli Ugo- 
notti e coli' Inghilterra prenderà forza e continuazione, anche la 
Bretagna dovrà cedere, e non ricusare gli ordini e le condizioni 
ricevute dalle altre. Da questo nobilissimo e prudentissimo colpo, 
oltre il beneficio della sicurezza e l' accrescimento della riputa- 
zione, 600,000 franchi per ogni provincia cadono in nuovo emo- 
lumento della Corona. Della quale dirò questo solo, non come di- 
fetto naturale o abuso introdotto dal tempo o dagli uomini, ma co- 
me miserabile avanzo delle passate guerre e rovine: che tutto 



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quello, o poco meno, che cava <f entrata ordinaria, si spende in ri- 
spondere agli annuali interessi di infiniti debiti. Ma non resta per- 
ciò che, e per la correzione delle imperfezioni predette, e per l'age- 
volezza di far denari, e per 1* opulenza dei paesi, il Re di Francia 
non sia il maggior monarca del mondo, perchè egli comanda a più 
genti, che non tutti gli altri monarchi dell' universo. Nè in ciò si 
deve avere l'occhio all'ampiezza delle provincie, nè all'estensione 
dell'imperio. Il quale, tuttoché non meno ben composto che vasto, 
non è però superiore ad ogni altro, ma è degno d' essere posto in 
considerazione essenziale, quello che intorno T ottima ed incompa- 
rabile qualità di tutto il Regno ho di sopra accennato. Gli Stati ri- 
cevono il credito ed acquistano la riputazione, non da quello che 
paiono ma da quello che vagliono. Il Regnò di Francia pare sopra 
quello che è, ed è sopra quello che pare. 

E perchè sopra questo punto, come trattato abbastanza a luogo 
ed a tempo, stimo soverchio di più aggiungere, passerò a quei par- 
ticolari da me praticati e veduti alla mia prima comparsa in Pa- 
nili. Dove ritrovai lo stato della Francia così diverso dal mio de- 
siderio e tanto contrario al pubblico bisogno, che certo non so 
risolvermi di dire, se, conforme all' apparenza, Y incontro avesse 
origine nella diffidenza e gelosia degli uomini o degli eraoli miei. 
Perchè (giova credere alla fatalità dei corpi celesti e alle cause 
soprannaturali) incontrai tutti gli amici della Corona, come disse 
un uomo valorosissimo, o mal visti, o mal noti, o mal graditi. La 
Repubblica Serenissima in particolare, che già da tanti anni era 
unita alle fortune ed agli interessi di quel Regno, non doveva certo 
soggiacere alla disgrazia e sorte comune; e pure era in posto svan- 
taggioso e deboia Cagione di questa stravagantissima metamor- 
fosi era ed è un fondamento supposto infallibile: cioè che, andando 
insieme d'accordo la Spagna e la Francia, bastino queste due ad 
arrestare ed a smuovere tutte le altre potenze del mondo, aggi- 
rando a voglia loro tutti i voleri degli altri principi. Si aggiungeva 
a questo gon io e superbo concetto, che le due Corone tenevano in- 
si^nvì macchinazioni e trattative d'assalire con pari forza e dispo- 
sizione T isola d' Inghilterra. Nulla quale importantissima pratica, 
siccome la Francia diceva per fare, e faceva conforme ai detti, cosi 
l'altra non tardò molto a scoprire la sua incorreggibile adulterina 
doppiezza; mentre, dovendo per la sua contingente porzione man- 
dare sopra la Rosella un corpo di 60 legni tondi, poderosi e bene 
allestiti, che dovevano passare con altrettanti del Cristianissimo a 



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travagliare Inghilterra, Y effetto della promessa e la somma di un 
siffatto apparecchio terminarono in soli 14 vascelli; i quali final- 
mente, mossi a p inti di stelle e trascinati a forza di repliche, dopo 
mille Volontari indugi, dalla Biscaglia si condussero nei porti della 
Bretagna, sotto la condotta di don Federico di Toledo, mostrando 
e nella poca attitudine di essi, e nella penuria dei viveri, e insom- 
ma nel difetto di tutti gli altri apprestamenti più necessari, la poca 
fede di chi li aveva mandati, e la prava intenzione di chi li aveva 
da guidare. Ad ogni modo, eseguendo il Cardinale mol to di più del 
promesso, si ritrovava a quel tempo una raccolta effettiva di sopra 
70 navi, lo stato ed essenza delle quali erano per ogni capo diversi 
dagli accennati vascelli spagnuoli. 

Ora, tra il combattimento di tante molestie e tra le agitazioni 
di tanti anfratti, la maggiore delle soddisfazioni che io potessi ri- 
cevere fu, che, neir assoggettare la debolezza delle mie spalle a 
quella laboriosissima carica, ritrovai a Parigi Pece. sig. procura- 
tore Contarmi (1), il quale non mancando di soccorrere al mio, anzi 
al bisogno della patria, col profondo dei consigli e colla gravità 
delle sue parole, mi diede quella piena e rilevante istruzione, che 
ben m'era debita al suo partire, e necessaria per il mio rimanere. 
Questo eminentissimo senatore, mentre colla somma sua virtù so- 
steneva la pubblica ragione e grandezza contro l'alterazione de- 
gli animi e la malignità dei tempie la perversità degli incontri, 
corroborava insieme il sentimento universale in modo che nel suo 
interno tenesse gli abiti di una perfetta prudenza e di un esquisito 
valore. E certo che, nella mente di S. M. e nella credenza dei mi- 
nistri e nella fama del Regno, grande sovra ogni credere era il 
concetto e l'estimazione che tutti avevano di lui. Il quale, colla 
prudenza e colla diligenza incomparabile negli interessi ed affari 
pubblici; con una costanza e franchezza esemplare nel sofferire la 
difficoltà delle udienze, non poche volte negate, spesso differite e 
sempre tronche, interrotte e sospirate; con una moderazione in- 
vitta nel vedersi (felare i trattati di Monson (2) ed altre pratiche e 

(1) Simeone Contarmi, eletto a dì 20 Settembre 1625 ambasciatore straordi- 
nario in Francia, ove giunse il 20 Gennaio 1020. Vecchio e logorato nella salute, 
domandò al Senato licenza di ripatriare. E la licenza gli fu concessa a dì 12 
Agosto dell'anno stesso, deputandogli a successore Giorgio Zorzi, l'autore della 
presente Relazione. , 

[2] I capitoli di questa pace, a gran torto coneliiusa 5 Marzo 1020j all'in- 
saputa della Repubblica, si leggono in Dumunt, t. V, p. II ? pag. 187 e t^egg. 



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conclusioni, che pure dovevano essere comuni; e finalmente col te* 
stimonio delle apparenze proprie della grandezza della carica e 
del decoro della pubblica dignità, soddisfece a tutte le parti e le 
condizioni, che devono avere i più saggi, i più eccelsi e i più rive- 
riti rappresentanti delle E. V. 

Avendo io accennato alcune considerazioni intorno alle qua- 
lità di questa Corona, che nell' universale si possono accomodare 
ad ogni Re, si de' passati come di quelli che hanno a venire ; è 
ragione che io riferisca qualche particolare proprio di Luigi XIII, 
il giusto figliuolo del già gloriosissimo Enrico il Grande. Il quale, 
siccome per naturale impedimento ha poca attitudine ai discorsi, 
così per natura è molto raccolto in sè stesso, dando alla fissa- 
zione dell' interno ciò che non concede all' esteriore della voce. 
Ha meravigliosa attitudine a tutti gli esercizi cavallereschi e 
guerrieri, ed a somiglianza di tutti i principi è dominato dal ge- 
nio della caccia, il quale comanda a lui, come egli signoreggia 
alla Francia. È molto geloso di quella autorità che non vuole 
pari; ascolta volentieri chi ne. parla, ed aderisce pienamente a 
chi la promuove. Per propensione naturale non si può dire che 
buono, generoso e clemente; dove però si tratta di guerra fa del 
male volentieri, e più ne farebbe se non fosse distornato da altri, 
o se pure avesse più libera facoltà di risolvere da sè stesso. Fra 
gli studi più rimessi e fra le cure più piacevoli, si diletta del suono, 
del canto e del comporre, in tal modo che è sopra l' ordinario. Di- 
pinge con così eccellente maniera, che, fuori delle mani d'un re, 
l'arte sarebbe molto più ragguardevole. Insomma in tutte le cose 
ed azioni, alle quali si applica coli' insegnamento altrui, penetra 
con acutissimo intendimento; ma altrimenti non sa e non vuol sa- 
pere che vi sia altro da apprendere per sè stesso, sopra quello che 
gli viene mostrato, ed è a guisa di chi, camminando nell'acqua fin- 
ché non discerna il fondo smarrito, o si arresta o si ritira. Nel- 
l' esercitare 1' ufficio di sergente maggiore di battaglia, nel guidare 
conforme alla moderna militare disciplina un esercito, nessuno l'a- 
vanza; e vogliono che egli conosca e chiami distintamente per no- 
m ? i soldati della sua guardia, che sono in numero di settemila, tutta 
gente di garbo, agguerrita ed attaccata al Re. Al contrario, pare 
°he egli non senta i veri ed i vivi stimoli dell' onore, perchè nella 
s ^a somma fortuna, e Re tra i grandi il maggiore, non si cura di 
re 3gere, anzi gode di vedersi retto, addomesticando 1' eminenza 
del suo grado alla bassezza di una vita ordinaria, e non è di re che 



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a misura, ma non quanto dovrebbe essere, attesoché altri possono 
sopra di lui, quando non dovriano mai potere. Manca della più 
bella parte e del più insigne ornamento di un principe, che è la li- 
beralità, perchè è tenace nello spendere e mostra soverchia pre- 
mura dell 1 oro. Ama e stima la madre, ma colla moglie va scarso 
nell'una e nell'altra cosa (1); e v' ha chi crede che, come non pieghe- 
rebbe a dar la primi per tutto, cosi sarebbe facile a rinunziare alla 
seconda per poco. Col lume e coli' assistenza che governa i re ed 
i monarchi, quando Luigi XIII è nei suoi termini naturali, e non 
alterato da persuasioni contrarie e da suggestioni corrotte, sa e 
conosce che, per ogni ragiono celeste ed umana, è nato per far bi- 
lancia agli Spagnuoli e agli Austriaci, anzi per professarsi loro 
aperto e perpetuo nemico. E veramente farebbe cose maggiori, e 
più generose sarebbero le sue risoluzioni, se continuasse in questi 
fervori e talenti. Ma perchè ad ogni minima rimostranza, che in 
contrario gli venga fatta o dalla autorità della madre o dal genio 
dei ministri, resta in un tratto mortificato e senza calore, questa è 
la causa per la quale non si risveglia che a momenti, e non si ri- 
sente che a lampi. 

La Regina madre, dopo i molti compassionevoli ma non com- 
passionati successi del maresciallo d'Ancre (2), non ha mai più po- 
tuto riacquistare quel tanto di benevolenza e di credito, che ella per 
lo innanzi teneva nel concetto dei popoli. Nel rimanente invece è la 
stessa, anzi maggiore che fosse già innanzi, l'autorità del Cardinale, 
che lo ha portato a dominare il governo, ed a muovere col suo 
moto ogni cosa, e ad essere arbitro di tutti gli affari e negozi. 
Quindi è avvenuto che, nella volontà del Re, ha occupato tanta emi- 
nenza di posto, che se il Cardinale stesso, il quale è pur stato il 
fabbro di tanta mole, ora volesse abbassarla, non lo potrebbe al 
sicuro. E non mancano lingue asserenti che, essendosi la Regina 
poco memore e corrispondente mostrata del merito grandissimo 
che egli ha con lei, con il figliuolo e colla nuora, e ciò per il so- 
spetto che egli incalorisse i pensieri e fomentasse" i disegni di 
Monsù e della principessa Maria (.'}), avrebbe tentato di sminuire 
la soverchia autorità sua presso il Re, quando non avesse veduto 

(1) Maria de' Medici, madre, ed Anna d'Austria, moglie di Luigi XIII. 
(fc) Concino Concini. 

13) Il fratello del re [Monsieur) era Gastone Giambattista di Francia, duca 
d'Orléans ,u. 1608), il quale nel 1626 aveva sposato Maria di Borbone, duchessa 
di Montpensier. 



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maggiore il pericolo dì scoprirsi con danno, che la speranza di 
adoperarsi con frutto. La Regina madre, nè per lunghezza di tempo 
nè per successione di cose, depone mai la memoria delle ingiurie 
che le vengono fatte. E siane un solo testimonio ciò : cioè che ha 
voluti vedere rovinati, come è seguito, quanti ebbero parte nella 
rovina del sopra detto suo maresciallo. Ella, mentre nell' ampia 
scena del Regno ambisce di rappresentare quella persona, che sola 
nel decoro e nella sostanza dà vita e progresso alle azioni del co- 
mando, nell' apparenza di fare ogni cosa neir ordine, non fa nulla 
nel merito. Perchè, andando lei più d' ogni altra dietro agli umori 
e alle passioni, ora porta alcuno dall' imo al sommo, ora trabocca 
altrui dal sommo air imo, sempre coir oggetto di soddisfare sè 
sota, e non cura punto, anzi neglige affatto il comune beneficio. 
Per altro è generosa, splendida, e liberale in estremo. Ama le 
lettere ed i letterati, e si compiace assaissimo del suono delle pro- 
prie lodi. E direi che se ne mostra ben degna, se tanto si prestasse 
nell'interesse e vantaggio della causa pubblica, quanto aderisce 
alla pace cogli Spagnuoli. La quale, ambita e fomentata da lei per 
i suoi fini, non partorisce che il danno della Corona ed il disonore 
della nazione francese. Per lasciare qualche memoria di sè mede- 
sima agli occhi dei posteri, come ne lascia molta ai cuori dei pre- 
senti, fabbrica un palagio in Parigi, che, per ogni capo, sarà degna 
fattura della prima donna del mondo, e conseguirà la intenzione 
pretesa. 

La Regnante è il meglio che abbia prodotto la Spagna, se 
però in cotal genere si dà il positivo del buono, nei parti di quella 
regione; e forse la natura ed il clima hanno fatto l'ultimo sforzo 
nel produrre lei. Ella è bella quanto può essere, saggia quanto 
deve, gentile sovra l'uso dei re. Per non avere la cittadinanza dei 
figli, si può dire ancora forestiera nel Regno ; e, per dirlo alla fran- 
cese, è più moglie del Re che Regina di Francia (1). Per questo e 
per altri rispetti è compassionata da tutti, non invidiata da alcuno, 
amata dai popoli, i quali mentre non la vedono in parte alcuna di 
Stato e di amministrazione, la stimano per tutto offesa ed abban- 
donata. .Ella e la suocera provano poco, anzi nulla, di quei raggi, 
che uscendo dagli occhi si incontrano e, mescolati, producono amo- 
re. Il vederle unite colle persone non presuppone in loro la disu- 

(1) Intorno a questo argomento è da vedere il curiosissimo libro dol signor 
Armand Baschet : Le Eoi chez la Heine. 



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nione dei cuori, separati dal sospetto e divisi dall' interesse. La 
Regnante, motteggiata un giorno dalla Reggente, che per opera di 
lei era Regina di Francia, ebbe pazienza e prudenza di rispondere 
solo questo : che anch' essa era uscita di buona casa. 

Monsù, chiamato semplicemente così per sovranità dopo il 
Re, è il fratello di S. M., ed ha nome Giovanni Battista. Ad ogni 
modo, egli si compiace del nome di Gastone di Foix, dal che argo- 
mentano in lui spiriti generosi ed irrequieti, disegni bellicosi e ma- 
gnanimi. E veramente ha una testa misteriosa, e non fa poco se, 
fermandosi nello stato presente, che di molto non eccede il privato, 
si rimette senza rinnovare tentativi alle ragioni della natura. È 
comune opinione che la madre, prevedendo in lui genio ardito ed 
inclinato a travagliare e difficile a contentarsi, lo abbia lasciato in- 
vilire e corrompersi nella educazione licenziosa, nei difetti dell'età 
e negli abbandoni del sen^o, acciocché, imbevendosi di questi co- 
stumi e crescendo con queste influenze, non si risentisse davvero, 
e si applicasse a qualche novità ed alterazione, che per dritto an- 
dasse a colpire in lei la grandezza e disposizione assoluta. Per al- 
tro, è principe di beli' aspetto e di buona attitudine, ma senza 
dimostrazione e senza impiego. Piega molto alla licenza e dissolu- 
tezza francese, e, con malo osempio, va la notte per la città, distur- 
bando or questo ed or quello. Perciò ha forse qualche seguito, se 
non dai Grandi o dai buoni Francesi, almeno da quelli che lo vor- 
rebbero vedere esca di qualche fiamma e mantice di qualche incen- 
dio, che non avesse ad estinguersi che col sangue. 

Per quello che giornalmente sono andato osservando negli 
incontri del negoziare e nell* opportunità delle occasioni, i ministri, 
o per le invecchiate passioni o per altri fini, sono tutti non so se 
veramente di propensione spagnuola, o pure se professino massi- 
me che, a mio giudizio, fanno comodo a quella nazione, mentre che 
essi dicono di fare in questo modo il vantaggio e l' utilità della 
Francia. Anzi in bocca di tutta la corte è questo odioso proverbio : 
chi vuole diventare buono spagnuolo, venga a Parigi. Col quale 
non saprei però indovinare, se vogliono intendere che la loro ac- 
cortezza e prudenza è pari a quella degli spagnuoli, oppure se que- 
sti abbiano campo d* avanzarsi tanto nella Francia, quanto nei 
propri paesi colle arti e colle doppiezze. 

Nelle vacanze e distribuzione degli offici ho avvertito un di- 
fetto molto essenziale, del quale, sebbene non sono autori i mini- 
stri, la conseguenza però o buona o cattiva dipende da loro. 



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Questo è che tutte le cariche, non solo le ordinarie e di poco mo- 
mento, ma quelle ancora che per diritto appartengono all' univer- 
sità del Regno ed alla persona del Re, come la Segreteria di Stato, 
il Guardasigilli, il Cameriere maggiore ed altri, si vendono. Dal che 
ne avviene che i compratori, posti in tacita connivenza di riven- 
derlo, adulterano il servizio a misura della spesa, ed a proporzione 
dell'avanzo che pretendono sovra di quelli. Ho stimato non meno 
riprensibile in quelli che assistono al governo, che la segretezza, 
tanto necessaria ai ministri dei principi, si ritrovi in perpetuo esilio 
sbandita dalle lingue, dalle stanze e dai cuori stessi. Dalle esposi- 
zioni che si fanno da persone pubbliche non viene mai escluso al- 
cuno, sia ài quale condizione si voglia. Affidano e comunicano 
tutti le cose più rilevanti alle donne ; le quali, se per tutto e in tutto 
sono garrule con vizio, in Francia, come più libere e sciolte che 
altrove, peccano negli estremi, e mentre non è loro mai vietato 
T andare ed il penetrare in ogni tempo, luogo ed affare, si condu- 
cono a sapere quanto vogliono, ed o per termine di gentilezza, o 
per mercede di servitù, o per intelligenza d' amore, dicono ogni 
cosa e fanno ciò che a loro piace. Dal che ne nasce che, siccome 
con queste pratiche i pubblici rappresentanti penetrano nei più se- 
greti ripostigli e sanno le cose più recondite, così all' incontro non 
possono i me lesimi sostenere con polso i negozi, mentre, alterati 
dalle passioni e fatti di chi li sa prendere, perdono la riputazione, 
incontrano confusioni, lunghezze e tracolli. 

Tra gli affetti corrotti e tra i difetti dannevoli dei ministri, 
solo il Cardinale mostra vivo e sincerissimo zelo del pubblico bene, 
accompagnato da una retta e costante intenzione di fine. L'oro 
della sua purissima fede non riceve che la marca francese. Il re- 
spirare del suo cuore non può essere corrotto dalla malignità dei 
fiati spagnoli, perchè egli ha l' antidoto del suo incorrotto talento. 
Fa ogni cosa per restituire tutti i Francesi alla Francia, e tutta la 
Francia al Re. Dopo la caduta del maresciallo d' Ancre è sorto 
questo porporato ministro, nel quale vive e risplende una virtù 
pellegrina, accompagnata finora dalle debite parti di fortuna e d' o- 
nore. Egli spiritoso, eloquente e valoroso al possibile ; e tuttoché 
si trovi molto della persona cagionevole, non resta però che non 
si mostri infaticabile nelle assidue occorrenze del Regno, e che a 
lui tutti gli emergenti come a rifugio, tutte le proposte come ad 
arbitro, tutte le difficoltà come ad oracolo non facciano ricorso. 
Parla, scrive e risponde tutto ad un tratto, e collà medesima ce* 



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ÌS8 

lerità mostra di apprendere e risolvere ciò che gli viene rappre- 
sentato. Dal che ne nas^e che, non maturando le cose e non fa- 
cendo sopra di quelle il necessario riflesso, gli effetti riescono 
acerbi; e mentre i primi rimedi non sono proporzionati al male, 
colla replica delle cure seguenti talora si inaspriscono, piuttosto 
che si risanino le angoscie. Perchè infatti è impossibile all' umana 
capacità, per acuta che ella sia, V arrivare al fine delle delibera- 
zioni ed azioni perfette, senza toccare i mezzi delle considerazioni 
e delle dimore. Nel particolare degli Ugonotti si mostra veramente, 
come è tenuto, al grado che ei tiene nella religione che professa, e 
all' ufficio che esercita. Ha giurato, come un altro Annibale sul- 
l'altare del pubblico comodo al padre, del suo inviolabile debito di 
essere loro sempre nemico. E lo ha mostrato davvero, col proporre, 
assistere e terminare con tanto valore e costanza V espugnazione 
della Roccella, la caduta della quale a lui ed al Re ha erètto trofei 
di vittoria, e di pace alla Francia, e in Parigi più che altrove. 

Della quale città dovendo pur fare qualche menzione, dirò che, 
se di sopra ho rappresentato un picciolo mondo in tutta la .Francia 
e nella mole del Regno, non sarà sproporzione che io chiami Parigi 
una vasta provincia, come quella che è grande, abitata e doviziosa 
singolarmente. Ha fama (già V ho accennato di sopra) di nudrire 
un milione d' anime ; e, tra queste, 36,000 lacchè, tutti giovani da 
spada, ben vestiti, risoluti, pieni di ardire e spesso di sedizione ; 
100,000 cavalli, 12,000 carrozze, carrettoni e simili a propor- 
zione, per la condotta dei viveri e delle merci, e per asportare le 
immondezze che sono in eccesso. Le cose spettanti al vitto sono in 
incredibile quantità, e, ad ogni modo, i prezzi di tutte sono ecces- 
sivi, perchè il numero della gente supera ogni provvisione ; e si ar- 
gomenti da ciò, che una casa di mole ordinaria e che non avrà più 
delle necessarie comodità, paga mille scudi air anno per V uso. 
Dicono che, mentre il re Francesco I si trovò prigione inlspagna, 
venne ricercato una volta delle maggiori e più insigni città del suo 
Regno ; e, rispondendo di alcune, non fece mai menzione di que- 
sta. Di che maravigliandosi gli uditori, e mostrando di desiderare 
di sapere la cagione, soddisfece loro con una tale risposta : Parigi 
non è città, ma un paese, un paradiso. In questa meravigliosa 
città godono i Francesi sopra ogni credere, perciocché, più che in 
ogni altra del regno, l'ozio, gli agi, il lusso prevalgono e sono per- 
petui. E veramente, per quanto ho veduto in pratica, solo i Fran- 
cesi, nella dovizia dei beni terreni, e nella fruizione delle cose 



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umane, con i gradi di una vita libera e spensierata ed allegra, 
hanno saputo fabbricarsi la scala che, con soave ascendente, li ha 
condotti nel loro paese ad una mondana felicità. Del che basti un 
testimonio, nel vedere che essi hanno potuto vincere gli invincibili 
affetti della natura, col levare gli stimoli della gelosia. La quale, 
tuttoché inseparabile dalle passioni ed azioni d'amore, in essi però, 
amanti e servidori di dame i più affettuosi e forse i più affettati del 
mondo, non si trova o non appare. Godono e lasciano godere la 
licenza quanto ognun vuole, ed ogni volere è concesso. L' onore 
delle donne, die tra noi è la scena delle tragedie, tra loro è il con- 
tinuo argomento delle commedie, e la morte delle contese. 

Ora è detto sin qui delle qualità proprie del Regno, delle in- 
clinazioni del Re e degli affetti delle Regine, delle passioni dei mi- 
nistri, e di tutte quelle particolarità più specifiche, delle quali la 
cognizione ho stimato giovevole al pubblico servizio. E crederò 
di non riuscire soverchiaraente^tedioso, se, per accostarmi alla 
chiusa di questo racconto, toccherò da rao' innanzi delle cose atti- 
nenti al tempo che ho dispensato in questo per me sempre trava- 
glioso e memorabile impiego. Non dirò per altro delle fatiche e dei 
disagi, che nel lungo e difficile assedio della Roccella, e nei viaggi 
stentati ed importuni della Linguadoca, della Sciampagna, della 
Savoja e d'Italia, mi è convenuto di soffrire; nei quali, stando 
di continuo fra Tarmi e Tarmate, nel mezzo della fame e della 
guerra e della conta^bne, sempre mi mancavano le comodità 
necessarie, anzi spesso spesso mi ritrovavo colle necessità sole, 
senza potere aver mai nè luogo nò tempo per uno scarso ed inter- 
rotto riposo. 

Ritornato a Parigi, per cambiare luogo non cangiai fortuna 
o mi avanzai di condizione, ma continuando in queste pene, T una 
avversa T altra poco felice, arrivato appena in quella città, per il 
ristoro di tanti patimenti, riportai con una ardentissima febbre tre 
maligni ed eccessivi tumori contumaci. E dopo aveir fatto tutte le 
prove, non arrendendosi al placido leniente degli olii, stancata e 
delusa T arte, sforzarono la mano ad intraprendere nella mia vita 
il rimedio aspro e rigoroso dei fori, con tale violenza che, per dire 
il vero, mi ridussero a non riconoscere in me altro di sano e di 
intiero che la vita e la inalterabile volontà di servire ai pubblici 
interessi e comodi. In tale pessima disposizione mi ritrovavo, quan- 
do incamminandosi il Re verso Susa, si aggiunse nuova afflizione 
all' afflitto mio animo, mentre per questa causa restai interdetto 



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dal potere seguirlo, e dal soddisfare per allora al desiderio ed al 
debito, come scrissi reverentemente a questo Ecc. Senato. Il quale 
nella mia assenza, riflettendo non meno alle occorrenze istantanee 
che all' ordinario costume dei tempi andati, stimò bene di mandare 
persona espressa, che col Re si rallegrasse della felice venuta di 
S. M. di qua dei monti, e che lo assistesse finché si tratteneva in 
Italia o si acquietavano i rumori. Sopra 1' ecc. sig. procuratore 
Soranzo cadde la. sorte (1); il quale, nel violentare l'impossibile, su- 
perando le difficoltà e gli incontri (non perù prima di me, piagato e 
senza riposo), con precipitosa corsa potè arrivare alla corte. Della 
qual cosa, come 1* E. V. con- caratteri non ordinari <f onore aven- 
do mostrato straordinaria soddisfazione, cos'i bastò un così grande 
testimonio per non poco raddolcire le mie amarezze. E tanto più 
che colla scorta ed esquisita prudenza di un eminentissimo sena- 
tore e mio signore singolarissimo, ebbi sempre cosi Y occasione di 
imparare molto e di correggere non poco (mentre mi fu dato di 
servirlo), come di trattare la causa pubblica, e di riportarne quel 
frutto che, per non dare aumento al vero, non riceverà nè atte- 
stato di penna, nè amplificazione di voce. 

Ho avuto per mio segretario Giovan Domenico Battisti, fede- 
lissimo nella sua carica, diligentissimo neir esser meco, ed infati- 
cabile in ogni impiego del suo debito supremo e del suo ricono- 
scentissimo ossequio. La virtù in questo buon giovane, parago- 
nata con ogni altrà del suo ordine, se non è superiore a tutte, non 
è certo inferiore ad alcuna. Perchè ella non resti affatto perfetta, 
la cagione è solo degli anni. Non ha egli per anco alcun segno ed 
argomento della pubblica grazia e munificenza. Eppure, colle con- 
dizioni predette e con altri termini molto onorevoli e degnissimi, mi 
ha servito in due ambascerie dispendiosissime. Passava meco i 
monti per riposare nella patria dopo lunghe fatiche e pellegrinaggi, 
e già ci trovavamo a Ciambery,* quando, richiamato dai comanda- 
menti dell'Ecc. Procuratore (2), incontrò con somma allegrezza que- 

(1) Adì 13 Febbraio 1629 orasi proposto in Senato di spedire un ambascia- 
tore straordinario a Luigi XIII, « perchè sono così gravi le presenti occorrenze 
d'Italia, a cui il re si avvicina con potente esercito, che conviene presso di lui 
sia rappresentata la Repubblica »>. Questa proposta fu rispinta con cento e un 
voto contrario e soli 48 in favore. Ma quando il successivo 3 Marzo giunse noti- 
tizia che Giorgio Zorzi era gravemente indisposto, la proposta fu messa di nuovo 
a partito e, presa, fu inviato a Susa Girolamo Soranzo. 

(2) Girolamo Soranzo sopra citato, che rimase in Francia dopo il ritorno di 



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lei 

sta nuova spesa e servizio. Ed io, non senza notabile sentimento, ho 
assentito alla privazione di così valoroso ed onorato ministro. Per- 
lochè tanto più mi giova sperare, che la prodiga benignità dell' E. 
V. sarà per concedere a lui, ciò che non è solito negarsi ad al- 
cuno, quanto io pure svisceratamente le supplico, e mio proprio 
stimerò il benefizio che in lui verrà conferito. 

Tra gli effetti di gusto e tra le conseguenze di onore, che in 
questo mio ritorno da Parigi ho incontrato, una, e la maggiore, è 
stata che mi sia toccato in sorte di condurre alla patria V ecc. sig. 
Vincenzo Capello fu Girolamo. Il quale, benché giovane e di fortune 
opulentissimo ed unico nella sua casa, mosso nondimeno da spiriti 
generosi e da fini magnanimi, nulla temendo i pericoli e meno cu- 
rando i disagi, dopo di aver visitato la Germania, Y Olanda, la 
Fiandra, e dopo di aver veduto l'assedio di Bolduch (Bois4c-Duc), 
terminato colla resa di quella piazza, volle anco in un giro solo 
scorrere e vedere V Inghilterra e la Francia. E rese in ogni luogo 
cosi buon conto di sè stesso, con termini di prudenza, con dimo- 
strazioni d' onore e con interessi di gloria, che certo migliori non 
li avrebbe potati rendere anche in età più matura o perfetta. Qual 
fondamento di un tanto e cosi valoroso gentiluomo possa fare la 
Patria, a me non sta più il dire, ina lo rimetto alla somma ed in- 
fallibile loro prudenza (1). 

Di me, a costume degli altri, dirò, per concludere, qualche cosa; 
e se in questo particolare paresse che mi diffondessi più del dovere, 
sia grazia, dovuta al merito della verità, il considerare che, anche 
più del solito, a me sono toccati impacci, travagli e difficoltà poco 
meno che importabili. Nei quali se, nel negoziare col Re Cristianis- 
simo o coi suoi ministri, il mio servizio per avventura fosse riuscito 
non grande per debolezza mia, certo io non sarò stato negligente 
per difetto. Perchè nella carica di ambasciatore datami delle E. V., 
con quella forza alla quale la nascita, l'educazione ed il talento non 
lasciano neppur col pensiero capacità di opporsi, due massime in- 
violabili proposi alla mia anima. L'una, di non alterare la sostanza 
delle cose cogli ornamenti della parola ; l' altra, di eseguire con 
puntualissima obbedienza la espressione degli ordini pubblici : fini 

Giorgio Zorzi e fino all' arrivo dell* ambasciatore ordinario Alvise Contarini. 
Questi, ambasciatore in Inghilterra, non fti a Calais prima del 6 Agosto 1629. 

0) Non sì verificarono i lieti pronostici, giacché Vincenzo, sposata nel 16S4 
Laura di Pietro Correr, inOrì nel 1641. 

# 11 



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questi, da me così sostenuti e conseguiti, che certo, sia chi si voglia, 
come non potrà dire d'avanzarmi, cosi di lasciarmi indietro. Del 
rimanente, gli altri tutti riescono, nel ministerio delle ambascierie, 
di poco polso e di debole riflessione. E perchè l'occasione lo porta, 
e che a me giustamente è dato di poter parlare a prova, non cre- 
derò di far male se accennerò a questo passo, quale io ritrovassi 
lo stato della Corte, allora che nel mio primo ingresso vi capitai 
con i caratteri della dignità pubblica. Il che fu appunto quando, 
per T accordo adulterino di Monson, le volontà delle parti erano 
alterate e discordi, ed essendo i Francesi consci del proprio man- 
camento, sono chiare l'È. V. qual fondamento si potesse fare nella 
loro sincerità e fede ; quando, per i conti della Valtellina, riscaldati 
hinc et inde i sangui, i Francesi con estrema premura insistevano 
per il rimborso di 300,000 scudi, ed io, pure sostenendo in contra- 
rio, terminai quella disputa, facendo constare loro chiarissimo, che 
anzi di tanto per la medesima causa la Serenissima Repubblica an- 
dasse creditrice ; quando con appassionatissima gelosia credevano 
i Francesi che, per divertir Y assedio della Roccella, la Serenissima 
Repubblica tenesse vive e segrete intelligenze col Re della Gran 
Bretagna, in virtù delle quali ed incalorisse i disegni di quella Co- 
rona ad impadronirsi dell' isola di Retz (Ré), e tentasse medesima- 
mente di rinnovare le antiche sue pretensioni sopra quel Regno e 
sopra la Gujenna e la Bretagna; e in particolare quando crede- 
vano i Francesi, che l' armata di Roand non ricevesse altro oro e 
non vedesse altra marca che di zecchini; e quando a me, come ad 
ambasciatore delle V. E., fatto chiamare a parte nel Consiglio di 
Stato, tra pochi Grandi, a viso scoperto ed a parole distinte fu 
protestato che, non prima avrei veduto la faccia del Re, che la 
Serenissima Repubblica non avesse mandato uno dei segretari suoi 
del Senato, a dare la soddisfazione pretesa dall'ambasciatore Al- 
legri (Aligre), allora qui dimorante, intaccato, come asserivano, 
nella riputazione privata e regia per prigionia del suo servidore, 
che dai ministri del Consiglio dei Dieci fu ritenuto appunto in quei 
giorni per la contravvenzione di portare pistole. 

In queste disgustosissime congiunture mi toccò di capitare a 
Parigi, dove io non so se debbo dire che io mi vedessi o chiusa 
la porta ai negozi o spalancata la strada ai precipizi. Neil' angu- 
stia dei quali termini, avendo però osservato che, se non mostravo 
sicuro il volto ed intrepido il cuore, poteva in pubblico detrimento 
soccombere assai facilmente, schivando i motivi e gì' incontri di 



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163 

irritare gli animi maggiormente, ora col fare testa, quanto conve- 
niva alla condizione dei tempi e delle congiunture, ed ora col mo- 
strare che la Repubblica Serenissima è un principe grande di stato, 
di forze, di senno, e che, sebbene confidasse in altri, in ogni caso 
non si fidava che in sè sola ; invece di venire a rottura con quel 
Governo, certo molto fragile e pericoloso, colla ricognizione degli 
effetti posso affermare, di non avere inutilmente cosi riuniti gli 
animi come gli interessi ed i fini. Ho proposto e persuaso il pas- 
saggio dei monti al Re, colpo già passato in Italia in oblivione. 
Ho. sollecitato con calore e diligenza la liberazione di Casale, la 
quale, se fosse seguita più tardi del desiderio e della speranza di 
chi ne sospirava l'effetto, dovea insieme rappresentarsi la stagione, 
il paese, la gente, dove e con chi avessi io a trattare, e facendo un 
breve riflesso sopra le difficoltà, le dimore, le ripugnanze, argo- 
mentasse che T istanza di un solo, benché grandissima, non bastò 
a superare che colla tolleranza e col tempo la validità di tanti con- 
trari. Ho incamminato il trattamento della pare tra il Cristianissimo 
e T Inghilterra ; e quando il mondo, per verosimili apparenze e di- 
scorsi, si figurava meno riuscibile il fatto, allora anzi, con felicissimo 
evento, ne ha veduto concluse e formulate le condizioni. Final- 
mente ho congiunto i principi ed i progressi dell' accordo cogli 
Ugonotti, rappresentando mille volte al Re, al Regno, alle Regine, 
ai principi, alle nobiltà, alla plebe, che questo era V unico mezzo 
per donare la quiete e la tranquillità alla Francia, per avanzarsi 
alla protezione e difesa delle cose d'Italia, e per avere a cuore più 
del passato il bilancio del mondo, le fortune dei suoi amici, e lo 
stato dei suoi confidenti (1). 

Queste, Serenissimo Principe, dei miei molti e stentatissimi 
sudori sono state le continue e non piccole fatiche, nelle quali ho 
versato per il corso di quarantaquattro mesi intieri ; nei quali, co- 
me io abbia saputo introdurre cose si importanti, e risolvere azioni 
sì grandi, giammai d' arrogarmi tanto crederei in questa vanità o 
presunzione. Ben dirò, per non negare giustizia a me stesso, che 
coi lumi della pubblica benigna grazia ho dato sempre V indirizzo 
ad ogni mia trattazione; cosi col fervido del mio devotissimo affetto 
non infruttuosamente mi è succeduto di rapportare, quando al Re 

(li Di questi fatti discorrono diffusa m^nto i dispacci del Zorzi, dei quali 
dispacci un ass.ii breve riassunto si leg^e nelle Iìel<;ziuni degli Stati Europei 
wpra citata, Serie II, Francia, voi. II, prg 217 233. 



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164 

e quando ai ministri, le prudentissime rimostranze delle V. E. Alle 
quali, per non rinnovare il tedio col racconto dei patimenti, delle 
asprezze e delle pene sofferte, mi sarà lecito di aggiungere questo 
solo, del di più che potessi dire: che oltre le incessanti ed eccessive 
occasioni di gettare Toro a mani piene, e molte volte attrito dalla 
violenza della peste e dalla tirannide della guerra, mi è convenuto 
e spesso di dormire al sereno, e, non di rado, per stendere il mio 
materasso sopra la terra al coperto, pagare ben due pistole per 
ogni notte. Colpi che non si credono senza la prova, ma pur trop- 
po provati da me; onde la sanità mia ne languì, e furono sviscerate 
e smunte le fortune dello illustrissimo signor Caterino mio zio (1), 
che colle decine di migliaia di ducati è concorso assiduamente alla 
prodigalità di tanti stipendi. Se io in questo particolare dico il ve- 
ro, lo sa chi in questo sacrario mi ascolta, perchè me ne ha fatto 
le rimesse ; che, quanto alla perdita della salute, per non ne parlare 
con accrescimento di pena, me ne rimetto a quello che si vede. 
Chi nega la dovuta credenza alle mie parole, non può non prestare 
fede al testimonio dei suoi occhi ; pur troppo chiaro scorgendosi 
che, anco dopo tanto male, poco posso reggermi in piedi. Ma que- 
ste noiose memorie, di molto svantaggio e di poco profitto, passino 
donate all'ubbidienza ed al servigio che alla Patria ognuno è tenuto 
a dare ; alla quale, come il servire è ringraziare, cosi il sapere di 
non avere male servito è il sommo dei premi ed infinita mercede. 

Ma, per venire al fine, dall' ordine e dal progresso di questo 
racconto avranno le E. V. potuto osservare, quale sia lo stato s\ 
naturale come accidentale della Francia ; sopra dei quali, per adem- 
pimento del mio obbligo ed in esecuzione della mente pubblica, 
avendo io fermato e formato il presente riverentissimo discorso, per 
cavare qualche frutto colle più proprie considerazioni, questo dirò 
ancora in sostanza : che se le V. E. rappresenteranno a sè stesse 
questo gran Regno come una potenza unita, dipendente dalla Co- 
rona ed aggirata dalla opinione e sentimento di pochi buoni, da 
molti interessati, e per lo più da donne appassionatissime, certo 
non vi è ragione nè prova, per la quale sia loro concesso fondare 
le speranze, stabilire i disegui ed assicurarsi gli aiuti opportuni, 
sopra le espedizioni e costanza di tanta mole. Perchè infatti V a- 

(1) Il Zorzi, « di casa non ricca e non usa alle ambascerie »>, fu educato ad 
esse dallo zio Caterino Zeno, ch'egli amava e considerava come secondo padre. 
Id. (bid., pag. 213. 



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165 

more dell' Italia e delle altre regioni non mette tal radice nei cuori 
dei Francesi, che ogni fine ed og jetto che si propongano da conse- 
guire fuori del Regno, per buono e grande che sia, non sia stimato 
incomparabilmente minore di quello che credono e suppongono -di 
godere nel loro natio paese. Che se vorranno considerare la Fran- 
cia come divida in tante province diverse e molto lontane dalla 
metropoli del Regno, compartite in tanti principi, pieni d'autorità 
e di seguito, malcontenti per V ordinario e sempre desiderosi di 
cose nuove e di travagliare, i quali, anche senza la grazia e licenza 
del Re, fanno grosse levate di gente e le spingono dove loro piace, 
in questo caso ed a loro modo possono le V. E. supporre di aver 
capi e milizie ad un cenno. Perchè alla fama e mostra dell'oro, 
alla quale, come avvezzi a diffonderlo, pur troppo sono proclivi i 
Francesi, vedranno concorrere e diluviare i soldati, mossi dalle 
disposizioni private che alle pubbliche, sotto a quel clima, preval- 
gono sempre. 

Il successore destinatomi dalla Serenità Vostra a quella Corte, 
è stato Fece. sig. Luigi Contarini (l), nel quale se a questo Senato 
augustissimo attesterò trovarsi somma virtù, diligenza esemplare, 
spiriti generosi ed eminentissimi, dirò quello che, mentre è proprio 
della sua nobilissima nascita e condizione, lo rende parimenti ve- 
nerabile presso tutti. Del suo egregio e fruttuoso servigio io non 
devo discorrere. L' esperienza fa V ufficio suo in tutte le occor- 
renze, la patria ne gode V utile senza interruzione, ed a me non 
sta che di affermare che, nelF adempimento di quella carica pesan- 
tissima, non tralascia egli certissimamente alcuna di quelle parti, 
che può la sapienza pubblica desiderare doversi eseguire dai suoi 
rappresentanti, o nella forma e sostanza del negoziare, o nel de- 
coro e conservazione del posto che si erge tanto sovra il comune. 
Io che, dal sapere quale fosse, sapevo anco quale doveva riuscire, 
non ho ricevuto l'onore di servirlo in altro, che nel conferimento 
di quei particolari che ho stimati propri e necessari alla mutazione 
del paese, alla diversità della gente, ed alla condizione dei tempi. 

* Il regalo dei soliti argenti, fattomi da quella Corona, sta ai 
piedi della Serenità Vostra ; cosi pure i donativi non soliti di un 

(1* Abbiamo detto più sopra che Alvise Contarini giunse dall'Inghilterra 
a Calais il 6 Agosto 1629. Rimase in Francia sino alla fine d'Aprile 1632. Qual- 
che cenno di lui è da vedere nelle delazioni sopra citate, Francia, voi. II, pag. 
253 e segg. 



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1G6 

diamante e di un giojello, fattomi dal Re e dalla Regina madre, per 
la pace che io contrassi tra la Francia e V Inghilterra. L' avere io 
ricevuto questi favori da quelle Maestà, non me ne costituisce più 
padrone di quello che io ne fossi prima che io li ricevessi. I doni 
del Re e della Regina diverranno benefici della benignità pubblica, 
se pare loro, come vivamente la supplico, di farmene degno ; ed io, 
non riputandone mio più che l'usufrutto e l'onore, ne conseguirò la 
proprietà e V impiego ai cenni ed alle occorrenze della Patria, alla 
quale non solo le poche stille di sangue che mi restano delle mie 
inaridite fortune, ma tutte quelle eziandio che si rinchiudono nelle 
mie vene, spargerò con generoso talento ; e quando dall' occasione 
o dal tempo mi sarà rappresentato l' incontro, io non lo sfuggi- 
rò mai. 



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ANEDDOTI STORICI E LETTERARI 



MlRATORlANA. 

(G. Biadeoo.) — Alle lettere di Lodovico Antonio Muratori 
da me pubblicate (Modena, tip. O. T. Vincenzi, 1881) aggiunsi una 
bibliografia delle lettere a stampa dello stesso. Continuai questa 
bibliografia ne\V Archivio Vendo (tomo XVIII, p. II, 1882), pren- 
dendo occasione da un frammento di lettera inedita del Mura- 
tori, che in quella occasione die li alla luce. Ora, pubblicando due 
nuove lettere inedite del grande storico modenese, do un* altra 
aggiunta alla bibliografia (1). 

1750. Memorie isterico* cri fiche intorno ali* antico stato de' Ctnomani ed ai 
\m confini, raccolte e pubblicate dal rubate Antonio Sambuca. In Brescia, 
MIXX'L. dalle stampe di Gian Maria nizzardi. 

A pajg. 337. 362, 384, 391, 392, 399 e 400, Lettere del M. al canonico Paulo 
Gagliardi di Brescia. 

1761. Opere del signor Ferdinando Caccia nobile di Bergamo. Bergamo, 
appresso Lodovico Gavazzoli, 1762-1705. 

Nell'opuscolo : Agionta a la risposta fatta al Signor lodouico muratori so- 
pra il pergameno con un trat>,to d ortografia di ferdinando caccia. Bergamo, 
Rowi, 1764. La lettera è diretta ni conte francesco brenbate, ed ha la data: <^ Mo- 
dena 30 Ottobre 1748 ». 

1789 Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte dal padre Ire- 
neo Appo, tomo primo. Parma, dalla stamperia reale, MDCCLXXXIX. 

A pag. 19: C/a rissimo ac hamanissimo Viro Tkomae Rara si no Ludoricus 
Ant. Muratorias S. />., in data : Mutinae XII Kal. Quinctil. MDCCX. 

1817 Opuscoli di varia letteratura dell'avvocato Riccardo Vannucchi. Fir., 
1H17. Nella stamperia di Antonio Brazzini, con approvazione, in 8.° di p. 468. 

Da pag. 101 a pag. 162 Lettera di /. A. JA ad Antonio Maria Vannucchi 
10 Maggio 1748 ». 

1877. Per le illustri nozze del nob. conte Luigi Rizzardi colla nobile contessa 
Vittoria Guerrieri. Verona, 1877, Franchini. (Lettere inedite di illustri italiani). 
Lettera del M. « Modena 19 feb.° 1732 » 

(1) Col go l'occasione per ringraziare tutti quelli che mi furono larghi dì 
notizie su questo argomento; specialmente il cav. Giovanni Sforza e il signor 
0. A. Spinelli di Milano. 



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168 

1882. L. A. Muratori. Letta* a Giuseppe Ottavio Bustanzo « Modena 12 
Mìbrnjo 1741 » (V. Giornale ligustico, Dicembre 1882. Genova, 1K82, all'art. Fa- 
rietà: Due lettere d 1 uomini illustri, pngg. 469 e 470). 

1882. Lettere inedite di L. A. Muratori (a pa<?g. 270-278 del Giornale ligu- 
stico, anno IX, fase VI-VII, Giugno-Luglio, 1882). 

A Bonaventura Da Rossi lettere quattro; a Nicolò Domenico Muzio lettere 
cinque. 

1883. L A. Muratori. Lettera all'abate Anton Francesco Gori a Firenze 
<« Modena 25 Gennaio 1736 » (p. 24 della Gazzetta Letteraria, Torino, 20 Gennaio 
1883, n. 3, anno VII). 

1883. Muratori Lod. Ant. Lettere inedite con introduzione del prof. Anto- 
nio Selmi. Modena, tip. G. T. Vincenzi, 1883 (in 16.° p. 183). 

1883 Tre lettere inedite del Muratori (al canonico Scotti di Treviso}. Nel 
Preludio, Rivista di lettere scienze ed arti, anno VII. Ancona, 16 Agosto 1883, n. 15. 

Furono pubblicate dal dott Ferruccio Martini. 

1883. Tre lettere d'illustri letterati italiani del secolo XVIII (Muratori L. A., 
AmbrogrA. M., Cian fogni P. N.) al canonico Domenico Maria Vecchi da San 
Gimignano, ora per la prima volta pubblicate con note e ricordi di storia eccle- 
siastica della detta terra. Siena, tip. de 1 Sordo-Muti, 188*, in 16.° p. 30. Edi- 
zione di soli LXXX esemplari. 

1883. Federico Morandi. L. A. Muratori e i Tartarotti. Rovereto, tip. Ro- 
veretana (ditta V. Sottochiesa), 1883. Estratto dal giornale 11 Raccoglitore, num. 
101 102 del 1883. 

A pag. 6 e segg. : Lettera di L. A. M. a Girolamo Tartarotti, in data « Mo- 
dena 11 Marzo 1734 ». 

Ed ora, ecco le due lettere del Muratori. Gli autografi si con- 
servano nella Biblioteca Capitolare di Verona. Sono dirette al 
marchese Scipione Maffei, il quale aveva da poco pubblicata V o- 
pera intitolata Dell' impiego del danaro. Si sa che in questo libro 
il letterato veronese sostenne, contro l' opinione di molti teologi, 
che si può lecitamente cavare un onesto frutto dal danaro dato a 
prestito. Molti si levarono contro di lui; e frutto di questa contro- 
versia furono molte noie che ebbe da privati e dalla repubblica. 
Ma, per suo conforto, gli si mostrò favorevole il Muratori, come si 
può vedere dalle lettere che qui si pubblicano. 

Riv.n» Sig. M. e Amico e P.rone Stimat. ino 

Modena 23 novembre 1745. 
L'ho veduta la Pastorale, ed ho scritto colà questi termini, ch'essa è formata 
con summa prudenza, perchè si tien saldo il primo principio senza pregiudicar 
punto alla necessità del pubblico comraerzio; e che niuno se ne risentirà. In fatti 
ognun se ne può contentare. E' mi meraviglio, che dimandiate, se la sentenza 
vostra e le vostre Cambiale sieno in sicuro, quando chiaramente si dice, che 
nulla si determina intorno ad esso Contratto. La regola è questa: allorché una 
sentenza è passata sotto Tesarne della S. Sede, nò vien condannata, essa si può 
tenere tuta conscientia, finché venga altra Decisione, Questa poi verrà a mio ere- 



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169 



d*w nel dì del finale Giudizio, e sarà parente di quella della Concezione, e dal- 
l'altra de Auxiliis. Pertanto mi rallegro con voi. Non ostante tutto il gran ru- 
more, il vostro Libro e Nome sono stati rispettati, e non ne seguirà altro mai 
più. E le Cambiali vostre in vece di perdere, han guadagnato; e chi dicesse in 
contrario, non intende le parole e l' intenzione della Pastorale. 

Solamente crederei, che chi ama voi, e seguita la vostra sentenza, non ne 
abbia da fare gran galloria, nò scriva più una sillaba su questo, contenendosi 
solo io dire, che quando la S. Sede deciderà in contrario, si ubbidirà; ma che 
intanto ella non ha deciso. Corse voce che il P. Concina avesse ottenuto di ri- 
spandere al vostro Libro. Per me noi. credo. E quando anche fosse, non arriverà 
egli a decidere ciò, che chi ha l'autorità., non ha voluto per ora decidere. State 
dunque allegro, e continuate ad amarmi con sicurezza, che la stima e l'amor 
mio verso di voi non è mai cessato, nè verrà mai meno, finché vivrò. Mi rassegno 



Lessi P opera vostra, vidi le acute vostre Osservazioni intorno al Mutuo e al 
Prestito, uè oso giudicare, se le dimostraz , vostre sieno geometriche ; perchè 
sempre mi fan caso quelle parole : Qui pecuniam suam non dedit ad usurante e 
quel che praticano, o dovrebbono praticare gli stessi Giudei. To più tosto credo, 
che non sappiamo bene ciò che sanificassero gli antichi Giudei col dare ad usu- 
ra. Poiché quanto al pretendersi che non sia lecito il dar danaro a frutto: questo 
è senza fondamento. Allora io non ho intenzione di far prestito o mutuo; ma 
bensì un diverso Coutratto. I Cambi, i Censi, i Monti Cristiani de' pegni, son le- 
citi contratti di danaro, a' quali s 1 è cangiato il nome. E voi saggiamente osser- 
vate, che si conserva il dominio ne' sud.'! Contratti. 

. La maggior forza da me fatta nel sostenere l 1 assunto vostro, è stata questa. 
La Legge di Dio non è venuta ad imbrogliare il mondo. La necessità del com- 
mercio porta il dar danaro a frutti. Quando questo non fo^se lecito, ecco venirne 
un incredibile sconcerto al commerzio. Per non peccare, niuno oserà dar danaro 
a'Coutadini, a Ricchi, o Poveri per soddisfare a' proprj bisogni, per far acquisti, 
dar doti, far traffico etc. Tutti allora griderebbono, giacché ordinariamente in 
casi tali la Carità è solo di Consiglio. È impossibile, che Dio abbia fatta una 
Lesge, onde scaturiscano tanti incomodi al Pubblico. Adunque o noi non inten- 
diam bene ciò, che significhino le Leggi poste agli Ebrei, o queste s'han da in- 
terpretare, e accomodarle al bisogno del Pubblico. Il santificar le Feste è co- 
mandamento più chiaro. E pure a i Poveri, e ne' bisogni della campagna ai Con- 
tadini si dà licenza di lavorare. E con tutti i divieti de' Canoni, si fan le Fiere in 
giorni di Festa. 

Ma non occorre dirne di più dopo quel tanto che ne avete detto voi, e che è 
stato rispettato da Roma stessa. Vivete quieto voi, e chi fa Contratti a frutto one- 
sto senza eccessi, senza altre superchierie, alle quali la necessità d'alcuni, e l'a- 
vidità d'altri suole trascorrere. Amatemi, e ricordatevi che son 



Tutto vostro 
Lod.° Ant.° Muratori. 



Riv.™> S. r M. e 



Mod* 15 Xbre 1745. 



Tutto vostro 
Lod.° Ant.° Muratori. 




RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Relazione sugli Archivi di Slato Italiani (1874-1882). Roma, 
tip. di L. Cecchini, 1883, un voi. in 4.°, di pag. 410. 

Questa prima Relazione su tutti gli Archivi di Stato Italiani, 
è opera del coram. Napoleone Vazio, direttore capo della Divi- 
sione prima del R. Ministero dell' Interno, e da lui venne presen- 
tata a Sua Eccellenza il cav. Agostino Depretis, presidente del 
Consiglio dei Ministri e Ministro dell' Interno. Noi ne daremo una 
succinta notizia, astenendoci da ogni apprezzamento e giudizio, se 
pure l'indole del lavoro, che è di un resoconto amministrativo, 
potesse ammettere un cenno di natura diversa. D'altra parte V au- 
tore di essa, che è a capo dell' importante ramo amministrativo 
degli Archivi, nella lettera colla quale la accompagnava al Mini- 
stro, dubitando che per la sua novità e per altre ragioni possa 
quel lavoro esser riuscito imperfetto e inferiore all'argomento, si 
augura modestamente che « non sia interamente vano, e che possa 
considerarsi comò un primo passo nella via da seguire quind* in- 
nanzi in modo più acconcio e sicuro ». 

Alla copia delle ricchezze storiche e delle glorie, « onde a ra- 
gione è superba la patria nostra », debbono corrispondere le cure 
e i provvedimenti per conservarne, renderne fruttuoso e trasmet- 
terne integro ai venturi il prezioso patrimonio. Bene a ciò intese 
il Ministro dell'Interno, quando per compiere la serie di provvedi- 
menti a vantaggio degli Archivi governativi avviata dai suoi an- 
tecessori, presentava nella scorsa legislatura al Parlamento un 
disegno di legge per la istituzione degli Archivi Nazionali, il quale 



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171 

studiato da apposita Commissione (che lo corredò anche della rela* 
zione), il Ministro si propone di ripresentarlo in questa nuova le* 
gislatura. 

Unificata V Italia, passarono alla dipendenza del Governo an- 
che gli Archivi. Di essi però rimasero soggetti al Ministero del- 
l'Interno quelli di Torino, Genova, Cagliari, Milano, Brescia, Par- 
ma, Modena e Palermo ; al Ministero della Istruzione publica, 
quelli di Napoli, Firenze, Lucca, Siena, Pisa, Mantova e Venezia; 
al Ministero delle finanze, quelli detti finanziari, di Torino e Mi- 
lano; altri al Ministero di grazia e giustizia, p. es., quelli degli 
atti giudiziali in Lucca, e degli atti civili e criminali in Bologna. 
Nei capoluoghi delle provincie napolitane e siciliane esistevano al- 
tresì alcuni Archivi detti provinciali; veri e propri Archivi di 
Stato, per le carte che contengono, passati con decreto 21 Gen- 
naio 1866, dalla dipendenza del Ministero dell'interno, a carico di 
ogni singola provincia. 

Secondo le leggi dei diversi Governi e la varia dipendenza, 
diverse erano anche le norme per Y andamento interno e per V uso 
di cotesti istituti ; e urgente quindi il bisogno di unificare anche 
tale importante ramo di servizio. Si presentò prima a tale uopo la 
questione della dipendenza degli Archivi, sulla quale esprimendo 
schiettamente il nostro parere, diremo che sia più utile ad ogni 
instituzione quel Ministero, il quale può e vuole dedicarle cure più 
assidue e amorevoli, accompagnate da energica vigilanza ; e a cui 
è anche consentita dal bilancio maggior larghezza di mezzi. 

Per decidere a quale dei due Ministeri, dell' Interno cioè e 
dell' Istruzione publica, dai quali principalmente dipendevano gli 
Archivi, spettasse la suprema amministrazione di essi, fu eletta, 
nel Marzo del 1870, una Commissione composta del conte Luigi 
Cibmrio, Ministro di Stato, presidente ; dei senatori comm. Mi- 
chelangelo Castelli, e conte comm. Diodato Pallieri; del sovrin- 
tendente generale degli Archivi Toscani, comm. Francesco Bonai- 
nì; del direttore generale del grande Archivio di Napoli, comm. 
Francesco Trincherà; del direttore dell'Archivio generale di Ve- 
nezia, cav. Tommaso Gar ; del direttore dell' Archivio governa- 
tivo in Milano, cav. Luigi Osio; del bibliotecario della Nazionale 
in Firenze, comm. Giuseppe Canestrini; del capo di sezione del- 
l'Archivio di Stato in Firenze, cav. Cesare Guasti; del segretario 
dirigente l'Archivio di Stato in Parma, cav. Amadio Ronchine in 
qualità di segretario con voto. 



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172 

Dodici furono i quesiti proposti alla Commissione. 

Al i. conviene, per V interesse della scienza, del publico 
servizio e dei privali, unire sotto un solo Ministero gli Archici 
di Stato che ora abbiamo ? la Commissione rispose : non doversi 
il governo degli Archivi commettere ad una sola Direzione, ma a 
varie Sovrintendenze dipendenti da un solo Ministero, che a mag- 
gioranza fu indicato dover esser quello dell' interno. Nelle pre- 
messe a questa risposta scioglieva anche il quesito : 2. Sarebbe 
utile la divisione degli Archivi? « storici » dagli « amministra- 
tivi ? » Come potrebbe operarsi ? A tale divisione i commissari 
preferirono di sostituir la denominazione di antica alla parte che il 
Governo può mettere a disposizione degli studiosi ; e moderna a 
quella che lo Stato ha ragione di tener riservata. E rispondeva an- 
che così al quesito : 3. Da quale Ministero devono dipendere gli 
Archivi storici ed amministrativi ? 
. I due quesiti successivi erano : 

4. Esaminata F istituzione degli Archivi provinciali, quali 
regolamenti occorrono pei medesimi ? 

5. Come devesi esercitare la vigilanza che allo Stato pare 
competere sulla conservazione degli Archivi comunali, provin- 
ciali e degli altri enti morali? 

Fu risposto : i così detti Archivi provinciali altro non essere 
che Archivi di Stato ai quali « la provincia dava il nome e pagava 
le spese sul così detto fondo comune» ; diversa cosa quindi da que- 
gli Archivi che « raccoglierebbero gli atti dei Consigli e delle De- 
putazioni provinciali, dentro o presso a quelli delle Prefetture». 
Proponevasi quindi che in ogni capoluogo delle provincie com- 
prese nella circoscrizione di ciascuna Sovrintendenza, s' instituis- 
sero Archivi di Stato come Sezioni di quelli « centrali », dove il 
Governo avrebbe le sue carte, la provincia i suoi interessi ; e dove 
il Comune potrebbe, volendo, depositare il proprio archivio e quelli 
delle sue amministrazioni. 

Circa gli Archivi comunali ne raccomandava la diretta vi- 
gilanza alle Prefetture ; e alle Sovrintendenze commetteva lo sta- 
bilire norme per V ordinamento delle carte ; invitando i Comuni, 
di poca importanza e di scarsi mezzi, a deporle neir Archivio di 
Stato. 

Nella risposta al quesito : 8. Potrebbero riunirsi alcuni Ar- 
chivi e quali? propose che i depositi o concentrazioni negli Ar- 
chivi di Stato non si facessero più frequenti di 5 anni, nè più tarde 



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m 

di 10, fatta eccezione per gli atti giudiziari, la cui centrazione po- 
tesse estendersi anche a un ventennio. Indicava le norme per gli 
scarti; contro la esportazione air estero di documenti storici; per 
la consegna agli Archivi di Stato degli atti e documenti publici che 
esistessero nelle Biblioteche nazionali. 

Sugli Archivi notarili (intorno ai quali l'ultimo quesito chie- 
deva: «occorrono provvedimenti transitori per la cessazione degli 
Archivi notarili attuali, secondo lo schema di legge approvato dal 
Senato»), la Commissione, affermandone l'importanza storica, fa- 
ceva voti perchè gli studiosi vi trovassero sempre agevolezza e 
gratuità nelle ricerche. 

I quesiti risguardanti il personale erano : 

6. Devono farsi divisioni di carriera nel personale degli 
Archici, per ragione del grado d' istruzione, che le diverse oc- 
cupazioni d' ufficio richiedono ? 

7. Quale sarebbe la gerarchia degli ufficiali d' Archivio? 

9. Devono stabilirsi, per tutti gli Archivi, norme uniformi di 
ordinamento ? 

E la Commissione da ultimo rispondeva : che le Soprainten- 
denze avessero un ruolo a sè per tutti gli Archivi compresi nella 
propria circoscrizione; non dovere gì' impiegati degli Archivi es- 
sere traslocati ; doversi dividere in due categorie, per cosi dire, 
di concetto e di ordine, da ammettersi tutti, mediante esame ; isti- 
tuire un insegnamento di paleografia e di critica diplomatica. Pu- 
blicazione da farsi dalle Sovrintendenze, quella degl' inventari. 

Malgrado la risposta che aveva dato la Commissione al que- 
sito sulla dipendenza degli Archivi, il Ministero della Publica istru- 
zione continuò a ritenere sotto di sè i sette Archivi : di Venezia, 
Mantova, Firenze, Lucca, Pisa, Siena e Napoli; venendo frattanto 
sottoposti al Ministero dell' interno gli Archivi delle finanze in 
Torino e Milano ; l' Archivio militare del Regno di Sardegna ; l' Ar- 
chivio dei notai defunti in Palermo, e quello di Stato in Roma, da 
poco costituito. 

Quando il senatore Girolamo Cantelli, Ministro dell' interno, 
assunse anche 1' interim del Ministero della Publica istruzione, 
promosse il Decreto Reale 5 Marzo 1874; col quale tutti gli Ar- 
chivì di Stato vennero sottoposti al Ministero dell' interno. 

Qui, nella Relazione, si enumerano i provvedimenti del Mini- 
stero pel nuovo ordinamento del servizio archivistico durante i 
nove anni scorsi dal 1874; la creazione di un Consiglio «composto 



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ÌU 

» di persone esperte nelle cose attinenti agli Archivi, e destinato a 
» sussidiare, col suo illuminato giudizio il Ministero, sia coir opera 
» primordiale delle nuove norme da stabilire, sia successivamente, 
» in tutte le determinazioni da adottare riguardo alle cose più gravi 
» attinenti al personale ed al servizio ». La divisione degli ufficiali 
archivistici in due categorie; la costituzione di un ruolo separato 
per le promozioni di inerito e di anzianità, cogli ufficiali di ogni 
Sopraintendenza, e la inamovibilità di essi dal territorio della So- 
printendenza alla quale appartengono; l'apertura, nei principali 
Archivi, di Scuole di paleografia e di dottrina archivistica ; la no- 
mina, infine, dei membri del Consiglio per gli Archivi ; furono prov- 
vedimenti stabiliti col Regio Decreto 2(3 Marzo 1874, n. 1861, 
suir andamento fondamentale del servizio archivistico. 

Le provincie componenti il territorio di ciascuna Sovrinten- 
denza furono cosi stabilite : 

Sovrintendenze degli Archici: 

Piemontesi: Alessandria, Cuneo, Novara, Torino. 
Liguri: Genova, Porto Maurizio. 

Lombardi: Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Milano, 
Pavia, Sondrio. 

Veneti: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Ve- 
rona, Vicenza. 

Emiliani: Bologna, Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Piacenza, Ra- 
venna, Reggio d' Emilia. s 

Toscani: Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa, Pisa, 
Siena. 

Romani: Ancona, Ascoli, Macerata, Perugia, Pesaro, Roma. 
Napolitani: Aquila, Avellino, Bari, Benevento, Campobasso, Ca- 
serta, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Foggia, Lecce, Napoli, Po- 
tenza, Reggio di Calabria, Salerno, Teramo. 
Siciliani: Caltanisetta, Catania, Girgenti, Messina, Palermo, Sira- 
cusa, Trapani. 
Sardi: Cagliari, Sassari. 

Con altro Decreto Reale 27 Maggio 1875, n. 2552, serie se- 
conda, furono stabilite le norme pel servigio generale degli Ar- 
chivi; e con Decreto Ministeriale 18 Giugno 1876, veniva appro- 
vato il regolamento pel servigio interno di essi. 



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175 

Restava però, e rimane tuttora, da infondere efficacia di legge 
ad alcune disposizioni dello stesso Decreto Reale sul servigio ar- 
chivistico ; da provvedere alla instituzione, nella capitale dello 
Stato, dell' Archivio del Regno, « destinato a ricevere, periodica- 
mente, le carte dei dicasteri centrali del Regno, le quali più non 
giovano ai bisogni ordinari del servizio » ; ed alla instituzione, 
nelle città capoluogo di provincia, degli Archici nazionali, o pro- 
vinciali di Stato. 

« Diciasette Archivi », conchiude la Relazione, « che tale è il 
numero di quelli regolarmente costituiti e soggetti al Governo, ven- 
nero ad avere uniformità di organamento, di amministrazione e di 
servizio » ; e ricordati i provvedimenti dei quali fu feconda la uni- 
ficazione, nella dipendenza, degli Archivi, ricorda i ruoli organici 
separati per ciascuna Soprintendenza la cui approvazione si fa voti 
non venga più ritardata. 

Nelle circa 300 pagine che seguono, sono riassunti i dati uffi- 
ciali per ciascuno degli Archivi del Regno riguardo : ai locali — • 
alle principali spese sostenute per la loro manutenzione, o per ra- 
dicali restauri; — alle carte, dei cui archivi, o serie, si recano i ti- 
toli, col rispettivo periodo di tempo ; — al personale ; — ai lavori 
di ordinamento compiuti nel novennio scorso ; — agi' inventari 
edagli indici', — agli scarti; — al ricupero di alti; — agli acqui- 
sti; — ai doni; — al servizio publico; — alle scuole di paleo- 
grafia; — alle bibita lecite; — ai musei storici; — esponendo, per 
ciascuno dei nove anni compresi nella Relazione, il numero proto- 
collare degli alti ; — le ricerche di documenti per uso ammini- 
strativo, per interesse privato, per oggetto di studio ; — il numero 
dei frequentatori nelle Sale di studio, nazionali e stranieri; — le 
copie di documenti per uso amministrativo, per interesse privato 
e per oggetto di studio ; — le tasse riscosse. I dati esposti per cia- 
scuna Sovrintendenza sono da noi riassunti, per ragióne di notizia 
e di qualche confronto, più innanzi. 

Si accenna infine, nella Relazione, alla importanza del Consi- 
glio per gli Archivi, alle materie sulle quali sono richiesti gì' illu- 
minati suoi pareri, quali « la classificazione degl* impiegati ; gli 
» esami di concorso e di promozione ; la compilazione di nuovi 
» ruoli organici; tante altre questioni relative al personale; le pro- 
» poste di scarti ; i provvedimenti per Y acquisto e il ricupero di 
» scritture; lo scioglimento di dubbi neir applicazione delle adot- 
» tate discipline ; l' introduzione, nei regolamenti, di nuove pórrne 



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176 

» suggerite dall' esperienza ; gli studi del progetto di legge per 1* or- 
» dinamenlo degli Archivi nazionali ». 

Presso che tutti gli Archivi furono visitati da parecchi mem- 
bri del Consiglio, in ispezione ufficiale. Le sessioni di esso hanno 
luogo nel primo e neh" ultimo trimestre dell' anno. Nel novennio le 
sedute furono settantasette; il numero delle deliberazioni attinenti 
all' ordinamento archivistico 39; risguardanti il personale 87; so- 
pra proposte di scarti 17 ; per interpretazione di norme del rego- 
lamento 3 ; circa altri oggetti 82 ; in tutto 228. 

Accennato infine alle publicazioni curate dalle Direzioni degli 
Archivi, da impiegati archivistici ed altre, se ne dà lo elenco. 

Stanno neh' Appendice, i citati Decreti Reali 26 Marzo 1874, 
n 1861, e 27 Maggio 1875, n. 2552, serie 2. a , colle modificazioni 
portate dall' altro Regio Decreto 7 Agosto 1881, n. 388; e il Rego- 
lamento pel servizio interno 10 Giugno 1876. 

Ora ecco le cifre, alcuna delle quali dovrà ritenersi approssi- 
mativa, non potendosi adesso, e per giusti 'motivi, aversi in conto 
di precisa. 



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177 



I. Fabbricati, locati, scaffalatura, buste, registri, pergamene, 
disegni, inventari ed ùntici degli Archivi di Stato Italiani. 





Numero dei 


VfptlM filiti — 
i» J l^lll (MIO 


Numero 




AKl III V IU 






drati degli 
scaffali 








fabbri- 


locali 


delle buste, 


d^jtli in- 


de^li 




cati 


mazzi e registri 


ventari 


indici 


Torino .... 


5 


217 


11 008 


290,885 


917 


voi. 158 
fase. 50 




1 


01 


3087,58 


84,901 


5 




Milano .... 


2 


102 


10533,09 


20-1,265 


59 




Brescia .... 


T 


26 


■1740,20 


18,819 


1 




Mantova . . . 


A 
1 




1284,72 






682 


Venezia. . . . 


4 


415 


10551,75 


278,101"' 




1129 


idi Illa .... 


2 


45 




32,082 


271 


voi. 15 


Modena .... 


T 


114 


4150,67 


82,012 


aleniti 


alenai 


Bologna . . 


1 


27 


4044 


1 28,047 


9 in -2 

TOl. 


2407 


Firenze .... 


1 


188 


12516 11 


289,404 


580 




Lucca 


1 


83 


3137,19 




86 


216 


Pisa 


2 


30 


2297,30 


30,416 


25 


132 


Siena 


! 


60 


1917,28 


59,507 


48 


80 


Roma 


3 


177 


10900 


195,384* 


alenili 


alconi 


» Arrb. fenlr 














del Regno . 


1 


17 


1600 


28,753 






Xnpoli .... 


1 


379 


15922 • 


530,428 


molli 


molli 


Palermo . . . 


5 


222 


15722,91 


392.373 


168 




Cagliari. . . . 


1 




1893 


27,000 


36 


748 



(li Buste 243 *20; registri 34,38J: perdamene, Ò4.%1\ disegni, 12.258. 

(2 Ed 11 stanze e 12 vani per uso d' ufficio. 

Tale è la cifra risultante dal prospetto stampato a pag. '^8 della bella 
memoria dell'archivista dott. cav. Carlo Malagola: « L'Archivio di Stato di 
Bologna dalla sua istituzione a tutto il 1882 

(4j Crediamo che questa sia la cifra esatta dei metri quadrati di scaffalatura 
dell'Archivio di Stato in Firenze; e l'altra di 30,828.61 sia quella dei metri 
lineari. 

(5) In questa cifra sono comprese pergamene 7805. 

(6) Nel nuovo edificio i locali saranno 13. 



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IV. Atti, ricerche, slu 



\ DPH1 VTO 

AttLMl \ JU 


Carteggio 

Numeri di 
protocollo 


Ricerche di documenti per 




uso 

amministrativo 


interesse privato 


oggetto di studio 


N-.:r*i 


1871 


iss-2 


1874 


1882 


1874 


1SS-2 


lS7t 


1882 


\-:\ 1 


Torino . . 


2087 


4397 


. 2853 


5654 


695 


2550 


1386 


4081 


121 


Genova . . 


154 


210 


18 


45 


115 


223 


62 


75 


45 


Milano . . 


1970 


2354 


1539 


1800 


339 


369 


92 


165 


85 1 


Brescia . . 


391 


392 


78 


78 


27 


82 


4 


3 


- 


Mantoi b . . 


984 


1081 


317 


159 


40 


221 


1 


23 




Venezia . . 


1356 


3816 


1971 


2221 


1074 


1H7 


4040 


4811 


69 1 


Parma . . 


197 


625 


205 


103 


85 


30 


75 


57 




Mt. (lena . . 


770 


49: 


1158 


499 


150 


353 


109 


693 




Bologna . . 


l«> 12: 0 


1489 


1093 


2181 


29 


72 


- 


102 





Firenze . . 




791 


261 


407 


323 


340 


39 


20 


36 1 


Lucca . . 


101 


460 


74 


19 


71 


56 


46 


56 


46 1 


Pisa . . . 


213 


259 


38 


14 


79 


66 


4 


6 


13 


Siena . . . 


263 


257 


12 


lo 


64 


20 




4 


35 


Roma . . 


1110 


6198 


2352 


3868 


1071 


563 


3 


1305 


3 


Napoli . . 


2760 


204:. 


2817 


2018 


2610 


2141 


97 


183 


20 


Palermo . . 


4760 


5180 


2364 


1417 


818 


918 


254 


1807 


35 


Cagliari . . 


156 


254 


26 


37 


17 


39 


17 


6 


14 




18.594 


30 305 


17,176 


20,530 


7610 


9190 


6227 


13,397 


584 1 



(*) Sono Le cifre della pagine, non dei documenti. 

(1) L'Archivio di Stato in Bologna fu instituno con Dee. Reale 22 Ottobre 1874, n. 

(2) Dato del secondo semestre. 

(8) Nel 1874 le copie di atti e fedi dello Stato civile furono 8362 e le altre 
e Dei 1882 » » » » 10023 



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181 



ì$e negli anni 1874 e 1882. 



i Sala 


Copie di documenti per 


Tasse 
riscosse nel 


Tasse 
riscosse nel 


■a-ieri 


uso 

amniiuistrativo 


interesse privato 


oggetto di studio 


1874 




1 882 




ÌNS2 


ISTI 


1832 


1874 


1882 


1874 


1882 


, Lire 


C. 


Lire 


C. 


19 

1 


C9fi 


708 


301 


962 


48 


36 


789 


50 


2124 


— 


12 


18 


45 


110 


85 






322 


75 


1241 


75 


20 


33*7 


305 


14 


86 


8 


19 


358 


05 


1152 


68 








1 1 


40 


4 




43 


— 


352 


— 


8 


66 


86 


34 


136 


1 




33 


52 


788 


— 


39 


M985 


3290 


O 3105 


4327 


i 1 / 9404 


47942 


750 


73 


3863 


40 


3 


100 


97 


44 


30 


57 


19 


116 


50 


216 


— 




421 


204 


112 


77 






184 


02 


365 


— 


1 12 


220 


241 


15 


40 


— 


— 


c2\ 203 


— 


373 


- 


■ 25 


ia> 271 


315 


455 


244 


2^5 


96 


4137 


57 


2387 


- 


' 4 


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49 


29 


10 






72 


52 


92 




i 5 


11 


2 


19 


10 


28 


16 


94 


77 


268 




! 6 


4 


7 


32 


12 




1 


76 


40 


122 




1 6 


236 


679 


438 


238 


4 




4294 


41 


2634 




1 


1383 


1989 


1605 


797 


93 


97 


3594 


70 


3917 


30 


, 1 


2128 


1276 


736 


827 


229 


1627 


4115 


85 


2960 






2', 


17 


17 


38 


6 




73 


50 


166 




1G1 


7811 


9310 


7077 


7959 


10,126 


19,853 


19,260 


79 


23,022 


13 



imo furono 2702 ; 

3370. 



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184 

Alla presente Relazione il comra. Vazio promette di fama se- 
guir altre, onde chi prende interesse alla vita modesta, ma feconda, 
degli Archivi del Regno, sia tenuto informato dell'incremento che 
essi ricevono dalla amministrazione viva, e dei lavori che vi si com- 
piono. E riassumendo l'opera del Governo nei nove anni da che 
quegli istituti, furono sottoposti al Ministero dell'interno, egli ricor- 
da: i locali accresciuti e migliorati; gli scaffali costruiti; i lavori di 
ordinamento, gì' inventari, i regesti, gì' indici, ripresi e continuati, 
con impegno; il servizio publico che ha dovunque andamento re- 
golare; curati i versamenti, i ricuperi, e gli acquisti di scritture; 
promosse, fatte, O é coadiuvate, utili publicazioni; diluse, mediante 
apposite scuole, le cognizioni^ paleografia e di archivistica. Esser 
questo pertanto, un buon presagio del futuro, anche « quando ve- 
nendo approvata la Legge da cui l'istituzione archivistica attende il 
suo pieno sviluppo ed effetto, l' impianto di novelli Archivi e il reg- 
gimento di tutti, richiederanno opera più ampia e vigorosa». 

E noi, riconoscenti a chi diede vita a questa prima publica- 
zione collettiva sugli Archivi italiani, speriamo che essa valga a 
fermar l'attenzione dei legislatori; onde, come ingentissime somme 
agevolmente si largheggiano a ripetute « inchieste » e agi' inva- 
denti bisogni .delle amministrazioni della Guerra e della Marina (i 
quali, sembra ai profani servano talvolta quasi a ragione di gara 
fra le nazioni); cosi facciasi fruire di maggiori mezzi l'istituto de- 
gli Archivi, e si piantino alfine quelli nazionali, per raccogliere e 
conservare le carte superstiti a tante vicende ed a lungo abbandono. 

Esprimeremo da ultimo il desiderio che altra publicazione si- 
mile a questa sia corredata di un indice e di prospetti che riassu- 
mano i dati dei diversi Archivi; dal quale confronto, ci pare, pos- 
sano, nel ristretto significato delle cifre, risultare tuttavia la varia 
consistenza i bisogni degli Archivi del Regno; e che siano anche 
publicate, a comune vantaggio, le risposte a quesiti di materia ar- 
chivistica e di interpretazione dei regolamenti, date dal Consiglio 
per gli Archivi e dal Ministero. 

Venezia, 5 Dicembre 18S3, 

• li, Cecchetti. 



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185 

Annali del regno dei Franchi solfo Carlomagno (789-814) di 
Bernardo Simson (Jahrbùeher des frànkischen Reiches unter 
Karl dem Gr^ssen von B. S.). XII e 650 pag. Leipzig, Dun- 
cker et Humblot, 1883, 8.° 

Il primo volume degli Annali del regno dei Franchi sotto 
Carlomagno comparve già nel 1806; r autore di essi, Sigurdo 
Abel, morì nel 1873 senza poter compiere il suo pregevole lavoro. 
Ne fu affidata la continuazione al sig. Bernardo Simson, che aveva 
già dimostrata la propria competenza e capacità col suo libro 
sugli Annali di Lodovico il Pio (2 volumi, 1874-1876). Le qua- 
lità di uno storico sicuro, buopa erudizione, serio giudizio, pru- 
denza nella ricerca delle fonti e severa esclusione delle ipotesi, si 
devono riconoscere nelf Autore, il quale con molta ricchezza di 
citazioni accrebbe senza dubbio l'utilità del suo libro in ordine allo 
scopo degli Annali. 

Se la storia di Carlomagno, specialmente per la connessione 
degli avvenimenti dell' Italia e della Germania e per la rinnova- 
zione dell* impero romano, che diede al medio evo tanto in oriente 
che in occidente un carattere determinato, deve sempre e general- 
mente esser condotta ad un grado di cognizione chiara e certa, la 
medesima ha poi un sommo incesse anche per Venezia a motivo 
dei rapporti di essa si coir impero Bizantino, che col regno dei 
Franchi;* e questo volume de 0 r li Annali ne offre una splendida te- 
stimonianza. 

Sappiamo per altro che alcuni avvenimenti, come l'assalto di 
Pipino contro Venezia neh' 810, e per la natura delle fonti e per 
le contraddizioni dei cronisti, non sono ancora assolutamente posti 
iu chiara luce ; il sig. Simson perciò a questo fatto, e cosi pure al 
trattato fra Carlo e l'impero Bizantino per la restituzione di Ve- 
nezia, ha consacrato speciali dissertazioni. Nella critica delle fonti 
intorno a questi argomenti, egli se 0 r ue con precauzione gli accu- 
rati studi del sig. dott. Simonsfeld, già bene noti ai lettori dell' A t< 
chicio Veneto. 

Crediamo dunque nostro dovere di richiamare 1' attenzione 
degli studiosi della storia italiana e della veneta di quei tempi, so- 
pra questi Annali cosi copiosi e cosi ordinati. 

G. M. Thomas. 



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Benedetto del Bene, Giornale di Memorie 1770-96, a cura 
di Giuseppe Biadego. Roma, 1883, tip. F. Zuppini nel Coli, 
Artigianelli, un voi. di p. 150, in 16.° # 

Nel 1770 in cui cominciò Benedetto del Bene a scrivere il suo 
libro di memorie (1), contava 21 anno incirca: cominciava la sua 
vita pubblica, come capo della propria famiglia, essendogli morto 
il padre nel Marzo del detto anno. Raccoglie in questo volumetto, 
e coordina cronologicamente i fatti che interessano la propria per- 
sona, e la propria città, con tutta schiettezza e con un* aria di bo- 
narietà ben intesa che attrae l'attenzione del lettore, e lo persuade 
della verità di quanto vien riferii^. Il del Bene registra quanto 
spetta alle proprie pubblicazioni, nota i lavori eh* egli fece per 
la patria Accademia d'agricoltura che, giovane ancora, lo chiamò 
nel suo seno. Parla delle cariche da lui sostenute, e ci fa vedere 
passo passo quale fosse la carriera di un nobile, di robusto inge- 
gno e di mediocri fortune. Eletto del Consiglio nel 1772 dovette 
dimettersene nel 1788, dopo di essere stato eletto Cancelliere della 
Sanità. Accettò quel posto lucroso per rimediare ad un po' di 
sconcerto che e' era nella sua domestica economia : e i Provvisori 
della Sanità ebbero gelosia di lui, e gli imposero, per non averlo 
a collega nel Consiglio, di scegliere fra i due offici. Curiosa è la 
pagina riguardante Ta. 1774, in cui il Del Bene fu Vicario della 
Valpolicella (p. 20-1), dove una figura ben deplorevole fa il rap- 
presentante veneziano Angelo Carminati; ma la fa ancora peg- 
giore (p. 34) nél 1777 il rappresentante Daniele Dolfin, nelF occa- 
sione in cui certo Gianfìlippi per broglio si fece nominare Podestà 
di Peschiera. Nel Consiglio cittadino (al quale spettava reiezione) 
il Gianfìlippi ebbe i voli contrari, ma il Dolfin mescolò i voti, e 
fece approvare il suo amico. E poi ancor più indecorosamente in 
una causa ch'egli ebbe colla città. In fine il Del Bene si lascia 
sfuggire queste acri parole (p. 36-7), che mostrano lo stato degli 
animi : « Io non posso omettere qui un passo di F. Paolo Sarpi nel 
Consulto ms. alla Republica Veneta : «« riguardo a. Verona, Tre- 
vigi .... ed altre città che hanno l'animo imperiale, si ostenti nel 

(1) Il eh. editore non pubblicò il ins. per intero: ne omi3e peraltro (come 
egli afferma) solo le notizie prive di « importanza per il pubblico v. E ha fatto 
bene. 



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187 

governo una somma giustizia, ma non si trascuri occasione di de- 
primerle»». Nella riferita massima di quel politico più nero nell'a- 
nima che neir abito di Servita, chi per poco la penetrerà, troverà 
forse una delle maggiori ragioni e fondamenti dell' antescritto giu- 
dizio contro della Città, e a favore del Gianftlippi ». — Quando 
mori il doge Paolo Renier « di non lodata memoria », aspirò alla 
successione Sebastiano Mocenigo Podestà e Vice-capitano di Ve- 
rona ; ma non riusci neh' intento, poiché fu eletto Lodovico Manin. 
Ottenne invece di succedere a quest'ultimo quale Procurator di 
S. Marco. Lo sdegno per lo scorno subito, e l' allegrezza per la 
piccola vittoria, sono ritratti stupendamente. Il Del Bene sapeva 
benissimo che le erano miseriiizze della vita. 

Il Del Bene apparis.ce religioso, pio, dolce, e nell' istesso tem- 
po acuto, ponderato, fino osservatore. Lontano da ogni diverti- 
mento, e solo amante di una vita (com'egli dice) romita, trova vasi 
a Padova nell'occasione della fiera del Santo l'a. 1788; ma lungi 
dal recarsi all' « opera teatrale », egli « sempre impassibile a tali 
inezie, e sempre avverso a tali prestici di molteplice seduzione », 
impiegò invece il tempo per visitare l'ab. Clemente Sibiliato vec- 
chio professore di lettere greche e latine. Nel disimpegno dei suoi 
uffici dimostrò attività instancabile. Chi fosse il Del Bene, già era 
noto; ma da questo libro il suo profilo comparisce nitidissimo. 

Pochissimo si occupa di cose politiche : i suoi giudizi sono av- 
versi in generale alla rivoluzione francese. Egli deplora peraltro 
la debolezza di Luigi XVI. All' a. 1789 (p. 101), precedentemente 
alla catastrofe del Tempio, e prima che l'eroica morte del re fa- 
cesse dimenticare al Del Bene le debolezze passate, scrive su di 
lui questa frase vibrata : balordaggine delV inetto monarca Lui- 
gì XVI. Interessanti sono i particolari sulla dimora del co.'di Lilla 
in Verona. Sopra di essa già varie notizie aveva raccolto il Pe- 
rini (1): qui si ha la conferma che il Borbone, quantunque vivesse 
ritiratissimo, pure era circondato da fuorusciti, da rappresentanti 
esteri ecc. : aveva in una parola una « ombra di trono » (p. 140-1, 
UO-8), specialmente nel 1790. 

In queste Memorie sono moltissime le notizie sulle vicende 
atmosferiche, sulle malattie bovine, sulle piene d'Adige, sui terre- 
moti. Al Del Bene interessava moltissimo il corso delle stagioni, 
poiché possedeva beni in Soave e specialmente a Volargne. Non 

il) Storia di Verona dal 1790 al 1822 (I ediz.), I, p. LXXXII sg{?. 



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18S 

pochi cenni si hanno sopra i letterati del tempo suo. Ricorda l' elo- 
gio ch'egli fece (p. 84-6) del conte Zaccaria Betti, segretario per- 
petuo deH' Accademia, per dire, fra Y altro, che vi cercò di armo- 
nizzare le lodi colla verità, e che non sempre disse tutta la verità. 

Scarse sono invere le notizie sopra scoperte archeologiche. 
Anzi ce n'ò una sola (p. 14-6) all' a. 1774. Ricordando l'abbassa- 
mento della strada alla Chiusa, ricorda che sul macigno, all'al- 
tezza di circa 18 piedi (= 6 metri) si osservarono due scudi scal- 
pellati, con al lato sinistro una iscrizione imperfettamente letta dal 
P. Placido Cartolari, benedettino cassinese : 

Factum fuit hoc opus 

anno l). ni MCCLXXXV 

Indict.* XIII in regimine nobilium 

virorum Odo x G A Siti de 

chastro 

barcho 

potestatis et 

Alberti de la (scudo) (scudo) 

Scala ge- 
neralis ca- 
pitanei populi 

Il Del Bene, notando che le parole in corsivo della linea 4 
sono d' incerta lezione, soggiunge: « fu interpretato Guillielmi ». 
Propongo di leggere la quarta linea così: «virorum dnorum Guilli 
(Gtrillelmi)», così che la ce sia una r colla coda tagliata (= rum). 
Il podestà Guglielmo di Castelbnrco è ricordato spessissimo nelle 
carte di questo anno: 29 Genn. (S. Martino d'Avesa, perg. n. 294); 
2 Febbr. (ivi, n. 295); 22 Febbr. (S. M. in Org., perg. n. 844) ; 13 
Marzo (S. Silvestro, perg. n. 56S, 577); 15 Maggio (S. Cristoforo, 
perg. n. 63); 17 Maggio (S. Caterina Martire, perg. n. 27); 19 
Maggio (S. M, in Org., n. 847); 20 Maggio (ivi, n. 848); 21 Lu- 
glio (S. Martino d'Avesa, n. 299); 18 Ottobre (S. M. in Org., n. 
852); 19 Ottobre (ivi, n. 831, 816); 29 Novembre (ivi, n. 854). . 

Per giustificare la voce dtionun (al plurale), nonché il com- 
plesso della frase, riproduco due passaggi desunti dalle aggiunte 
ai così detti Statuti Albertini (tns. dei nob. co. Campostrini). Pag. 
338 (14 Aprile [1301]): «corani magnitìcis yiris dnis lappo de 
vbertis ver. pot. Bertholameo de iascalla penes Genitorem suum 



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Ì8U 

populi et coiaunis Ver. Capitaneo Generali ». — Pag. 5G7 (anno 
1295): « HEc Sunt Statata et ordinamenta facta per Nobiles Vi- 
ros dnos Merinum de suardis de pergamo honorabilem potestatem. 
Et Albertum de la scala ac Bertholaraeum primogenitum eius pe- 
nes eum comunis et populi Verone Capit. generales ». 

Dalle quali due frasi risulta ancora che V epigrafe dev' essere 
manchevole in fine, in modo da dover supplirsi cosi : « et cois v » 
(= et communis Verone). 

Secondo il Del Bene, l'opus qui indicato non deve intendersi 
per un lavoro eseguito nella fortezza (rocca), la quale resta al- 
quanto discosta ; ma sibbene per qualche riduzione della strada. 

Non ho mai veduta questa iscrizione, nè so che altri n' abbia 
fatto menzione. 

Nella prefazione il Biadego, al quale devesi V edizione di que- 
sto importante volumetto, dà alcune notizie bibliografiche, o indi- 
cazioni varie sopra fatti qui appenna accennati e che altrove si 
trovano meglio svolti. Mi limito ad accennare alla descrizione del 
passaggio di Pio VI (brano edito altra volta, pure dal Biadego), e 
alla inondazione del 1776. Questa, che è troppo succintamente 
narrata dal Del Bene, formò oggetto ad uno speciale lavoro del 
Biadego stesso: La piena d'Adige in Verona del 1776 (Verona, 
1883). 

Carlo Cipolla. 

Dino Mantovani, Lagune. Roma, Sommaruga, 1883. 

Il volume del sig. Dino Mantovani contiene tre saggi: Donne 
e Madonne — Musa Palustre — San Marco. Argomento del pri- 
mo è T impero quasi universale, che, a giudizio dell'autore, eser- 
citò a Venezia la donna, così nella vita come nell'arte; il secondo 
riassume la storia della poesia vernacola .veneziana ; nel terzo, si 
studia e rappresenta la basilica di- San Marco, non solo come mo- 
numento singolare d'architettura ma come documento solenne di 
storia, come espressione sintetica del carattere, delle vicende, delle 
fortune del popolo che la creava. 

Pochi scrittori, al loro esordire, ebbero dalla stampa più liete 
accoglienze del signor Mantovani : alte e comuni le lodi ; rare e 
sommesse le censure ; condizionati appena i presagi d' un glorioso 
avvenire. Fra gli altri, un giornale letterario scriveva : 



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190 ' 

« Onore a le, o Dino, che le ^lustri (lo donno vene- 
ziane) con esattezza di storico, con acume di critico, con preci- 
sione di fisiologo, finezza di artista, slancio di poeta, affetto 

d'innamorato In un ottantina di pagine, di tante, a un 

bel circa, constayio codeste Donne e Madonne, il Mantovani ha 
addensato, la materia di dieci volumi, senza lasciarli deside- 
rare; e v adoprò tal magistero da chiarirsi primo fra' primi 
scrittori estetici italiani.' È dir molto, ma non dir troppo. 

€ Musa Palustre sotto le modeste parvenze di una 

monografia intorno ai poeti dialettali veneziani, nasconde un 

vero e proprio studio d! elica popolare Giammai, a mia 

sapula, tranne forse dal Mazzini, la critica artistico-lctteraria 
fu elevala a più nobile ufficio e con maggiore accorgimento 
esercitata 

« San Marco chiude il volume e in codeste settanta 

pagine Dino Mantovani ha toccalo V apice, come critico, come 
artista, come archeologo, come poeta, come scrittore, conte ve- 
neziano, mirabilmente fondendone insieme tutte le qualità ..... 
Non mai quel sublime monumento .... ebbe un illustratore più 
passionato, più alto, più vero, più degno » (1). 

Ebbene: tutto ciò prova qualche cosa. Prova una volta di più 
a che grado miserabile di scienza e di coscienza sia precipitata la 
critica in Italia ; prova una volta di più che il mezzo più pronto e 
sicuro per forzare le vie della fama è il plagio, è la raffazzonatura, 
è lo sproposito. 

Perchè, intanto, il signor Mantovani è proprio un plagiario e 
un raffazzonatore. Egli leva di sana pianta — da autori moderni, 
celebratissimi, che vanno o dovrebbero andare per le mani di tutte 
le persone mezzanamente colte — immagini, comparazioni, giudizi, 
squarci interi. In un modo solo s'afferma la sua individualità di 
scrittore e di pensatore : ritoccando in quegli squarci qualche 
espressione, rigirando a nuovo qualche cadenza, incastrando qual- 
che inciso, rifacendo qualche costrutto, scavalcando cr spostando 
qualche linèa, saltellando e spigolando di pagina in pagina. È tutta 
un 1 arte minutissima di trasc^gliere, di combinare, di scomporre, di 
riqomporre, di spalmare di stucco le commettiture ; più d' una 
volta a un periodo solo hanno collaborato parecchie pagine di pa- 
recchi volumi. Discoprire sotto le adulterazioni, le impiastriccia- 
li) Pungolo della Domenica — N. 34 — 23 Settembre 1863. 



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idi 

ture, le Vera'.*:i, tutte le fonti di queste Lagune, rivendicare a ogni 
frase di cosi vasto zibaldone la sua provenienza legittima, rista- 
bilirne la versione originale, sarebbe opera degna di pazienza be- 
nedettina, ma d'esito non dubbio. Altri ci si provi ; io mi restringo 
ad alcuni raffronti, i primi che mi caddero, leggendo, sotf occhio : 



Mantovani, pag 6: « Mi paTe ehe 
al Terone . . . s'affacci una figura am- 
pia, molle, ridente .... » — e cinque 
righe dopo: « .... la bionda dall'aria 
di colombo che piega e fa luccicare il 
collo al sole .... ». 

Mantovani, pag. 20: « . . . la car- 
nagione densa, fresca, rosata dei climi 
umidi ». 

Mantovani, pag. 24 : « Ed ò pure 
strano il contrasto che le veneziane fan- 
no con le straniere inglesi da 

la pelle liscia e sottile, da' zigomi ac- 
cesi e dngli occhi luccicanti 

che pajono i modelli del Lawrence 
Kesso le figure del vecchio Palma e di 
Tizinuo ». 

Mantovani, pag. 26: <« Con l'oc- 
chio della menta fiso al termine del suo 
pellegrinaggio, egli {lo Chateaubriand 
a Venezia) non si accorse del bello nuo- 
vo che <rli stava d' intorno, non vide 
che monasteri, ospizi e lazzaretti, e al- 
cuni monaci armeni che lo guardavano 
passare dalle finestre di San Lazzaro, e 
irli sembrarono vecchi naviganti tor- 
niti in porto dopo il naufragio. Narra 
il Pananti, che una florida ragazza e 
un vecchio curato guardavano insieme 
le macchie della luna ; lui credeva ve- 
dervi una chiesa col campanile, lei di- 
scerneva perfettamente due amanti ab- 
bracciati ,. 



Mantovani, pag. 26-27 : « Egli (il 
Montaigne) aveva sempre avuto une 



TaINR, Voynge e a Italie, tome II, 
troisième édition. Paris, Hachette, 1876,. 
pag. 265 :« Ampie, ricuse et molle, elle 
a l'air d'un paon ou plutòt d'un pigeon •> 
qui fait chatoyer son col au soleil ». 

Taine, pag 259: « cette carnation 
frnlche et rose qui est propre aux Al- 
lea des climats humides » — e poco ap* 
presso « chair satinóe ». 

Charles Blanc, De Paris à Venite, 
Paris, Hachette, 1857, pag 121 : « Et a 
cóté de ce type vénitien, il est curieux 

d'observer Ips bel Ics anglaises 

à la peau lisse, mince et satinée, à la 
pommette luisanto. à l'oeil fiévreux . . 

Les modèles de Lawrence à eòté 

des figures du vieux Palme ou du Ti- 
tien ». 

Charles Blanc, pag. 133: <- L'oeil 
fixé sur le but de son pèlerinage, le 
puète ne s'apergut point de la beautó 
de Venire. Il n'y vit qne des monastè- 
res, des hospices, des lazarets, rt.quel- 
ques moines arméniens, qui regardai- 
ent passer sa gondole des fenótres de 
leurs cellules, et qui lui apparurent 
coni me de vienx nautoninrs rentrós au 

pori après bien de naufrnges 

Une jolie femme et un bon curé regar- 
daient ensemble les taches de la lune. 
Le curò croyait y vuir une église avec 
un clooher surmonté d' une croix: mai* 
la jeune femme y distinguait fort bieq 
l'image de deux amants qui se tenaient 
embrassés ». 

Charles Blan% pag 177: - Mon- 
taigne avait eu toute sa vie me fai m 



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192 



faim exh'èììie de roir Venise, ma allora 
era tutto preoccupato delle sue coliche, 
teneva il registro esatto di pasti e di- 
gestioni, notava i decotti di ervngium, 
l'erba del Turco e l'altre droghe, non 
omettendo di segnare pur ciò che chia- 
mava i suoi bénéfices de ventre ». 

Mantovani, pag. 51-52: « .... per 
la prima volta [nelle pitture di Giotto) 
'* compariva il bello, scoperto o indovi- 
nato o creato dalla libera espansione 
del suo genio laico, che contrappone la 
dignità dell'uomo superiore per intel- 
ligenza al rigorismo monacale ed alla 
umilità cristiana. Egli inventa il pae- 
saggio, scopre l'ideale, trova l'espres- 
sione ....».• 

Mantovani, pag. 51, [a proposito 
dei pittori bizantini) : 

« L'artista eseguisce per tradizione 
.... come un buon operajo .... » — 

« La fìsouomia nou esiste .... » — 

« le Vergini non sanno che incro- 
ciare le mani sul seno e portare la gra- 
ve cappa istoriata » — 

« con la fiacca rassegnazione » — 

« benché ritte o sedute o genuflesse 
[le madonne bizantine) non sanno star 
ritte m) sedute nè genuflesse ...... 

Mantovani, pag. 56 : « Le sue bion- 
de Vergini [del Carpaccio) dalle teste 
fini, ingenue, piene d'attraenza, talora 
animate da una malizietta buona, sono 
per certo le più caste figure dell'evo 
mezzano Egli aveva quella fini- 
tezza senza leccatura, quel fiore di co- 
scienza cristiana che le età posteriori 
non trovarono più ». 

Mantovani, pag. 57: « Egli {Gio- 
vanni Bellini) nou dipinge che quadri 
(Tritare, mettendovi tutta l'anima sua 



extrème de voir Yenise Il étoit 

alors fortement preoccupò de ses coli- 
ques, tenait un registre exact de ses 

repas et digestions, notait les 

bouillons d'eryngium, T herbe du Ture 
et autres drogues módicinales, et ne 
manquait pas de mentionner ce qu' il 
appelait ses bénéfices de ventre ». 

Taine, pag. 117: « Giotto a décou- 
vert le beau » — pag 118: « e' est l'e- 
sprit laì'que qu'on découvre en lui » — 

e diciasette linee dopo « Voilà la 

dignitó morale, la culture supérieure 
de l'esprit ouvertement préféróes au 
rigorisme monacai et aux mortifica- 
tions chrétiennes» — e finalmente, pag. 
119: « 11 semble qu'il ait tout décou- 
vert, l'idéal et la nature .... et la vive 
expression des sentiments ». 

Taine, pag. 212: 

« d'artistes ils sont devenus ou- 
vriers » — 

« Nulle physionomie » — 

« leurs vierges ne savent toutes que 

porter une couronne toutes avec 

une grande étole bianche » — 

« Us (f santi bizantini) ont cette .... 
rósignation mollasse » — 

Pag. 213: « ils [sempre i santi bi- 
zantini) ne savent pas se tenir debout 
quoique debout ». 

Charles Blanc, pag. 199: «... ses 
tétes de jeunes fllles, toutes ingénues, 
flnes, blondes, remplies de charme, 
quelquefois animóes d'une douce ma- 
lico ». — Taine, pag. 328: «on trouve 
chez lui les plus chastes flgures du uso- 
yen àge et cet extréme fini .... cette 
fleur de conscience chrótienne que Vige 
suivant .... va fouler dans ses empor- 
tements ». 

Auo. Boullieb, L'art Vénitien. Pa- 
ris, Dentu, 1870, pag. 74-75: <* 11 ne 
peint guòre que des tableaux d'autei, 



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religiosa, amante e ferma; ma nella 
tecnica si trasforma e perfeziona conti- 
nuamente ». 



193 

.... Il met dans da peintùre toute son 
àme, religieuse, aimante et ferme — . 

il se transforme sana cesse et se 

perfectionne toujours ». 



Mantovani, pag. 60: « Bisogna ve- 
dere le Madonne (di Giovanni Bellini) 
buone e semplici come paesane, su la 
cui fronte sfuma l'ombra d'una mesti- 
zia inconscia ». 



Taine, pag. 326 : « Elle [appunto 
una Madonna del Bellini) est bonne et 
simple comme une paisible et simple 
paysanne».— Per il resto, v.G. Carduc- 
ci, Poesie. Firenze, Barbera, 1878. Pre- 
fazione, pag. 18 : « la fronte (di <?. Im- 
briani) su cui pareva sfumare l'ombra 



% d' una tristezza interiore ». 

Mantovani, pag. 60-61: « La so- Ch. Blanc, pag. 186: « cette opu- 

bria opulenza del colore diviene ( nel lence discrète de la couleur devient 

Bellini) più sensibile; nel frastuono plus sensible» — e due linee prima :«Au 

della pittura veneta questo murmure milieu du tapage de T ecole vónitienne, 

soavissimo va al cuore ...... ce doux murmure va au coeur ». 



Mantovani, pag. 60-61 : « Io adoro Questo passo ha un'impronta tutta 
questi artisti divisi . . . perchè ... in- soggettiva; pure io leggo in T. Gau- 
carnano certi miei strani ideali ... ». tier, Voyage en Italie. Paris, Charpen* 

tier, 1881, pag. 230: « 11 nous semblait 
(davanti alla Madonna belliniana della 
pinacoteca Contarini) con tempi e r le 
portrait de notre réve inavoué, surpris 
dans notre àme par l'artiste ». 



Mantovani, pag. 62 . « Matrone e 
cortigiane .... s'agitano allora (nella 
pittura del 500) fra i manti di viola pal- 
lido, presso le stoffe turchine o purpu- 
ree; la loro carne s' impregna di luce o 
nuota nell'ombra calda ...... 



Taine, pag. 259 : « Sur leure dra- 
peries de violet pàie, près de leurs man- 
teaux d'azur et d'or, leur chair vivante, 
leur dos, leurs épaules s'imprègnent 
de lumière ou nagent dans la pónom- 
bre » — e a pag. 260 troviamo : » Tom* 
bre chaude ». 



Mantovani, pag. 62-63 : « la Ver- Ta^ne, pag. 351 : « la Vierge monte 

gine dell' Assunta sale in un' aureola dans uoe gioire ardente .... ; elle est 

ardente, è sana, forte, senza sorriso mi- saine et forte, san 8 exaltation ni 

8tico, solidamente avvolta nelle vesti sourire mystique, fièrement campóe 

agitate ». dans sa robe ». 

Mantovani, pag. 63: « Paolo (Pe- Taine, pag. 358: « Ce quMl aime, 

ronese) cerca ed ama e trova l'espan- e' est la beauté épanouie, la fleur ou- 

àone prima dei bello, il fiore aperto ma verte mais intacte, au moment où ses 

intatto, nel momento in cui i petali ro- pétales roses se sont tous dópliós sana 

sei son freschi e tremolanti nell'aria qu'aucun d'eux soit encore flótri ». 
che li accarezza ». 

18 



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194 



Mantovani, pag. 63 : « paiono tutte 

(certe figure del Veronese) contente 

di Vivere ». 

Mantovani, pag. 64 : « È la bellezza 
(nel quadro Arianna e Bacco, del Tinto- 
retto) della carne nuda, quale appare 
uscendo dall'acqua, avvivata dal sole 
e sfumata di piccole ombre ». 

Mantovani, pag. 67 : « La cima 
d'un piede nudo ch'esce dalla gonna 
scagliata d'oro; una perla la cui luce 
lattea trema, toccando una cervice di 
neve ; il contrasto e l' accordo di due 
toni di carne che si lumeggiano e fon- 
dono nello scambio dei riflessi; un rag- 
gio vacillante che viene a frangiare una 
superficie oscura ; una macchia purpu- 
rea avvivata da un tono verde : tutta la 
ricca armonia delle tinte opposte, com- 
poste, sovrapposte, vi empie l'occhio 
come un concerto di strumenti empie 
l'orecchio ». 

Mantovani, pag. 253 : « Montano 
[descrive la campagna veneta) le viti e 
8' arrampicano in festoni .... correndo 
di ramo in ramo, allacciandosi così da 
dare un'eleganza inimaginabile al pae- 
saggio. Le lunghe file d'alberi, tenen- 
dosi per le braccia virenti . . . sembrano 
inseguirsi attorno i campi in una ridda 
immensa ...... 



Mantovani, pag. 313 : « Oggi la 
nera incisione sottentro alla iridata mi- 
niatura sui libri .... Come non com- 
prendiamo più che su la scena o in car- 
nevale l'uomo chiuso in un giustacuore 
a sbuffi, avvolto in un mantello di vel- 
luto purpureo, armato d'una superba 
lama cou l'elsa a cesello, così siamo 
mal pronti a gustare un'architettura 
che ha per primo carattere l'armonia e 
la disposizione delle superflci policro- 
me ». 



tAiNfi, pag. 260: « Il n*y en a paa 
une qui ne soit contente de vivre ». 

Taine, pag. 343: « C'est la sublime 
beauté de la chair nue, ielle qu'elle 
apparatt sortant de l'eau, viviflóe par 
le soleil et nuancée d'ombres ». 

Taine, pag. 375 : « Un bout de pied 
nu qui sort d'une soie jaspée d'or, une 
perle dont la lueur laiteuse tremble en 
touchant un col de neige, .... le con- 
flit et l'accord de deux tons de chair 
qui se pénètrent et se transforment par 
l'échange de leurs reflets, une lumière 
vacillante qui vient franger une plague 
obscure, une tache pourpre avivée con- 
tre un ton vert, bref, une riche armo- 
nie qui sort des couleurs ménagées, op- 

posées, composées et qui emplìt 

l'oeil comme le conce/t empiit l'oreil- 
le ». 

Th. Gautier, Voyage en Italie, pag. 
64-65 : «... on la fait monter (la vite) 
et grimper en treilles, en guirlandes . . 
.... courant de branche en branche, 
donnent (le viti) une élégance inimagi- 

nable au paysage ces longuea 

rangées d' arbres qui, reliós par leurs 
bras de pampres, ont l'air de se don- 
ner la main et de danser autour des 
champs une farandole immense ... ». 

Auo. Boullier, L'art vénilien. Pa- 
ris, Dentu, 1870, pag. 12: « Dans nos 

sociétés la gravure rem place 

dans les plus beaux livres l'éclat des 

miniature8 Nous ne comprenons 

plus un homme serrò dans un pour- 
point de velours, drapé dans un man- 
teau cou vert de broderies, portant au 
còte, sur des hauts-de-chausses en sa- 
tin, une dague ciselée Nous 

sommes mal préparés à goùter une ar- 
chitecture dont un des mérites princK 
paux est l'harmonie et la dispositìon des 
aurfaees coloróes ». 



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* 

Mantovani, pag. 316: « Sembra 
{spiega la formazione della basilica di 
San Marco) che l'artefice, posto in con- 
spetto della sua città, ne abbia riandata 
la breve e giovine storia, abbia sognato 
gli splendori delle patrie distrutte, gli 
inizi fondati in un labirinto di secche 
e di paludi, in un piano d'alghe verdi, 
e ne abbia visto assorgere gli edifizl, 
partire i primi navigli esitanti, matu- 
rarsi le credenze e compiersi le gesta ; 
sembra ch'egli abbia collocato tutti 
questi fantasmi in faccia all'azzurro del 
suo cielo e del suo mare ; e quando 
quell'arte, quel passato redivivo gli si 
fa aperto in ogni più riposta latebra, 
quando queir idea gli apparve chiara e 
luminosa nella mente, sembra che egli 
l'abbia accarezzata con amore infinito, 
scaldata d'ogni suo entusiasmo, finché 
il fantasma bellissimo si mutò nella 
larva d'un tempio, in cui, come gli ato- 
mi in un raggio di sole, riscintillavano 
tutte le vaghezze del suo paese ». 



Mantovani, pag. 318: « edificio 
{San Marco) fatto dai secoli, tutte le età 
*i lasciarono i loro vestigi, vi stampa- 
rono la loro impronta, vi indussero le 
forme dell'arte loro ...... 

• 

Mantovani, pag. 319 : «... il tem- 
pio incoerente {sempre San Marco) dove 
il pagano troverebbe l'ara di Nettuno 
coi delfini, i tridenti, e le conche mari- 
ne; dove ii mussulmano potrebbe cre- 
dersi nel mirah della sua moschea, ve- 
dendo le leggende e i versetti correre 
?ia per le volte ; dove il cristiano greco 
scorgerebbe la sua Panagia coronata 
come un' imperatrice di Costantinopoli, 
il Cristo barbaro dal monogramma in- 
trecciato, i santi spettrali del suo ca- 
lendario j dove il cattolico sente spi- 



195 

G. Guerzoni, San Marco nelV arte e 
nella storia. Padova, Sacchetto, 1878. 
Ripubblicato in Lettere ed armi. Milano, 
Brigola, 1883, voi. I,p. 205-206: « Così 
fece l'architetto o la famiglia d'archi- 
tetti che edificò San Marco. Si pose in 
cospetto di Venezia, ne interrogò la 
storia, ne ripercorse le età (quanto alle 
« patrie distrutte » v. Guerzoni stesso, 
pag. 183) la risuscitò celtica e romana, 
la contemplò itala e bizantina, la rivide 
mercantessa e guerriera, l'ammirò na* 
vigatrice e credente, la ricostrusse sulle 
fondamenta fantastiche de' suoi scogli 
e delle sue alghe, la collocò nel fondo 
ceruleo e radioso del suo cielo e del suo 
mare; e quando tutta la realtà da lui 
evocata non ebbe più segreti, penetrò 
fin dentro le sue viscere a cercarne 
l'idea archetipa, l'afferrò, la* chiuse nel 
proprio petto, la scaldò del proprio cuo- 
re, la carezzò con tutti i vezzi della sua 
fantasia, finché un giorno il caro fan- 
tasma s'agitò vivo ed inquieto nella sua 
mente, si vestì di forme corporee e sen- 
sibili, si trasformò in un tempio in cui 
scintillavano come in un raggio di sole 
tutti i mille atomi dorati della città on- 
de nasceva, e risplendette San Marco U 

Guerzoni, pag. 182: « Edificio for* 
mato dai secoli come le montagne, tutte 
le età vi lasciarono i detriti della loro 
arte, il deposito della loro civiltà, il 
suggello del lor^ pensiero ». 

Th. Gautier, pag. 87: « Ce tempie 
incohérent, où le paì'en retrouverait 
l'autel de Neptune avec ses dauphins, 
ses tridents, ses conques marines .... 
où le mahométan pourrait se croire 
dans le mirah de sa mosquée, en voyant 
les légendes circuler aux parois des 

voùtes où le chrótien grec ren- 

contrerait sa Panagia couronnée corn- 
ine une impératrice de Constantinople, 
son Christ barbare au monogramme 
entrelacé, les saints spóciaux de son 
calendrier .... où le catholique sent 



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rare la fede ardente dell'età mezzana 
...... 

Mantovani, pag. 320: « La tradi- 
zione dà origine al simbolo sotto al 
quale si asconde; i simboli si incrocia- 
no, si moltiplicano, si confondono ; e 
l'architettura che ne è la prima ima- 
gine tangibile ferma e suggella nel 
sasso un intero cosmo di concepimenti 
successivi ». 



Mantovani, pag. 321 : « Ma vengo- 
no 1* Crociate, moto popolare che reca 
lo scotimento dell'autorità, lo smem- 
bramento deM' unità, la prevalenza del 
feudalismo su la teocrazia : la catte- 
drale si sottrae al sacerdote e si dà al- 
l' artista, appartiene ormai non più alla 

religione dominante, a Roma* ma 

all'imaginazione, alla poesia libera, al 
popolo ». 

Mantovani, pag. 322: « In tanta 
profusione (dì figure) non si guardano 
le forme grette e meccaniche, non si ve- 
dono che come teste nella folla ». 

Mantovani, pag. 322: «L'opera ie- 
ratica e rigida entra come un' anima 
nell'opera calda ed inspirata ». 

Mantovani, pag. 328-329: « I mb- 
saici delle pareti, distribuiti nell'ordine 
simbolico tanto caro alle età di mezzo, 
rappresentano ciò che doveva ritenere 
la memoria del popolo ignaro ma in- 
telligente, tracciano i dogmi, le massi- 
me, le speranze, di cui i preti gli parla- 
vano dai pulpiti alti, la storia del Dio 
ch'egli adorava, la leggenda dei santi 
prediletti I mosaici, tenendo luo- 
go di libri e di sermoni, avevano per la 
folla devota il solo linguaggio intelli- 



vivrc .... le christianisme mystérieux 
et profond des àges de croyance . . . ». 

Victor Hugo, Notre-Dame de Pa- 
ris Paris, Hachette, 1871 , tome pre- 
mier, pag. 257 : <* Les traditions avaient 
enfantó des symboles, sous lesquels el- 
les disparaissaient .... ; tous ces sym- 
boles .... allaient croissant, se multi- 
pliant, se croisant, se compliquant .... 
Le symbole avait besoin de s'épanouir 
dans l'édifice. L'architecture alors se 
développa avec la pensée humaine ...» 
— e ventidue linee prima: « On scella 
chaque tradition sous un monument ». 

Victor Hugo, pag. 260-261 : « Mais 
les croisades arrivent. C'est uu grand 

mouvemeut populaire L'auto- 

ritó s'óbranle, l'unité se bifurque. La 
féodalité demando à parta ger avec la 

thóocratie La cathédrale .... 

óchappe au prétre et tombe au pouvoir 

de l'artiste Le livre arebitectu- 

ral n'appartient plusau sacerdoce, à la 
religiou, à Rome; il est à l'imagina- 
tion, à la poésie, au peuple ». 

Taine, pag. 278: « . . . . dans cette 
profusion, on cesse de remarquer les 
formes amaigries ou mócaniques. On 
ne les voit que comme des tétes dans 
une fonie ». 

Taink, pag. 278: « L'oeuvre hiéra- 
tique-et piate entre comme un fraginent 
dans l'oeuvre inspiróe et sincère ». 

Aug. Eoullier, V art vénitìen, p. 
17: « Les mosai'ques des parois retra- 
cent en traits splendides que retenait la 
mómoire du peuple, et distribués dans 
cet ordre symbolique qui avait dans le 

moyen àge tant de charmes , les 

do^mes, les maximes, les espérances 
dont lui parlait le prétre au pied dos 
autels, l'histoire du Dieu qu'il adorait, 

la légende des saints préférós 

En 1' absence de livrea, elles tenaient 
alors à la foule ignorante le seul lan- 



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glbile a prima giunta e nel tem- 

po medesimo formavano la migliore de- 
corazione del tempio. Giacché se il go- 
tico, nella severa sua nudità, può ba- 
stare a se stesso per la grandiosità delle 
proporzioni e la snellezza delle sagome, 
lo stile bizantino ha bisogno di rischia- 
rare col raggio dell'oro e dei colori le 
Tolte? uu po' schiacciate e i piloni pe- 
, santi ». 

Mantovani, pag. 329-330 : « Due 
colori formano la nota tematica: quello 
del marmo rossastro venato che riluce 
su le colonne o tappezza i muri, e quel- 
lo dell' oro che incrosta le vòlte e smi- 
nuzza osrni getto luminoso con le sue 
innumerevoli scaglie. Rosso e oro nel- 
l'ombra, fusi e abbrunati dal tempo; 
non si imagina un tono simile, non si 
derive la potenza della luce imprigio- 
nata e sparpagliata nell'ombra •>. 



Mantovani, pag 330: « 

ffoaidano solitari (t santi effigiati nei 
mosaici di S Marco) vagano a coppie, 
s'aggruppano a schiere, s'accumulano 
in legioni ». 

Mantovani, pag. 331 : « il Reden- 
tore troneggia in un firmamento 

infantile, nella immobile rigidità del 
suo tipo ortodosso. Esso ha rughe piene 
d'eternità; Shiva, il Dio della distru- 
zione, non è più tetro e solenne nella 
pagoda d' Ellora. Le teste smunte vi pe- 
netrano senza guardarvi. I secoli rin- 
culino in queste prospettive infinita ». 



197 

gage qui fùt à sa portóe. En méme 
temps qu'un enseignement quotidien, 
elles étaient la dócoration la mieux ap- 
propriée à V architecture de 1' église. 
Car si le gothique, dans sa nudité só- 
vère, peut se suffire à lui-méme en lais- 
sant parler toute seule la grandeur de 
ses proportions, le style byzantin a be- 
soin d' éVlairer du rayonnement des. 
couleurs ses voùtes un peu ócrasées, 
ses piliers un peu lourds ». 

Taine, pag. 275: « Deux couleurs 

le revétent : l'une, celle 

du marbré veinó rougeàtre qui luit aux 
fùts des colonnes, lanibrisse les murail- 

les ; l'autre, celle de l'or qui ta- 

pisse les coupoles, incruste les mosalV 
ques, et par ses millions d'écailles ac- 
croche la lumière. Rouge sur or et dans 

l'ombre Le temps l' a foncé et 

fondu on n' imagine pas un pa- 

reil ton » — e nella pagina appresso: 
« on ne-peut exprimer cette puissance 
de la lumière emprisonnóe et óparpil- 
pillée dans l' ombre ». 

Guebzoni, pag. 177-178: «... s'a- 
dunano in famiglie, s'aggruppano a 
legioni, si sperdono a coppie, s'appar- 
tano solitarie ». 



Guebzoni, pag. 189 : « troneggia 
tra le stelle d'un firmamento infantile, 
nell'immota secchezza del suo tipo o- 
rientale, il Redentore ....».— Gau- 

tier, pag. 106 : « des rides plei- 

nes d'éternitó sillonnent son front .... 
Shiva, le dieu de la destruction, n'au- 
rait pas une face plus monacante et plus 
sombre dans la pagode souterraine d'El- 
lora ». — Gautier, pag. 104: <• ses 
grands yeux . . . . (aV una madonna bi- 
zantina) vous pónòtrent sans vous re- 
garder » -— Gautier, pag. Ili : <* Les 
siècles se reculent dans des perspectives 
infinies ». 



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198 

Mantovani, pag. 391-332 1 «... un 
Innominato artefice del Duecento pro- 
fuse le umili gemme della sua mosaica 
bambina ». 



Mantovani, pag. 333: « L'artista 
del medio evo non concepisce la perfe- 
zione dell'eroe, del Dio, dell'uomo che 
basta a sè stesso, egli vede le genti, le 
squadre, le tribù, egli ha il senso col- 
lettivo dei molti e lo esprime in forma 
collettiva ». 

Mantovani, p. 336-338: « La linea 
(nella pittura antica) domina sul rilievo 
e sul colore, ha la più grande e la più 
nobile parte della imitazione, esprime 
quasi sola il carattere delle figure, il 
pensiero nei volti, e tutte le sensazioni 
per esprimere le quali noi usiamo pre- 
cipuamente del rilievo e del colore. La 
linea è l'elemento perfetto, e le doti 
per le quali essa risalta sono proprio 
quelle che noi stessi cerchiamo nel di- 
segno puro e che ben di rado riusciamo 
ad ottenere. 11 rilievo ed il colore, in 
tutto subordinati, servono a far meglio 
valere la linea e a questo limite si ar- 
restano ». 



« Così il rilievo, limitato a far spic- 
care le principali sporgenze, a com- 
piere l'energica rappresentazione delle 
forme, non esprime tutto il modellato, 
come dire l'esatta misura relativa della 
luce e # dell'ombra, non cerca l'effetto, 
come dire la combinazione di luci e* 
d'ombre piacevoli all'occhio, trascura 
gli espedienti e le bellezze del chiaro- 
scuro, neglige il molle digradare delle 
mezze tinte, pel quale la forma appare 
in tutta la sua verità 



G. Guerzoni, jteg. 100 : «... uno 
del cento innominati artefici del XII se- 
colo sforzarsi a profondere .... tutte le 
pallide gemme della sua mosaica bam- 
bina ». 

Taine, pag. 277 : « L' artiste du 
moyen àge .... ne comprend paa .... 
la perfection de la personne isolée, du 
dieu, du hóros qui se suffit à lui-móme ; 

ce qu' il apercpit c'est le peuple, 

la multitude humaine .... » 



R. Topffer: Réflexions et menus 
propos, ou Essai sur le beau dans *es Arts, 
Paris, Hnchette, 1872, pag. 84-85: «.... % . 
c'est le trait qui domine dans ces ouvra- 
ges, par dessus le relief, par dessus la 
couleur. Il est chargó de la plus grande 
partdans l'imita tion, et de la plus noble. 
Presque seul il exprime le ca radere dans 
les figures, la pensée dans les visages 

et toutes les nuances pour lesquel- 

.les nous recourons en égale part au re- 
lief et à la couleur. Ce moyen d'imita- 

tion est porté à un haut point de 

perfection ; et les qualités par lesquel- 
les il se distingue sont bien celles que 
nous recherchons nous-mémes dans 
cette partie de l'art, celles méme que 

nous atteignons rarement 

Le relief et la couleur, entièrement su- 
bordonnés au trait, ne sont en quelque 
sort destinés qu'à le faire bien valoir; 
ils s'arrótent dans cette limite ». 

Ainsi le relief, borné à ce qui fait 
saisir les saillies principales, a ce qui 
complète l'énergique représentation des 
formes, ne va pas jusqu'à exprimer dans 
sa perfection le modelé, c'est-à-dire l'e- 
xacte niesure relative des lumières et 

des ombres il cherche l'expres- 

sion, mais point l'eflet, c'est-à-dire une 
combinaison de lumières et d' ombres 
qui soit agréable à l'oeil; il néglige les 
ressources et les beautés propres au 
clair-obscur cette dégradatiou 



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199 



«Cosi il colore si limita ad una certa 
verità di convenzione, poco al di là delle 
tinte uniformi. Il fondo unito ed eguale 
serve a contornar le figure e ad accen- 
tuarne i profili, la carne non ha sfuma- 
ture locali e individuali, il puro vermi- 
glio segna le labbra e il nero le ciglia, 
una stoffa verde è verde per tutto, senza 
tener conto dei mille accidenti che, al- 
l' occhio, modificano la superficie colo- 
rata e che il pittore moderno, deve sa- 
per bene ritrarre, sotto pena di non do- 
ver più chiamarsi pittore ». 



« Ora, ò la linea che risponde me- 
glio air osservazione intuitiva, che par' 
la più pronta all'intelletto, che dinota 
più chiaro il carattere degli oggetti ; 
onde è il mezzo imitativo per eccellenza 
in nna pittura fatta pel pubblico. Prova 
ne sia, che ogni raffinatezza di esecu- 
zione insensibile a la folla appare a mi- 
sura che T arte si va sottraendo al suo 
ufficio pubblico e decorativo, giacché 
gli effetti del modellato e del colorito 
richiedono doti di osservazione e di cul- 
tura per essere apprezzati e compresi ; 
là dove tutto ciò che spetta alla linea, 
che esprime subito l'idea, che dà il ca- 
rattere, è tosto percepito dalla moltitu- 
dine e ha solo potenza di attirarne gli 
sguardi e l'attenzione ». 



dólieate dea demi-teintes, au moyen de 
laquelle on rend chaque forme dans 
toute sa verità ». 

TOpffeb, pag. 86 : - Elle (la couleur) 
se borne à une certame vérité de con- 
vention, peu au-dessus de celle que peu- 

yent avoir des teintes platee 

le fond, d'une couleur unie, .... n' a 
d'autre emploi que de cerner les fìgu- 
res, de mieux fai re sentir aux yeux la 

limite du trait La chair est . . 

.... sans nuances variées, locales, in- 
dividuelles. Le pur vermillon marque 
la forme des lèvres; le noir, celle des 
sourcils. Une étoffe verte est verte par- 
tout, sans tenir compte des mille acci- 
dente qui, à l'oeil, modiflent cette cou- 
leur et que le peintre de nos 

jours doit rendre sous peine de passer 
pour complètement inhabile dans son 
art # ». 

TOpffer, pag. 88 : « le trait 

est ce qui répond le mieux à notre ma- 
nière intuitive d'observer, ce qui parie 
le plus promptement à notre intelligen- 
ce, ce qui marque de la facon la 

plus claire, le caractère et l'expression 

des objets ; ne devait-il pas ótre 

le moyen d'imitation par excellence 
d' une peinture faite pour parler aux 

hommes de la place publique ? 

N'est-ce pas à mesure que l'art a cessé 

d'ótre public qu'il s'est jeté 

dans des perfectionnements d'exócu- 
tion auxquels la fonie est insensible.? 
N'est-ce pas dès lors qu'il a recherchó 
les effets du modelé, les finesses du co- 
loris, parce que ces qualités, pour étre 
comprises, appréciées, demandent de 
T observation, de la culture? .... tan- 
dis que partout ce qui tient au trait, ce 
4ui exprime la pensée, ce qui donne le 
caractère et l'expression, frappe la mul- 
titude, et a seul la puissance d'attirer 
ses regards et de captiver son atten- 
tion ». 



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200 

Mantovani, pag. 340 : « onde le fi- 
gure (bizantine) sembrano più 
presto il geroglifico d'un dogma che 
la tentata riproduzione della natura ». 

Mantovani, pag. 346: «bagliori 

fulvi scaturiscono dai fondi d'oro i 

contorni delle figure tremano su le pa- 
reti scintillanti, ondeggiano le pieghe 
stanche delle dalmatiche, una vita mi- 
steriosa 8' insinua nelle effigie immote, 

gli occhi accennano le braccia dal 

gesto egizio s' agitano » 



Mantovani, pag. 349-350: « In ve- 
rità, se Venezia acquistò nel Duecento 
e nel Trecento molte forme artistiche 
del medio evo italiano, non ne intuì nò 
condivise mai lo spirito; allora come 
sempre essa fu singolare, non fu mona- 
stica, non fu allucinata, non fu peni- 
tente. Essa non ebbe mal feudalismo nò 
teocrazia nò terrori ascetici ». 



T. Gautier, pag. 101 : « Le desain 
semole plutót l'hióroglyphe d'un my- 
stère que la reproduction de la nature». 

Gautier, pag. 110: « De fauves 
éclairsjaillissentbrusquementdesfonds 
d'or . . . Les contours des flgures trem- 
blent dans ce réseau scintillant . . . Les 
plis roides des dalmatiques semblent 
8' assouplir et flotter: une vie mysté- 
rieuse se glisse dans ces immobiles per- 

sonnages les yeux fixes remuent, 

les bras au geste egyptien s' agitent . . » 

Boullier, pag. 64-65: « Venise . . . 
.... ne procède que d'elle-méme. Le 
moyen àge avec les caractòres quMl a 
dans le reste de V Europe, lui reste 
étranger. L' austerità monacale, Tascé- 
tisme, le mysticisme, la féodalité lui 
sont inconnus ». * 



Mantovani, pag. 370 :«.... nel- 
l'arca santa della patria [la chiesa di 
San Marco) accumulavano quanto di 
più ricco ed insigne possedevano le loro 
navi ; ad essa le valve bron- 
zee di Santa Sofia, i pilastri di Tiro e di 
Rodi, le sculture dell'Attica e dell' Ar- 

golide ad essa i gioielli d'ogni 

epoca e i capolavori d'ogni terra, fino 
ai cavalli di Nerone ». 



Gubrzoni, pag. 200: « in qual luo- 
go più sacro potranno essere deposte le 

più ricche prede della guerra se 

non nell'arca santa della patria? 

A lei i marmi più squisiti di Tessaglia 
e d' Acaja, le colonne più rare d' Ales- 
sandria e di Tiro, i capitelli più mira- 
bili di Jonia e di Corinto; a lei le valve 
cesellate di Santa Sofia, le gemme più 
antiche ; a lei persino quei quat- 
tro cavalli dell' Ippodromo costantino- 
politano » 



E tralascio la moltitudine delle frasi, delle immagini, delle 
comparazioni, o levate di peso o calcate su questo e queir autore, 
come : « V arte dev' essere una carezza alla vita » (Panzacchi) — 
« opulenza calma e ridente del genio » (Taine) — « t paesi del 
sole », ripetuto non so quante volte (Gautier) — la Basilica di 
San Marco paragonata dove a una « caverna d' oro » (Gautier) 
dove a un « gigantesco messale d' architettura » (Ruskin) — « il 
campanile di San Marco solitario e diritto come albero in nave» 
(Taine) — « ipopoli dell'occidente si muovono sempre, o avanti 



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201 

0 indietro, e cangiano d* aspetto e di pensieri in non lungo vol- 
gere d'anni e con assidua vicenda (Tòpffer) — « il popolo .... 

rispetta la scaturigine viva del bello che esso porta in sè » 

(Taine) — « noi moderni che vincemmo la religione con la na- 
tura e V illusione poetica con la verità scientifica » (Trezz a) — 
e via e via dicendo, chè T enumerazione sarebbe troppo lunga e 
tediosa. 

Qualche volta, però, il signor Mantovani è assalito dagli scru- 
poli; non ch'egli rinunzi ad appropriarsi la roba d'altri — pare co- 
desta una disposizione organica del suo individuo — ma gli pia- 
cerebbe farlo più prudentemente, più delicatamente, quasi con 
un'ombra di legalità; e vi s'ingegna, a dir vero, con molto onesti 
e timorati artifizi. 

A pag. 334, per esempio, egli scrive: « Credo che primo il 
Tòpffer — Essai sur le beau dans les arts — abbia saputo ve- 
dere per quali caratteri la pittura antica, venuta d f Oriente, si 
allontani dalla moderna, indigena d 9 Occidente, così di costi- 
tuire a dirittura uri arte nuova e diversa ; e per quali altri ca- 
ratteri, superficiali del resto e punto astratti, sì V una come 

1 altra abbia nome di pittura >. 

« Credo che primo il Tòpffer . . », e messa così in 

pace la sua coscienza, il nostro critico alleggerisce di qualche pa- 
gina il troppo fitto volume dell' arguto pittore ginevrino : senza 
più citarlo, s' intende. 

Mantovani, pag. 334-336: « Anzi Tòpffer, pag. .70: <» La première 

tutto non va dimenticato che l'arte, chose à observer e' est que l'art, 

presso gli antichi, vive aderente alle chez les anciens, vit greffó sur les in- 

istituzioni e non se ne separa che per stitutions publiques, et ne s'en 

snaturarsi e decadere. Essa vive nei séparé que pour se dónaturer et dóchoir. 

teatri, nei templi, ne'palazzi pubblici, Il travaille pour les théàtres, pour les 

parlando a la folla, non, come a* tempi temples, pour les places publiques; il 

nostri, servendo al capriccio dell'ama- s'adresse à la foule On ne le 

tore, seguendo mille vie diverse, rifu- voit point, comme de nos jours, 

giandosi per vivere nella varietà dei servir les caprices de l'amateur 

soggetti e nella perfezione esecutiva, suivre mille routes diverses se 

Essa è religiosa, monumentale, decora- rófugier pour vivre dans la variété dea 

tiva, e, dovendo parlare a tutti, si man- sujets et dans le perfectionnement de 

tiene ferma in un carattere di sempli- l'exéeution Voici déjà 

cita, in cui le riposte squisitezze di fat- une peinture publique, religieuse, mo- 

tura,cos\ pregiate da noi, divengono in numentale ; une peinture dans laquelle 

qualche modo meriti oziosi e secondari, le dóeor entre pour élément; une pein- 

Legata al culto, alle feste, ai monu- ture qui, s'adressant aux massqs, doit 



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202 



menti, attinge vitalità nelle leggende, offrir un caractère de simplicité à la 
nei miti, nelle tradizioni, ed ò perciò es- portóe de la foule, et où les perfection- 
senzialmente pittura di figure. Le quali, nements et les fineases de rezócution, 
oltre alla fi bonomia che l'artista diede si prisées par nous, deviennenten quel- 
loro secondo i suoi modelli, la sua ma- que sorte des mérites oiseux et secon- 

niera o la sua fantasia, hanno per lo più daires Liée au eulte, auz fé* 

un che di simbolico e una certa somma tes, aux monumenta, elle puisait dans 
di attributi convenzionali: ciascuna di les traditions nationales, dans la my- 

esse si riconosce nelle varie composi- tbologie, dans les lógendes; une 

zioni, a uno stile particolare che im- pareille peinture doit traiter 

presso nelle sue forme, nel suo viso, nel les sujets de figures •>. — Pag. lì : « . . . 
suo atteggiarsi, la discosta dalle altre, à còté de la physionomie que Partiste a 
In una parola sono tipi più presto che donnóe à chacune de ses figures, selon 
individui. A punto come nella moderna que le guidait son imagination, son 
arte sacra, in cui i santi e le divinità modèle où sa manière propre, on y re- 
assumono certe caratteristiche indi pen- trouve v communément quelque chose 
denti dalla fantasia del pittore che le de symbolique, certains caractèree de 
creò. A punto come nell'arte egiziana, convention, certains traits attributifs ». 
madre di tutte le arti antiche, ove do- — Pag 72: «... . chacune de ces flgu- 
mina la tendenza di ridurre le figure res se reconnatt dans les compositions 
rappresentabili a tipi invariati di re, di diverses à un style particulier, qui, ré- 
sacerdc^i, di deità, di schiavi, aventi pandu dans ses formes, dans sa taille, 
ognuno il carattere della specie, non sur son visage, la fait reconnaltre entre 
mai quello della persona. Mille guer- lesautres; en un mot, elles sont des ty- 
rieri sono effigiati in mille scene diverse, pes, plutót que des individualités. Nous 
ma sono sempre lo stesso guerriero (1). retrouvons quelque chose de ceci dans 
la sua casta è espressa con abiti, colori la peinture sacrée des modernes. Les 

ed attributi speciali, e nessun segno figures des divers saints, sont 

proprio vale a distinguere V individuo aussi des types, c'està dire des figures 

da' suoi 8im ili ». où un caractère de convention 

s'allie sans cesse au caractère indivi- 
duel que l'artiste leur a don né ». — 
Pag. 73 : « Dans tous ces morceaux (del- 
la pittura egiziana) un' trait saillant 
domine; c'est cette méme disposition à 
rédnire les figures à des types géné- 
raux, divinitós, héros, guerriere, pré- 
tres, esclaves ils ont le carac- 
tère de l'espèce, aucunement celui de 
l'individu. Mille esclaves sont repré- 
se ntés dans mille scènes dtférentet, c'est 
tpujours le mime esclave; sa caste est 
exprimée par ses attributs, sa couleur, 
son costume, toujours les mémes, et au- 
cun signe particulier n'ajoute à ces si- 
gnes caraetóristiques de l'espèce, ceux 
qui caraetóriseraient V individu ». 

(1) 1 « mille schiavi » del Tópffer diventano nel Mantovani « mille guerrieri » ; non ai può 
negare che il critico sappia mantenersi originale, anche imitando. 



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« In tali condizioni, Parte è solo una 
ruota di queir immensa macchina po- 
litica e religiosa che con moti sempre 
uniformi regolava il destino della pa- 
tria: macchina di cui tutte le frazioni 
della società formavano i necessari ad- 
dentellati, e che riproduceva ad ogni 
anno o ad ogni centuria gli stessi la- 
vori, gli stessi portati, le medesime vi- 
cissitudini. Di qui T assenza di liberi 
impulsi nell'arte asservita alle più se- 
vere condizioni di durata e di unifor- 
mità: il suo concorrere ad ogni contin- 
genza della vita religiosa e civile, in li- 
miti preordinati : la sua natura simbo- 
lica e rituale in cui dilegua ogni ori- 
ginalità dell' artista, per il ripetersi co- 
stante de 1 medesimi segni applicati ai 
medesimi obbietti. La qual cosa avvici- 
na l'arte alla scrittura geroglifica e ri- 
sponde ai principi ch'erano base del- 
l'ordine sociale, e ai fatti che ne conse- 
guivano. Quei principi, sostituendo le 
inegualità ereditarie alle inegualità in- 
dividuali, tendono costantemente ad as- 
similare* fra loro gli individui di cia- 
scuna casta. Ne viene che due servi 
hauno più linee comuni spettanti alla 
loro classe, che linee distintive spettanti 
al loro individuo, e sono le prime che 
l'arte imita e fa sue negli inizi ». 



203 

Pag. 74: « l'art ne fut chea 

lui (il popolo egiziano) qu'une pièoe 
de cette immense machine politlque et 
religieuse où, par un mouvement tou- 
jours égal et semblable, s* ólaboraient 
scs destinées ; machine dont toutes les 

fractions de la sociótó fornfaient 

les rouages nócessaires, et qui ... . ra- 
menait à chaque annóe, £ chaque siè- 
cle, les mémes travaux, les mómes biens, 
les mémes vicissitudes. De là cette ab- 
sence d' essor et de Hberió dans un art 
asservì . . . aux plus sóvères conditions 
de durée et d' uniformitó : de là son con* 
cours à toutes les circonstances de la 
vie religieuse et civile, dans les limites 
prévues et réglées ; de là son caractère 

symbolique, rituel, où s'efface 

le cachet de l'artiste à cause 

de la rópótition constante des mémes si- 
gnes, appliqués aux mémes objets, et 
qui, en Egypte, rapproche l'art ... de 

1' écriture hióroglyphique 

C'est qu'au fond il correspond parfai- 
tement aux principes .... qui forment 
la base d' un pareil ordre social, et aux 
faits qui en sont Tinévitable consó- 
quence». — Pag. 75: «Ces principes, en 
substituant des inégalités hóréditaires 
de c&stes aux inégalités individuelles, 

tendent constamment à assimiler 

entreeux les individus de chaque classe. 
Il en resulto que deux parias ont entro 
eux plus de traits communs apparte- 
nantà leur classe qu'ils n'en ont de 
distinctifs appartenant à leurs indivi- 
dus; et ce sont les premiere dont l'art, 
surtout dans l' enfance, s'empare pour 
l'imitation ». 



Senonchè, dopo tre pagine di- appropriazioni indebite, 

il dubbio d' aver trascurato gli opportuni accorgimenti torna ad 
assalire il signor Mantovani : il quale, per rimuovere ogni sospetto, 
per sviare ogni ricerca sulla provenienza della merce, s' affretta a 
concludere: «oggi V arte segna il carattere individuale copie sua 
meta e trionfo, e vuol rendere in ciascuno de' suoi personaggi 
un uomo, con tulle le qualità soggettive che lo differenziano da 



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204 

suoi simili, con le sue altitudini, col suo pensiero, col suo pro- 
prio modo di sentire ». — Così conclude; e vi rimanda, con una 
noticina in calce, all' Hegel, Aesthetik, ll ter Theil. 

Naturale : davanti a un frontispizio tedesco il buon lettore 
stupisce e non fiata ; ma il maligno lettore che s'avvisasse in quella- 
vece di riscontrare nell' Estetici, hegeliana il passo testé riferito, 
avrebbe un beir affaccendarvisi, e s' accorgerebbe in fine che il si- 
gnor Mantovani, anche citando Guglielmo Federico Hegel, non ha 
fatto che copiare Rodolfo Tòpffer: « Aujourd' hui nos arls d' imi- 

tation recherchent le caraclère indioiduel; c est le 

but de V artiste et le triomphe qu il veut obtenir il cher- 

che avant toni à rendre dans chacun de ses pcrsonnages un 
certain hommc, aoec Ics modificaHons particulières qu ont pu 

apporter à sa physionomie à ses gestcs, à son aititude, 

Véducation qui lui a óió propre, Ics moeurs qui soni Ics siennes, 
Ics habitudes au milieu desquelles il vii; le cornile de son art 
est de ììous faire saisir forte meni ce qui distingue cet individu 
. ... de tous ceux qui soni de la me me condilion » (pag. 75). 

Un po' più indietro (Lagune, pag. 325) si legge: 

« E fu detto die tale architettura (di San Marco) non lux ca- 
rattere ascetico » — e in calce: Boullier, L' art vénitien. 

Ma al signor Mantovani codesta non pire seria e meditata 
sentenza ; e imprende a confutarla. Ciò, dopo quel monco richia- 
mo al Boullier, fa necessariamente supporre che la non seria ne 
meditala sentenza appartenga al critico francese e la confutazione 
al Nostro. Ebbene, ecco qua un'altra piccola delusione: 

Mantovani, pag. 325, 326, 327 : Aug. Boullier, pag. 13, 14: « De- 

«Dii che le religioni positivo smarrirono puis que les religions prócises ont moins 

il loro tenace dominio salii uomini e d'empire sur les hommes et ont éte 

diedero luogo a un senso vago del so- plus ou moins remplai-ees par une reli- 

vrannaturale e del divino, si attribuì- giositó vague, on attribue volontiers 

scono volentieri a certe costruzioni doti aux édifices, un caractòre religieux 

religiosi che non esistono più negli aui- qu' on ne trouve plus dans les àmes, et 

mi Così nacque la moda di la mode est venue de prétendre que le 

considerare lo stile gotico come a*rte gothique est l'art chrétien par exeel- 

per eccellenza cristiana E pure lence. Le gothique ne représente pour- 



non rappresenta che un lato solo tant qu'une époque et un des cótés du 

del cristianesimo, vale a dire il christianisme, le christianisme sombre, 

lato doloroso, mistico, esaltato, quale mystique, exalté du moyen àge et des 

fu intuito dalle razze germaniche. Di germains. 11 n'a existé, comme art vi- 

più, esso dod esistè vitalmente che po- vant, que pendant trois siècles ...... 

che centurie e le imitazioni successive Car les pàles copies qu'on en essaye 



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non apparteng ;.;o all'arte, ma sono un 
fittizio richiamo a vita fittizia, in cui si 
manifestano V impotenza di creare, i 

difetti comuni a tutte le copie 

Per verità, nella sua intima essenza, il 
gotico non è più religioso dell'altre ar- 
chitetture mezzane. Al tempo della sua 
schietta fioritura, esso fu usato egual- 
mente per ogni maniera di costruzioni, 
nei ferrei castelli come nelle povere 
case, nelle fortezze di guerra come nelle 

chiese di pace Se ne fece il 

tipo dell'arte cristiana quando l'inge- 
nuità e* integrità della fede disparvero, 
quando si cercò e si trovò nelle chiese 
altra cosa che Dio. Fu il Montaigne, il 
gajo e profondo scettico, che segnalò 
pel primo, la impressione suscitata da 
la fosoa vastità delle cattedrali nordi- 
che ... . Alcune .... [manifestazioni 
bW arte) si acconciano senza dubbio 
meglio a questo che a quel modo di 
sentire; ma e l'arte e un certo ordine 
di sensazioni interne essendo varia- 
mente comprese dai vari popoli, non è 
maraviglia che le forme cangino alla 
lor volta Nessun popolo cri- 
stiano intese il cristianesimo allo stesso 

modo d'un altro: Ciascuno 

ebbe una forma architettonica consona 
alia propria guisa d'intendimento ». 



205 

aujourd' hui ne sont pas de l'art. Elles 
ne sont qu'une rósurrection factice où 

so manifeste V impuissance 

creatrice Le gotbique n'est 

pas, par essence, plus religieux que le 
bvzantin, le roman ou le elassique. A 
l'époqueoù il a fleuri, il a été employó 
indifferemment, dar.s toute espèce de 
constructions, les chàteaux forts, les 
palais, les maisons, les hòtels de ville 
aussi bien que les óglises. On n'a songó 
à en faire le type de l'art chrótien que 
lorsque la nai'vetó de la foi a disparu, 
et qu'on a vu dans les temples autre 
chose que Dieu. N'est-ce pas Montai- 
gne, ce sceptique charmant, qui le pre- 
mier a signalé l'impression qui se de- 
gagé de la « vastité sombre de nos ca- 

thédrales? > Ce n'est point 

à dire, que certaines formes de l'art ne 
s'harmonisent pas mieux avoc tels ou 
tels sentiments. Mais les sontiments 
qu'a fait naitre le christianisme ont 
variò suivant les pays et les races. Le 
christianisme n'a jamais été compris 
de méme, surtout chez le peuple .... 
.... Quoi d'ótonnant que les édifices 
qui lui ont été consacrés, aient été in- 
spirés par un goùt diflerent, chez ces 
nations diverses? ». 



Sono pochi saggi, ripeto ; ma da questi pochi — raccolti du- 
rante una prima lettura, da chi non s' è mai occupato in partico- 
lare di tali studi — è lecito, panni, arguire il meraviglioso lavoro 
d'intarsio di tutto il volume. E taccio — o, parlerò, se occorra, 
un'altra volta — delle parafrasi, delle compilazioni, delle remi- 
niscenze. 

Strano! — il signor Mantovani, cosi fedele nel trascrivere 
quando non cita o cita a mezzo, è altrettanto infedele quando cita 
di proposito. 

Pag. 25: « Ne andarono pazzi (delle donne veneziane) tulli 
i visitatori stranieri, che la poesia di Venezia conobbero per 
lungo e intelligente soggiorno. Fatevi narrare da Alfred de 
Musset i tranquilli amori di San Biagio e della Giudecca ...... 

Il critico allude alla nota canzonetta del Musset: A Saint-Blaise, 



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200 

à la Zuecca. Badi però: questa non si riferisce punto, com'egli 
mostra di credere, a donne e ad amori veneziani, bensì, ed esclu- 
sivamente, alla Sand. Il critico se ne persuaderà di leggeri, ove 
faccia attenzione alla data della canzonetta : « 3 Février 1834 », 
e la riscontri colle parole di Paolo de Musset: « Vers le milieu 

de février ecc. » (1) ; sopra tutto ove ravvicini il verso 

« Dans les prés fleuris cueillir la verveine » al verso « L as-tu 

vu sur les fleurs des prés » e sgg. d' un'altra notissima 

poesia d' Alfredo, A mon frère revenant d % Italie (2). 

Pag. 86 : « Scrive il Hartmann, il terribile pessimista, che 
V arte deve essere un raggio di sole entro la notte dei contrasti 
e degli affanni, che avvalori tutta quanta la vita dell uomo, e 
n»m più » — « Deve essere »? « Che avvalori tutta quanta la 
vita dell uomo, e non più » ? Ma Edoardo Hartmann non ha mai 
scritto questo, non ha mai proposto air arte un ufficio determi- 
nato, nè quello che vorrebbe assegnarle il signor Mantovani, nè 
altri; egli s'è inteso soltanto di rilevare e analizzare gl'intimi go- 
dimenti che T arte e la scienza in genere (Kunsl und Wissen- 
schaft) recano a chiunque le eserciti con intelletto <T amore (3). 
— Il signor Mantovani svisa il pensiero del filosofo tedesco, per 
la buona ragione che non V ha letto e che ne riferisce le parole di 
seconda mano, a memoria, alterandole. E la sua fonte è lo studio 
del Panzacchi sul Pessimismo (4) ; tanto è vero che il Panzacchi 
conchiude : « Bisogna assolutamente che V arte sia una carezza 
alla vita » — e il signor Mantovani, impcrturbato : « V arte 
dev* essere una carezza alla vita ». 

Pag. 314: La basilica di San Marco è « secondo V espres- 
sione del Ruskin, la cronaca lapidea delle lagune . ... la cro- 
naca prodigiosa fatta d' alabastro anzi che di pergamena, e 
scritta di dentro e di fuori in caratteri d' oro ». — Veramente 
il Ruskin non paragona la basilica veneziana a una « cronaca la- 
pidea » ma a un « vasto messale alluminato, ecc. ecc. » (5) ; pa- 
li) Biographie ch'Alfred de Musset. Paris, Charpentier, 1877, pag. 128. 

(2) Puésies nouvelles. Paris, Charpentier, 1867, pag. 260. 

(3) Filosofia dell' Inconscio, parte III. 

(4) Fanfulla della Domenica, anno II, n. 14 e 17; 4 e 25 Aprile 1880. 

(5} J. Ruskin, The stones of Venice. London, 1853, voi. II, pag. 92. — 
L 1 immagine del libro istoriato (non della cronaca lapidea) che Venezia (non il 
mondo) sfoglia da otto secoli senza stancarsi, è invece del Gautier, op. ci*., 
pag. 109. 



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207 

ragone che il signor Maitovani, come credo cT aver notato, trova 
poi modo d' allogare, in parte, fra i suoi. 

Ma 1* istinto delle vie oblique è in lui così radicato, che do- 
vendo riportare tre linee dal Gautier — dal Gautier che pur egli 
copia tante volte e con tanto garbo — va a pigliartele, già tra- 
dotte, in un Discorso del Molmenti ! (1) 

C è una parte dell' opera del signor Mantovani che .avrebbe 
l'intenzione d'essere la più seria, la più originale, la più critica- 
mente condotta : Musa palustre ; ma, vedi caso ! proprio questa è, 
quanto al contenuto, la più fiacca. L' autore si propone di riassu- 
mere la storia della poesia vernacola veneziana ; ma s' attiene a 
una bibliografia compilata da più di mezzo secolo, nè v' aggiunge 
di suo, manco male che lo confessa, la più lieve ricerca — • co- 
nosce di vista appena le vicende del nostro dialetto — trascura 
quasi affatto le notizie biografiche, anche le più strettamente neces- 
sarie — nel ragionare dei tempi è manchevole, vago, scolorito, fin 
che arriva al secolo decimottavo, di cui sa piuttosto ritrarre dalle 
vecchie sintesi alcuni sparsi lineamenti comuni a tutta Italia, che 
non penetrarne i caratteri, gli aspetti, i contrasti più propri di Ve- 
nezia — ora si perde in analisi prolisse, ora commette dimenti- 
canze inescusabili, ora si contraddice ne' fatti e ne' giudizi, nè gli 
riesce mai di stabilir j on le altre letterature vernacole italiane 
qualcuno di quei luminosi raffronti che pur la materia qua e là ^li 
suggeriva e che ci avrebbero ben fatto intendere il come e il per- 
chè della fortuna tanto minore dei nostri poeti — e quasi da per 
tutto prodiga le inesattezze, le generalità, le ripetizioni, le ampli- 
ficazioni; e tutto, sotto le carezze frasajuole della sua penna, si 
spiana, s' uniforma, si liscia. Sicché della lunga storia ch'egli è ve- 
nuto, a modo suo, riepilogando in duecento e più pagine, non ci 
resta, a lettura finita, un' idea nè più larga, nè più precisa, nè più 
ragionata, di quella che ne avessimo prima. 

E anche qui mi restringo a poche prove soltanto : chè a pas- 
sarle tutte in rassegna, non mi basterebbe 1' intero fascicolo del- 
l' Archivio. 

Neil' esordio (pag. 95) l' autore dichiara, come già accennai, 

(1) Cfr. Lagune, pag. 57. — P. G. Molmenti, Vittore Carpaccio t Discorso. 
Bologna, Zanichelli, 1881, pag. 49. — T. Gautier, op. cit., pag. 229. 



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208 

di servirsi unicamente « della bibliografìa impressa da Bartolo* 
meo Gamba nel MDCCCXXXH, che si trova essere la più com- 
pleta ed esatta » ; e, quasi a giustificarsi, soggiunge : « gli 

altri componimenti che rimangono inediti offrono tutti molto 
minore interesse degli stampati e non possono certo reggere al 
paragone con questi». — Ma, viceversa, io leggo a pag. 177: 
« La stolta verecondia degli amici e degli editori non consenti 
che fossero stampate molte sue cose bellissime (di Angelo Maria 
Barbaro) per la libera franchezza del dire; esse rimangono tut- 
tora inedile, e sarebbero prezioso documento umano e civile » ; 
e a pag. 259 : « rimase inedita la raccolta degli scritti satirici, 
la miglior parte del Buratti, F opera sua più grande ». — Coe- 
renza : sentenzierebbe Gabriele d' Annunzio. 

Dal Lamento della sposa del crociato il signor Mantovani 
salta a occhi chiusi al Lamento di prete Agostino, vale a dire dal 
1277 al 1518; e non un cenno di quella rigogliosa fioritura poe- 
tica franco-veneta, a cui la critica moderna ha assegnato un posto 
e un'azione di tanta rilevanza nello svolgimento dell'epopea ro- 
manzesca in Italia — e non un cenno di quel lungo Sirventese in 
lode di Venezia, che nella sua monotona aridità è pur sempre insi- 
gne documento della potenza politica e della floridezza commer- 
ciale della repubblica, negli ultimi anni del dogado di Tommaso 
Mocenigo (1) — • e non un cenno degli influssi e dei mutamenti su- 
biti dal nostro dialetto in quei due secoli e mezzo, mutamenti che 
provocarono più tardi qualche parziale tentativo di reazione let- 
teraria. 

A pag. 138, il signor Mantovani ci fa sapere che le Desperaie 
di Andrea Calmo (1553) sono stramberie « senza esempio ». — 
E noi, i quali credevamo che stramberie affini, molto affini d'into- 
nazione, sebben diverse di metro, si potessero rinvenire nella poesia 
italiana duecento e più anni prima della nascita del Calmo ! — e 
che al secolo decimoquinto appartenessero certe Disperate di certo 
Serafino Aquilano, sulla cui tomba si potè incidere il distico : 

(1) Coli' appellativo generico di « quartine » è designato nell'edizione in- 
completa del 1839, Per nozze Galvagna-Albrizzi, e nella Haccolta di poesie in 
dialetto veneziano (Venezia, Cecchini, 1845). Ma si tratta proprio d'un sirventese 
a strofe tetrasticho continuate e intrecciate: d'un sirventese, come fu modificato 
nellu disposizione delle rime sul finire del trecento, e coltivato, meglio che da 
ogni altro, dal nostro Leonardo Giustiniani, nella prima metà del quattrocento* 
— T. Casini, Sulle/orme metriche italiane. Firenze, Sansoni, 1884, pag 1 . 00. 



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209 

Carmina plectra sale* risus upefi gaudio cantu* 
Hoc sita sunt tumulo, quo Seraphine jaces, 

e le cui edizioni si moltiplicarono fin oltre la metà del secolo se- 
guente ! (i) 

« U Griffi — trovo a pag. 208 — prende i soggetti dette sue 

favole in parte da uno sfrano mondo cinese, tartaro, o 

persiano, ch % egli si foggia neW imaginazione, a somigHanza di 
quegli strambi affreschi del Tiepolo ne la villa Valmarana, 
dove brulicano figure ornale di cappelli che sembrano pagode 
e di vesti che sembrano paraventi: mondo fantastico e para* 
dossale, pieno di 'minutaglie e di inverosimiglianze, chea lui 
come al Tiepolo, come al Gozzi, servivano per esprimere e dar 

corpo a* cento capricci del cervello ». — Vedi come il 

critico rimpicciolisce i fatti, come riduce a mera fantasia indivi- 
duale ciò che fu tendenza caratteristica d' un solenne momento 
storico ! Quel mondo orientale, cui egli accenna cos'i alla leg- 
gera, fu ben altro e ben più d'una fuggevole capricciosa inven- 
zione del Tiepolo, del Gozzi, del Gritti : fu nel secolo passato 
il tema favorito d'una folla di scrittori (ricordo per tutti e su 
tutti il Voltaire) che si servirono a preferenza di quelle società 
lontane, conosciute a mezzo, tanto diverse e, nel loro passionato 
giudizio, tanto più savie delle nostre, per satireggiare le leggi, 
gli instituti, i costumi della crollante Europa, per incarnarvi i 
nuovi ideali umanitari, per trasportarvi le vagheggiate visioni 
d'un avvenire di pace, di giustizia, di libera operosità. E codesto 
mondo passò allora, con intenzioni filosofiche o meno, dal trattato 
e dal racconto sulla scena: dove tra gli eroi compassati della tra- 
gedia academica e gli eroi piagnucolanti del melodramma e del 
dramma borghese, furono visti comparire, agitarsi, teorizzare sen- 
timentalmente i novissimi eroi cinesi, tartari, persiani: e, aggiun- 
go, americani ed indiani. Informi anche il Metastasio, anche il Gol- 
doni, anche il Chiari. 

Colla medesima larghezza di cultura, il signor Mantovani at- 
tribuisce in proprio alla poesia vernacola del Lamberti (pag. 234) 

(1 DI SEIiAPHlSO ! AQVILANO ! POETA ELEGANTISSIMO | Opere, 
nudamente ricorrette, et \ con diigentia impresse , IN VENEGIA MDXLV11I, 
P&£. 106 e8g£. — <Jfr Mazzccchelm, Scrittori italiani, tomo 1, parte II, pa£. 
904 - A. D'Ancona, Studi di critica e storia letteraria Bologna, Zanichelli, 
pag. 186. 

14 



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210 

queir antitesi fra la natura, madre d'ogni bella e buona cosa, e la 
società, turpe invenzione dell' uomo, che è per contro un vecchio 
motivo idillico di quasi tutta la poesia italiana, divenuto in se- 
guito. — specie per T importazione delle idee del Rousseau, di cui 
certune del Lamberti non sono che un'eco lontana — motivo fi- 
losofico. 

Del resto, quanto perspicue e quanto ferme siano le idee del 
critico circa il secolo decimottavo, apparisce, fra altro, da questi 
due passi, che si leggono nel suo volume a una sola pagina di di- 
stanza. Pag. 201-202: « Le mutate condizioni ciotti hanno 

ormai scissa la fitta compagine acade mica che legava fra loro 
le intelligenze, le, lasciano più libere, offrono loro molteplici m- 

spirazioni, che esse accolgono secondo la propria natura 

È cosi che la oppressa individualità si rianima e si apre una 

via È così che Venezia ebbe i tre migliori poeti del suo 

dialetto: Francesco Gritti f Antonio Lamberti e Pietro Baratti». 
Pag. 203: « Nel resto il G ritti non è originale^ nè V originalità 
era facile od anche possibile al tempo suo » ! 

Di Giorgio Baffo, nato nel 1091, il signor Mantovani tocca, 
non si sa perchè, dopo il Labia, dopo il Barbaro, dopo il Mazzola, 
dopo il Gritti (pag. 280, 281); e soggiunge che con lui e col Nalin 
si chiude la serie dei poeti dialettali veneziani. Nuova cronologia ! 
— E siccome il Gamba afferma che « non v ha scritto di Gior- 
gio Baffo che non sia licenzioso » (1), così egli copia e rincara 
la dose: « non un solo emistichio di lui va immune di una lai- 
dezza ». Eppure lo stesso compilatore della Raccolta del 1815 
non aveva mancato d' avvertire che, se il Gamba si fosse data la 
pena di scorrere per intero i quattro volumi del Baffo pubblicati 
nel 1781), avrebbe mitigato alcun poco la sua sentenza (2). — 
Ciò, s' intende, non per il poeta, animale porco e sporco se altri 
mai, ma per la verità. 

E dal Gamba è tolto il giudizio di Ludovico Dolce su Antonio 
Molino, giudizio che il signor Mantovani dice male espresso, e io 
dirò piuttosto, con sua buona licenza, male copiato (3) — e al 
Gamba appartiene queir osservazione cosi vera, che il senso gen- 
tile dei nostri gondolieri corresse il travestimento vernacolo della 

(1) B. Gamba, Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano. Venezia, 
Alvisopoli, 1832, pag. 154. 

(2) Raccolta di puesie in dialetto veneziano. Ven., Cecchini, 1845, pag. 507. 
Lagune, pag. 111. — Gamba, vp. cit., pag 80. 



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2ÌÌ ■ 

Gerusalemme, in tutti quei luoghi dove accennava a trascórrerà 
nella scurrilità e nella parodia (1). 

Ma a proposito del Tasso, il critico continua : « Nel Goffredo 
(i gondolieri non usavano il liiolo di Gerusalemme liberata o 

conquistata) v è il soffio aqilanle de W epica religiosa, del fiero 
amore della palria e dell 9 arte (?), come nelle storie di EnHco 
Dandolo, di Carlo Zeno, di Sebastiano Veniero, di Francesco 
Morosini. In questa analogia fra lo spirilo storico di Venezia e 
quello del Tasso, va cercata la causa della fortuna eh* ebbe que- 
sti nelle lagune. Il popolo, ormai non più condotto in lunghe 
guerre e in spedizioni lontane, non più avvezzo a combattere le 

pugne titaniche d' una volta, soddisfaceva il bisogno 

naturale di azime esterna, V istinto avventuroso, le sue stesse 
idealità politiche (?), imparando a memoria il poema di Tor- 
quato. Forse, ripetendo le ottave sonore di tanto cozzar d" armi 
e di tante grida trionfali, quel popolo ripensava al tempo antico 
con desiderio ed invidia, gli piaceva queir intreccio di fatti pie- 
tosi e superbi, lo esaltava la decorosa magnanimità di quel 
duce e di quelli eserciti (pag. 1G7, 168). 

Or è possibile, domando io, commettere con più sicumera 
più peccati d'ignoranza? — No, caro signore: il segreto della 
fortuna della Gerusalemme, cos'i a Venezia come altrove, è da 
cercarlo non nel « soffio agitante dell* epica cristiana », non nel 
« fiero amore della patria », che nessuno del resto, fuorché Lei, 
ri trova ; ma proprio in quello spirito romanzesco e fantastico di 
cui tanto s' accorava il poeta; sopra tutto nella sensualità velata 
di misticismo, nella passione lacrimosa, nella dolcezza idillica, nella 
musicalità, che son le note più caratteristiche e della poesia del 
Tasso e dell'anima e della vita italiana in quei paesi dove il Tasso 
fu più popolare ; anzi, in un certo periodo, dell' anima e della vita 
di tutta Italia. Tanto è vero che gli episodi preferiti furono da per 
tutto gli amorosi; tanto è vero che il primo canto che qui a Ve- 
nezia si pubblicasse a parte, con favore -straordinario, fu quello 
d'Erminia (2), divenuta indi a poco nel linguaggio della nostra 
plebe un' antonomasia ; tanto è vero che questo canto si ristampa 
anche oggi ne' fascicoletti a due soldi (3). — Sono dunque, salvo 

(1) Lagune, pag. 166. - Gamba, op. cit , pag. 136. 

(2) B. Gamba, op. cit., pag. 136. 

fi) La Gerusalemme liberata, con prefazione di Guido Mazzoni. Firenze, 



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212 

le debite restrizioni, le cause stesse della voga eh 4 ebbe più tardi 
il Metastasio : 

Il gondolier ch'Erminia sol sapea, 
Or va cantando Arbace ed Aristea (1). 

Ma prima di finire, e perchè s 1 abbia un concetto preciso del 
valore critico di codeste Lagune, ne prenderò in più accurato 
esame due luoghi importantissimi. Nel primo si tratta del già ri- 
cordato Lamento della sposa del crociato ; nel secondo, dei con- 
tastorie veneziani 

Pag. 97 e sgg. : il Lamento « sta scritto a tergo d' un rotolo 
di pergamena, ridi' archivio di Sant'Urbano». — La notizia è 
tolta dal Brunacci (2); ina il buon abate scriveva nel 1759, e l'Ar- 
chivio di Sant' Urbano, appartenente al monastero di S. Maria in 
Praglia, è stato soppresso fin da' primi anni di qnesto secolo, e nel 
1848 incorporato al Museo Civico ! — E nè anche esiste più il ro- 
tolo di pergamena ; almeno quel dotto uomo che è il prof. Gloria 
ne ha fatto le più insistenti e diligenti indagini, senza riuscire a 
scoprirlo. 

« // linguaggio ne è rustico ». — Non tanto però che 

dal fondo plebeo non si stacchino qua e là voci e maniere proprie 
del frasario cortigiano (3). Che se il critico fosse appena all'alfa- 
beto della poesia italiana del secolo XIII, avrebbe potuto rilevare 
di prima vista una tal quale differenza idiomatica tra i primi set- 
tanta due versi e gli altri trentasei : differenza tanto meno trascu- 
rabile, quanto corrisponde intimamente all'indole diversa dei due 
amori cantati nel Lamento. 

Del quale, il signor Mantovani riporta dal Brunacci alcuni 
squarci ; ma li riporta quanto più scorrettamente può (4) ; e non 

Sansoni, 1883, pag. XXIV. - Cfr : L. Settembrini, Lezioni di letteratura ita- 
liana Napoli, Morano, 1870, pag. 252 — G. Carducci, Studi letterari. Livorno, 
Vigo, 1874, pap: 132. — F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana. Na- 
poli, Morano, 1879, pag. 103, 108. 

(1) A. Bertòla. Al S''pAa'o di Metastnsio, ottave — app. G. Carducci, 
Poeti erotici del secolo XV 111. Firenze, Barbera, 1808, pagr. XXVI. 

(2; G. Brunacci, Antiche origini della lingua volgare de* Padovani, Vene- 
zia, MDCCLIX, pag X. 

(3) P. e : «• et fino amor » — « entendanza » — « fè Hai » — « viso darò » 
— « rica aventura » — « alta per natura > — <v querir mercè » ripetuto parec- 
chie volte — ecc. 

(4) « En zoa » per « en la soa » — « ogni » per « ogna » - «pianto * per 
« pton/o » — * pianto * per « piante # — « torna in canto » per « v*en en tanto » 



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213 

Immagina neppure, nella sua beata innocenza, che esista una le- 
zione del Carducci, di grafia più agevole alla comune dei lettori 
d'un libro come il suo (1). 

E nondimeno, se non fossero codesti squarci, dubiterei pro- 
prio ch'egli avesse letto il Lamento; tanto è sbalorditoja la pa- 
rafrasi ch'egli ne dà. — • Lasciamo che la « bona zilosia » del 
testo è interpretata per la « triste gelosia della lontananza », e 
soffermiamoci al capoverso seguente : 

« E il pellegrino, su la terra infida ore accampa, sotto la 
tenda che gli cela te sfelle, non può trovar sonno, o si desta 
mila visione di lei che egli adora e che lo fa tanto penare. E 
anch' egli pùnge e si lagna pel suo amore e per la sua donna, 
mentre quesla*piange e si lagna pel suo amore e pel marito che 
(ha lasciata e non tornerà più ». 

Ma dove diavolo il signor Mantovani ha pescato la terra in- 
fida, fo tenda, il non tornerà più? Il pellegrino della Cantilena 
abita nella città stessa della sua donna e la vede e talvolta anche 
le parla : 

Eia li sta col viso claro 
, Quan li favela ; mai de raro 

I averi quela rica «ventura: 
Kè Tè si alta per natura, 
Ke, quando el è da lei apresso, 
De dir parole sta confesso, 
E sta contento en lo guardare; (vv. 85-91 ) 

e mentre succede tutto questo, il marito, che stando al nostro in- 
terprete « forse non tornerà più », è già tornato da un pezzo : 

K'el'atendè tanto al mano 
K' el so deserìo fo compilo. 
En verso lui mostra legreza, 
Lassando tuta la grameza (2). 

Dopo ciò, sarebbe vano chiedere al signor Mantovani un' opi- 
nione qualsiasi sulla natura di questo prezioso cimelio della lette- 
ratura dialettale ; a lui basta concludere, oh novità d'erudizione! 
(, he « doveva cantarsi su una melodia popolare » — e non piut- 

~ « tuiga »> per « minga » — « venire »> per « vegnire » — « so bona » per « fo 
bona » — « ca p 0 » p er « cavo » — ecc 

(h G. Carducci, Cantilene e Ballate, ecc. Pisa, Nistri, 187], pag. 22-2C>. 
(2, Mi viene un dubbio: questi versi sarebbero stati spostati? 



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214 

tosto una parola suir ipotesi tanto ragionevole del Bartoli, che 

<c sia frammento di più lunga poesia mescolata di narrazione e 
di dialogo, in cui dovessero essere attori la sposa del crociato, 
donna Friooa, il pellegrino e le donne » (1). 

Nè il giudizio del signor Mantovani circa il valore letterario 
del componimento, si mostra più sicuro; perchè dove prima aveva 
affermato che « la frase tentenna incerta e dice meno che non 
voglia », otto linee dopo si disdice: « la forma lascia trasparire 
intero, cosi senza abbellirlo come senza oscurarlo, il contenuto ». 

Il critico risponderà, immagino, eh' egli non ha voluto diffon- 
dersi in particolari, che il suo è un rapido riassunto e un'altret- 
tanto rapida illustrazione. E nessuno, in verità, gli chiede di più; 
ma in sei pagine di roba — in un volume dove non c'è frasa che 
non sia stata arricciata, verniciata, leccata — qualcosa di men vol- 
gare e di più coscienzioso avremmo, credo, il diritto d' aspettarci ! 

E passo ai contastorie. 

Pag. 283 e sgg. : « Nel volgo degli isolani serpeggia 

ancora e mormora su la bocca dei nonni la leggenda cavalle- 
resca, che si sparse a Venezia sin dall' 'età mezzana e vi fu rin- 
vigorita e perpetuala dalla Gerusalemme del Tasso. Gli eroi 
delle Crociate non sono spenti nella coscienza di questi marinai 
che furono signori dell' Adriatico e dell' Jonio e parlano de 9 
paesi d'Orinile come di luoghi vicini, dove si va in un salto e si 
è in casa propria ; i nomi di Orlando e di Ruggiero e Ricciardo 

vi rimasero impressi Hanno i loro contastorie, rapsodi 

analfabeti, che tengono vivo lo spirito amante di gloriose avven- 
ture e di favo 7 e. Io ne ricordo uno, vecchio di Pellestrina, dal 
berretto rosso e dal largo pastrano dalmatico, un bel tipo di na- 
vigatore in riposo, ma pieno ancor di vita negli occhi usati a 
interrogar V orizzonte. Ai giardini pubblici, egli sedeva in alto 

d 9 una montagnola il vecchio traduceva nella sua libera 

prosa il contenuto di poemi diversi e disparali, cucendone in- 
sieme i brani, foggiando un bizzarro accozzo di tradizioni re- 
mote. Ogni sua parola era poesia, e la cantilena del dialetto iso- 
lano ne accompagnava i moti con le cadenze profonde: 

« — re Argante et bestemiave Idio e 7 pare ve luto 

spiritao da la bile. El bon cavaliero Tancredi monte in scia, ci 

(1) A. Bartoli, Storia delia letteratura italiana, Firenze, Sansoni, 18*79, 
voi. II, pa$. 98. 



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215 

ciape a durindana e 7 dixe: Vie' acanti, felone, se ti ha cuore! 

A saveu, fìoi y 'ossa 'he cole dire feloneì .... A sarta come 

'he nualiri diressimo .... — e qui una sudicia e scultoria frase 

del gergo ». 

Intanto : che la Gerusalemme abbia rinvigorito e perpetuato 
a Venezia la leggenda cavalleresca del Medio Evo, è affermazione 
così vaga e cervellotica, com'è spropositata l'altra della popola- 
rità di Ricciardo e di Ruggiero, scambiati probabilmente con Ri- 
naldo ed Uggeri. 

E nemmeno è esatto chiamare i nostri contastorie analfa- 
beti, quando anzi taluno di loro è, a modo suo, vero e proprio 
letterato (i). 

Il vecchio dei giardini pubblici non può esser altri che Er- 
menegildo Sambo. Ora il Sambo era nato a Chioggia, non a Pel- 
lestrina. E non è vero ch'egli cueisse insieme « brani di poemi 
(licersi e disparati, foggiando un bizzarro accozzo di tradizioni 
remole ». Si veda, per un esempio, la sua Rotta di Roncisvalle y 
riferita testualmente nel bellissimo studio del Fusinato : a quella 
narrazione hanno concorso non già « poemi diversi e disparali » 
ma semplicemente redazioni varie del racconto medesimo, e forse 
anche, secondo pensa il Fusinato, un filone di tradizione orale, in- 
dipendente da ogni influsso letterario. Nò la mescolanza era in 
ogni caso opera del Sambo, il quale altro non faceva che racco- 
gliere e ripetere con esattezza scrupolosa tutto che gli era stato 
tramandato o insegnato. 

Quanto alla citazione: « . . . . re Argante ci bcstemiave Mio 
ecc. ecc. » essa è un magro parto della facoltà inventiva del si- 
gnor Mantovani. Perchè, in primo luogo il Sambo non raccon- 
tava mai la Gerusalemme liberata — in secondo luogo, la grafia 
dello squarcio che gli viene attribuito non corrisponde nè al suo 
vero dialetto nè alla sua vera pronuncia — in terzo luogo, quan Jo 
mancassero altri argomenti, basterebbero a tradire la falsifica- 
zione quelle parole: « El bon cacai iero Tancredi monte in sela, 

e't ti'ipe a durindana ». Certo, durtindana ha per noi 

il significato generico, un po' donchisciottesco a dir vero, di spa- 

[\ Per questa e per tutte lo notizie che seguono, v. G. Fusinato, Un can- 
tastorie chioggiotto. Giornale di filologia romanza, n. 9; — cfr. anche R. Renier, 
la discesa di Ugo a" Alt) ernia allo Inferno. Bologna, Romagnoli, 1883, pag. 
CLXXlIcsg,?. 



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. 21(1 

da, spadone; ma per il cantastorie, no. Il cantastorie, religiosa- 
mente fedele alla tradizione, se non altro perchè la fedeltà è il 
massimo pregio che in lui ricerchi ed ammiri 1' uditorio, non 
chiamerà durindana che la sola spada d'Orlando. Lo sappiamo 

dal Sambo stesso: « Olivieri glie dà un gran ro verso 

co' la spada che se chiamavi A If achiara (perchè alora tute le 
spade gai' èva un nome, come i omeni; cussi gitela de Orlando 
se chiamava Durlindana, quela del D inese Cortona, e cussi 
tuie le altre) .... » (1). 

Ma basta anche di ciò ; basta di questa Musa Palustre, dove 
non è nè larghezza geniale di sintesi, nè acume d'analisi, nè bontà 
di metodo, nè novità di vedute, nè copia e precisione di notizie : 
tanto da potersi dire che nel volume del signor Mantovani, con- 
siderato come lavoro critico, le sfrontate ruberie dell' amanuense 
s' alternano con la garrula superficialità del dilettante. 

Resterebbe a esaminarlo come opera d'arte; ma e l'indole 
della nostra Rivista non lo consente, e forse il tema mi porterebbe 
troppo lontano. Riassumo dunque il mio pensiero, e concludo. 

Delle idee, al signor Mantovani poco importa: caso mai, e 
son casi che gli succedono cosi spesso ! egli sa bene dove andarle 
a pigliare. Ciò che gli sta a cuore è tutt' altra cosa : è 1' epiteto, è 
T avverbio, è la frase, è Y onda del periodo ; le parole hanno per 
lui, come avevano già per i puristi, un pregio e una bellezza in- 
trinseca, indipendente dai concetti che son destinate ad esprimere. 
Ma nè anche nel meccanismo puro della forma gli riesce d'essere 
originale ; e come la prosa dei puristi è tutta reminiscenze del tre- 
cento e del cinquecento, così la sua è tutta reminiscenze contem- 
poranee, italiane e forestiere. Spesso tu non sapresti indicare con 
precisione da chi e come egli abbia attinto, ma pure la frase, la 
cadenza, il periodo ti si compiono nella mente prima che tu li ab- 
bia rilevati per intero sul libro. Il sommo dell'arte sua sta nel tro- 
vare di quando in quando un vocabolo vistoso, un giro ambizioso, 
un vezzo di trasposizione, un effetto coreografico di descrizione, 
una volata romantico-sentimentale : altrettante prove della sua or- 
ganica incapacità a produrre alcun che di schietto, di virile, di 
fortemente meditato e disciplinato. 

Parrà incredibile ; ma leggendo codesto libro, che ha tante pre- 
ti) G. Fusinaxo, op. cit., pag. 177. 



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217 

lese di modernità, non poteva uscirmi dalla memoria il marchese 
Basilio Puoti. « Ricordo sempre — scrive il Bonghi — lo strano 
spettacolo che mi riuscì, un giorno che andai a fargli visita, il sen- 
tirlo a risolvere con un suo scolaro se in un periodo del Serdonati, 
ch'egli attendeva a ristampare, s'avesse a leggere potrcbbono o 
potrebbero. Tutta la materia della d cisione la raccoglieva leg- 
gendo il periodo più volte da capo, e procurando che V orecchio 
gli deliberasse se V una o V altra terminazione tornasse più so- 
nora — Cosi m'immagino che debba pensare e scrivere il signor 
Mantovani. L'orecchio esercita in lui le funzioni del cervello. 

Antonio Fradeletto. 



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BULICHINO DI BIBLIOGRAFIA VENETA 

(v. tom. XXVI, pag. 201) 



39. Chronicon Vcnctum quod vulgo diclini Altinate, edidit 

H. SlMONSFELD. 

Abbiamo potuto vedere questa nuova edizione dell* Altinate, la quale oc- 
cupa le prime pagine (1-97) del tomo XIV desili Scrittori nei Monumenta 
Germania* Historica. I nostri lettori, che sanno (Archivio Veneto, tom. XVIII * 
e segg.) con quali e quanto pazienti studi s* apparecchiasse il Simonsfeld a que- 
sto critico lavoro, possono argomentarne l'importanza. Ci basti dunque annun- 
ziarlo. Ben è da deplorare che a cosiffatte fatiche non si sobbarchi alcuno dei no- 
stri studiasi, a cui non manchi né la dottrina, nò la critica, nò la perseveranza 
dei nostri amici d'oltralpe. Allora fora' anche si eviterebbero alcune mende, da 
cui uno straniero non può sempre assolutamente guardarsi. In via d'esempio, ove 
1* Altinate, parlando della spedizione di Udalrico patriarca d'Aquileia «super 
Graduili, volens capere castroni ipsum », soggiunge: « quod cum duci nunciatum 
fuisset, paratas quas habebat protinus misit galea». Sed quedam galea de Con- 
tratta, alias preeedens galeas, venit ad locum ad quem venerant hostes » (pag. 
77). Qui il Simonsfeld annota: « Vocem contrada lingua italica significare 
Strasse vel Gerjend notum est; excidit fintasse nomen ipsius contratae » (not. 7). 
All'erudito editore sfugge il significato che i nostri antichi davano alla voce 
Contrade, Eppure egli conosce i libri del Filiasi e del Sandi, ove è ricordato che 
Torcello e ìe sae contrade (Sandi, I. 541) dava soldati, marinai e navi alle armate 

delia Repubblica, e, « benché fosse ormai in grande decadenza dieile tre 

(galere) compiutamente armate nella celebre guerra genovese del 1379; die<lele 
però unitamente alle isole (cioè alle eontrad**) che da essa dipendevano » (Filiasi, 
III, 198). Ma qui è proprio il caso di ripetere l'oraziano: Ubi plirra nitent .... 

40. Die Verlrdge dar Kaiser mil Venedig bis zum Jahrc 
083 von Adolf Fanta. 

Nelle Mittheifuìiffen des Iastitnts /«V osterreichisrhe Gcschichtefomchunci 
(I Krganzungsb., I Heft, pag. 51 e segg.) troviamo questo importante studio, del 
quale renderà conto ampiamente m i fascicolo prossimo il nostro valentissimo 
professor Carlo Cipolla. 

.41. Die Briefsammlungcn Petrarca* s (Le raccolte delle 
lettere del Petrarca ed il gran cancelliere Benint-endi — de' Ravi- 




21Ò 



gnani — ) di Giorgio Voigt. Monaco, 1882, pag. 101, 4.° (Estratto 
dagli Atti dell' Accad. bavarese, ci. Ili, tom. XVI, p. III). 



Trattando delle lettere originali del Petrarca, VA. ricerca se la loro forma 
esterna, quale si trova, per esempio, nello edizioni di Basilea e nella Raccolta del 
Fracassetti, sia o no originale. A questo fine indaga l'origine delle varie raccol- 
te. Stando anzi tutto, come importantissim i, quella di dieci lettere, senza dubbio 
originali, della cui conservazione siamo debitori a quello stesso che le ricevette, 
oioè a Moggio da Parma, amico ed ammiratore del Petrarca. Osserva l'À. che in 
queste lettere la sottoscrizione è alla fine, come si usa nelle moderne, e che, in 
cinque di esse, lo scrittore si rivolge alla persona cui scrive, usando il numero plu- 
rale contro l'uso antico. E eerto, dice FA., che la forma presente (conforme al- 
l'antica latina) fu introdotta in esse dal primo editore Sebastiano Manilio ro- 
mano, che le pubblicò a Venezia nel 1402. Mette poi in dubbio l'originalità 
delle due lettere del 1338 e del 1341 a Giacomo Colonna, anche perchè in quel 
tempo erano in uso simili falsificazioni; e sostiene che furono falsamente attri- 
buiti alla mano dei Petrarca i due manoscritti delle lettere di Cicerone; ma crede 
genuina la lettera a Leonardo Beocamugi (data da Venezia, 4 Gennaio 13G2). 
Discorre pai della redazione delle varie raccolte di lettere petrarchesche, no- 
tatalo ohe il Petrarca non usava dettarle, ma faceva ricopiare quelle a cui attri- 
buiva maggior valore letterario. Non si può determinare quando sia sorto in lui 
il pensiero di riunire in un libro le sue lettere famigliari. Voleva egli bensì far 
credere di essere poco soddisfatto delle opere sue, ma le amava come qualunque 
altro, non esclusi i sonetti, che ben presto lo resero celebre, e dei quali pure 
spesso parlava, come se dovesse vergognarsene. Alla raccolta delle sue lettere, 
tracie pubblicò poi Giovanni da Ravenna nel 1305, il Petrarca pensava di dare 
il titolo: liber de rebus fftmiliarìhns ; erano 350, e già Secco Polentone le eono-r 
•**eva divise in "24 libri; sono esse conservate in tre manoscritti, due parigini ed 
uno romano, secondo il quale le pubblicò il Fracassetti. Oltre a queste lettere 
abbiamo nelle edizioni un altro gruppo col titolo: Variarinu epistolarinn liber, 
la cui conservazione si deve attribuire agli amici ed ammiratori del Petrarca, 
Francesco Nelli, Marco Barbato da Sulmona, Benintendi do' Ravignani cancel- 
liere della Repubblica Veneta e finalmente un anonimo. I/A. con ingegnose ri- 
cerche, e dopo aver trattato diffusamente della vita e degli scritti del cancelliere 
Benintendi, riesce a provare che questo anonimo fu il veneziano Paolo de Ber- 
nardo. Tutto il lavoro è condotto con accurato studio delle fonti, ed illustra in 
buona parte la vita del Petrarca e quella del Benintendi, nonché il tempa in cui 
vissero. \on vogliamo peraltro dissimulare air A., che se egli vorrà rileggere 
VArehìrin Veneto, toni. IV, pag. 389, potrà riconoscere l'equivoco in cui lo trasse 
il Basehet, relativamente al cancelliere Corrado (pag. 51). Come documenti, se- 
maio alla dissertazione diecinove lettere latine, edite ed annotate con molta cura. 

42. Emilie Vanden Bussche. Bruges et Venise. Quelques 
notes sty* Ics relations pohtiques et commerciales qu eùrent en- 
tro elles ces deux villes au moyen àge. 

K un articolo (pag. 357-308) del giornale La Fiandre, Henne des Moutf- 
l'ients- d' Histtùre et d* AntiquiUks (ann. 1883), a cui speriamo che seguano altri 
t' più importanti, giacché 1* A. dice elio attende a uà tro.mil. ylm grami ci ylm 



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ds Vorìent mropSen. oeuvre laboricme, qui notts demanderà eneore de loiujues 
années et beaueoup de reeherches. Fra le altre rose, l'A. si propone di visitare 
grli Archivi italiani e speoialmente quello di Venezia, del quale egli ricorda la 
raccolta dei Patti e dei Commemoriali. Non pare peraltro che egli conosca i Re- 
presti del nostro bravo Predilli. Nei quali avrebbe potuto notare le commissioni 
date nel 1319 ad un ambasciatore veneziano per il conte di Fiandra e gli scabini 
di Bruges (II, 202); l' eccezione fatta al commercio veneziano in Bruges, e, vice- 
versa, le concessioni e le promesse fatte ai veneziani dal borgomastro, dacrli sca- 
bini e dal Consiglio del Comune della stessa città nel 1322 (II, 321, 322), e nel 
1357 (V, 220, 221); la parte che ebbe nel 1358 Daniele Cocco, console veneziano 
in Bruges, per la questione delle franchigie commerciali (VI, 17, 25); la decisione 
del borgomastro e degli scabini di Bruges a proposito di una lite insorta nel 
1362 (VI, 304) eco. ecc. Sarebbe troppo lunga l'enumerazione dei documenti, spe 
cialmente ora eh' è uscito in lu^e il terzo tomo dei Regesti medesimi. Se l'A. 
vorrà consultarli, vedrà, anche senza uscire dalla sua patria, allargarsi straordi- 
nariamente il campo alle sue ricerche, e riconoscerà la speciale importanza del- 
l'opera a cui il eh. prof. Predelli ha posto mano per consiglio della veneta De- 
putazione di Storia Patria, ed a cui, per benevolenza del R. Ministero, speriamo 
che presto darà compimento. 

43. Docurnenis inédits relatifs à V histoire de la Grece au 
Moyen dge publìós . . . par C. N. Sathas. Ven., 1882-81, Visen- 
tini, tom. III-V, pag. IV, 506, XCI, 341, 341, 8.° gr. 

L'editore, pubblicando questi tre tomi, si è affidato a mani migliori. Leg- 
giamo in fatti (IV, xci): c M. Giorno, le paléographe si distingué, a eu l'o- 
bligeanee de surveiller très avec beaueoup de soin la publication de ces Sta- 
tuts ». Non s'incontrano dunque più i farfalloni che abbiam notato altra volta. 
Ma con qual criterio siano stati scelti i documenti, almeno dei tre primi tomi, 
non sapremmo ancor dirlo. I due ultimi contengono gli statuti di Corone e Mo- 
done, Nauplia, Monembasia ecc. ecc. Non sarebbe giusto il dire che una raccolta 
così voluminosa, benché lasci molto a desiderare, sia priva d'importanza. È anzi 
una nuova fonte, alla quale è vero che gli studiosi non si terranno contenti, ma 
che potrà avviarli a nuove ricerche. 

44. Los móiailleurs italiens des quinzième et seizième siè- 
cìes par Alfred Armand architecte. Deuxiéme édition revue, 
corrigóe ci consùlérablemenl aagmmtée. Paris, 1883, Plon, voi. 



La prima edizione di quest'opera comparve nel 1879. Esaurita in breve, 1* A. 
ne apparecchiò la seconda, riveduta, corretta e, veramente. coìisidèrable>ti<mt 
uuymcntéc, giacché mentre la prima edizione ricolmava sole 750 medaglie, questa 
seconda ne contiene quasi 2600, giovandosi dei recenti lavori del Friedlander, 
dell' Heiss, del Keary, e dei preziosi consigli del nostro Gaetano Milanesi («c le 
savant éditeur de Vasari, le mieux informe des érudits sur tout ce qui concerne 
les artistes italiens »), al quale, dice l'A., « nous devons de précieux renseigne- 
ments et d'utiles rectifieations » (pag. XIV). L'opera è divisa in due parti: ar- 
tisti noti ed ignoti. Gli artisti noti sono disposti per ordine cronologico; le uieda- 



2, pag. XVI, 308, 368, 8.° 




— L 

glie di ciascun \ per ordine alfabetico. Le medaglie anonime (nel secondo volume) 
sodo disposte per tempo e per luogo: ad ogni quarto di secolo si rinnova la serie 
per ogni provincia d'Italia. Le medaglie sono diligentemente descritte, dritto e 
rovescio, e accompagnate d'utili illustrazioni; delle inedite sono ricordate le col- 
lezioni che le posseggono. Chiudono tutto il lavoro quattro indici : degli artisti, 
dei personaggi rappresentati, delie leggende e delle materie. Ogni desiderio può 
essere cosi soddisfatto colla massima facilità ; ed anche gii studiosi di Venezia e 
delle singole provincie del Veneto troveranno in quest'opera ricco alimento alla 
loro curiosità e buono indirizzo ai loro studi così nel primo come nel secondo 
volume. Veggansi, per esempio, le medaglie di Vittore Camelio (I, 114) e quelle 
di Paolo II (li, 31), colle riflessioni che suggerisce all'Autore il confronto della 
medaglia di Sisto IV: « op . Victoris . Camelio . Vb . », con quella di Paolo li ; 

f ALDUS STIA . PUBLICA . PONT .MAX . ». 

45. Intorno alla acconcialurd del capo e calzatura delle 
donne veìieziane (sec. XV e XVI)* Venezia, 1884, Cecchini, pag. 
29,8.° 

Le signorine Angelina e Leopoldina, figlie del comm. Guglielmo Berchet, 
ben noto ai nostri lettori, andarono spose il giorno 7 Febbraio al sig. Gì B. Cuc- 
chetti e al sig. dott. Marco Allegri. Queste nozze furono care alle ninse, giacche 
oltre ad un'ode intitolata La Festa delle Marie (Ven., tip. Visentini) e ad un 
epigramma (Ven., tip. della Gazzetta), di cui non conosciamo gli autori, il eh. 
prof. Giovanni Tamburlini pubblicò una bellissima canzone di circostanza (Vem, 
tip. Ferrari), P. Radaelli ed E. Marsich un sonetto (Ven., tip. Ferrari), Pietro 
dott. Piccoli uno stornello: Pax tibi Marce (tip. del giornale La Yenezia), P. 
Stefanelli alcune poesie (Ven., tip. dell' Emporio), e il dott. Federico Berchet, 
zio delle spose, nientemeno che la raccolta delle poesie e delle prose di Giovanni 
Berchet, edizione fuori di rommercio (Ven., tip. Visentini), tratta da quella di 
Francesco Cusani (Milano, 18t>3, Pirotta). Non possiamo intrattenerci su queste 
composizioni poetiche, nè sulle affettuose lettere del sig. Bandarin e del sig. P. 
Faustini, dirette al padre delle spose (Ven., tip. della Gazzetta), e nemmeno sul- 
l'arguta scrittura di Clotaldo Piucco: Giornalisti e scrittori (Veu., tip. della Gaz- 
zetta), o sulla lepida compilazione di alcuni giovialoni che imagi narono un gior- 
nale Numero unico, intitolato Spruzzi, Sprazzi e Lassi (Ven., tip. Ferrari). 
Diremo solo che scrittori e tipografi fecero a gara per vincerei d'eleganza, e sono 
perciò degni di molta lode. Quanto ai documenti storici che videro la luce in 
questa lieta occasione, dobbiamo ricordare prima di tutti, come più antichi di 
tempo, quelli che l'ab. Nicoletti dedicò allo sposo sig. dott. Marco Allegri, pre- 
mettendovi una breve notizia delle ragioni che indussero la Repubblica di Ve- 
nezia ad instituire nel 1513 il magistrato dei Provveditori sopra le Pompe. I 
pericoli del lusso erano stati avvertiti già molto prima, nè i suoi eccessi furono 
frenati dalla nuova magistratura; non foss' altro, lo dimostrano questi docu- 
menti, dei quali il più antico ò del 1480, e il terzo è del 1530. Sono tre soli, ma 
molto significativi, e l'ab. Nicoletti vi aggiunse una serie di calzature, coi nomi 
che ebbero alle varie epoche, quasi appendice all'opera del sig. Corazzila* L'arte 
del calzolaio (Brescia, 1882, in 4.° fig.). 



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222 

48. La Chiesa e la Madonna della Vittoria di A. Mantegna 
in Mantova. Lettura del . . . prof. cav. Attilio Portioli. Man- 
tova, 1883, Mon.lovi, pag. 28, 8.° 

L'A. lesse (22 Aprile 1883) questa dissertazione all' Accademia Virgiliana di 
Mantova, che la inserì nei suoi Atti dell'anno 1882-83. La vittoria, a cui si ac- 
cenna, è la battaglia di Fornovo (6 Luglio 14 ( .*5). Due anni prima un Daniele 
Norsa, israelita, aveva comperato in Mantova una casa, sul muro della quale 
era dipinta una Madonna col bimbo. Ottenne facoltà di levamela, onde grave sde- 
gno nel popolo, e, probabilmente, nel duca che obbligò il Norsa a pagare un'am- 
menda di 1 10 zecchini. Intanto lo stesso duca, in pericolo di vita nella battaglia 
del Taro, fece voto di erigere in Mantova una chiesa alla Vergine. E la chiesa 
fu eretta sull'area della casa del Norsa, e l'ammenda di 110 zecchini da lui 
pagata fu il prezzo della Madonna dipinta da A. Mantegna. La Chiesa, detta 
della Vittoria, ove ammiravasi il quadro del Mantegna, fu dai francesi volta ad 
usi profani dopo il 1797, e ridotta a magazzino nel 1877 dal genio militare ita- 
liano. La Vergine del Mantegna, rubata già dai francesi, non venne restituita 
nel 1815 ed è tuttora custodita nel Louvre. Queste ed altre particolarità, rela- 
tive all'argomento, son dichiarite dal chiarissimo prof. Portioli con quella copia 
d'erudizione che rende pregevoli tutti i suoi scritti. 

47. L'ambasciata giapponese del AfDLXXXV. Ven., 1884, 
tip. della Gazzetta, pag. 24,- 8.° 

Nelle nozze delle signorine Berchet, il corani. Paride Zajotti dedicò all'amico 
Guglielmo, padre «Ielle due spose, alcuni documenti che si riferiscono agli studi 
di questo. Di fatti i nostri lettori ricordano molto bene che nell'Arci. Veneto 
(toni. XIII, pag. 245 e segg., XIV, 150 e segg.) il Berchet pubblicò un saggio 
storico sopra Le antiche ambasciate giapponesi in Italia, dimostrando all' evi- 
denza la verità di quaste ambasciate, che avevano dato argomento a dubbi e discus- 
sioni diverse. Ora, nel detto Saggio, il Berchet accenna (XIII, 265) al passaggio 
degli ambasciatori giapponesi per i domini di casa d' Este, convalidando il pro- 
prio racconto con due documenti tratti dall'Archivio di Modena (XIV, 166, 167). 
Dal quale sono tratti pur questi, che il comm. Zajotti pubblicò per la lieta oc- 
casione. Sono due lettere, una di Leonardo Conosciuti (25 Giugno) e l'altra di 
Filippo Montecatino (26 Giugno) al cardinal d'Este, e una serie curiosa di iVo- 
tizie delle spese fatte dalla corte di Ferrara nel 158Ó per V ambasciata giappo- 
nese, tratte dai libri d % amministra sione della casa. Anche queste notizia con- 
tribuiscono, se ce ne fosse bisogno, a mettere fuori di dubbio la verità della lega- 
zione giapponese. 

48. Galileo Galilei e lo Studio di Padova per Antonio Fa- 
varo. Firenze, 1883, Leraonnier, voi. 2, p. XVI, 469, XI, 520, 8.° 

Questo libro e per 1* importanza dell' argomento e per la diligeuza della 
trattazione riscosse lodi autorevoli. In sostanza racconta la vita di Galileo nei 
diciottenni (1592-1610). nei quali il grand* uomo insegnò nello Studio di Padova. 
Era un periodo che meritava una illustrazione particolare, giacché le vicende po- 
steriori di Galileo avevano fin- qui assorbita l'attenzione degli studiosi. Vero è che 
T A. nella sua modestia non crede l'argomento esaurito; ma le sue ricerche son 
cosi varie e la sua critica cosi imparziale, che difficilmente, crediamo, si troverà 



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22:i 



qualche cosa d , rettificare o da aggiungere. Il Favaro hu scritto in fatti una 
storia non già un panegirico, e l'ammirazione al suo protagonista non lo in- 
duce a tradire o a dissimulare la verità. Veggasi, per esempio, quello che egli 
dice siili' insegna mento di Galileo relativamente al moto della terra (II, 158 e 
seg.,, e come serenamente discuta la storia dell'invenzione del telescopio (I, 3&J 
e segg.), che pure ha reso cosi popolare il nome di Galileo. Quanto alla varietà 
delle ricerche, basti che l'opera è accompagnata da 150 documenti, il più ine- 
diti, e alcuni d'importanza grandissima, tratti da privati e pubblici archivi, fra 
cui giova ricordare quello dell' Università patavina, al quale o pochi o nessuno 
aveva finora rivolto la meritata attenzione. Con questi aiuti l'A. potè seguire 
passo a passo la vita di Galileo sulla cattedra, in casa, nell'insegnamento pri- 
\ato, nelle relazioni scientifiche od amichevoli, informandoci cosi non solo di 
ogni particolarità concernente il sommo filosofo, ma dandoci altresì importanti 
ragguagli Intorno allo Studio ov'egli insegnò ed alla società fra cui visse. Cosi 
non l'avesse abbandonata mai, avventurandosi alle incertezze d' uu avvenire, che 
gli pronosticava quasi profeticamente Giovanfrancesco Sagredo nella ben nota 
sua lettera del 1611 ! Venezia ne fu indispettita, ma pure lasciò vacante per al- 
cun tempo la cattedra, sperando sempre ch'egli tornasse ad occupare il suo posto 
(li, 17 e segg.); e col mezzo di Pietro Duodo mani festa vagli questo desiderio me- 
desimo ancora venti anni dopo (11, 21), significandogli oltracciò che il procura- 
tore Francesco Morosini, uno dei Riformatori, « aveva intesa la difficoltà che ve- 
niva messa in alcune sue opere», e che, se egli avesse voluto pubblicarle a Vene- 
uà, «lui come riformatore le avrebbe senz'altro sottoscritte ». Le memorie della 
Repubblica di Venezia e di Padova dovevano essere adunque fra le più care del 
venerando vecchio, se il 23 Giugno 1640 faceva scrivere da Arcetri a Fortunio 
Liceti a Padova: « non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consu- 
mai fi diciotto anni migliori di tutta la mia età. Goda di cotesta libertà ...... 

Per parte nostra auguriamo che l'A. dia mano a quella nuova edizione degli 
sfritti galileiani, della quale ^ui svolge il programma; e chevi premetta una 
Vita del grand' uomo, ove tutte le questioni che la riguardano siano discusse 
con (juella dottrina e con quella critica, di cui questi due volumi sono guaren- 
tigia sicura. 



49. Relazione del regno di Francia di Giorgio Zorzi. Ven., 
1884, Vicentini, pag. 31 8.° 



Vedi quello che ne abbiamo detto a pag. 132 di questo fascicolo. 

50. La scienza politica in llnlia di Ferdinando Cavalli. To- 
mo quarto. Ven., 1881, Antonelli, pag. :)80, 4.° 

Dei tre primi volumi di questa importante Raccolta abbiamo parlato nel 
tomo XVII, pag. 172 e segg. dell' Are hicio Veneto. Ora p issiamo aggiungere che 
il tomo quarto, cioè l'ultimo, contiene le biografie ed i transunti delle opere po- 
litiche d'ottanta Autori, fra i quali il Genovesi, il Gerdil, il Casti, il Turchi, il 
Verri, il Denina, il Gerani, lo Spedalieri, il Pagano, l'Alfieri, il Pepoli, il Vale- 
riani, il Romagnosi, il Botta, il Gioja, il Dal Pozzo, il Coco, l'Orioli, il Butta- 
lini, il Balbo, il Della Margherita, il Ventura, il Tapparelli, il Zambelli, il Ro- 
smini: vite, ingegni, tendenze, latori molto diversi ma tutti degni di studio. 
Parlando di noi e delle nostre proviucie, Venezia trova Nicola Donato e Pietro 




224 



Mocenigo con Francesco Algrarotti. Giammaria Ortes, Oiannantonio Torriani, 
Luigi Gonzaga, Giandomenico Brustoloni ed Alessandro Pepoli; Padova, Mel- 
chior Cesarotti; Vicenza, Cristoforo Muzani; Verona, Giacomo Giuliani; Porto- 
gruaro, Lorenzo Pelleati ; Udine, Fi*ancesco Maria Franceschinis e Camillo Ma- 
netti; T Istria, Gianrinaldo Carli; la Valtellina, Antonio Foppoli e Alberto de 
Simoni; Belluno, Giuseppe Fantuzzi e Giambattista Zannini: contribuzione pre- 
ziosa alla storia letteraria della nostra regione. Quanto ai pregi della raccolta, 
TA. è sempre eguale a sè stesso; e rimettiamo perciò il lettore a quel che ne ab- 
biamo detto nel tomo XVII. Ma non vogliamo chiudere questo cenno senza ripe- 
tere il voto che abbiamo espresso cinque anni fa. E il voto è questo: che V illu- 
stre Autore dia un complessivo giudizio sullo sviluppo in Italia della scienza pe- 
litica nei vari secoli, e sul posto che nella storia di questo sviluppo compete ai 
principali scrittori. Egli sa bene che il suo lavoro non riuscirà una inutile ripe- 
tizione dell'opera di Giuseppe Ferrari. E raccogliendo le svariatissime fila del 
suo lavoro, e coir acuto sguardo aggruppandole, l' A. mostrerà un'altra volta di 
avere col nome ereditato anche il senno di quei patrizi veneziani, che hanno me- 
ravigliato r Europa colla loro sapienza politica. 

51. Lettera inedita di Lodovico Antonio Muratori a Gian 
Francesco Madrisio. Udine, 1884, Doretti, pag. 10, 8.° 

. Era già stampata (pag. 167 e segg. di questo fascicolo) la Muratorian/i del 
dotto ed operoso bibliotecario veronese, quando ci giunse questa breve ma in- 
teressante pubblicazione, procurata dal nostro valente amico prof. Giuseppe 
Oecioni-Bonaffons. È una lettera autografa, in cui il Muratori, addi 20 Ago- 
sto 1721, prega il Madrisio a volergli procurar copia dei Frammenta chroniri 
foroiuliensls (che pubblicò nei RR. IL SS., tona XXIV) e della storia di Ai- 
lino (che pubblicò nelle Antiq., tom. III). « Ne aveva copia un personaggio 
che sta in Roma; ma ella sa che non avrebbe genio di comunicarla ad altri, e 
meno a me ; anzi se sapesse tal mia ricerca, si opporrebbe, come fa in tante altre 
cose. Però la supplico a tenere in sè le mie preghiere >. Così dice il buon Mura- 
tori, alludendo ben chiaramente a mons. Fontanini. La lettera è dunque curiosa. 
Ma è altresì un monumento: intrisa ancora di sangue, ricorda il banco del bec- 
caio udinese a cui era stata venduta! Fu salvata dall' ab. Giambattista del Negro 
che la depose nella Comunale di Udine; ed ora, pubblicata dal sig. F. Cantarutti 
per le nozze Valentinis-Ostermann, fu illustrata dall'egregio prof. G. Occioni- 
Bonaffons. Dal quale per altro aspettiamo qualche schiarimento a quella nota 
ove dice, che « di tutti i governi della penisola, solo quelli del duca di Savoia e 
della repubblica di Venezia tenevano chiusi ermeticamente i propri archivi ». 
Nello Studio storico del prof. L. Vischi, La Società palatina di Milano (Arch, 
Storico Lombardo, Anno VII, fase. Ili, pag. 495 e segg.), troviamo bensì ricor- 
date le difficoltà che il Muratori incontrò a Genova, a Roma, a Torino, ma di 
Venezia non troviamo fatto alcun cenno. 



52. Relazione di Paolo di Daniele Renier, inquisitore so* 
pra i dazii nella Terraferma (1730-1732). Ven., 1884, tip. del 
l'Emporio, pag. 19, 8.° bisl. 

Per le nozze della signorina Cecilia Zannini col dott. Carlo Donati, il mar- 
chete Bentivtiglio d'Aragona pubblico questa Relazione scritta dallo rio del pan* 




225 



ultimo doge. A Ition diritto l'editore chiama importantissima questa scrittura, 
perchè dimostra * le tristi condizioni economiche, in cui versava allora la" Re- 
pubblica », e noi diremmo altresì porche dimostra gli abusi che prevalevano an- 
che nella prima metà del secolo scorso, e che, più delle « tristi coudizioni econo- 
miche », furono « vera e precipua cagione » della caduta della Repubblica. 

53. Due capitoli ed un sonetto del conte Gaspare Gozzi. Ve- 
nezia, 1884, Filippi, pag. 8 non num., 20, 8.° 

Per le nozze Zannini-Donati il coni ni. Giovanni Vcludo, prefetto della Mar- 
ciana, dedicò ai genitori della sposa questi versi, tratti da un Codice marciano 
già appartenuto al bibliotecario Morelli. E inutile ricordare V eleganza così del 
sonetto come dei due capitoli; dei quali dobbiam piuttosto avvertire, colle parole 
del eh. editore, che non mancano d' una « certa curiosità, per rispetto alla con- 
dizione domestica e alla vita morale di quel gentile e caro scrittore ». 

54. Mómoircs de M. Goldoni pour servir à l histoire de sa 
vie et à celle de son thédlre dédiés au Itoi. Tome premier. Ri~ 
stampate sali* edizione originale di Parigi (mdcclxxxvii) e cor- 
redale con annotazioni da Ermanno von Loehner. Ven., 1883, 
Visentini, pag. XVI, 4o0. (Edizione di soli 150 esemplari in carta 
distinta.) 

Con questo volume i fratelli Visentini hanno voluto iniziare una Biblioteca 
Veneziana del secolo X\ III che prendono a pubblicare . Non ispetta a me di lo- 
dare questo primo volume, che già fu accolto con manifesto aggradimento dal 
pubblico, tanto è vero che l'edizione ne è quasi esaurita. D'altra parte i lettori 
dt\Y Irchicio sanno quali cure abbia dedicato il sig. Lohner a determinare al 
possibile la cronologia goldoniana, e a risolvere le varie difficoltà che s'affac- 
ciano agli oculati lettori delle Memorie. Ricorderò un passo che non deve esser 
nuovo ai lettori. Voleva il Lohner chiarire quel luogo, ove, parlando della pro- 
pria fede di battesimo, Goldoni dice (pag. 7 l J): «je ne sais pas quel a été le Saint 
qui a fait le miracle, inaiti jc sais bien que je ine suis coliche un jour n'ayant 
queseize aus, et que le lendemain à mon réveil j'en avais dix-huit », l'età per 
1 appunto necessaria ad essere ammesso nel collegio Ghislieri. « La massima dif- 
ficoltà era quella degli anni », dice egli stesso nella Prefazione al tomo VII 
(pag. 3) dell'edizione Pasquali. « Non so, non mi ricordo, e non mi curo di ricor- 
darmi, come siasi a ciò rimediato». Queste parole, a dir vero, son di colore oscuro, 
e dovevano essere rischiarate. E perciò il sig. Lohner va difilato a Pavia, trova 
nell'Archivio del collegio Ghislieri la fede di nascita del poeta, e vi scopre falsi- 
ficato l'anno di nascita che da 1707 è trasformato in 1705. Questo fatto, ripeto, 
uou è nuovo ai lettori dAV Archivio Veneto (v. tomo XXIV, pag. 10); ma lo ri- 
cordo, perchè non si creda che il Lohner avesse sotto le mani tutte le notizie di 
cui son ricche le sue annotazioni. E voglio altresì sottoporre al giudizio dei let- 
tori la congettura ingegnosa, e che non mi pare improbabile, sulle cause che 
indussero il Goldoni ad abbandonare precipitosamente Venezia il 18 Settembre 
1743. € Perchè tanto affanno ì » domanda il Lohner a pag. 357 e segg. € Perchè 
era morta la Baccherini, o perchè aveva dovuto pagare 6000 lire .... per T in- 
gaggiatore napoletano? Noi erodo. Queste parole, a giudizio mio, svelano molte 
cose, Ardisco dire, senza poterne peraltro addurre finora veruna prova, che Gol* 




226 



doni non aveva lasciato Venezia volontariamente, ma per ordine degli Inquisi- 
tori di Stato. Di fatti eredo impossibile che il tremendo tribunale non avesse 
pulito sentore dei maneggi che, informi Goldoni stesso, in piena luce si ordivauo 
in casa del console genovese, e che compromettevano o potevano compromettere 
una Repubblica, la quale, sentendosi debole, si teneva ansiosamente neutrale fra 
le grandi potenze. Su questo argomento nella Venezia del secolo XVIII non si 
transigeva. Non credo tuttavia che il Goldoni sia stato sfrattato ufficialmente: 
sarebbe stato uno sfregio alla Repubblica di Genova, i rapporti colla quale erano 
sempre un po' tesi. Crederei piuttosto che gli Inquisitori, col mezzo di qualche 
patrizio, p. e. di Nicolò Balbi, e magari dello stesso Grimani, abbiano fatto sa- 
pere al Goldoni, che per certi riguardi egli avrebbe latto bene a cangiar aria 
per qualche tempo. Forse egli ricevette la visita di uno di que' nobili di Terra- 
Ferma, che a questo tempo erano gli agenti e i nunzi semi-ufficiali degli Inqui- 
sitori presso il corpo diplomatico; o forse il famoso « Ignazio» (Beltrame), il 
noto Fante dell' « Eccelso », invitò il poeta a visitare 1* anziano degli Inquisitori, 
non già in Palazzo a S. Marco ma nella sua casa privata. Si capirebbe in questo 
caso perchè le indagini coscienziose del Belgrano non siano riuscite a trovare 
nulla, oltre il congedo accordato al Goldoni addì 9 Marzo 1743. Crederei oltrac- 
ciò che il Goldoni, uscito una volta dallo Stato di S. Marco, scrivesse confiden- 
zialmente al secretano del Senato genovese, o a qualche senatore di Genova, 
spiegandogli, Dio sa come, le sue disgrazie a Venezia. Durante la guerra, il con- 
solato genovese può facilmente essere rimasto vacante, e di fatti la prima lettera 
del console genovese a Venezia, Antonio Luigi Biffi, che anch'io ritengo succes- 
sore del Goldoni, è del 2 Gennaio 1750. Si noti che la pace d* Aquisgrana fu 
conclusa nell'Ottobre 1748, ma il nuovo ordine di cose non si stabili in Italia 
che nell'autunno del 1749 ». 

55. Carlo Goldoni (per cura del ComilaloJ. Venezia, 20 De- 
cembre 1883, tip. fratelli Vicentini, pag. 24, 4.° 

È una pubblicazione elegante, colla quale il Comitato, costituito in Venezia 
nel Marzo 1875 per erigere un monumento a Carlo Goldoni, volle segnalare il 
di 20 Decembre 1883, in cui la statua in bronzo del grande commediografo, la- 
voro dell'egregio artista Antonio Dal Zotto, fu scoperta nel campo di S. Barto- 
lomeo. In questa pubblicazione troviamo, di stranieri e d'italiani, versi e prose 
sfuggite quasi interamente ai due maggiori pericoli a cui si va incontro in simil 
genere di pubblicazioni, la ripetizione e la retorica. Così dice Enrico Castelnuovo 
nelle due parole d'esordio, che sono fra le più belle pagine, di questo fascicolo. 
Avremmo desiderato che il Alolinenti, ricordando la lapide e il medaglione che 
indicano la Cesa o>e nacque boidoui, non avesse taciuto il nome del poverissi- 
mo prete, Vincenzo Zemur, che, a malgrado delia sua povertà, pose lapidi e me- 
daglioni alid cuti ove nacquero o morirono o lavorarono C. Goldoni, Ap. Zeno, 
»Uai*ceiio, u. uozzi, L. Dandolo, A. Manuzio: esempio non imi tato dai citta- 
dini più riceui, e a stento e con parsimonia grande dal Municipio attuale. Una 
Macc/uetta GotduiUanu e il titolo d' una breve memoria di A. d'Ancona, il eguale, 
colia sua solita erudizione e maestria, racconta le vicende dell' Anonimo, cioè di 
quel buonafede Vitali \ló Luglio 1680-2 Ottobre 1745;, che Goldoni ricorda nel 
cap. XXIX del primo tomo delle Me/norie. Ernesto Masi, uno dei più arguti ed 
eleganti studiosi del commediografo veneziano, ripubblicò due lettere del Gol- 




227 



dóni relativi a Leonardo da Vinci. Convengo col Masi «sull'importanza delle due 
lettere: se poi fossero dirette o no al De Paga ve, non mi pare che sia posto asso- 
lutamente fuori di dubbio. 11 Belgrano pubblicò un Memoriale steso dal Goldoni 
(juand'era console genovese a Venezia. Sono assai note, e furono molto e merita- 
mente lodate, le Imbreciature di Gioca/ini riha (Genova, 1882, Sordomut., 
pag. 492, 16.°), nelle quali il Belgrauo raccolse molte e interessanti memorie 
della sua Genova. E nondimeno parecchie pagine di queste Imbreviature pos- 
sono giovare alia storia della nostra letteratura (p. e. ove si parla del Foscolo, 
pag. e segg.), o ricordarci le tristi condizioni della città nostra nel primo 
(juarto del secolo presente (pag. 40 Ij. Ma buona parte del libro (pag. 15-96, 
479-488) è consacrata al Matrimonio e consolato di Carlo Goldoni, col corredo 
di lettere e documenti tratti dall' Archivio di Stato genovese. Sventuratamente 
il Belgrano non trovò tutto quel che cercava; e ben fece ad arricchire la pub- 
blicabile commemorativa del monumento col Memoriale recentemente scoperto 
con altre lettere goldoniane da Achille Neri, e che si riferisce a un negozio di 
cui aveva diffusamente discorso nelle Imbreviature sopra citate. Altri articoli, 
piiio meno importanti, d'indole storica leggiamo in questo fascicolo, ma sopra 
tutti meraviglioso mi sembra l'annunzio del sig. Urbani de Gheltof (pag. 19), 
il quale possedè un'appendice autografa, a quanto egli assicura, delle Memorie 
goldoniane. Questo annunzio mi pare meraviglioso, perchè il sìg. Urbani de 
Gheltof dice fra l'altre cose: « sulla fine del Dicembre 1792 ha termine l'Ap- 
pndicc, e una mano ignota, forse quella della buona Nicotina, vi scrisse nel 
Gennaio seguente queste parole: M. Goldoni est déeédé aujourd' hui G jauvier 
à 5 h. du soir ». Non c'è pericolo che abbia sbagliato il tipografo, giaccnè l' A., 
senza aggiungere la più piccola osservazione, ci avverte che la buona Nicotina, 
u chiunque si fosse, scrisse net Gennaio seguente che Goldoni mori «caujourd'hui 
ti jancicr ». Dunque Goldoni sarebbe morto il 0 Gennaio, mentre la sua fede di 
morte dice che morì il G Febbraio. Ben farà dunque il sig. Urbani de Gheltof a 
pubblicare al più presto la sua Appendice, che recherà, com'egli ci fa sperare, 
« nuova luce e verità intorno agli ultimi anni del grande commediografo »; .e 
bene avrebbero fatto i compilatori di questo fascicolo a mettere sull'avviso il 
$ -b r - Marc Mounier, che (pag. 4) creile fuor di questione la data del G Febbraio. 
Ma forse il Comitato pensò quello die penso ancor io, e che probabilmente pen- 
&-uo anche i lettori: lino a dimostrazione contraria starsene contenti al Febbraio. 

56. G. M. Urbani de Gheltof. Carlo Goldoni a Chioggia. 

L'Ateneo Veneto, nel suo numero di Deeenibre 1883 (pag. 323-331), pubblicò 
questo articolo, l'A. del quale, sulle traccio delle Memorie goldoniane, rifa la 
storia del soggiorno del poeta in Chioggia. La parte nuova dell'articolo sarebbe 
«luesta: il sig. Urbani de Gheltof avrebbe trovato, nell'Archivio Civico di Chiog- 
gia, c il resoconto dei processi, gran parte dei quali è scritta di pugno del Gol- 
doni >, che al commediografo avrebbero dato « il tessuto delle Baruffe Chiog- 
giotte ». lu prova di che FA. cita un processo del 1731, ove si trovano i tipi di 
Tittanane, di Lucietta e di Tolì'olo Zavatta; e un altro processo del 1732, ove si 
trova quello di paron Fortunato. Secondo 1" Urbani di Gheltof il podestà Bon- 
tadini fu eletto podestà di Chioggia nel 1731 ; il suo cancelliere era lo Zabottini, 
e il Goldoni coadiutore di questo. Ecco perchè, di pugno di Goldoni, potrebbero 
trovarsi nell'Archivio di Chioggia i processi del 1731 e del 1732. Ma il aig. Er- 




228 

manno von Lohner aveva latto notare fin (lai 1882 {Arch.Ven., XXllI, 49, XXIV, 
24) che il Bonfadini fu podestà a Chioggia dal 1727 al 1729, e coadiutore a 
Ghi aia il Goldoni nel 1728 e nei primi mesi del 1729, dopo i quali il poeta 
passò ai servigi dello Spinelli a Feltre. Qui, lo stesso Lohner, nel suo commento 
delie Memorie (pag. 159), lo trova nella seconda metà del 1729 e nel 1730, e nei 
dispacci dello Spinelli riconosce più d' una volta la mano del Goldoni. Anzi egli 
dice che, « col soggiorno di Feltre e V ufficio di Coadiutore pretorio dello Spi- 
nelli », la cronologia goldoniana «esce dalle incertezze». Io lo confesso: l'autorità 
del sig Lohner in questi argomenti mi pareva superiore ad ogni altra; ma, 
d'altra parte, le affermazioni del sig. Urbani di Gheltof erano cosi sicure, ciie ho 
creduto di dovere rivolgermi all'Archivio di Stato per averne le più precise no- 
tizie intorno all'epoca della podesteria del Bonfadini a Chioggia. Ed ecco, som- 
mariamente, la risposta che n'ebbi dalla gentilezza del sig. coraJh. Cecchetti. 
Francesco Bonfadini fu eletto podestà a Chioggia il 9 Marzo 1727, ed entrò in 
carica il 9 Settembre dello stesso anno. La sua prima lettera è del di 1 1 Set- 
tembre 1727, e di fatti egli vi dice: « Seguì l'alti*' hieri il mio ingresso a questa 

carica ». L'ultima lettera del Bonfadini da Chioggia è del di 30 Marzo 

1729. Il suo successore, Agostino Maffot ti, scriveva T 8 Aprile dell'anno stesso: 
€ In questo giorno ho intrapresa la carica consegnatami dal N. H. ser Francesco 
Bonfadini podestà, precessor, che l'ha sostenuta con lodevol attenzione e con 
uni versai agradimento et applauso della città ». Lo stesso comm. Cecchetti mi 
aggiunge: «Nell'Archivio; civico di Chioggia, del quale possediamo l'inventa- 
rio, ai num. 533-537 leggo registrati processi criminali, lettere pubbliche ecc. 
del reggimento del Bonfadini 1727-1729 ». Sarà dunque possibile che del 1731 
e 1732 si trovino nell'Archivio di Chioggia i processi ricordati dal sig. Urbani 
de Gheltof, ma è impossibile che appartengano air amministrazione del Bonfa- 
dini; ed è del pari impossibile che il Goldoni, passato a Feltre, tenesse, corno 
vorrebbe l'Urbani de Gheltof, il registro dei processi di Chioggia del 1731 e 
1732, e che anzi gran parte di essi sia scritta « di pugno del Goldoni ». Lascio 
la conclusione al lettore. 

57. Di Carlo Goldoni e delle sue opere. Alcuni cenni di D. 
Z. Ven., 1883, Cordella, pag. 48, 1G.° 

Il 20 Decembre 1883 vide la luce anche questo libretto, l'A. del quale è di 
certo un uomo di eccellenti intenzioni. Ma ci sorprende che egli non abbia ricor- 
dato il nome di chi alla casa di Goldoni pose l'epigrafe ch'egli trascrive, e il 
medaglione che chiama « povera effigie ». Al Zenier la fortuna aveva negato i 
suoi doni, non l'animo generoso. E, tornando al libro, ci spiace di vedervi attri- 
buito al Chiari il Re Cervo e l'altre Fiabe di Carlo Gozzi. Ci pare troppo grave 
l'equivoco per non avvertirlo. 

58. Achille Neri. Passatempi letterari. Geuova, 1882, Sor- 
domuti, pag. 203, 1G.°; Costumanze e sollazzi. Geuova, 1883, 
Sordomuti, pag. 217, 1(5.°; Aneddoti goldoniani. Ancona, 1883, 
Morelli, pag. 82, 16.° 

Il sig. prof. Neri nei suoi studi non si dimentica mai di Venezia, e di questa 
memoria amichevole gli dobbiamo esser grati. Naturalmente Genova è la ch- 
etante preoccupazione dell' A.; ma nei Passatemjri (pag. 33-48) troviamo parti - 



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rolari notizie intorno ad Elena (n. 1518; figlia di Pietro Bem.bo, e nelle Costu- 
marne leggiamo le Impressioni di viaggio di un anonimo che passò per Vene- 
zia nel 1762. Vi arrivò il 29 Gennaio, e non vi si fermò pochi giorni, giacché 
assistette anche alla fiera dell' Ascensione ; ma tuttavia poche pagine (90-96) son 
dedicate a questo soggiorno. L'anonimo viaggiatore previene i lettori che non 
scenderà a troppi particolari, non avendo l'animo « sgombro da passioni». E 
certo le « passioni » che accusa, gli fecero vedere una Venezia diversa da quella 
che tutti i suoi contemporanei vedevano; tanto è vero che, volendo specialmente 
studiare « l'indole e le costumanze degli abitanti », riconobbe, fra l'altre cose, 
che i veneziani sono < molto concisi nel parlare ». Quanto agli Aneddoti goldo- 
niani, usciti all'epoca in cui fu inaugurato il monumento a Goldoni, un critico 
erudito vi notò qualche inesattezza; ma non è meraviglia che a Venezia Goldoni 
sia conosciuto meglio che altrove. 

59. A. Pascolato. Carlo Gobioni avvocato. 

Nella Nuova Antologia (Decembre 1883, pag. 633-651) l'A. vuol mettere 
in *odn la dottrina giuridica del commediografo veneziano. 

60. Onoranze a Cario Goldoni. Discorso del prof. Michele 
Rosa, R. Provveditore agli studi Ven., 1883, tip. del Tempo, 
png. Il, 8.°; Per V inaugurazione in Venezia del monumento a 
Cario Goldoni Discorso di Ferdinando Galantl Padova, 



Allo scoprirsi del monumento a Goldoni furono pronunziati questi due di- 
sborsi, che ri tra girono egregiamente l'indole dei due oratori. Egualmente felici 
nello scolpire in pochi tratti il' carattere di Goldoni, e l'uno e l'altro il consi- 
dera dal proprio punto di vista educativo od estetico. Naturalmente, il profes- 
sare di pnfcigogia e regio provveditore agli studi ammira il Goldoni, « che tanto 
adoperò per fare del teatro una scuola serale di educazione». Il professore di 
limine lettere e buon poeta egli stesso, ammira il riformatore che « atrli insta- 
bili e scorretti abbozzi . . . sostituì le forme statiche e ben disegnate della com- 
media scritta; alle improvvise e assurde volgarità, le pensate e vere realtà della 
vita; alle stramberie dell'attore, il sentimento del poeta; alle maschere fauci ul- 
lrs^he e scurrili, la persona viva ed urbana ». Così i due oratori rendono intera 
l'ini urine del commediografo sommo, che non sarebbe stato poeta senza essere 
nliK'utope. ne sarebbe stato educatore senza esser poeta. Ed è questa l'.intima ra- 
irione pernii e l'uno e l'altro discorso ottenne meritamente il più difficile ma 
an^he più durevole applauso: quello che è suggerito da una ponderata lettura. 

61. Lettere di Carlo Goldoni e di Girolamo Medebacii al 
conte Giuseppe Antonio A regnati Visconti. Milano, 1882, Ci velli, 
Pag- 70, 8.° 

Avremmo dovuto annunciare as^.ti prima quest i importante raccolta, che 
merita un posto distinto nelle pubblicazioni goldoniane di questi giorni. Sono 
ì**lici lettere inedite del Goldoni e nove del Medebac, che il nob. sig. Alessan- 
dro Spinelli, per gentile condiscendenza del conte Andrea Sola e della contessa 
Antoniola Busca- Arconati- Visconti consorte di esso, trasse dal prezioso archivio 
Soia-Busca e pubblicò per le nozze del conte Luigi Salina'colla nobile signora 
Luigia dei marchesi Litta-Modignani. Nella Premessa V editore ragiona del- 



1884, Salmin, pag. 12, 16.° 




530 



l'importanza di queste lettere e del vantaggio che può ritrarne la biografia del 
poeta; e si intrattiene ragionevolmente a discorrere del conte G. A. Arconati 
(1698-1763). che forse potrebbe essere poco noto agli studiosi del Goldoni. Al 
quale proposito ri piace ricordare la protesta dello Spinelli « contro il comune 
andazzo di voler screditare il secolo passato, e dipingere gli ottimati di esso 
quali ignoranti, prepotenti, boriosi del loro blasone, e spregiatori di tutto quanto , 
non fosse nato di magnanimi lombi. Il secolo scorso ci è ancora poro noto, e per- 
ciò di esso si giudica spesso a caso, e quando lo si studia si modifica di molto 
l'opinione che ce ne siamo fatti, e si trova che era molto migliore di quello che 
non si credesse. E se non fosse così, non sapremmo spiegare questa corrispon- 
denza di stima, di intimità vera che p^ssò fra tanti patrizi e tanti semplici cit- 
tadini, che si elevarono altissimo solo con la potenza del lóro genio. Come spie- 
gare quella reciproeanza di affetto che corse fra il Goldoni e l' Arconati, se non 
ammettendo che il concetto che si ha da noi del secolo scorso basa sul falso? E 
sì che nel ca*so dell' Arconati e «lei Goldoni bisogna anche tener presente questi 
ciivostanza ricordata dal Masi, il quale dice che il Goldoni «« ha dovuto parteci- 
pare a quella oscurità, quasi solitudine in mezzo alla gente, di cui il pregiudizio 
circondava le persone di teatro»». Dividiamo, in sostanza, l'opinione del eh. sig. 
Spinelli, tant'è vero che ne abbiamo voluto riportare le proprie parole. Ma sic- 
come sappiamo che nell'Archivio Soia-Busca si conservano preziose memorie, e 
conosciamo a prova la nobile generosità del conte Andrea Sola, preghiamo pub- 
blicamente il eh. sig. Alessandro Spinelli a rompere finalmente i lunghi indugi, 
e arricchire le nostre pagine colle interessanti pubblicazioni che ci ha fatto spe- 
rare, e che non annunziamo ai nostri lettori per serbare ad essi tutto il piacere 
di una gradita sorpresa. 

62, Una lettera del Goldoni. 

Il conte Tiberio Roberti fece assai bene a ripubblicare nella Rantegna Xa- 
zitmah* (1 Aprile 1881) una lettera di Carlo Goldoni (Versailles, 5 Maggio 1780) 
già pubblicata dallo stesso co. Roberti, qualche anno fa, per le nozze Bertolini- 
liUgo. Questa lettera, die' egli, « che mi viene sempre chiesta » per la sua im- 
portanza, « è ormai esaurita ». Fece dunque assai bene, ripetiamo, a ri pubbli-- 
caria, ma forse non sarebbe stato gran male se l'avesse accompagnata di qualche 
illustrazione, come fece nel 1880 il prof. Ottone Brentari, che la ripubblicò e 
commentò. Non sappiamo se il prof. Brentari abbia raccolto le sue osservazioni 
sulla lettera goldoniana in un opuscolo speciale ; noi le abbiamo lette nel gior- 
nale r Adriatico (8-12 Aprile 1880), e a tempo debito ne abbiamo dato l'an- 
nunzio ai nostri lettori. 

63. Lettera di Giustina Rknier Michiel a N. N. sulla &i- 
dula di Venezia. Ven., 1884, Fontana, pag. 16, 8.° 

Questa lettera (pubblicata dai sigg. C. ed E. de Chantal per le nozze Zaunini- 
Donati)'fu scritta dalla Michiel prima del trattato di Campoformio; e i due «li- 
tori ne vantano la sagacia delle previsioni. E di fatti la nobil donna fra 1* altre 
cose diceva: « Nous ne voulons pas ótre a l'Empereur (d'Austria), nous voulons 
étre libres; mais si les choses ne chan gent pas, il va nous engloutir ». Dio voglia 
che la Michiel non sia stata indovina anche quando diceva: « Venise va divenir, 
ainsi «ju'elle fut à son commencement, la seule habitation des poissons et d<- 
quelques famillcs de pauvres pècheurs ». 




231 

64. Nozze Zannini- Donati. Rovigo, 1884, Minelli, p. 21, 4.° 

, Il sig. Giulio Gargnani, p?r festeggiare queste nozze, pubblicò tre lettere 
dell ì contessa Giustina Rcnier Michiel dirette a Francesco Negri (2 Novembre 
1813), a Ippolito Pindemonte (9 Febbraio 1814) e a Leopoldo Cieognara (30 Ot- 
tobre 182*2); e una lettera diretta air autrice dell' Origine delle Feste veneziane 
dall' ab. Pietro Bettio (13 Deeembre 1823), bibliotecario della mareiana, in cui 
le comunica alcune notizie sui Veneziani in Atene nel 1687, e due madrigali 
composti per la venuta di Enrico IN re di Francia a Venezia. 

65. Due lettere di Pier Alessandro Paravia ad Ippolito 
Pindemonte. Verona, 4884, divalli, pa?. 16, 8.° 

•Sono due lettere, del 15 Giu-no 1822 e del 12 Giugno 1828. Nella prima 
ringrazia il Pindemonte cbe gli aveva rrnnd ito il primo tomo dell'Odissea : è 
naturale, ed era giusto che lo lodasse. Ne aveva anzi scritto un articolo, che la 
Gazzetta di Venezia pubblicò la sera stessa del 15. Ma il Paravia si lagna che 
fosse pubblicato in ritardo, « amando meglio qnesti signori gazzettieri di dar 
notizia dell'opera in musica e del ballo .... anziché di un libro come il suo, da 
fira onore al secolo ed all'Italia ». Si lagna poi che h\ I. R. Censura avesse can- 
cellata dall'articolo « una scappata contro il dignissimo sig. Acerbi ». Si sa chi 
fisse, e da chi fosse protetto l'Acerbi. Domando per altro se e quanto la critica 
delle Gazzette si sia mutata da quella che era sessanta anni fa, benché la censura 
non usi più le sue forbici. Nella seconda lettera si riferiscono due epigrammi im- 
provvisati da Giov. Ladislao Pyrker. E dagli autografi, custoditi nella comunale 
di Verona, trasse e illustrò queste due lettere colla sua solita diligenza il sig. 
Pietro Sgulmòro vicebibliotecario, che avrebbe potuto dirci qual fosse quel Gior- 
nale del Taparelli, che è ricordato a pag. 10. 

66. (Pasini Antonio). / cinque Cancellieri del patriarcato di 
Venezia negV ultimi cinquant anni (1833-1883), Venezia, 1884, 
tip. dell* Immacolata, pag. 18, 16.° 

Sono raccolte qui brevi ma succose notizie sugli ultimi cancellieri della 
curia di Venezia: Giuseppe Roveri n (1833-37), il quale, benché non sostenesse a 
lungo T ufficio, assettò la cancelleria e pubblicò (1831) uno Stato personale del 
clero veneto* ricco di « minute e preziose note storiche, riguardanti in partico- 
lare furti i sacri edifici, dalla Basilica alla più meschina chiesuola »; Giambat- 
tista Ghega (1838-64), il quale « con molta facilità ed eleganza poetava latina- 
mente e grecamente » ; Giuseppe Zuannich (1864-75), « dottissimo in diritto ca- 
nonico »; Pietro Pesenti (1875-81), valente ma sempre modesto letterato, che 
pubblicò senza nome d'autore molte cose degne di lode; e Pio Cargnelli (1881- 

pio e dotto giovane, rapito immaturamente all'amore di quanti lo conosce- 
vano. Gli fu sostituito Antonio Marchiori, e in quest'occasione l'A. dedicò il pre- 
sente libretto a mous. Francesco Mion, canonico penitenziere e vicario generale 
•Idia diocesi di Venezia. E mons. Pasini face assai bene a raccogliere queste no- 
tizie moderne; ma speriamo ch'egli ritorni all'antico, e che voglia finalmente 
r-adeiv di pubblico diritto le preziose notizie ch'egli ha raccolto specialmente 
sul Tesoro della nostra Basilica. 

67. Alcuni versi di Adriana Renier Zannini. Ven., 1881, 
tip. dell'Ancora, pag. 40 non num., 8.° 



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€ Trattò la tannini con uguale felicità la poesia e la prosa; ma con mag- 
giore predilezione la poesia; nella quale costantemente ammiri l'affetto, la deli- 
catezza e la schietta bontà della forma ». Con quanta ragione così scrivesse il 
Veludo (Archivio Veneto, XI, 223) dimostra, non fosse altro, questo libretto eh* 
Pietro Zannini dedicò alia sorella Cecilia nel giorno delle sue nozze. È dunque 
un dono nozzeresco, direbbe il Veludo, che ha un valore letterario, e che qui ri- 
cordiamo anche perchè molti dei versi che vi leggiamo accennano ad avveni- 
menti storici, p. e., alla condizione delle fortezze venete durante la campagna 
del Ì866, all' ingresso di Vittorio Ernmannele in Venezia ecc. ecc. Ma la nota 
predominante è T affetto. La Renier Zannini mancò a dì 16 Febbraio 1876; e 
non possiamo senza commozione rileggere l'affettuoso Sonetto che poco prima 
(22 Novembre 1875), quasi ringiovanita dal desiderio, dirigeva con lieti auguri 
alla sua diletta Cecilia. Al qual sonetto accennando, l'amoroso fratello poteva 
ben dire alla sposa: « mi par che risusciti per quest'ora solenne la santa inda- 
gine di tua Nonna, e come fosse presente ti benedica ». 



68. Slemma e bandiera di Venezia, Cenno di Filippo Naxi- 
Mocenioo. Ven., 1883, Coletti, pag. 22, 8.° 



Il co. Filippo Nani-Mooenigo è un patrizio colto quanto modesto, e che 
alla nostra storia ha già reso qualche importante servigio. Ricorderò solamente 
il Capitolare dei Signori di Notte da lui pubblicato nel 1877 (Venezia, tip. del 
Tèmpo, pag. 251, 8.°), e di cui abbiamo già fatto cenno in questo medesimo Ar- 
chivio (XIV, 235). Il co. Nani-Mocenigo in questo mezzo non ha interrotto i suoi 
studi, nè ha cessato di tener dietro alle questioni d'indole storica: ne fa fede 
l'opuseoletto che annunziamo. Nel quale con savia erudizione e con giusta critiea 
discorre d'un argomento, intorno a cui in questi ultimi giorni si disputò lun- 
gamente (nei caffè e sui giornali) : quale, cioè, debba essere lo stemma e la ban- 
diera di Venezia. « Esistono (dice l'A.) parecchie note ufficiali di Comuni italiani 

i quali, opportunemente interpellati, risposero di aver propria bandiera 

Anzi, fra le altre, ricordo la fiera e dignitosa lettera di Firenze, firmata dal Pe- 
ruzzi, in favore della propria antica bandiera » 

69. Notizie sulla antica pieve di Frùsseda ora comune di 
Ponle-nelle- Alpi e sulla parrocchia di Cadola e dei suoi pievani 
compilate dal professore abate Francesco Pellegrini. Belluno, 
1884, Cavessago, pag. 36, 8.° 

Se tutte le provinole avessero conoscitori così precisi d'ogni loro palmo di 
terra come il prof. Pellegrini conosce ogni palmo di terra del suo Belluno, 
potremmo dire d'aver già pronta la geografìa e la storia della patria comune. 
Chi legga questo libretto vedrà ohe le nostre lodi all' A. non eccedono il vero. 
Egli prende la sua pieve di Frùsseda dai tempi più remoti, e attraversando i 
tempi romani e medievali, senza fare inutile sfoggio di erudizione, si mostra cosi 
perito di geologia e di geografia come di archeologia e di critica storica. Poche 
pagine, ma che mostrano 1' uomo. Segue la sorie degli arcipreti di Cadola, 
giacche questa parrocchia formava una parte dell'antica .pieve di Frùsseda; e 
dal 1184 ai di nostri ricorda trentatrè arcipreti, facili a conoscersi nei tempi a 
noi più vicini ma non nei secoli anteriori al decimoquinto e al decimosesto. E di 
tutti dice quanto può suggerire un'erudizione minuta ma non inutile, finche 




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viene al penultimo, don Andrea Possali, buon padre e pastore e buon cittadino, 
a cui in segno di rispetto e di gratitudine per i molti benefici da lui recati alla 
parrocchia di Cadola con operosa carità e con saviezza di consiglio , il sindaco, 
gli assessori, e il secretano e vicesegretario del Comune dedicarono l'erudito 
lavoro del Pellegrini. Il Fossali, « affranti) nella salute, rinunciò alla parrocchia 
eoa dolora di tutti i buoni il 1.° Deceinbiv 1883, ritirandosi a vita privata ». Ma 
nella quiete del suo ritiro lo conforterà seuz i dubbio la memoria dei benefici e 
la riconoscenza dei beneficati.. 



70. S. Zenonis episcopi veronensis sermones. Veronae, 1883, 
Colombari, pag. CLXI, 359, 4.° 



Aurli studiosi dell'antichità sacra piacerà molto il sapere che una nuova edi- 
zione di S. Zenone fu pubblicata testé in Verona dal benemerito mona. G. B. 
Carlo co. Giullari, con tutti i sussidi della critica e dell'erudizione moderna. 
L'edizione di S. Zenone ha una storia, h" editto prinreps (1508), naturalmente 
assai difettosa, e le successive edizioni procurate dai due vescovi Agostino Va- 
llerò e Gianfraneeseo Barbarico nei secoli XVI e XVIII, furono superate di 
lurida mano da quella dei fratelli Ballerini (1739), i quali l'avevano illustrata 
fon quella abbondanza e con quel discernimento che era proprio dei nostri eru- 
diti del secolo scorso. Ma non era forse possibile che la lezione del testo fosse dai 
Ballerini risanata così da non lasciare desideri parecchi. E di fatti Bartolammeo 
Perazzini pubblicò nel 1773 le Ani/nadcersìones, e nel 1775 le Correctiones et 
Explicatìoèies, che dovevano agevolare una nuova edizione. In Verona, che era e 
si conserva tuttodì centro operoso di studi, il Perazzini trovò molti amici, che si 
restituirono quasi in Accademia allo scopo di restituire al possibile il testo ge- 
nuino del loro santo patrono. Ma i tempi si facevano ogni di meno propizi a 
questo genere di studi, e rimise cosi all'infaticabile mons. Giuliari il merito di 
avere riassunto le fatiche altrui, ripigliato e completato gli studi intorno a 
S. Zenone, ed apparecchiata un'edizione degna di essere o (Ver tu a Leone XIII, 
che ne ac etto benignamente la dedica. Nulla di fatti manca alla nuova f.itica 
del benemerito editore di S. Zenone: l'epoca, la vita, il culto, le opere del Santo 
sono illustrate nei prolegomeni, ove è anche esposta la dottrina di esso, dalla quale 
apparisce che la Chiesa cattolica credeva nel quarto secolo quello che crede nel 
secolo deci monono. Ma il eh. editore ha saputo giovare più direttamente alla 
storia, consacrando particolari capitoli alla liturgia, allo, filosofia, all'archeolo- 
gia sacra e profana: lavoro veramente grave, e che mostra non solo la pietà ma la 
dottrina e l' intelligenza dell'erudito bibliotecario. Certo, non mancherà qualche 
neo: qualcuno, per esempio, non avrebbe voluto leggere quelle parole: <c inspi- 
eere tempus non concessi t » (pag. CXL). Ma il Giuliari, e per l'esame dei codici 
principali e specialmente del pistoiese, e per la critica con cui discusse, e per la 
dottrina con cui chiari ogni difficoltà del suo testo, potè dire con giusta fiducia 
ai lettori: « ouram certe maximam adhibuimus ut haec editio nuineris omnibus 
absoluta prodiret ». E noi ce ne congratuliamo con esso; giacché egli ha cosi 
raccomandato il suo nome ad un monumento, veramente aere perenni us. 



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VARIETÀ 

DN NUOVO DOCUMENTO SU GUTTEMBERG 



Ne* paesi civili continuano le ricerche per conoscere una buo- 
na volta chi fosse il vero inventore della stampa a tipo mobile. In 
questi ultimi mesi diedero opera a simili indagini i signori Eugenio 
Dutuit ed A. Claudin, nell'opera periodica Le Liore, Rame du 
monde littèraire. Archioes des écrits de ce temps. Paris, A. 
Quentin, 1883, in 4.° (fascicolo d'Ottobre, pagg. 320-334, e fase, 
di Novembre, pagg. 360-372). 

Il Dutuit tende a rivendicare il merito della prima invenzione 
della tipografia, se non a Lorenzo Coster di Harlem, certo al- 
l'Olanda; perocché, dice lui, non v'ha fumo senza fuoco, e quindi 
v'ha da essere qualche cosa di 'vero nella tradizione olandese. 
Maggior peso non hanno le autorità e le ragioni ch'egli adduce, 
non più valide di quelle recate in mezzo più di un secolo fa dal- 
l'erudito Meerman (Origines Typographicae, Hagae Comitum, 
1765). Ma non bisogna confondere la nebbia col fumo: da questo 
voleva Orazio che si sapesse cavare la luce, anziché indovinare il 
fuoco; ma il più delle volte nebbia e fumo non fanno che oscu- 
rare le cose (1). 

Riferendosi alla dissertazione critica del Dutuit, prodromo di 
una sua opera maggiore che vedrà la luce, il Claudin la dice por- 
tato d' un' opinione imparziale,, che sarà accettala da chiunque 

(1) Intorno alSasrgio dei Dutuit parla il comm. Carlo Lozzi nel suo Biblio- 
filo, anno V, Marzo 1884, num. 3, Bologna, in un suo primo articolo, In cui intan- 
to e^li afferma: « elio il Coster abbia di alquanti anni preceduto il Guttembergr 
non c'è dubbio ; come è pure accertat i < h • il Coster abbia pubblicato alcuni sè- 
fruiti xilografici ad impressione tabellare, ma non è egualmente certo che abbia 
per primo formate lettere mobili in l 'imo, e con esse impresso qualche libro ». 
Aspettiamo ci venga dimostrato, non f»on normazioni autocratiche, le quali oggi 
nulla provano, come la prima cosa non sia punto dubbia, come la seconda sia 
accertata, e come la terza sia solamente seggetta a dubbi. 



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235 

^ *k accecato dallo spirilo di nazionalità. E dice troppo, ma 
^buon senso di soggiungere, che quell'opinione non debb' es- 
SSre. accolta senza qualche riserva. 

Ma che riserve fa il sig. Claudin, non riuscendo che a con- 
durre i suoi lettori tanto per Harlem quanto per Magonza alle 
stesse conclusioni? Dopo aver letto l'articolo del sig. Claudin non 
si sa a che attenersi: nell'arte compariscono tutte e due come le 
prime inventrici di tutto. Altro che riserve ! (1) 

Delle riserve però e moltissime ne facciamo noi, non per Har- 
lem, di cui non vogliamo occuparci per ora, sì bene circa V ultima 
conchiusione a cui esso Claudin par voglia fermarsi commentando 
un nuovo documento su Guttemberg. Il suo articolo è- intitolato : 
Un nouveau doeument sur Gutenberg. Tòinoignage d' Ulric 
Gering, le premier imprimcur pn risieri et de ses compagnons 
cnfaceur de V intenieur de V imprimerie. E, quando egli dice 
i>npri>nerie, intende stampa a tipo mobile, diretto e fuso. 

Si vedrà come il sig. Glaulin abbia voluto forzatamente far 
parlare a modo suo e compromettere dei morti ; e, peggio, come 
il documento stesso, senz' essere una vera e buona testimonianza a 
favore di un Guttemberg primo inventore della tipografia, con- 
traddica eziandio a quelle premesse storiche che lo stesso critico 
qua e colà giudica degnissime di fede. 

In cotali contraddizioni cadono troppo sovente bibliografi e 



(1) 1 bibliografi, per non continuare ad andar essi a teutoni ed a farci ca- 
dere sui loro passi, abbiano una buona volta la bontà e la bravura d'intrapren- 
dere il lavoro ebe ora andremo additando. Prese le mosse dallo Sp?culum fiuma- 
na* snhationis. da quello, cioè, ebe dicono del 1439, ed interamente a carat- 
teri mobili, vengano giù giù fino allo Iustinianus, lnstitutiuncs, Magonza, 
1468. e tecnicamente ci facciano toccare con mano i successivi miglioramenti 
dell'arte Anzi la stessa operazione vuol essere prima eseguita su quelle xilo- 
grafia e lavori d" impressione ebe furono proclamati anteriori al 1439, siano 
d Harlem o di Strasburgo o di Magonza o di qualsivoglia altro paese d'Europa. 
Allora si vedranno le fos , i passi progressivi dell'urte, allora si conoscerà in 
che consistesse o potesse consistere il merito guttembergiano, ed in die i van- 
tati ed essenziali perfezionamenti introdotti da Pietro Schoeffer Corredino il 
tutto con buone tavole fotolitograficbe ; perchè fidarsi è bene, e non fidarsi ò 
loglio E, per carità, noti si mettano a tal lavoro ammaliati dalle parole di que- 
sto odi quello scrittore, da questa o da quella sottoscrizione di stampatori. È da 
scommettere che si troveranno in grande imbroglio; perocc hè vi sono (fra le 
altre cose) delle pagine' date dal Meerman come lavori tipografici dH tempi di 
Lorenzo Coster, ebe superano per esecuzione materiale qualsivoglia lavoro attri- 
buito a Guttemberg ed a tutta la scuola magontina. 



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230 

critici, e tra' primi caduti è da annoverarsi anche il Meerman, Chi 
più di lui ha accatastato prove e documenti a favore di Guttém- 
berg, più a danno che a vantaggio del suo prediletto Coster ì 
Cuoci e ricuoci le uova, metti troppe droghe nei cibi, e diventano 
i ìd.gesti e perniciosi al povero ammalato, che dovea, invece, rice- 
verne nutrimento e ristoro. 

Dove il sig. Claudin è andato a pescare il suo nuovo docu- 
mento ? 

In una lettera del savioardo Guglielmo Fichet, dottore di teo- 
logia e retorica nel Collegio della Sorbona, poi cameriere secreto 
di Sisto IV. Quella lettera è diretta al suo amico e già scolaro Ro- 
berto Gaguin, e trovasi premessa (fol. 2 verso), solamente in pochi 
esemplari, all'opera intitolata Gaspariui Pergamensis Orlogra- 
phiae Liber, in 4.° piccolo, stampata a. Parigi, ma senza data. Ne 
dovrebbe avere un esemplare la Biblioteca Brera di Milano, se- 
condo che attestava il prevosto dell' Ambrosiana don Giacinto 
Amati, a pag. 000 delle sue Ricerche slorico-critico-scicnti fi- 
che ecc. Milano, Pirotta, 1830, in 8.° Vogliamo sperare che quel- 
l'esemplare non abbia preso il volo come tanti altri libri preziosi. 

Gaspare, sopranominato Barzizza dal luogo della sua nascita, • 
presso Bergamo, latinista e letterato, nacque verso il 1370, inori 
nel 1431. Ignoriamo che vita menasse a Bergamo, e se questa 
città molto si curasse di lui, o piuttosto, per l'antico proverbio 
Nono prophcla in patria sua, si limitasse ad accordargli l' ospi- 
talità delle strade pubbliche. Certo è che gli prese vaghezza o 
sentì il bisogno di andar a stabilirsi a Milano. Eragli amico il duca 
Filippo Maria Visconti, presso cui stette parecchio tempo, libero 
letterato in subdola corte. Furono le sue Epislolae, specie di eser- 
citazioni scolastiche, il primo libro stampato a Parigi nella Sor- 
bona, chi dice nel 1409 e chi nel 1170; e sono fogli 118, in 4.° 
Per la loro prima stampa i Parigini avrebbero forse dovuto fare 
una migliore scelta, dopo l'esempio di Roma e di Venezia; ad ogni 
modo è consolante per noi, massime- in questi tempi di dispetti e 
di male ispirati sfregi, il vedere come la Francia, a quei di faro 
di sapere per tuffo il mondo (1), giudicasse, anco giusta l'opinione 
della sua stessa Sorbona, di avere qualche cosa da apprendere pur 
dai nostri scrittori di secondo online. Chi scelse l'opera fu Gio- 
vanni la Pierre, priore della Sorbona, per consiglio dello stesso 

il) Vedi più innanzi i versi posti in fine alle Epistola* di Gaspurino, 



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2«7 

Fichet, conuì riferisce il Chevillier nell'Origine de l' imprimé- 
rie de Paris, Paris, De Laulne, 1C04, a pag. 40. 

Per fissare la data della stampa dell' Orlographia il signor 
Claudin parte da quella delle Epistoh.e, che, a suo dire, devono 
essere state impresse alla fine del 1 1G9, oi al principio del 1470 al 
più tardi. L' ' Hain (Reperforium bibliograpJticum) ed Ambrogio 
Firmin-Didot (Enciclopédie moderne, Histoire de la Typogra- 
phic) escludono (il secondo più esplicitamente del primo) la data 
del 1469, ammettendo invece l'uno il circa 1470, l'altro, senza 
dubbi il 1470. Finché non sia provato il contrario, noi riterremo 
adunque che le Epislolae datino da quest' ultimo anno : indotti a 
ciò peculiarmente dalla lettera di Fichet al Priore La Pierre, pre- 
messa a quelle Epislolae {Guillermus Fichetus Parisiensis Theo* 
logus Doclori I vinni Lapidano Sorbonensis Scholae Priori, Sa- 
lulem). On lil, dice il Chevillier, 1. e, pag. 41, dans les regislres 
de la Faculté de Thèo ì ogie i qu il fui Prieur deux fois ei de 
deux années inlerrompues: la première fois en V année 1467 
la seconde fois en 1170 (1). 

Incerto fra il 1409 ed il 1470, il sig. Claudin questo però af- 
ferma come positivo, che i caratteri dell' Or/ogrcrphh, ne portenl 
nucunc trace d'usure, et paraisscnt eidierèmcnl neufs (2); de- 
ducendone che ce fiere a sitivi fe premier, ayanl àie cxeculó 
par les mómes imprimeurs, qui vieanenl d' imprimer les Lei- 
(rea de ce mème Gasparino. Notiamo, anzi tutto, che il Brunet 
dice dell' Orlographia: « Èdition imprimée avec les mèmes cara- 
ctères que les Epistobte » ; in secondo luogo, che il latino del Fi- 
cheti qui jam pridem Gasparinì litleras impresserunt, che si 
legge nella lettera premessa all' Orlographia, è ben lontano dal 
significare una successione pronta ed immediata; dappoiché, come 
si rileva da un passo di Cicerone (Àtt. 23 , se mai se ne avesse bi- 
sognoj'am pridem ha il valore tli gran tempo, di molto tempo 
fa e simili. Forse il sig. Clau lin confuse pridem con pridie, fa- 



ti- Pt r far datare dal 1469 la lettera di Fichet e l' Ortog rapititi del Gaspa- , 
mio biso£u> Tubb 4 confondere 1" Università di Parigi coi Collegio deiia Sorbona, 
fr'ce in una nota ii Dupoxt (Histuire de la typugraphie, to. I, i>a<r. 94): II (De In 
Pierre; fut pri*ur de Sorbonne en 1467 et 1470; il avtit succedi a (rutilante 
Fkhtt, en 1469, dans le rectorat de /' Unirei siti de Paris. 

In ciò discorda il Chevillier, Origine de V imprimer ie de Paris, pag 1 . 491, 
Scendo delle EpistAae: (e caractère de ce volume parati ncuf % et n arutr pomi 
<*cw urti: aux autres livrea il paroit un peu usi. 



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^3S . , 

tendone col jam un nuovo modo avverbiale di tempo, e dandogli 
un signuìcato che non ebbe mai. 

Si potrebbe aggiungere che lo Chevillier (1. c. pag. 36) dando 
la nota cronologica dei libri pubblicati a Parigi dal 1470 al 1472, 
registra quinta la Ortographia di Gasparino, facendola precedere 
dalle Epistolae gaspariniane,. dal Floro, dal Sallustio, e dalla Re- 
thorica del Fichet. Di più, il Firniin-Didot (1. e, col. 737), citando 
le prime stampe parigine, pone dopo quelle del 1471 il Libvr 
Or log rapirne. Che se facciasi l'eccezione ch'essa Ortographia 
comparisce fra i libri senza data citati dal Firmin-Didot, sarà fa- 
cile rispondere doversi por mente a questo fatto, che col carattere 
dalle Epistolae, lo attesta lo stesso Firmin-Didot, qu.egli impres- 
sori stamparono successivamente (a. 1470 o 1471) il Sallustio. Se 
il Liber Ortographiae, che il Claudih ritiene essere stato la se- 
conda stampa parigina, ebbe bisogno di un nuovo carattere, forse 
perchè logorato il primo dalla stampa delle Epistolae, come si sa- 
rebbe proceduto col loro carattere logoro a stampare il Sallustio? 
Insognerebbe supporre che fin da principio la stamperia di Gering, 
Friburger e Krantz avesse già in pronto due caratteri nuovi, e 
che, stampando nello stesso anno, o poco dopo, due opere dello 
stesso autore, cioè del Barzizza, runa la imprimessero in un ca- 
rattere e T altra in un altro : il che ci pare abbia poca verosimi- 
. glianza. Non sappiamo come siasi formata la tradizione che Y Or- 
tographia fosse il secondo lavoro tipografico parigino ; probable- 
ment, dice prudentemente il Brunet; ma nò il carattere nuovo, as- 
serito dal sig. Claudin, e molto meno le parole del Fichet, dateci 
dallo stesso signore, gli servono a prova. E se Epistolae ed Orto- 
graphia uscirono nello stesso anno dalla medesima tipografia, per- 
chè non se ne è fatto un solo volume, anziché aggiungere all' Or- 
tographia predetta un trattato del Guarino (De Diphthongis), che 
non ha che nove fogli ? 

E qui dovremmo meravigliare che nè Hain, nè Brunet, nè 
Graesse, nè Claudin ci abbiano in lieato il numero dei fogli del- 
l' Ortographia, cosa che almeno V ultimo avrebbe potuto fare be- 
• nissimo, avendo fra mani la stampa da cui egli trasse la lettera di 
Fichet. 

Nella incertezza adunque di quella data, come potremmo noi 
contraddire all' Hain, che assegna all' Ortographia un tempo po- 
steriore al 1470 [Forte Parisiis, post 1470) ì E come fa il signor 
Claudin a sostenere che la lettera del Fichet al Gaguin debba es* 



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239 

sere della firn .lei 1470? Forse perchè quella lettera termina con 
queste parole: JEdibus Sorbonac .... kilendis januariis? Ma 
poiché esso signor Glaudin trova necessario avvertire i lettori che 
il Gennaio era allora il primo dei tre ultimi mesi dell' anno, che 
cominciava a Pasqua, non pare a lui che la lettera, anziché del 
1470, non abbia piuttosto a dirsi del 1471 i E presso alla fine del 
1471 ci farebbe forse giungere lo Ghevillier (1. e, pag. 2D) affer- 
mando che Sisto IV fece venire Fichet a Roma sur la fin d' oclo- 
bre de 1471. Ed anche si potrebbe rimandare la sua partenza al 
1473, perocché si apprende dal Dupont (1. c. f tom. I, pag. 57) che i 
dottori La Pierre e Fichet non lasciarono, forse definitivamente, 
la Francia, che in quest' ultimo anno. È errore o contraddizione 
del Dupont, che prima avea detto (pag. 94 in nota) che sulla line 
del 1471 il card. Bessarione, incaricato dal papa di una missione 
presso Luigi XI, condusse Fichet a Roma, dove fu benissimo ac- 
colto da Sisto IV ? Ovvero furono due le andate di Fichet, e la 
prima con riiorno a Parigi? 

Vedrassi più innauzi che nella Epistola di Fichet al Gaguin, 
premessa all'edizione dell' OrJographia del Gasparino, corse un 
errore di grammatica: un libri per libros. Tutti i Francesi ci gri- 
derebbero la croce addosso, se di tale errore noi facessimo respon- 
sabile il loro magno latinista Fichet; dunque dev' essere stato er- 
rore degli stampatori ; dunque il Fichet non deve aver rivedute le 
bozze di stampa di quella lettera ; dunque egli doveva essere allora 
lontano da Parigi, cioè trovarsi a Roma nel suo nuovo ufficio, dopo 
il 1471, forse nel 1743 ed anche dappoi; dunque V Ortographia 
non fu stampata nel 70, sebbene la Epistola possa essere stata 
scritta in queir anno. 

Quali ragioni inducessero il Fichet ad omettere l'anno in 
cui scriveva la lettera al Gaguin non è facile indovinare. Forse 
egli non volle con una data precisa vincolare gli stampatori, la- 
sciando loro, invece, con queir omissione la libertà di stampare 
1' Ortographia a tutto loro beli' agio ; ovvero furono gli stessi 
stampatori che, pubblicando parecchio tempo dopo la lettera, sop- 
pressero l'anno per non far parere cosa vecchia lo scritto del 
Fichet, vicino o lontano. Ma vedremo che i tre tedeschi, oltre la 
data, soppressero forse qualche altra cosa, cioè tutta la lettera. 0 
forse il Fichet non avea 1" uso costante di porre intere le date alle 
sue lettere, come si vede nella sua epistola a La Pierre, premessa 
^ Epistolae, e che termina colle parole : Scriptum apud Sur-' 



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240 

bonam velocissima Ficlieted marni (Chevillier, /. e, pag. 41, e 
Dupont, /. e, pag. 93). 

Era necessario precisare la data del nuovo documento offer- 
toci dal Claudin; si troverà quindi ragionevole che intorno tal 
punto noi spendessimo più di qualche parola. Nulla si prova asse- 
rendo recisamente. E l' affare delle date, in argomenti come que- 
sto, è per noi della massima importanza, perocché più si allonta- 
nano dall'epoca, non dei tentativi, ma deir invenzione della stam- 
pa, che, secondo i più riputati critici, sta fra il 50 ed il 57, anziché 
fra il 40 ed il 57, del 1400 (l); e più scema per noi il valore dei 

(1) Il Sabellico nella Storia Veneta ci apprende che sotto il doge Pasquale 
Malipjero (a. 1457-02) fu in Italia trovata la stampale nell'altra sua opera Eneadi, 
X, 1ÌU..YI, aggiunge: Moguntia res pvimum tentata est . . . annis cirater XVI 
priusquam in Italia res coepta sit rulgari. 

La predetta Storia Veneta in quel modo ci faceva vogare per cinque anni, 
non precisando proprio l'anno dell'asserita invenzione italiana. A supplire in 
pran parte a ciò noi presentiamo ora il passo di un'altra opera, che pare dello 
stesso autore, e che trovasi in questa nostra Marciana (Manoscritti Latini^ Classe 
A', XLIy 0). • 

Così parla il Morelli in una sua nota manoscritta premessa ad esso Codice • 
« In questo Codio*! trovasi un' Epitome dell'istoria veneziana del Sabellico 
con alcuni lunghi passi di questo storico inseriti letteralmente. Al principio, ec- 
cettuate alcune poche righe, trovasi un pezzo di esso Sabellico, che nell'edizione 
veneziana del Lovisa comincia a carte 127. Ma in appresso l'autore dell' Epito- 
me vi agg"iun .e del suo, e fra le altre cose nolla facciata terza cita il testamento 
di Ubertino da Carrara come esistente nell'Archivio dei Procuratori di S. Marco. 
Quel pezzo di questo libro eh 1 è intitolato de Beilo Carrariensi, e comincia Fra- 
ctis Scaligerum tyrannorum viribus etc trovo ch'ò preso a parola per parola dal 
Sbellico p. 347 (diz. citata, il qual pezzo come di autore ignoto fu pubblicato 
dal N. U. S. Flaminio Coruaro dietro alla Cronaca Veneziana di Lorenzo de 
Monaci ». 

« Potrebbe anche essere tutta questa Storia Veneziana dettata dal Sabellico 
stesso prima che scrivesse V Historia diffusamente. Ma non v'è alcun indizio per 
assicurarsi di ciò ». 

La suddetta opera ms. porta nel frontispizio questo titolo: Saltellici Epitome 
His?or. Venet. ab anno*MCCX usque MCCCCLXXVII (le^rjjri piuttosto 1 4*78, come 
resulta da quanto si legge alla carta 113 recto) ew Sabel'ico potissimnm desumpta. 
È da notarsi che il frontespizio è di carattere molto meno antico; e che la scrit- 
tura del codice è del secolo XV. 

Non sappiamo come il Valentineili, copiando dal Morelli, nella sua lithliu- 
theca Manusripta Viri Marci, fattosi a discorrere di questo codice, di carte 1 1G, 
iu 4.", del secolo XV ^notisi bene) potesse uscir fuori dicendo: Statini a princi- 
pio focus ex Sansovino ad verburn nspundet pag. 127 editiunis renetae 1718. Ma 
il benemerito uomo non prese nella sua mortale carriera questa sola cantonata. 

La Marciana uou ha nessun codice o carta di accertuta scrittura del Sabel- 



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241 

documenti che ad essa si riferiscono. Le sottoscrizioni, quando vi 
sono, degli antichi stampatori e le parole degli storici e letterati 
del XVI e XVII secolo e dei successivi sino ai nostri giorni, son 
belle e buone, per altro sono parole; ma nel decennio dal 1457 al 
1467, quando gli stampatori mistificavano il pubblico e storici e 
bibliografi tacevano, vi sono i libri che colle loro materiali qualità, 
parlano assai chiaro ed assai giusto a quelli che sanno leggerli. Le 
cose che si vedono coi propri occhi senza traveggole, quelle sì. non 
hanno menzogna. 

Ma veniamo finalmente al testo latino del Fichet. È un brano 
di lettera, diretta, come più sopra abbiam detto, a Roberto Gaguin. 
Essa non sarà certo rimasta senza risposta, e la risposta, se si 
potesse trovare, recherebbe la necessaria luce sulla missiva di 
Fichet e suir anno in cui venne stampata la Ortographia di Ga- 
sparino. Ma furono inutili le nostre indagini; alla Marciana tro- 
vammo un epistolario del Gaguin, Epistolae et òrationes Gaguinù 
M. Duratici gerlìer; carte numerate 78). Doveano quelle lettere 
essere stampate, come si rileva da una lettera del Gaguin del 1498 
(fol. 3 recto), dallo impressore Jodoco Badio, ma, morto costui; 
Roberto affidava la stampa delle sue lettere ed orazioni a durando 
Gerlerio Parissano biblyopole, non solamente sottoscritto nel 
frontispizio, ma che ha pure la sua marca (Z). G. gotici) entro 
una xilografia del primo foglio recto. In nessuna delle sue Epistole 
a Guglielmo Fichet il Gaguin accenna air Ortographia, ed in nes- 
suna di quelle è segnato V anno in cui venne scritta (1). 

lieo, sebbene egli sia stato per qualche tempo custode della Libreria Ducale; ci 
riesce quindi impossibile di far i necessari confronti per affermare se veramente 
questo sia un suo autografo. Forse all'Archivio Veneto di Stato le ricerche sa- 
rebbero più fortunate. 

Una volta dimostrato essere un abbozzo del Sabellico, quest 1 Epitome riu- 
scirebbe di qualche importanza, specialmente per il seguente passo, che si legge 
a carte 97 recto : librorum (vi si dice) imprimendorum ratio primum (sotto il Ma- 
Hpiero) est in Italia reperta, ed in margine, dello stesso carattere: Librorum im- 
primendorum inventio 1457 tei H59. 

Ciò dà luogo a questa ragionevole supposizione, che nelle E ne adi il Sabel- 
lico portasse i primi tentativi dell'arte Maguntina all'anno 1441 od al 1443 e la 
rtptriiiunt e l'esercizio, già cominciatosi a divulgare, della stampa in Italia 
all'anno 1457 od al 1459, tenuto stretto conto di quelle parole anni* circiter 
XP/ ecc. 

U) Nel foglio 12 recto, Gaguin scrivendo a Fichet, dice: Nam quia te prae~ 
uptorem appello, mefichetistam vocant multi, et quod a me editum sciunt, rnor* 
fcftf. In una sua orazione a Giovanni, re di Portogallo, egli fa precedere questa 

16 



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242 

Ecco il documento : 

.... Magnimi lumen novorum librariorum gentis attulit 
quos nostra memoria (sicut quidem equus TrojanusJ quoquo 
versus effudit Germania. Ferunt enim Mie, haut (sic) procul 
a cimiate Mogontia, Joannem quendam (sic) fuisse cui cogno- 
mento Bonemontano qui primus olim impressoriam arlem eoc- 
cogitaverit quare non calamo fui prisci quidem alii J ncque 
penna fui nos fingimusj, sed aereis lilteris libri (sic) fingunt et 
quidem eocpolitc, polite et pulclire. Dignus sane hic vir fuil quod 
omnes Musae, omnes artes, omnesque eorum linguae quae libris 
deleclanlur divinis (sic) (1) laudibusque oment coque magis Dis 
Deabusque anteponatur . . . Atque ut ... . prima Ceres unco 
glebam dimovil aratro, prima dedit fruges alimentamicia ter- 
ris. Al Bonemonlanus iste longe gratiora dicinioraque inventi, 
quippe qui litteras ejusmodi exsculpsit quibus quidquid dici aut 
cogitari potest propediem scribi ac transcribi et polestati memo 
riae mandar i possit. Neque praesertim hoc loco silebo qui su- 
perant jam 7)iagislrum quorum Udalricus, Michael ac Marli- 
nus principes esse dicuntur, qui jam pridem Oasparini epistolas 
impresserunt quas Joannes Lapidanus emendami . . . JEdibus 
Sorbonae raptim a me kalendis januariis diluculo scriptum 

Da questo brano di lettera, mancante della più necessaria nota 
cronologica, cioè di quella dell'anno nel quale fu scritta, che pro- 
fitto vuol trarre il sig. Claudin per la causa di Guttemberg? 

Egli vuol dimostrare : 

data, dove mancano le centinaia: Anno safutis M. septuagesimo sesto (foglio 53 
•verso). Ha poi nel foglio 76° una lettera a Iacobo Vimperselingo spiremi, in cui 

10 manda a studiare la storia moderna a proposito e difesa del re di Francia, che 

11 Vimperselingo avea aspramente censurato pel ripudio di Margarita, figlia di 
Massimiliano, e per le sue nozze con Anna, che dicevasi sposata a costui. Fa se- 
guito subito dopo, fol. 78 verso: Eiusdem Roberti Qaguini ad eundem Iùcobum, 
qui Mia Francorum marcescere scripserat Epigramma. Dev 1 essere quel lacobus 
Wimphellingius natas Seìestadii in Aìsatia V7 julii a. 1450. ibidemque drcesstt 
15 hai. Decemb. 1528, citato dal Meerman, 1. e, t. II, pag. 138. 

(1) Par che il Claudin abbia omessa la parola kunoribus. 11 trevigiano Gi- 
rolamo Bononi qualche anno dopo, cioè nel 1477, si servì delle stesse immagini 
mitologiche per lodare un quicunque inventore della stampa, Tortela Aretini 
De Ortographia dictionum e Graecis tractarum. Treviso, Manzolo, in fol. Il Bo- 
noni, per mettervi qualche cosa del suo, vi aggiunse anche Mercurio. Poi venne 
Quinzio Emiliani colla giunta delle ali di Dedalo e colle manine di Pali ade 
{Bibita latina, Venezia, Herbort, 1483). 



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243 

1. ° che questo documento non è stato finora conosciuto da al- 
cuno storico della stampa ; 

2. ° eh' esso documento va innanzi per tempo a tutti gli altri 
conosciuti, a cominciare dalla Cronaca dei papi di Filippo de Li- 
gnamine, Roma, 1474 ; 

3. ° ch'esso documento è l'autentica testimonianza di coloro che 
stampavano libri col mezzo del metodo nuovo ; 

4. ° eh' esso documento dimostra chiaramente e precisamente 
. avere il Guttemberg non solo escogitata per il primo 1' arte della 

stampa, ma anco inventati i caratteri mobili di metallo. 

Di tutto ciò appena regge il primo asserto, qualora perù, poco 
ragionevolmente, non si vogliano risguardare come storici quelli 
che attesero alla bibliografia delle stampe del quattrocento, e che, 
completamente o no, s' occuparono anche del ' libro dell' Ortogra- 
fia di Gasparino, edito a Parigi da Gering e soci. Fu per incuria, 
o per non crederla importante eh' essi non si fermarono a discor- 
rere di proposito su quella Ietterà? Riteniamo che sia stata negli- 
genza de' bibliografi e degli storici, che pur trassero in mezzo do- 
cumenti d' assai minor valore. C è poi V attenuante, che quella 
lettera si trova in pochissime copie. 

Che la lettera di Fichet sia il primo documento che nomina- 
tivamente ricordi Guttemberg, è asserzione assolutamente gra- 
tuita; perocché anteriori a quella lettera, fosse pure essa de la fin de 
r année 1470, abbiamo il processo di Strasburgo del 1439, l'altro 
processo del 1453, e la lettera dell' Humcry del 1468. 0, per av- 
ventura, il sig. Claudin ritiene che tutti questi documenti non siano 
proprio degni di considerazione e nulla provino a favore di Gut- 
temberg come primo stampatore a lettere mobili? In ciò noi sa- 
remmo d'accordo con lui, e lo abbiamo dimostrato, più di un anno 
prima del suo articolo, nell' opera : Siili' invenzione della stampa 
a tipo mobile fuso, rivendicata all' Italia. Firenze, Galletti e 
Cocci, 1882, in-16). Ma, se M. Hessels ha dichiarato non è gran 
tempo, come scriveva anche il Dutuit nell'Ottobre del 1883, che 
mancano i documenti per affermare Guttemberg inventore della 
tipografia, neppure la lettera del Fichet viene a supplire ad una 
tale mancanza, come vedremo più innanzi. 

Nella suddetta lettera del teologo della Sorbona si vede il re- 
tore e di più l' erudito non bene informato delle cose intorno a cui 
si era messo a discorrere.. Ha bisogno di fronzoli per riempiere il 
vuoto e dissimulare la scarsità delle sue cognizioni avariate» Come 



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rètore lasciamolo sbizzarrire ó trastullarsi col Cavallo di Troia, 
sebbene questo grande animale a ruote non abbia menato in giro 
per Lutto il regno di Troia e molto meno per tutta Europa i guerrieri 
greci ; e condoniamogli quegli esagerati suoi confronti fra i supposti 
meriti di Guttemberg e quelli degli dei e delle deesse della mitologia, 
compresa anco Cerere, ch'era pur venerata come la datrice del 
pane. Fu certo involontaria omissione, s' egli non mise appiedi del 
suo idolo anche le Grazie. Poco istrutto della materia che avea 
tra mani mostrasi esso Fichet quando asserisce che un cerio Gio- 
vanni, un quidam, un tale qualunque, poco lungi da Magonza, 
escogitò l'arte della stampa: chi è proclamato degno di templi e 
(T incensi, un nuovo dio non avrebbe dovuto designarsi con quel 
quidam (1), che lo qualitìca quasi come ignoto ; di più, Strasbur- 
go, che, secondo la tradizione, fu la prima culla dell'arte Guttem- 
bergiana, non è cosi vicina a Magonza, come farebbe supporre 
Vhaudprocul, quasi che si trattasse di Altavilla. Strasburgo dista 
da Magonza quasi dugento chilometri, e di strada ferrata (2). È 
del pari poco esatto il Fichet, quando dalla scritturazione a penna 
passa a quella delle lettere metalliche, come se questa fosse imme- 
diatamente seguita a quella, come, cioè, fra r una e T altra fase 
dell'arte non vi fosse stata la xilografia, cioè l'incisione della scrit- 
tura sul legno o sul metallo. 

Era allora brutto vezzo quello di latinizzare con elementi af- 
fatto diversi i cognomi ; ed il Fichet, come per quello di La Pier- 
re in Lapidanus, rendette quasi irreconoscibile il cognome di Gut- 
temberg, trasformandolo in Bonemontanus h che n'è la traduzione 
latina, ed anche un po' libera. Di un buon monte se ne è fatto un 
buon montanaro (3). Di ciò non vogliamo veramente dar grave 

(1) Molti altri scrittori però usarono del quidam parlando di Guttemberg ed 
anche nominandolo E l'invenzione fu detta quaedam a cominciare dallo Piai- 
morum Codex del 1457. 

(2) La tanto strombazzata e vantata autorità del Tritemio è oosì poco si- 
cura nelle sue affermazioni; che in una sua lettera del 1507, chiama Magonza 
metropolim Francorum, ed in altra del 1508 metropolim Alernannòrum. Nel 1507 
non c T era di mezzo il Reno? 

(3) Il WimfelhÌng (nel Catalogo dei Vescovi di Strasburgo, Strasburgo, 
1508) dice alla sua volta: ductu cuiusdam Joannis GenszfUisch, ex senio caeci, 
in domo Boni Montis, Gutenberg, in quo hodie collegium est juristarum, ea ari 
Computa et cutisummata est. Lasciando pur stare il Gudenburch dello Zeli, altra 
autorità co' nocchi, che dire dell' Ansicarus del predetto Wimfelhing, tradu- 
«ione, come dice il Meerman, di Qensfleisch, altro cognome di Guttemberg 99 



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carico al Fichet, ma, trattandosi di un nome eh' egli voleva tra- 
mandare alla posterità, non era buon mezzo quello di esigere non 
solo che i suoi lettori conoscessero il latino, ma imparassero anche 
il tedesco. E per sapere il nome (Von Stein) del sopradetto ale- 
manno Priore della Sorbona essi avrebbero dovuto apprendere, 
oltre il tedesco, anche il francese. 

E qui lo stesso sig. Claudia si presterebbe a indicarci delle 
altre inesattezze nel latino del Fichet. Non ci riferiamo al libri 
yerlibros: anche con questo errore di grammatica, seppur quel, 
teologo lo avesse fatto proprio lui, quel teologo-rètore poteva di- 
venir cameriere secreto di Sisto IV ed aspirare al cardinalato. Ma 
ciò che più appunta lo stesso Claudin si è quell'appellativo di sco- 
lari di Guttemberg dato a Gering ed a' suoi soci. E porge ragione 
della propria censura con queste parole: C est par métaphore (?) 
qm Fichet dit que de tels élèves depassenl déjà leur maitre. 
Il ne faut pas interprèter ces paroles dans le sens que nos trois 
typographes auraient appris leur métter dans V atelier de Guten- 
berg, leur maitre à tous et leur idole. On pourrait le prèsti- 
merpour Martin Krantz, mais cela ne % serait pas exact pour 
les autres. Dans nos notes inédites, nous avons la preuve qu' en 
1461, à la veille du siège de Mayence Michel Frtburger et Ulric 
Gering étaienl éludians à V università de Bàie et passaimt leur 
premier grade en compagnie d'un nommé Gabriel Granlz; de 
Stein eie. 

È il sig. Claudin che su questo particolare taccia di inesat- 
tezza il Fichet ; e noi non vogliamo essere tanto sgarbati da dargli 
una smentita. Altri potrà replicargli che Guttemberg può esser tor- 
nato a lavorare fino al 1465 (1), e che quei tre scolari dopo il 61, 

senio caeci? Ma qui si tratterebbe di un altro Guttemberg 1 , di un supposto suo 
fratello, inventato di pianta, dice il Firmin-Didot, per favorire le pretensioni di 
Harlem (1. c., p. 579). 

A Guttemberg furono inoltre dati i nomi anebe di Pietro, di Roberto, di 
Giacomo ed altri ancora. Antonio Wood, nella Storia dell'Università di Oxford, 
1674, a pag. 226 lo chiama Tossanus (Tussanus quidam, Joann. Guthenbergus 
alittr appellatasi . Il Cbevillier traduce (papr. 24) Toussaints, Ognissanti?! 

Quanto a Fust, per eufonia Fuest in un libro stampato nel 1526 da due tede- 
schi, come diremo più innanzi, poco mancò che non si trasformasse in un Gu- 
man, più o meno spàgnuolo. Vedi Giov. Cario, nella Cronaca, lib. Ili: Joannes 
Faustus, quein Gutmannura vocant ecc ; ed il Meerman, l. e, tom. II, pag. 166. 

(1) Guttemberg addì 17 Gennaio 1465 dall'arcivescovo di Magonza Adolfo 
di Nassau fu nominato suo courtisan pensionné (Firmin-Didot, l. c. t col. 601) 



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246 

o per poca vocazione allo studio o per altri motivi, non è inverosi- 
mile che abbandonassero le lezioni della Sorbona per dedicarsi al- 
l' arte impressoria. 

È una vera esagerazione che i tre nominati impressori parigini 
venerassero il Guttemberg come loro idolo, e può essere prova ne- 
gativa di ciò il fatto che in pochi esemplari dell' Qrtographia di 
Gasparino trovasi Ja lettera di Fichet che porta a cielo il Guttem- 
berg, E, meglio che esagerazione, potremmo forse chiamarla asser- 
zione gratuita. Quei tre nelle loro sottoscrizioni non lodano che la 
Germania, e, com' essi, così fecero nel secolo XV tutti gli stampa- 
tori tedeschi di colà, e venuti di colà, i quali non lo ricordano mai 
nei loro libri col suo cognome, o per invidia, o per ingratitudine, 
o per inqualificabile dimenticanza, o per non credere o per sa- 
pere veramente Guttemberg non essere stato l'inventore primo 
della stampa, vogliasi tabellare o vogliasi a tipo mobile. Quando nel 
1468 Pietro Schoeffer, nella sottoscrizione delle Regulae Gram- 
matices, dichiarò che quel" libro era stampato dalla Ditta Fust- 
Schoeffer, unde caragma venti, chi gli chiese spiegazioni? Quan- 
do nella giunta in versi alla sottoscrizione del Juslinianus, Insli- 
tutiones, Magonza, 1468, in fol., lo stesso Pietro Schoeffer fece 
proclamare da un Francesco, che due Giovanni Magontini — e i 
due Giovanni da alcuni vengono interpretati l'uno per Guttemberg 
e l' altro per Fust ; ma potrebbero essere anche Fust e Medem- 
bach (1) — ; diciamo quando P. Schoeffer fece proclamare che quei 
due si misero in via per trovare l' arte impressoria, ma che anda- 
vano tanto adagio e così incerti, che Pietro (cioè lo stesso Schoef- 
fer) accompagnatosi a loro, cursu posterior, fu introeundo prior, 
chi ad Altavilla, od a Colonia od a Roma, dove a mezzo di tede- 
schi era stata introdotta la stampa, chi ha mai protestato in favore 
di Guttemberg, passato allora agli eterni riposi solo da qualche 
mese ? (2) E quando Giovanni Schoeffer, figlio di Pietro, nel secolo 

cependant ilparaitrait que par V impressoti de la Circulaire de Thierry d'Issetn- 
berg Gutenberg aurait pris parti pour le rivai d* Adolphe de Nassau. 

(1) Nella Cosmographia del Munster, lib. Ili, Basilea, 1554, è detto che Gut- 
temberg ebbe come adjutores alios duos Moguntinos, Johannem Faustum et Jo- 
hannem &fedimbachium, qui artem hanc in secreto tenuerunt, famuìisque de ea 
non propaganda jurejurando constrictis. Ma Guttemberg, Fust e Medembach non 
li avranno obbligati a tenere a perpetuità occulti anche i loro nomi. 

(2) Se volete stampe del Secolo XV che proclamino Guttemberg quale in- 
ventore della stampa, bisogna cbe ricorriate a libri italiani, alla Cronaca di Du- 



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247 

XVI, cioè nel 1505 (Tito Livio tradotto in tedesco) accordò, e poi 
nella sua sottoscrizione al Breviarium secundum ritum Ecclesiae 
Moguntinae, del 1509, e nell'altra sottoscrizione al Breviarium 
historiae Francorum, del 1515, negò a Guttemberg il merito della 
invenzione della stampa, dicendo sempre però nelle citate prima e 
terza sottoscrizione, che fu trovata nel 1450, per gratificare di tal 
merito il solo Giovanni Fust e del perfezionamento dell' arte Pietro 
Schoeffer, quale dei tipografi tedeschi lo redarguì di audace men- 
zogna? E quando si lesse nella stampa del Tito Livio, latino, im- 
presso a Magonza dailo stesso Giov. Schoeffer, nel 1518, il privi- 
legio dell' imperatore Massimiliano, in cui non si dubitava di affer- 
mare che l'invenzione della stampa per testimonianze degne di 
fede si doveva al predetto Giovanni Fust, chi apriva gli occhi a 
quella maestà germanica, chi le ridava a leggere il Tito Livio in 
tedesco del 1505, nella cui dedicatoria alla sua stessa sacra per- 
sona era pur stato detto che Y ars typographica ab ingenioso Jo- 
hanne Gutlenberg anno a nativilate Christi Domini nostri 1450 
era stata inventa? Ma nel 1505 affermava il solo Giovanni Schoef- 
fer, e nel 1518 colla sua v'erano più altre testimonianze, certa- 
mente di tipografi tedeschi. Ecco in qual modo costoro idolatras- 
sero Guttemberg anche nei primi anni del secolo XVI ! 

Quanto poi si preoccupassero gli stampatori tedeschi di ciò 
che intorno alla storia dell'arte altri diceva nelle opere che usci- 
vano pur dalle loro stamperie (1), e come fossero più curanti del 
guadagno che della verità, apparirà da questo fatto, che nel 1526 
Giacomo e Giovanni Cromberg, tedeschi, lasciarono pubblicare in 
una loro stampa fatta a Siviglia Fuesl essere stato ucciso a Ma- 
gonza la notte di S. Simone e Giuda del 1431 (Vedi Meerman, 1. c. 
II, p. 104). E dire che la prima stampa magontina che porta il nome 

nato Bossio, Milano, Zarotto, 1492. Poi venne la Cronaca di Colonia del 1499, 
tanto bene informata, che alterò persino il nome di Guttemberg , in quello di 
Gudenburch. Ne avesse fatto di zecca almeno un Guldenburchio ! 

Si fa un gran caso della testimonianza di Filippo de Lignamine, aKro ita- 
liano, cbe nel 1474 nella sua Cronaca dei Pontefici ed Imperatori, sotto Tanno 
1458, scrive che Giacomo Gutemberg e Fust erano esperti (periti) nella stampa. 
Ma altro è avere perizia in una data cosa, altro inventarla! 

(1) Si vide anche il caso, e questa volta fra i parigini, facili ad accendersi 
per ogni nonnulla, che a Parigi nel 1520 Giovanni Savigny, fattosi editore e 
correttore dell'opera De institutione Reipublicae del vescovo Francesco Patrizio, 
?i premetteva la dichiarazione che, se vi si trovassero errori, il lettore non do- 
vesse pigliarsela con lui, ma coi tipografi ignoranti e briachi. 



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. 248 . 

di Fust è del 1457! Della noncuranza poi o dei pochi o nessuni 
riguardi avuti per Guttemberg da' suoi connazionali ne' secoli XV 
e XVI avrebbesi a riempiere un volume di giusta mole ! (1). 

Ciò che è peggio, vi furono impressori tedeschi o loro scolari 
che o per imperizia del latino, o per le difficoltà che incontravano 
nella prosodia dei versi che ad ogni costo si dilettavano di porre 
in fine ai loro libri, tacquero il nome poco poetico di questo o di 
quel loro idolo, e per essere sinceri, o per altri motivi d'interesse 
o convenienza momentanea, sacrificarono la stessa Germania, per- 
fino ritorcendo da essa ad altre nazioni il merito della invenzione 
della stampa. Teodorico Martens, d' Alost, allievo, secondo il Fop- 
pens, di Giovanni di Vestfalia, loda egli Guttemberg o la Germania 
od -almeno il suo maestro e socio Giovanni ? Invece, in una sua sot- 
toscrizione del 1474 (Fratris Bapfistae Mantuani, De vita beata 

(1) Dice fi Dutuit, Le Livre, pag. 332: « Méme à cette dernière époque 
(1471) il y avait sans douto encore quelques ancien» collabórateurs de Gutenberg, 
et, en tout cas, le rócit des faita réels a dù nécessairement s' étre transmis à la 
nouvelle gónération de la famille typograpbique. D'où vient donc ce silence? 
Peut-on sonsrer à une sorte de conspiration pour méconnattre les droits lésriti- 
times de lMnventeur au moins à la gioire posthume? Nous croyons qu' il ne 
faut cercher à expliquer tout cela que le plus simplement du monde. Nous pen- 
sons que dès V origine on n'a jamais bien su le nom de Tinventeur des types 
mobiles. parce que personne n'a revendiqné cet honneur pour lui-méme ». Ma 
le quistioni sono due e bene distinte: 1.° chi ha inventato in Europa la stampa? 
2.° chi ha primo inventato ed introdotto il tipo mobile? Alla prima risposta po- 
tevasi rispondere la Germania e in Germania ; alla seconda sarebbe stata troppa 
impudenza far la stessa risposta. Si volle quindi tener poco conto della seconda 
invenzione, facendola passare come un naturale ed ovvio sviluppo e conseguenza 
della prima: così la Germania si assorbì anch< la gloria della seconda. Se si fosse 
pronunziato costantemente un nome, quello di Guttemberg. o di Fust, o di Sehoef- 
fer, si sarebbero potute esaminare tecnicamente le rispettive loro caratterizza- 
zioni: allora si sarebbe veduto se erano a tipo mobile ovvero a sistema tabellare, 
e sarebbesi trovato che a tutto il 1468 procedettero col metodo xilografico. Le 
poche volte che si fecero i nomi, fu per interessare a quistioni personali o nazio- 
nali, non già per far trionfare la verità e dar a ciascuno il proprio merito. Nel 
1467 comparisce a Roma per Sweynheym e Pannartz il tipo mobile; ma quegli 
stampatori sono oriondi tedeschi, e la logica tedesca permise che la Germania 
fuori della Germania appropiasse a sè il merito anche della seconda invenzione. 
Scarsi quindi e combattuti gli elogi ai nomi d'individui supposti inventori della 
stampa a tipo mobile, e numerosissimi a quello della Germania. Per questa sta 
il grande argomento del tempo, cioè di quello della stampa tabellare da essa 
introdotta; e per l'Italia, quello, ben maggiore, della qualità, perocché è gene- 
ralmente riconosciuto e proclamato la vera e miracolosa utilità della stampa 
consistere nel tipo mobile. 



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249 

l&ellus, Alost, 1474), egli cos\ si esprime: Hoc opus impressi 
Martinus Teodoricus Alost — Qui Venetùm scita Flandrensibus 
afferò cuncta. Avrebbe sbàgliato egualmente il secondo verso, se 
in luogo di Venetùm avesse posto Germantìm o GuttembergL Gli 
è lo stesso Martens % nel cui epitaffio scrisse Erasmo : Ars eral im* 
pressis scripta referre typis. 

È tutta fatica perduta quella del sig. Claudin nello sforzarsi a 
dimostrare che Gering, Friburger e Krantz nominativement sont 
garante de V assertion di Fichet, e che sont des mailres impri- 
meurs qui soutienrtent leur dire puisqu ils V imprimente Essi non 
costituiscono un témoignage aufhentique et irrécusable, perocché 
l'autore della lettera non l'avrà scritta colla testa degli stampato- 
ri, e questi non potevano essere responsabili delle opinioni manife- 
state da lui. Ciò è accaduto e accaderà sempre ; e molto più in quel 
raso, se è vero quanto da alcuni storici affermasi, che cioè, anche 
Fichet avesse perorato per far venire quei tre tedeschi a Parigi, e 
poiché questo è proprio vero, eh' era- ad essi cortese della sua be- 
nevolenza, privi della quale essi avrebbero stentato a mantenersi 
senza contrasto a' servigi della Sorbona mantr' egli stava a Parigi. 
Se furono essi che fecero scomparire dalla maggior parte delle co- 
pie dell' Ortographia di Gasparino la lettera del Fichet, profittando 
della sua partenza da Parigi e della sua continuata assenza, avreb- 
bero fatto pur qualche cosa, anzi una ben seria protesta contro le 
di lui parole. Ma questo puossi affermare che in tutte le loro sotto- 
scrizioni fino al 1478, essi non si mostrano adoratori d'altri idoli 
che di quello della Germania. Cominciamo dal loro primo lavoro, 
che dicesi essere stato le Epistolae di Gasparino. Vi hanno dei versi 
in fine. Ma di chi sono? Il Meerman, di sua testa, dice che furono 
dettati dal Fichet (1. e, t. II, p. 112), ma, invece, dalla lettera di co- 
stui al La Pierre resulta chiaro che quei versi erano degli stampa- 
tori o di La Pierre incaricato da essi. Dice il Chevillier (Origine de 
C imprimerie de Paris, Paris De Laulne, 1694, a pag. 40): Fichet 
voulut mettre à la téle du livre une lettre adressée à Lapierre, 

en manière de Prèface et Ics imprimeurs ajoulerent à la 

fin une Epigramme de huit vers. Quella lettera è data nella sua 
interezza dal Chevillier, ed in parte- dal Maittaire (AnnaL Typo- 
graph., Hagae Coraitum, 1719, t. I., p. 23), e fu tutta tradotta in 
francese dal Dupont (Histoire de la Typographic, Paris, Rouveire, 
1334, t. I., p. 93). £ssa comincia colle parole: Misisli nuper ad 
me suavissimas Gasparini Pergamensis Epislolas 9 non a te 



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250 

modo diligenter emendateti, sed a tuli, quoque Germania impres- 
soribus nitide et terse transcriptas ; e più innanzi : e tua Germa- 
nia librarios ascivistt. Tedeschi quelli che introdussero l'arte a 
Parigi, e tedesco chi li ha fatti venire. Le riferite parole del Fichet 
fanno vedere assai chiaramente che dopo stampate le Epistolae di 
Gasparino, esse gli vennero mandate dal La Pierre ; per conse- 
guenza, che la lettera del Fichet non fu aggiunta che dopo stam- 
pato tutto il libro, e quindi anche il suo ultimo foglio contenente 
parte delle lettere di Gasparino ed i versi degli stampatori. 

Messo ciò in sodo, vediamo che dicano gli stampatori — e qui 
soggiungiamo che devono propriamente essere essi quelli che par- 
lano, poiché nessuno poteva, non autorizzato da essi, fare una pro- 
messa, come è quella che sta nell' ultimo verso : 

Vt Sd lumen sic doctrinam fundis in orbem 

.Vusarum nutrix regia Parisius. 
Hinc prope divinam tu, quam Germania novit 

Artem scrihendi, suscipe promerita. 
Primos ecce libros, quos haec industria finxit 

Francorum in terris, aedibus atque tuis, 
Michael, Udalricus, Martinusque ifagistri 

Hos impresserunt, ac facient alios. 

Qui di Guttemberg, dell' idolo, del maestro dei tre impressori 
nulla è detto; e quanto alla Germania le si fa fare una ben magra 
parte: conobbe Varie! ma altro è conoscerla, altro escogitarla ed 
inventarla. Perchè non porrà nel terzo verso: Hinc divinam, quam 
primum Germania novit? (1) Quando tipografi e letterati vollero 
dire, adoperando il noscere, che l'arte fosse per la prima volta 
tro *ata, inventata da questo o da queir altro, si fecero bene scru- 
polo di non omettere il primum. E taluni l'usarono anche coW in- 
venta (Cronaca di Colonia, Gupalatino, Caxton, ecc.) Ma se i tre 
impressori tedeschi di Parigi lasciarono fuori quell'importantissi- 
mo avverbio, e fecero un po' di torto alla Germania, non lo lasciò 
fuori, ed a tutta perdita della Germania stessa, un altro tedesco, in 
società tipografica con un inglese. In un'edizione di Oxford del 
1485, Lettere di Falaride, Teodorico Rood, di Colonia, e Tommaso 
Hunte, inglese, non dicono già che Guttemberg o la Germania abbia 
primum conosciuta l'arte, ma invece cantano in versi esametri e 

(1) Senza il prope si trova divinitus emersa nel Bertoldo, arcivescovo, in un 
suo mandamento de Codicibus Graecis etc. (a. 1486) ; — divino beneficio nella de- 
dica dello Schall, Historiae ecclesiasticae Eusebii (Man#va, 1479; ; — qua arie 
nulla ... divt'nior et sanctior (F. Faber, Uistoria Suevorum) etc. 



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251 

pentametri a questo modo : 0 Veneti! — * Quae fuerat vobis ars 
primum noia, Latini, — Est eadem nobis ipsa reperta premens. 

Che servizio prestasse il Fichet alla memoria di Guttemberg, 
e come sia proprio vero che più di qualche volta si lodano i morti 
per avere un pretesto di adulare utilmente i vivi, rilevasi da quelle 
parole del Fichet: Neque praesertim hoc silebo qui superanl jam 
magistrum. Col loro primo libro delle Episiolae i tre tedeschi non 
aveano certamente fatto un capolavoro tipografico ; tutto al con- 
trario: ce lo attesta il competentissimo stampatore e bibliografo 
Ambrogio Firmin-Didot (1. c. col. 738) colle parole: Quelques lei- 
fres soni défectueuses, et parfois la fin des mots est laissée en 
Mane pour élre remplie à la piume ; il che viene confermato an- 
che dal Dupont (1. e, t. I, p. 05), che carica ancona più la cen- 
sura : On y remarque plusieurs imperfections typographiques, 
des lettres, des tnots à demi formés etc. E tanto il Firmin-Didot 
quanto il Dupont non ripetono che una parte degli appunti che lo 
Chevillier (1. c. p. 38) fa alla stampa delle Epistolae (1). Or quale 
doveva essere stato il merito artistico del Guttemberg, se i suoi 
scolari, pur superandolo, avevano così grossolani difetti? Il me- 
rito vero di Gering e soci non data certo dalle Epistolae di Gaspa- 
rino, lodate in quel modo esagerato dal Fichet, sì da altre edizioni 
successive. 

Dimostrato eh' è destituita di ogni prova V affermazione che 
la lettera di Fichet a Gaguin sia del 1470; — che non è punto vero 
che delle espressioni di essa lettera siano e si dichiarino responsa- 
bili i tre primi stampatori parigini ; — che questi non furono nè 
scolari nè mai dichiarati e speciali ammiratori di Guttemberg ; — 
che la lettera di Fichet è piena d'incertezze e d'inesattezze e di 
falsi giudizi anche intorno a ciò eh' egli aveva sott' occhi ; passia- 
mo ora alla parte più importante della riportata lettera dello stesso 
Fichet e dei corollari che ne vuol trarre forzatamente il signor 
Claudin. 

Una sola parola di quella lettera basterebbe a rovesciare tutto 
l'edifizio innalzato dal sig. Claudin. Codesta parola-terremoto è 
quella di femnt. Poiché non sono già nè Gering, nè Friburger, nè 

(1) P. e lo Chevillier (l. c.' dice: Il y a méme quelques Epitres imprimées. 
àont V inscription n' est que wanmerite. Ecco i prìncipi dell'arte tipografica nel 
1470 o 147], quando già lavoravano mirabilmente Sweynheym e Pannartz, Vin- 
delino da Spira, lo Jenson ecc. ecc. ! Ma il Fichet non era obbligato a mostrare 
di saper tante cose, e poi i prìncipi d'allora avevano tanti difetti ! 



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252 

Krantz che dicano, che affermino il fatto di cui si occupa il Fichet, 
ma sono invece dei quidam, .degli innominati, degli oscuri. È una 
tradizione, è una diceria; è il crediiur del Sabellico e di molti altri 
storici, che direttamente non li comprometteva nè punto nè poco. 
Se quei tre stampatori ebbero a maestro Guttemberg, e se sono 
essi che parlano, perchè vendono fuori con un ferunt, e non sono 
proprio essi quelli che ferunt, che parlano, ed hanno bisogno di 
ricorrere a terze persone senza nome? Quando fossero stati anche 
semplicemente allievi di Fust e Schoeffer, come ci vuol far credere 
il Dupont (1. e, t. I, p. 93), la loro testimonianza, se avessero par- 
lato essi, sarebbe stata diretta, ed allora sì la responsabilità del- 
l' elogio a Guttemberg sarebbe veramente caduta sopra di essi. 
Invece con quel ferunt (quidam) egli stesso il Fichet schiva qua- 
lunque responsabilità. 

Per questa ragione la lettera del Fichet non è venuta che per 
piombare nella voragine di quelle di cui dice il Dutuit : On vott 
qxC il rìy a en faveur de Gutenberg, cornine inventeur de la 
typographie, que des témoignages des tiers, plus ou moins prò- 
cis et souvent contradiefoires, posterieures à son dèces. Hs ne 
peuyent avoir que la valeur d'une tradition confuse, et ne revè- 
tent nullement le caractère de cerlitude. 

Fra exeogiiare ed invenire s' è fatta sempre differenza ; non 
cosi il Fichet ed il Claudin ; ma il primo forse intese dire che Gut- 
temberg ebbe primo l'idea dell'arte impressoria ma senza riu- 
scire così subitp noli' intento, per la qual cosa altri avrebbe at- 
tuata quell'invenzione prima di lui e senza di luL E ciò riceverebbe 
forse luce e conferma da quanto rapporta (secondo la traduzione 
dello stesso Claudin) il Wimpfeling nel suo Calalogus Episcopo- 
rum krgentinensium, in cui ci fa sapere che Guttemberg, dopo la 
perdita del suo processo di Strasburgo, giungendo a Magonza nel 
1445, vi trovò della gente che faceva come lui degli studi e dei ten- 
tativi sulla stessa arte : in hac arte investiganda similiter làbo- 
rantes (1). 

(1) Notisi bene che noi diciamo secondo la traduzione dello stesso Claudin, 
perocché non ci pare ch'essa renda proprio il senso di questo periodo del Wim- 
pfelingo, riportato anche dal Meerman (tom. II, pag. 140) : S*b hoc Roberto (epi- 
scopo) nobilis ars impressoria inventa fuit a quodam Argentinensi, licet incom- 
plete. Sed cum is Moguntiam descenderet ad alios, in hac arte investiganda simi- 
liter laborantes, ductu cuiusdam Joannis Genszfleich, ex senio coeci, in domo 
Boni Montis, Gutenberg, in qua hodie collegium est Juristarum, ea ars completa 



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'253 

Chi primo estrinsecò il pensiero, chi T attuò non sarebbe stato 
dunque Guttemberg: questi non avrebbe inventato che la caratte- 
rizzazioìie metallica, qui lilteras eiusmodit, cioè aereas, exscul- 
pserit. Ma ripetiamo volerci un articolo di fede, e di quella che fa 
camminare le montagne, per credere che Varie impressoria cT uno 
sbalzo sia passata dallo stato di xilografia a quello di tipografia, 
come vorrebbe il sig. Claudin. 

Quando narra il Fichet che dicesi aver Guttemberg escogitata 
l'arte impressoria, non dice già che quell'arte, inventala da altri, 
illieo et immediate si servisse di lettere melalliclie, ma che a' suoi 
tempi tale modo di scritturazione era in uso ; egli parla in tempo 
presente (fingimi), non in tempo passato. E, se più avanti soggiunge 
un longe graliora et diviniora inoenìl, accompagnato dalle parole 
qui lilteras ejusmodi exsculpsit, quibus quidquid diciaut cogitari 
polesl propediem scribi ac transcribi et posteritati mandari pos* 
sii; in tali parole non si può dedurre che le lettere scolpite costi- 
tuissero la invenzione della stampa e fossero caratteri mobili. Egli 
non avrebbe detto lilteras, ma almeno singulas lilteras, o sigillatici 
lilteras, o fonnulas aeneas exsculpsit. Da* quel passo altro senso 
non si può cavare se non che, trovatasi la stampa, già solamente 
escogitata da lui, egli portasse un perfezionamento all'arte im- 
pressoria, o incidendo su tavole di metallo, o stereotipizzando le 
tavole xilografiche, le quali offerivano per la loro materia, il le- 
gno, poca resistenza a* .orchio. E qui notiamo che il brano della 
lettera del Fichet non parla punto di quelle famose lettere di le- 
gno, con cui, a detta di alcuni partigiani di Guttemberg, sarebbero 
state eseguite alcune sue stampe (1). 

et consummata est. Era tanto famoso il nome dell'inventore primo e secondo della 
stampa, che anche nel secolo XVI (il Catalogo del Wimpfeling fu stampato nel 
1508 a Strasburgo; vi si premetteva un quidam I 

(1) Senza nessuna buona prova vengono attribuite a Guttemberg otto edi- 
xioni : 1.° Le Lettere d'indulgenza del 1454; — 2.° La Biblia di 42 linee, ante- 
riore al 1457; — 3.° il Catholioùn del 14(50; — 4.° la Biblia di 36 linee, ante- 
riore al 1461; — 5.° la Circolare di Thierry d'Issemberg del 1462; — 6.° un 
trattato di Matteo di Cracovia; — *7.° uno Speculum sacerdotum di Ermanno de 
SaldU; — 8 ° un trattato de celebratione missarum ; questi tre ultimi senza de- 
terminazione di data. Ma che cosa avvenne del famoso Speculum humanae sa~ 
luti*, che sarebbe stato, secondo parecchi bibliografi e storici, sino dal 1439 il 
primo tentativo di Guttemberg? Se ne sarebbe egli dimenticato, o sarebbe suo 
lavoro quello Speculum humanae salvationis che il Brunet dice intieramente 
impresso io caratteri mobili e stampato verso il 1439? Ed allora perchè Fusi nel 



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254 

Dare il valore di caratteri mobiliai semplice vocabolo litterac 
gli è un voler andar contro al significato riserbato da secoli e se- 
coli a questa parola. Non si può dare ai vocaboli un valor mag- 
giore o diverso da quello che essi hanno, sotto pena di falsare le 
intenzioni e le idee degli scrittori che si citano o si commentano. 

Nessuno è obbligato a ricevere una moneta per un valor mag- 
giore di quello eh' è segnato sopra di essa. Bisogna una buona 
volta rinunziare alla folle pretesa di voler precisare dei fatti con 
testimonianze punto punto precise ed infarcite d' errori. 

Per indicare qualsivoglia caratterizzazione, qualunque scrit- 
tura fu usata dagli antichi migliaia e migliaia di volte la parola Ut- 
terae, senza che per questo si volesse o si potesse significare ca- 
rattere o tipo mobile. Eccovi Cicerone: 2 Q. F. 1-3: Venio ad 
luas lilteras, quas plurimis epistolis accepi. Lo stesso : 2 Divin. : 
41 : Sortes in robore insculptae priscarum litlerarum nolis. Lo 
stesso ; ivi, 1, 13 : Sus rostro si humi A luterani imprcsserit ecc. 
Il Ducange poi, nel Lessico della bassa ed infima latinità, ribocca 
di esempi, in cui per significare caratteri di diverse forme e maniere 
veggonsi usate le espressioni lettere beneventane, bolognesi, pi- 
sane, rognose, rotonde, unciali, sparse, inflesse, quadrate, cubi- 
tali, barbale, rosse, tosale, ecc. ecc. V'erano anco le letterine va- 

1453 avrebbe sciolta la società coli' inetto Guttemberg, se questi già da tanti 
anni era riuscito a realizzare il graude e vero perfezionamento dell'arte? 

La serie delle edizioni attribuite a Guttemberg non è finita. Palmer, nella 
sua History of Printing, 1733, in 4.°, a pag. 99, ha citato quesi' altra opera: Ex» 
plicit Liber quartus Dyalogorum Gregorii; dopo di che in lettere rosse: Presens 
hoc opus factum est per Iohan. Guttembergium apud Argenttnam. Anno millesimo 
cccc.lviij (1458j ; edizione e sottoscrizione affatto sognate. 

Dice il Firmin-Didot (l. e, col. 583) che sarà sempre ben difficile sapere 
quel* furent les procidés employés par Gutenberg pour obtenir les caractères qui 
ont servi à V impression du Catholicon et de la Bible de trente six lignes. Ma se 
nulla si può dire intorno alla caratterizzazione di quelle opere, che cosa si po- 
trà affermare su quella della Biblia di 42 linee, proclamata anteriore al 145*?, ed 
attribuita allo stesso Guttemberg? Quale fu il procèdi de 1 suoi caratteri, e quale 
il procédé dei caratteri delle altre edizioni che si ascrivono allo stesso magontiuo? 
Quello forse che fu usato per i Salmi, del 1457, sottoscritti da Fust e da Sehoef- 
fer, oppure un terzo sistema? Di più, col Catholicon siamo al 1460, colla Biblia 
di 32 linee a tempi anteriori al 1461. Ma nel 1460 Fust e Schoeffer aveano già 
pubblicato tre opere: i predetti Salmi nel 1457, il Durante nel 1459 e le Costi- 
tuzioni Clementine nel 1460. Che differenze essenziali si scorgono nei metodi im- 
piegati da Fust e Schoeffer per ottenere i caratteri di queste loro edizioni ri- 
spetto a quello seguito da Guttemberg? V'erano allora più sistemi, almeno due, 
l'uno alla Guttembergiaua, l'altro alla Fust-Schoefferiana? 



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255 

alianti. Nel i Zòo si scriveva che un antico libro con lettene bene- 
ventane a paucis legi poterai, e nel 1308, che s'era veduto un 
libro assai bello e con ottima lettera bolognese. Non vi si parlava 
certamente di carattere mobile. E quando si venne a tempi poste- 
riori, riferendosi a libri stampati si si fece intendere colla propria 
espressione di lettere d' impressione. Il vescovo di Aleria nelle pre- 
fazioni-dedicatorie delle stampe di Sweynheyra e Pannartzj dà 
ai loro caratteri veramente mobili — ed è prima del 1470 — il 
nome di litterae imprimendae. La quale espressione .fu usata poi 
anche da Filippo de Lignamine nella sua Chronica summorum 
Ponti/icum, Imperatorumque, ediz. di Roma, 1474. E di ciò anche 
più innanzi. 

11 Guttemberg, cioè il Bonemontano del Fichet, avrebbe se- 
condo costui inventate e scolpite le lettere. Ma è ben persuaso di 
ciò W sig. Claudin? No, anzi non è pur disposto ad ammettere, nel- 
lo stesso articolo, che l' arte della stampa fosse escogitata da Gut- 
temberg. Uditelo : C est écidemment dans les Pays-Bas que les 
premiers essais d % impression ont élé tenlés. Que ce soit à V élat 
d' impression fixe ou tàbellaire, et que plus tard (l) ón ait fait 
mage de letlres separóes les unes des autres, gravées soit en bois, 
soil en plomb, soit nióme fondues par des procédés imparfails t 
le fait est que ce que l' on est eonvenu d! appeller l'école hollan- 
daise ou de Harlem, n a laissóe que des produits d' un art loul 
à fait rudimentale, più innanzi: À une date plus ancienne 
peut-ètre qu on ne pense, en divers endroils, tant dans les Pays- 
Bas que sur les bords du Rhin r en Allemagne, on s' occupati se- 
crètement de trouver les moyens de reproduire V image et de la 
multiplier ainsi que V écriture par des moyens malèriels et mé- 
caniques sans le recours de la piume. On trouvera, dans le re- 
marquable ouvrage de M. Hessels sur Gutenberg (p. 7) quelques 
nonis d' arlisans dans ae genre d' industrie avec des dates, cer- 
taines et 1' indicalion des villes qu ils Jiabilaicnt. Or se V arte 
della stampa fu escogitata à une date plus ancienne peul-èlre 
qu" on m pense; se prima di Guttemberg gli Olandesi aveano let- 
tere separate le une dalle altre, incise in legno o in piombo, che 
cosa ha escogitato e che cosa ha fatto esso Guttemberg, e che bi- 
sogno ed opportunità e' era di tirar fuori la lettera del Fichet, e 
sforzarsi a tutto uomo pour montrer le degró de confìance que 
f on doit accorder au (émoignage de trois irnprimeurs qui ont 
pu connaltre V inventeur de leur arti 



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256 

La parola exsculpsil non è tale che dia luogo a controversia; 
essa significa scolpire, incidere, e si poteva cxsculpere nel legno, 
nel marmo, sul metallo e su altre materie. Scolpivano, incidevano 
anche i xilografi. Quintil, f. 2, c. 19 : Exsculpere signum ex 
lipide. E scolpite furono le lettere nella Vergine circondata da 
Santi, del 1418, che si conserva nella Biblioteca di Bruxelles, e nel 
famoso S. Cristoforo, del 1423, che è posseduto dal Gabinetto delle 
stampe di Parigi. 

Piuttosto è da fermarsi sulla frase scribi et transcribi. Or bi- 
sogna por mente .che quelle parole significano non la composizione, 
scomposizione e ricomposizione dei caratteri, ma sì le diverse co- 
pie e edizioni che si possono ottenere di una data opera. Il che po- 
teva aver luogo tanto colle tavolette xilografiche, o colle lamine 
incise di metallo, quanto col tipo mobile. Anzi è da notare che colle 
tavole xilografiche la trascrizione è più vera, cioè sempre eguale; 
laddove le nuove edizioni di un libro a tipo mobile o poco od assai 
si scostano materialmente dalla edizione principe. 

Scrivere dagli antichi stampatori fu usato moltissime volte 
invece di imprimere; dunque lo scribere ed il transcribere non 
altro dicono che slampare e ristampare. Se Fichet avesse voluto 
riferirsi alla composizione e ricomposizione delle stesse lettere, non 
avrebbe detto transcribere (copiare (1) ma piuttosto rescrtbere\ 
parola buona, buonissima, appropriata ed appropriatissima, usata 
anche da Svetonio nel significato di scrivere di nuovo. Ma 1* ul- 
timo colpo di grazia lasciamo che lo dia lo stesso Fichet. Non 
scrive egli a La Pierre nella lettera premessa alle Epistolae di 
Gasparino, lodandolo perchè diligenter emendatas da lui, ed a 
Oermanis impressoribus nitide et terse transcriptas ? Chi vorrà 
vedere in quel transcriptas la speciale operazione del comporre 
o del ricomporre Te stesse Epistole ? Un' altra parola. Il Ducange ci 
dà esempi dei secoli XIII e XV, in cui tromscripta non ha .che il 
valore di copie. Potevasi egli nel secolo XIII parlare di composi- 
zione tipografica ? 

Letterati e stampatori del quattrocento non mancarono di ter- 
mini e di modi per esprimere adeguatamente le cose che volevano 
esprimere (2). Quando proprio si volle indicare il tipo mobile si ebbero 

(1) Cic. 3. Nat. D. 30. L. Alenus transcripsit tabula* publicas, cum ckirogra- 
phum sex primorum imitatus est. 

(2) A Venezia Giovanni da Spira introdusse nelle sue sottosoriiioni la frase 



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'57 

subito in pronto le parole proprie od almeno delle circonlocuzioni, 
Lo vediamo anche da un passo del Grapaldo, che riporteremo più 
innanzi. Intanto valgano a provarlo luminosamente poche liuee di 
Ogoibeue Leoniceno, stampate nel Maggio dei 1471 (cioè pro^u^.*- 
weute prima dell'anno in cui usciva 1 Ortog rapida colla lettera 
del tìchet (Dedicatoria del Quintiliano ; Venezia). 11 Leoniceno 
loda Niccolò Jenson come libruriae artis mirabilia inventar; non 
ut scribantur calamo libri, sed celali gemuta imprimantur ac 
yrope sigillo, primus omnium ingenùjse monstraviL Notisi questo 
oionslravil, che può farsi in due modi, tanto offrendo un modello 
di pagina od un opuscolo a tipo mobile — e qui fuor di luogo bi- 
sognerebbe far una disgressione polemica sul Decor puellarum del 
lidi — quanto colla sola voce, insegnando altri a fare. 

Ma potrebbe dirsi che la gemma o il sigillo di cui si servi per 
paragone il Leoniceno, può immaginarsi grande quanto una pagina 
e quindi tornarsi alla xilograda. Allora abbiasi quest'altro passo, 
di opera ugualmente stampata nel 1471 (Venezia, coi tipi di Cle- 
mente Padovano), cioè del Mesua, De Medicinis universalibus. 

Niccolò Gupalatino nella dedica al dottore Pellegrino Caval- 
cabue cosi dice di quella stampa : hoc novo exseribendi genere 
prope divino, nostris invento temporibus, impressum. Qua arte 
habet luiec aelas prò fedo inaudilum cunctis seculis celebrandum 
miraculum, ut quingeata (1) volumina unius aucloris nane fieri 
facile possinl, quanto tempore velox scribenlis manus difficile 
unum tantum exscriberet. Ita enim eaiiha litterae inscribunlur 
aeneis formulis eisdem ut lubet dispositis, et quoddam alveolo 
collocali, veluli quis diversarum imaginum gemmis ?nullis 



ùnpressum o pressum formis aenis, che fu adottata da molti altri; ed a quel for~ 
ni* fu dato il significato di lettere. Qualche altro, come il Lavagna nel Càronicon 
Eusebti, Milano (1745?) si servì dell'espressione tabulis ahenis. Or si ha a fare 
distinzione fra funnae aeneae, tabalae aeneae e litterae aeneae? Perocché trovia- 
mo che lo Zeiner alle Etimologie di Sant'Isidoro, 1472, fece questa sottoscrizione: 
Ittteris impressi ahenis. Parecchi altri in luogo del vocabolo litterae, usarono 
queilo di furuiuiae, tra i quali 1). Clemente Padovano. Parlasi molto della confu- 
sione che i bibliografi fecero nella storia della stampa, ma neppur gli antichi 
tipografi cooperarono a far la luce. 

ti) Cinquecento copie di un libro non si stampavano nel 1457; ecco come il 
Gupaiatino si riferiva a' suoi giorni, pretendendo pur di fare la storia di tempi 
anteriori ! E cosi tauti altri storici e bibliografi che si citauo trionfalmente con 
uioìu leggerezza. 

17 



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258 

prò voto positis ac coarclatis in cerea tabella super compressa 
caracteres imprima!. 0 bonum Germanum illuni ecc. (1) 

Sia detto di passato e fra parentisi, che queste parole stampate 
in un libro impresso da don Clemente gli valsero in Germania le 
più esagerate lodi del mondo ; solo per esse il Panzer lo pone a 
fianco di Guttemberg, di Fust e di Schoeffer, cioè della triade 
proto-tipografica! botisi però che nel 1471 vi erano in Venezia 
due correnti Y una per Jenson, l'altra per Guttemberg, tanto V uno 
che T altro da alcuni scrittori del 400 riguardati e detti tedeschi. 

V espressione arte imprcssoria, usata da Fichet, e comune 
ad altri scrittori del quattrocento, ci richiama a molti passi delle 
sottoscrizioni delle antiche stampe maguntine, nelle quali si legge: 
adivcntione qaadam imprimcndi ac o seu caracterizandi. E non 
solamente nelle stampe di Magonza o di altre città tedesche, ma 
anche in edizioni italiane, come a rao' cT esempio negli Statuti di 
Verona, stampati in Vicenza nel 1715 da Erm. Levilapide (2). 

Badando al significato di quei due gerundi si potrà riuscire ad 
una sufficiente interpretazione di quel passo. In esso, chi noi vede ? 
si fanno sinoniini i due verbi; dunque, il caratterizzare consiste 
neìV imprimere. Ora qual è il significato ordinario d' imprimere? 
E quello di premere in aliquid; il che si ottiene sia calcando con 
uno stampo o con altro oggetto sopra una data materia, sia inci- 
dendo su di essa. Ecco alcuni esempi: August. 2, Doctr. Christ. 23: 
lmpressiones nummo rum. — Apul. I, Dogm. Plat. : Inilium om- 

(1) Ecco altri esempi che dimostrano qualmente si seppe nel secolo XV tro- 
var il modo di esprimersi per indicare il tipo mobile : Nello Johannes de Monte- 
regio, Kalendarium, Venezia, 1482, in 4.°: Hoc augustensis Batt oli gemanut 
erhardus — Dispositis signis, undique press tt opus. — N\ 1 Baldi de Cùaldis, Com- 
mentaria (Venezia ?) 1487; nella prefazione: cum literis divine s r ulptis ac con- 
jlatis. — Nel Fr. Isydorus Isolanus, Liber de Bcgutn principumque omnium in- 
stitutis, Milano, Mantegazzi, 1497: diligenti cura atneis Utsris qunm emendatis- 
siine compactis. — Nel Muzius Macarius, Poema de Christi trtumpho, Venezia, 
1499: impressit Venetiis preshiter Franciscus Lucensis cantor eeclesiGe Sancti 
Marci, et Antonius Franciscus Venetus litterarum artiftx. — In una pergamena 
del Settembre 1487, già spettante al monastero di S Pietro in Modena (Archivio 
di Stato di Modena) è ricordato un Iacopo, figlio del fu Zeno de Buziis, da più 
anni sculpitor litterarum a stampa de Mantoa, allora abitante in Ferrara. 

(2) Nel Psalmoram Codex del 1457: imprimendi ac caracterizandi ; nella 
Biblia del 1462: imprimendi seu caracterizandi. 

11 Tritemio colla lodata sua esattezza nel Ckronicon Sponhei mense: ars ùw- 
primcndi et caracterizandi, forse per noti aver bene interpretato qut 1 passo della 
6ottoscriziono del Ptaltnorum Codex, dove ac sta per seu. 



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259 

niim corporum materiam esse : hanc signari impressione for- 
marum. Cic. 4, Acad. : Signa anulis impressa. — Cic. Orat. 3: 
Vestigia in aliquo loco imprimere. — Petron. Satyr. : Stigmala 
enptioorum frontibus impressa. — Gir. 2 Divin. 23: Snlcus 
tius irnpressus. — Id. Mil. 27 : Memoria tabulis publicis im- 
pressa. Tutti questi esempi sono dati dai vocabolari. Potrassi ag- 
giungere anche queir altro di Cicerone più sopra riportato. 

Ne è a dirsi che nel medio evo la voce imprimere avesse 
modificato o cambiato il suo significato ; il Ducange non la registra 
neppure ; il che vuol significare eh' essa segui la sorte di quelle pa- 
role latine che mantennero inalterato il loro valore. 

Se tale è il significato d' imprimere, perchè si pretende con- 
fonderlo con quello di compone re, che indica mettere insieme di- 
verse cose che prima stavano disgiunte le une dalle altre? E del 
componerc si avevano esempi classici. Cic. Orat. 43: CoUocationis 
est componerc et struere verbi sic, ut neve aspcr concursus etc; 
e più materialmente Cels. 8, 10, n. 2: Componerc ossa, vel luxata 
veponere. La parola componerc vedesi usata come vocabolo tecnico 
tipografico dagli scrittori del quattrocento. Lo dimostra Francesco 
Mario GrapaMo, parmigiano, nella sua opera scritta nel 1488, in- 
titolata De parlibus aeclium, stampata a Parma dall'Ugoleto verso 
il 1191. Scomparirebbe il componerc dal passo del Grapaldo, se 
noi lo dessimo come si legge nel Meerman, Origines Tipographi- 
cae, Hagae, Comitum, 1705, to. II, pag. 133, poiché egli inconside- 
ratamente saltò una riga ; riferiamo dunque esso passo nella sua 
interezza secondo la stampa dell' Ugoleto che ultimamente abbiamo 
trovata nella Biblioteca Reale di Parma. È da premettere che vi 
si esaltano i tedeschi, ipa che non vi si nomina Guttemberg. Ecco 
le sue parole : Nuperrime coepit, utpote, me puero in crc^undis, 
ars ohm, ut aiunt, a Germanis inventa, aere litteras compo- 
nendi, et ita libros formis, ut vulgo dicitur, excudendi. Il solito 
ut aiunt, eh' è il ferunt di Fichet ; il che non accerta che siano 
stati proprio i tedeschi, ed in Germania, i veri inventori dell' arte 
tipografica propriamente detta. E se non furono in Germania, 
che gloria resta a Guttemberg, a Fust, ed a Schoeffer? Quella di 
xilografi o d'incisori in metallo. 

11 componerc poi, per quanto sappiamo noi, non trovasi così 
usato in quel secolo da scrittori o da stampatori tedeschi, ma sì da 
queir italiano : circostanza notabilissima, e che mostra per avven- 
tura, come quel termine tecnico tipografico da non gran tempo 



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260 



fosse in uso e l'uso cominciasse in Italia. Creano i vocaboli, danno 
i nomi alle cose coloro che le inventano. 

Nè abbiasi a dire che una specie di composizione fa capolino 
anche da una giunta in versi alla sopracitata sottoscrizione di P. 
Schoeffer, posta in fine al Juslinianus, Inslitutiones, del 1408; dap- 
poiché le parole caragma, prothocarag malici librorum e syn- 
tagma Orlhosyntheticum non vogliono dire che incisione, primi 
incisori di libri, e collocazione od ordinazione rettamente ordi- 
nata (1), ed al più, non fanno altro che ripetere in parte quel tanto 
della sottoscrizione del Catholicon del 14(30, dove si accenna alla 
proporzione e concordia delle patrone e delle forme (2). E potrem- 
mo anco soggiungere, se volessimo far digressioni, che nel 14G8 
il tipo mobile, e quindi la composizione tipografica, era da un anno 
già in uso nelle officine di Sweynheym e Pannartz, come abbiamo 
nel predetto nostro libro dimostrato. E certo poi che Y ortosintetico 
rimase piantato nei bassi fondi del Justinianics, e come termine 

(1) Come guerra guerreggiati* Leggiamo nello Stefano, Thesaurus Graecat 
Linguae, voi. MI, col. 1453 iParigi, Firmin-Didot, 1848-1854): Interdum 
Tayna est volumen compositum ; ed il volume si compone di pagine e di fogli, e 
per comporlo non basta stamparlo. La parola sintagma non fu creata al tempo 
della invenzione del tipo mobile ; nessuno potea quindi attribuirle altro valore 
da quello che le aveano dato gli antichi, quando non si stampava nè a tipo mo- 
bile nè a sistema tabellare. E quanto ai prothocaragmatici, aggiungeremo che il 
Dutuit dichiara che encore n' est-on pas d % accori sur V interprétation précise de 
ce mot; Af. Ilessets es< ime qu' il ne signijice pas nicessairement « Ics premiers 
typographes du monde » et qu' il peut disigner cussi bien « les principaux tv- 
pograpbes » [Le Livre, to. I, p. 331). E siamo sempre lì a dar alle parole signi- 
ficati che naturalmente non hanno: lasciamo stare i tipografi, che ci portano al 
tipo mobile; contentiamoci dei caratterizza tori , di quelli che ci regalarono la 
scrittura incisa e moltiplicabile, e furono i xilografi. 

(2) Li Biblia di 42 linee attribuita a Guttemberg, secondo il Firmin-Didot 
(l. e, col. 590) sarebbe stata stampata in tempo anteriore al 1456, precedendo 
per tal modo il Catholicon. In essa non tutte le pagine hanno lo stesso numero 
di linee; e dei due volumi l'uno ha 324 carte, V altro 3.7. 

Quella Biblia, sia di Guttemberg o d'altri, fu stampata prima del Catholicon 
(a. 1400, ; essa ha i difetti che lo stampatore di questo libro nella sottosct izione 
dicedi aver voluto evitare mercè patronarumformarunique concordia, proportione 
oc modulo. Ciò condurrebbeci, per caso, a scoprire una buona volta il significato 
di quelle ancora inesplic ite patrone ì S -irebbero esse il contenente, cw-è il libro, 
e le forme il contenuto, vale a dire i singoli fo^li di stampa, cinè quante pagine 
occorrono per formare quella che anche ogixi chiamasi forma ? Il libro antico co* 
suoi assi, colle sue borchie, co' suoi fermagli era una vera cassetta. Se ne sono 
spacciate tante delle confetture che si può gabellare anche questa. 




2fil 

tecnico, indicante la principale esecuzione tipografica, non fu usato 
da nessun tipografo tedesco o d'altra nazione (t\ 

Se l' imprimere, come dice il Ducange, equivale al caracle- 
rizare.se non si parla che del modo con cui fu fatta la scrittura, 
il carattere, ne viene di conseguenza che la caratterizzazione ese- 
guivasi calcando, premendo in al/quid, appunto per impressione, 
la quale poteva farsi in due modi, cioè calcando od incidendo, non 
essendo l'incidere esso stesso alla fin fine che una specie di calco. 
La stampa dunque resultava da due operazioni, in ciascuna delle 
quali avea luogo la pressione ; da ciò ne venne che lo insieme 
delle due suddette operazioni, dello stampo o del bulino e del tor- 
chio, potè chiamarsi coli* unico verbo imprimere. Rare volte si 
fece differenza ; vale a dire si usò di due termini ; ma Timo all'al- 
tro prossimissimi, come si scorge nel Missale Pataviense (Passa- 
via, 1491), preceduto da un decreto di quel vescovo, che dice aver 
commesso di stampare quel Messale a Giovanni di Pietro, colle 
parole imprimi et impressati statue rimus. 

Aggiungasi che il nome per cosi dire ufficiale o tecnico degli 
antichi stampatori cominciò e continuò per assai lungo tempo ad 
esser quello di calcografi. 

Quanto alla primitiva caratterizzazione per la stampa, il calco 
poteva essere usato, nella successione di tempi, di più maniere. 
Ci. fermeremo alle seguenti due: 1.° calco per l'incisione delle ta- 
vole di legno o di metallo; 2.° calco a mo' di punzone, per le sin- 
gole figure delle lettere e per i nessi, da improntarsi mano mano 
sopra materia in liquidazione a poco grado di calore. Si sarebbero 
in questo secondo modo ottenute le matrici delle pagine, non delle 
singole lettere ; la stereotipia, che da molti si afferma usata in quei 
tempi, avrebbe dato il rimanente, cioè la pagina in rilievo pel tor- 
chio. Solo a tal modo poteva essere possibile quella strabocchevole 
quantità di nessi che si trova in alcune stampe maguntine del se- 
colo XV, nessi di più sillabe, segni di abbreviazione di parole posti 

1; Qui soggiungiamo che non basterebbe neppure il eoiaponere accompa- 
gnato eziandio col littcrarum charaderes per esprimere tipo mobile, caratteri mo- 
bili. Eccovene una prova, che non ammette replica: Il Tritemio negli Annales 
Hirsaugitnm scrive : In primis igilur characteribus Mtterarum in tabulis li- 
gneti per ordinem $criptis,fonnisque compositis Vocabularium (i bibliografi non 
vogliono che qui si alluda al Catholicon del 1460) nuncupatum, impresserunt, 
itd cum iisiern formis nihil aìiud potuerunt imprimere, eo quod characteres non 
fuerant amovibiles de tabulis, sed insculti, sicut disimus. 



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262 

sopra, sotto ed ai lati delle lettere, e talvolta soprastanti a due let- 
tere vicine; i quali avrebbero reso difficile e faticosissima la com- 
posizione ed importato una spesa grandissima di carattere, se, fusi 
in parallepipedi, si fossero dovuti adagiare V uno dopo V altro 
nelle linee per formare le pagine ed i fogli. Ognuno di codesti 
calchi — specie di punzoni — poteva da solo imprimere una 
grande quantità delle stesse lettere e nessi ; ed allora i calchi o 
punzoni per una stessa lettera essere più d' uno, e da ciò origi- 
narsi una certa disuguaglianza negli stessi nessi e nelle medesime 
lettere. Supponiamo che le diverse lettere e le combinazioni e per- 
mutazioni delle medesime sommassero a dugento; ecco che con 
dugento calchi era possibile imprimere un libro; laddove, se il 
tipo, in luogo d' essere indiretto, fosse stato diretto, come fu dap- 
poi, uno stampatore avrebbe avuto bisogno di milioni di carat- 
teri ed il compositore della memoria di Fico della Mirandola e 
della pazienza di Giobbe. E come quegli stampatori avrebbero po- 
tuto trasportare, poveri operai conT erano, tanta e sì pesante sup- 
pellettile da Magonza a Roma, da uno in altro stato lontano? 

Potendo, riuscirebbe assai utile stabilire le fasi delle diverse 
caratterizzazioni e le epoche in cui avvennero; non dimenticandosi 
però delle eccezioni, che debbono essere state molte. Forse non si 
andrebbe lontani molto dal vero proponendo alcune epoche di pro- 
gresso nell'arte e non escludendo certe date per alcune stampe di 
Venezia e di Bologna, che come false non si vogliono ammettere : 
Multa renascenlur qùae iam cedriere, cadenfque — Quae nunc 
sunt in honore, come delle parole dice Orazio. Su quelle date, 
come su tante altre cose non ancora la critica può aver detta 
T ultima parola : resta molto a vedere ed a sapere. 

Ma, tornando air argomento dei calchi, quando vediamo nel 
Cicero, Officia et Paradoxa di Magonza, del 1405, che la mano 
del pucr (cioè di Pietro Schoefler), operaio e genero di Fust, nella 
costui sottoscrizione è vantata come allora operatrice di un nuovo 
trovato (l;, non ci è lecito supporre altro se non che egli, per il 

(1) È veramente ameno il sig. A. Firmin-Didot (1. c., col. 595) quando, ri- 
ferendosi alla sottoscrizione del Catholicon, del 1460, stampa attribuita a Gut- 
temberg, nella quale si legge che nostro Signore Iddio numero sa epe parvuUs 
rereìat quod sapientibus celat ; e, nel tempo stesso, alla sottoscrizione del Cicero, 
Officia et Paraduxa, dei 1465, in cui Fust dice eh** la mano del puer (Pi -tro 
Schoeffer) ha introdotto i perfezionamenti che si vedranno in queir op<ra, trova 
nella frase supposta guttembergiana un'allusione al detto puer, cioè a Pietrj 



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263 

tipo indiretto, incidesse gli stampi in legno od in metallo delle let- 
tere e dei nessi. 

Di veri punzoni d'acciaio, per l'uso a cui servono a' giorni 
nostri, non parliamo, perocché non li ammettiamo allora possibili, 
ed anche perchè non sono nominati in nessuna scrittura o sotto- 
scrizione di stampatori e in nessuna storia a tutto il 1467; ed il 
carattere che duino punzoni e matrici, per la sua freschezza è ben 
diverso da quello che prima davano e potevr.no dare gli stampi, 
le incisioni, le xilografie ; come si può rilevare confrontando una 
pagina del Cicero, Epistola?, ad familiares, di Roma, 1467, con 
una dello Justinianus, Insti! utiones, di Magonza, 1468. 

Su qual materia poi calcasse lo stampo non può dirsi precisa- 
mente: s'era xilografia, sulla carta sopraposta al legno, giusta il 
metodo chinese; e cosi pure, s'era incisione, sul metallo: e, s'era 
una specie di stereotipia, sul metallo in fusione o sopra altra materia 
alquanto molle che si andasse rassodando. Per tal modo i calchi 
potevano essere di legno, di vetro e simili ; e doveano essere cal- 
chi, o voglionsi dire stampini, le lettere di legno che si asseriscono 
trovate nelle officine di Guttemberg e quelle di vetro che negli 
antichi tempi si affermano state fabbricate nelle vetrerie di Ve- 
nezia. 

Schoeffer Costui era calligrafo a Parigi nel 1449 o 1450 Por lo meno diamogli al- 
lora 20 anni di età; dal 49 al 60 saranno passati anche per lui altri 11 anni; in tutto 
sarebbero anni 31. Se arrivassimo al 1465 col Cicero suindicato, verremmo a 36. 
Or come si può chiamare parvulus un puer, cioè un operaio, un figliuolo adot- 
tilo, che ha passata la trentina? A Venezia non gli darebbero certo del piccolo. 
Ma che, pei* caso, a Magonza, avvenisse come a Firenze, dove ai caffè e alle trat- 
tori alle volte vi capitano davanti per servirvi certi bambini colla barba più o 
meno brizzolata d 1 argento? È poi Guttemb^rg che loda il socio del suo rivale 
Fust, la causa forse delle sue disgraz'e! Pietro SehoefTer non s'accompagnò a 
Fust che nel 1449 o U50, eFust solamente nell'edizione del 1465, Cicero, Officia 
et Pnradoxa, loda la mano di quel puer. Or la data 1465 è quella della cessazione 
del lavoro da parte di Guttemberg; dunque a Guttemberg fino al 1465 restava 
a Aire più di qualche cosa nell'arte. Ma chs c'è nel detto Cicero che non si trovi 
m quilcho altra precedente stampa magontina? Guttombirg, provocato in quel 
moJo da Fust, sebbene, come consigliere aulico, potesse f.ir'o st;ir in riga. tace. 
Ma è pur da notarsi che nello stesso anno 1465 stampatasi a Subiaeo il Lattan- 
zio, che. postj a confronto con quel Cicero, non vi dirà certamente inferiore 
quanto ad esecuzione. Anzi il Cicero, De Oratore, dello stesso monastero di Su- 
biaco, è un quid simile del Lattanzio, e dovette esser fatto un anno prima. Vi 
fu dunque una mano di un altro puer in Italia, che, indipendentemente da quella 
di Magonza, antecipava le stesse meraviglie! Crudeli date, più rrresistibili della 
forza del destino ! 



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264 

L'uno o l'altro sistema d'impressione una volta trovato, non 
isbandi per sempre quello che lo avea preceduto; si xilografò an- 
che quando era stato inventato il tipo mobile, diretto e fuso, come 
abbiamo dimostrato con prove irrefragabili nel nostro libro sopra- 
citato. Che la stampa nel secolo XV non avesse un solo modo di 
esecuzione, oltre le prove già addotte, ci viene attestato da altre 
carte di quel tempo. A proposito di Parigi, di Gering, Friburger e 
Krantz, e delle loro prime edizioni, eccovi questo passo: Michiel 
Friburgier, Uldaric Guering et Martin Granetz natifs du pais 
(V Alematgnc .... soni venus demeurear en nostre rogatone 
puis aifcun temps en ga, pour V exercice de leurs arts et me- 
stieri d 9 escriptures en mosle et autrement (Lib. nat. 1474, Re?. 
195 (1). La vore mosle, di forma antica, deve corrispondere alla 
moderna m,oule, che il Littrè dice significare mntière crcuséc de 
manière à donner une forme précise à la ciré, au méfal eie. 
qu 9 on verse en forme liquide. Se non che lo stesso autore del 
gran Vocabolario francese aggiunge che tal vo^e ha pure il signi- 
ficato di planche de bois oh soni gravés les models des carfes à 
jouer. Senza questo secondo significato si sarebbe arrivati final- 
mente a scoprire il valor vero della parola modulus. corrispon- 
dente a moule* la quale si legge nella sottoscrizione del Cafholi- 
con del 1460, Magonza, attribuito alle officine di Guttemberg. TI 
carattere di quella stampa sarebbesi egli ottenuto colla incisione 
sul legno, xilograficamente, ovvero colla fusione di tutta la pagina, 
o mediante gli stampi metallici fusi, o tipi indiretti, o, come gratui- 
tamente pretenderebbesi da taluno, colla composizione delle sin- 
gole lettere fuse ad una ad una,' formate col punzone ed uscite dalla 
matrice? Che nelle officine magontine ci fosse fusione nel 1468, è 
cosa che nessuno mette in dubbio, poiché è attestato dalla sotto- 
scrizione delle Regulae Grammatices col verso: Al moguntina 
sum fusus in urbe libellus; ma dal 1460 al 1468 erano decorsi 
otto anni, e fino dal 1465 Guttemberg aveva cessato di lavo- 
rare. V'ha fusione e fusione; e fusione di pagine non necessitava, 
almeno fino al 1468 in Germania, il duplice e precedente lavoro di 
punzoni d'acciaio e di matrici mercè quelli ottenute. 

(1) Parigi, Archivi dei rejrno, sezione storica K. 71. Quelle lettere di na- 
turalizzazione furono pubblicate per la prima volta da Craprlf.t, ttudts prc- 
tiques et littèraires sur la typographit, p. 14; opera rimasta interrotta per 1 
morte dell'autore. 



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265 

Senz'altro divagare, tornando all'espressione di Fichet arte 
impressoria, la troviamo con un accompagnativo abbastanza si- 
gnificante in una lettera di Vitale de Thebes, professore di diritto 
canonico, in calce al Decreto di Graziano, ed. di Parigi. 1501, di- 
retta a Berchtoìdo RctnboU artis impressoriae architeeto pri- 
mario. Queir architetto fa proprio vedere che i suoi libri non 
erano xilografati, ma eseguiti mediante la composizione delle let- 
tere, specie di muratura, non come nella Epistola di Ficbet, dove 
Yarfe impressola di Guttemberg non è determinata per alcun 
modo. Seguendo l'idea di quel professore de Thebes, l'arte stessa, 
p^r la composizione delle lettere separate le une dalle altre, avreb- 
be potuto chiamarsi anche musaico. 

Ora dicano i lettori se non claudichino, non zoppichino tutti 
$i apprezzamenti e ragionamenti che il sig. Claudin fa sopra la 
lettera del Fichet. 

Per ricusare ogni fede alle asserzioni di quest' ultimo, anche 
se fossero state ben formulate e precise, avremmo potuto servirci 
di un argomento perentorio, come è quello ch'egli altro non fa- 
resse che ripetere una delle opinioni che contraddette vagavano 
a' suoi tempi, quella cioè che Guttemberg avesse trovata e perfe- 
zionata l'arte. Anch' egli, il Fichet, avrebbe, come tanti altri, rife- 
rito a* tempi più vecchi ciò che non era che de' suoi. Già nel 1471 
o 1473 il tipo mobile da qualche anno era in uso ; citeremo sola- 
mente Roma e Venezia. Ed è facile indovinare come nella maggior 
parte degli storici e dei letterati, digiuni d* ogni conoscenza pra- 
tica dell'arte impressola, sorgesse tale equivoco; quando si consi- 
deri il secreto da cui gelosamente era circondata l'arte e con cui 
era esercitata sì a' giorni di Guttemberg, di Fust, di Schoeffer, e 
si per molto tempo dopo. Chi non conosceva tecnicamente l'arte, 
chi non sapeva far confronti fra l'ima e l'altra maniera di lavoro, 
non potea farsene un concetto distinto, e riteneva anco lecito 
«li chiamare col nome di menzognero o di sognatore chi distin- 
guesse l'arte nuova dall'arte nuovissima, la moderna dalla mo- 
dernissima. E questi superlativi non cominciano a comparire 
nelle sottoscrizioni degli stessi impressori tedeschi che dopo l'ap- 
parizione delle stampe italiane, dopo il 1467, cioè dopo il Cicero, 
fyistolae ad familiares, di Roma, stampate in quell'anno. 

Un' ultima osservazione. Il Claudin dà alla lettera del Fichet 
1J n importanza eh' è implicitamente sconfessata dallo stesso suo 
autore, come quello che la chiudeva colle parole : raplim ... a 



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266 

me scriptum. Per arrivare al pinacolo del vero, per giungere 
senz'avarie allo scosceso monte dell'immortalità, bisogna andare 
adagio : ci arriva meglio uno sciancato col suo bastoncino ed uno 
zoppo colle stampelle. E la fretta di far bene o male una data cosa 
era dei confessati anzi vantati difetti di monsignor Fichet: Scri- 
ptum apud Sorbonam velocissimi, Ficheted manu si legge an- 
che nella Epistola di lui al teologo la Pierre premessa alle Lettere 
di Gasparino. Quando si fanno di tali confessioni con tanta disin- 
voltura, si corre pericolo che il lettore nel suo giudizio sostituisca 
alla parola mani queir altra di piedi; infatti con questi ultimi la 
corsa è più spedita e naturale. 

Il beneficio unico e reale che poteva, e può ancora, cavarsi 
dalla lettera di Fichet al Gaguin era quello di correggere con essa 
le asserzioni dei bibliografi che hanno detto essere stata stampata 
T Orlographia del Gasparino nel 1470, o poco giù di li, laddove 
quella lettera ci accerta che venne impressa molto tempo dopo le 
Epistolae del medesimo Gasparino, affermale essere del 1470. E, 
inoltre, toglie affatto il dubbio, messo innanzi dall' Hain, che V Or- 
tographia non fosse pubblicata a Parigi dai medesimi tipografi. 

Lo abbiamo detto in altro luogo, che le prefazioni, le dedica- 
torie e le sottoscrizioni in prosa o iu versi dei libri antichi, pos- 
sono avere della importanza, ma non bisogna poi esagerarla, ed 
è assolutamente necessario di leggerle non mpfim nè vclocUer 
ma attentamente. Allora si potranno anche di mezzanotte rilevare 
le esagerazioni e gli errori in cui caddero quei vecchioni pur sulla 
prima luce del giorno. 

Prof. Francesco Berlan. 



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ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE VENETA DI STORIA PATRIA 



DA ÀLTINO AL L1VENZA 



10 Ottobre 1883. 

In questo giorno, i sottoscritti membri della Commissione, 
essendosi scusati per ragioni cT ufficio i sigg. cav. Fulin e comm. 
Yeludo, lasciata Venezia alle ore 7 del mattino, recavansi, accom* 
pannati dal sig. avv. M. Allegri, per Mestre alle Tre Palade sul 
Sile, limite al quale era giunta T esplorazione del 31 Maggio pp. 

Le sezioni della via romana, dal Sile al Piave e dal Piave al 
Livenza, che dovevano essere campo a' nuovi studii, presentavano 
difficoltà molto maggiori di quelle trovate nelle due sezioni prece- 
dentemente percorse. Gli scrittori che, fino ad ora, avevano for- 
nito non poca luce alla Commissione, si trovavano ormai in aperta 
contraddizione fra loro, e la superficie del suolo offriva cosi scarsi 
e dubbii indizi, da non potere da sè soli mostrare come V Emilia 
procedesse per questo lungo tratto di circa 30 chilometri. 

Infatti, mentre il Filiasi (Meritorie sui Veneti primi e se- 
condi, ed. 2. a , tom. II, pag. 201) l'aveva prima condotta sul trac- 
ciato che prende nome dalla Claudia Augusta per 10 miglia ro- 
mane, nella carta della Venetia Terrestris (ivi, tom. V) le aveva 
attribuito un corso proprio, rivolto a nord verso Meolo. Il Mom- 
msen (Corpus Inscrip., voi. V, parte II) la segnava invece ret- 
tilinea da Aitino a Concordia, con leggiera deviazione a Ceggia. 
Kiepert la notava diretta, per quanto si può scorgere dalle ristrette 
dimensioni del suo Atlante della Storia Antica ; e la Relazione 
della- Coiìimìssione Pro o inaiale Veneziana sulle ferrovie (Mal- 
dini, Bertolini, Collotta) nel dotto studio unitovi sulle strade ro- 
mane della Venezia, accennava alla direzione dell'Emilia da Ai- 
tino per Meolo, San Donà, Torre di Mosto, a Concordia. 

Il Filiasi aveva osservato che, lungo l'alveo del ramo del 
l^iave nel quale corre oggi il solo Sile, e particolarmente sulla 
riva sinistra, il suolo doveva essere stato, anche nell'antichità, 
assai inclinato e molle, come lo dimostra il fatto che la via romana 



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268 

da Musestre a S. Cipriano fu imbrecciata ad argine ; e ne dedusse 
che, se anche quelle paludi che al suo tempo si vedevano poco pra- 
ticabili fossero state al tempo romano praterie uliginose, non era 
tuttavia probabile che si fosse condotta una via ad est di Aitino 
senza alzarla ad argine. Credette quindi che r argine detto del- 
l' Agozzo {Claudia Augusta) avesse dapprima servito alla sola 
Emilia più antica, la quale si sarebbe poi, col giro di Meolo, ri- 
volta ad est. E molto più si trovò inclinato a quest'opinione dal- 
l' udire che ne' contorni di quella vecchia borgata di Meolo (Me- 
dullus) esistevano tradizioni di abitazioni romane, ed erano stati 
rinvenuti sepolcri di quel tempo. Al Mommsen e al Kiepert, d'al- 
tronde, soccorreva il fatto di una pietra miliare mandata da Ceg- 
gia al Seminario della Salute a Venezia. Non sapendo ch'era stata 
trovata a qualche distanza da quella terra, si determinarono a 
tracciare senz'altro sull'asse di Ceggia, rettilinea, o quasi, la via 
da Aitino a Concordia. 

Al nostro tempo, migliorate di gran lunga dalla rifiorente in- 
dustria agricola le condizioni locali ; raccolte le acque in canali, o 
naturali o artificiali ; rifatte per tanta parte asciutte quelle campa- 
gne frammezzo le quali corrono strade, o provinciali o comunali', 
in tutto degne della rete veneta, una delle più belle d'Europa, a 
primo aspetto si comprende che in condizioni consimili nulla do- 
veva impedire che da Aitino 1' Emilia volgesse a Concordia, senza 
allungarsi fuor di ragione alla volta di Meolo. Così aveva pensato 
la Commissione sino dalle precedenti visite ad Aitino, e gli studii 
intrapresi sui documenti avevano poi rinforzato le sue congetture. 

Sino dal secolo IX, nel paese oltre il Sile, spettante allora al 
regno d'Italia, i boschi si mantennero certamente, per lunga età, 
assai frequenti. Nel patto di Lottano imperatore coi Veneti (anno 
840), restava espressamente concesso a quelli di lesolo dì racco- 
gliere legna (capillare) quanta si potesse reggere sulla schiena, 
dalla ripa Soli Zenonis (Canale dei Lanzoni?) sino a quella del 
Meolo (Medulli, o Medauli più probabilmente che Metamauci, co- 
me si legge nei testi), e di costà sino alla Fossa Genlionis, cioè 
al Zenzone. Anche a quelli di Cittanova (già Eraclea) era accor- 
dato un privilegio simile dal Piave maggiore, eh' è il Piave di og- 
gidì, sino al Piavone (cf. Romanin, Storia Ven., voi. I, Documenti). 
Dalla convenzione fra il doge Ottone Orseolo e gli abitanti di Cit- 
tanova, nel 1015, s'impara che il principe solea cacciare cervi e 
cignali nei boschi verso il Livenza (Cod. Trevisaneo, doc. 81). I 



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269 

documenti editi dal Verci (Storia della Marca Trev.. tom. XII) 
ricordano i boschi di Croce e di Musile, proprietà del Comune di 
Treviso nel sec. XIV. Marco Cornaro, verso la metà del sec. XV, 
scriveva: « visto el ti urne Medolo pien de boschi e ciese . . . item 
» el Valli.) el qual tien infiniti boschi e gran quantità de legname 
» da fogo, et «la navi et galie etc. » (cf. Filiasi, o;>. sud., Il, 319) 
Gran selve infine e campagne attorno a San Dona, sono ricordate 
dagli atti di locazione di quella gastaldia negli anni 1409, 1458, 
1468, che abbiamo sotto gli occhi. 

Se, pertanto, si poteva affermare che questo paese, nel secolo 
scorso ridotto un desolato e marcido deserto, in età non tanto 
lontana da noi erasi trovato in condizioni relativamente fiorenti, 
quale non doveva essere e per popolazione e per industria agri- 
cola all'età romana? Quali ostacoli potevano impedire ai romani 
di condurvi le strade e consolari e vicinali ? è 

Stava peraltro sempre il fatto che, per parecchie miglia da 
Aitino, non era rimasta alcuna visibile traccia di via romana fin 
oltre Ca' Malipiero. L'abbassamento naturale del suolo, aveva do- 
vuto complicarsi qui col rialzo artificiale prodotto dai depositi delle 
alluvioni ; e più che altrove verso il Silo, ove, come si disse, il 
suolo era rnaggiormenfe avvallato. Erano adunque necessarie in- 
dagini accurate e molteplici ; bisognava far capo nei proprietari 
delle terre ; raccogliere dai villici stessi le tradizioni locali e le os- 
servazioni che avevaiu potuto fare nei lavori campestri. Soltanto 
dopo questo primo studio, sarebbe stato possibile alla Commissione 
di procedere, colle ricerche sue, alle verificazioni del fatto. 

Questo sistema riuscì, come si sperava, assai pratico ed effi- 
cace; nè poteva essere diversamente in una regione, come la 
nostra, antico albergo di coltura e di cortesia. Il nostro appello ai 
proprietari fu sempre accolto cordialmente, e V intélligenza dei 
villici superò sovente la nostra aspettazione. Perciò la Commis- 
sione professa pubblicamente la sua viva gratitudine al sig. conte 
avv. Antonio Ivanovich, ai sigg. fratelli Luigi e Federico Trevi- 
sanato, al N. U. co. Gio. Battista Giustinian patrizio veneto e se- 
natore del regno, al cav. Gregorio Bressanin di San Donà. Senza 
le preziose notizie e gli aiuti d'ogni maniera che questi egregi le 
fornirono, il compito suo sarebbe stato ben più arduo, e forse, in 
qualche parte, inadempibile. — Ma veniamo ormai ai fatti. 

Nella precedente nostra relazione, parlando delle strade dei 
contorni di Aitino, dicemmo che V Emilia, risalendo da Pagliara fra 



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270 

il Dese e il lago di Cona, avanzava*! rettilinoa al punto, dove si 
crede che sorgesse la porta Boreana, di !à quindi volgendo sino 
alle Brustolae: e soggiungemmo che non appariva se di costà ti- 
rasse diritta al Sile, o piegasse ad est verso Tre Palade. Ora, 
nuove osservazioni c'inducono a ritenere che il breve tronco di 
Brustolae, che tuttora si vede alla superficie del suolo, ricordi un 
grande sobborgo della città che doveva spingersi sino al fiume. 
Sui margini suoi, si trovarono in ogni tempo molti sepolcri e ru- 
deri di ville suburbane. Quanto all'Emilia, assai più probabilmente 
essa attraversava la città, dal Montirone ad altra porta più orien- 
tale della cinta altinate, le ruine della quale possono aver formate 
quelle molle o tumuli che si vedono presso alla Ca' Bianca, e di 
là, come ci affermò anche il signor Carlo d'Este che fu, per molti 
anni, benemerito sindaco di S. Michele del Quarto volgeva retti- 
linea alla Ca' Corner, dove, come vedremo, passava il fiume. 

Sulla riva sinistra del Sile, quel tratto di campagna che, a 
sud di Ca' Dolfin, si stende lungo il fiume per circa due chilometri 
e mezzo con poche e sparse abitazioni, ha nome di Bagajolo. Dove 
questo comincia, ancora sul principio del secolo sorgeva un mo- 
nastero di Benedettine, patronato dei conti di Collalto, sul luogo 
ov'è ora una fattoria e un fenile del cav. Trevisanato, che pro- 
spetta la Ca' Foscolo della riva destra. Verso la fine poi del Ba- 
gajolo, una casa rustica della signora Lazzari-Costantini, eretta 
al vertice di una assai marcata curva del Sile, riesce di faccia 
alla Ca' Corner, già de' Franceschi, ora Forti ; e quivi era il ponte 
dell'Emilia, a un chilometro o poco più, in linea retta, a sud delle 
Tre Palade. La via passava a destra della boaria, dove un lungo 
fosso di recente escavazione, mostra a un metro di profondità le 
ghiaje, ed alle estremità sue frammenti diversi e copiosi di marmi, 
fra i quali fa raccolto da noi un bellissimo pezzo di cornice d'ala- 
bastro orientale. Gli embrici a limbello sono frequenti d'altronde 
in quelle campagne e segno certo di abitazioni romane. 

Il contadino Angelo Canio, da noi interrogato, depose che un 
miglio e mezzo più addentro nella campagna, nella palude di pro- 
prietà dei RR. PP. Mechitaristi, si riconosce l'Emilia che vi passa 
diretta verso S. Liberale, ben determinata dagli antichi fossi late- 
rali, sebbene coperta quivi da forte strato di torba. 

A Bagajolo, presso il Sile, il terreno d'alluvione ha la pro- 
fondità di circa un metro, e di tanto ricopre le ghiaje della via ro- 
mana ; le quali, compatte e sovente durissime, sono commiste a 



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è7i 

cementi e a ìvsidui di marmi delle lapidicine altinati, e ricordano, 
probabilmente, gli ultimi risarcimenti delle strade militari della 
Venezia nei secoli bassi dell' impero. Manca in generale il selciato 
superiore per le ragioni dette altre volte, non senza peraltro che 
se ne vedano ancora non pochi pezzi sporsi pei vicini campi, spe- 
cialmente nelle vicinanze di Aitino. 

In que' terreni pastosi e grassi, dove i ciottoli sono così rari, 
i villici poterono sempre, assai facilmente, osservare quelle ghiaie 
lavorando i campi e conoscerne la larghezza e la direzione, molto 
più che, scostandosi dal Sile, la profondità loro va gradatamente 
diminuendo, fino a dover essere necessariamente raggiunta nel 
rivolgere col vomere la terra. 

Il co. Ivanovich che, dietro le norme da noi indicate, aveva 
precedentemente incaricato il contadino Cagliato di esplorare il 
paese fra il Sile e il Piave, lo aveva mandato poi incontro alla 
Commissione, perchè le servisse di guida. 

Ambrogio Rizzetto detto Cagnato, uomo di età matura, parco 
di parole, robusto e intelligente, appartiene a famiglia che dimora 
nel paese da più generazioni. Suo padre vive ottuagenario, e V avo 
suo mori in tardissima età. Non v'ha tradizione locale a lui sco- 
nosciuta; nè zolla, per cosi dire, che gli sia ignota: guida migliore 
non si poteva trovare. Egli ci fece constatare che la via passava 
a circa 100 metri dalla macchina idraulica di Ca' Tron, attraver- 
sando il Fosso delle Uauue, il Vallio Vecchio alla presa detta Tal- 
pone, il Martegia e il Vallio Nuovo e i fondi detti di San Liberale 
di proprietà Cordenonsi fra il Vallio Nuovo e il Meolo, e final- 
mente il canale. della Fossetta (cavato nel 1633), a 100 metri 
circa a sud-ove^t dall'osteria di questo nome. Dal Martegia in 
poi, la via lentamente s' incurva, finché, poco oltre 1' osteria, ridi- 
viene rettilinea. 

I villici di que' luoghi, interrogati da noi, attestarono con- 
cordi che, nella moderna rettificazione dei nominati canali, si trovò 
l'intero nucleo dell'Emilia. Peccato che nessuno di quegli inge- 
gneri si sia preoccupato di quel fatto assai interessante. Quanto a 
noi, fra i molti assaggi fatti in que' terreni, ci limiteremo a notare 
che, sul Vallio Nuovo, a S. Liberale, sul profilo del canale, le 
ghiaje corrose dell'Emilia compariscono ormai alla sola profondità 
di centimetri 35 a 40, e che, per nuovi accidenti del suolo, oltre 
la Fossetta, essa ridiscende a un metro. Ciò osservammo a circa 
200 metri ad est del canale, nella perfetta direzione del}& via, fa~ 



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272 

cenilo scavare per la larghezza di circa iG metri sotto un fosso 
che attraversa il mappale A T . 8^ di Musile. Da quel punto poi, 
continuando attraverso 1 campi nella direzione nord-est, l' attento 
osservatore può ravvisare irruenti le ghiaje antiche riportate 
dai lavori campestri alla supemoie; strisele hiaucheggianti cne se- 
gnalano la prosecuzione rettilinea della via nei mappaii xN. #2'dr££à, 
6£o, ióo di iVlusile, e clie indicano per se stesse, cne cola la super- 
ficie odierna non differisce che di pochi centimetri dall'antica. Ed 
e ciò tauto vero ciie, giunti all' aratorio detto le Bedesine, di pro- 
prietà ^nna, la straua stessa apparisce hnalmeute sopra suolo, 
larga circa 14 metri. La Commissione la percorse in tutta la sua 
lunghezza. Essa passa a traverso lo scolo di Croce dirigendosi alla 
casa detta le Beaeauie, che si trova appunto dove l'Emilia è rag- 
giunta da altra heila via antica che va verso Ca' Malipiero, e nella 
quale parve alla Commissione di ravvisare una vicinale per Meolo 
ad Ouerzo, molto più che alle liedesiue o a Cassiuelle sembra vi 
Tosse un vico di qualche importanza, o qualche villa. Avauzi di 
costruzioni antiche e frammenti di cornici architettoniche furono 
sterrati, alcuni anni or sono, ne' campi a 00J metri a sud di Bede- 
sine, e 00 metri a levante della via; e la Commissione stessa, 
avendo fatto praticare uno scavo nello stesso luogo, ritrovò alcuni 
blocchi di pietra; ma privi affatto d'importanza. A Cassiuelle si 
scoprirono altri ruderi di iabbnche, e vasi cinerari e vinari, e or- 
duoli diversi, e monete, e un ferro di lancia de' bassi tempi. 

L' Emilia, sempre sopra suolo e rettilinea, attraversa le Cas- 
siuelle, costeggiando il Gorgazzo per circa due chilometri, e si di- 
rige verso l'antica Rotta e l'argine di San Marco al Piave, non 
discosto più di metri TUO. Qui si perdono le sue traccio, e il nome 
stesso delia Rotta ne spiega le ragioni. 11 Piave che, anche all' età 
romana, col suo ramo maggiore correva a questa volta, ne' secoli 
seguenti spostò più volte il suo letto, come avvenne pure nell* ul- 
tima piena dell' anno scorso. Di conseguenza, non si vede segno del 
luogo ove doveva essere il ponte, come, del pari, è perduta ogni 
tradizione della mutazione Sanos o Sanus (non ad Sarnos cf. 1 1 Ì- 
uasi) indicata dall'Itinerario Gerosolimitano, a dieci miglia da Aiti- 
no su questa via, cioè appunto al Piave. Era sulla riva destra o sulla 
sinistra del tìume^ A Musile o a San Dona i Misurando col com- 
passo sulla nostra carta militare la via scoperta da Aitino in poi, 
e seguendo il rettilineo da Cassinelle, risulterebbero appunto le 
dieci miglia romane air argine attuale di S. Marco, di faccia a Mu- 



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273 

sile. Pare adunque che la mutazione Sanos dovesse stare colà, e 
quindi, alquanto di sotto, il ponte sul Piave maggiore, detto cosi 
anche nei più vecchi documenti del magistrato del Piotego. È poi 
assai probabile che questa maggiore diramazione del Piave di co- 
stà al mare, fosse il termine orientale dell' agro altinate coir opi- 
tergino, giacché si sa che nelle consuetudini romane territoria 
inkr civitates, alia fiuminibus finiuntur, alia summis montium 
jugis ac divergiis aqmrum. (Slrab., lib.X). Considerando i do- 
cumenti medievali che si riferiscono al paese fra il Sile odierno e 
il Piave, si può altresì con buoni fondamenti conoscere quali fos- 
sero i confini da questa parte fra la consociazione veneziana e il 
regno italico e il posteriore Comune libero di Treviso. Siccome ap- 
partennero sempre a quesf ultimi Musestre, Meolo, Fossalta, Mu- 
sile e San Donà (anticamente piccola Pieve, Plebs Seti Donati), e le 
valli salse non incominciavano che a mezzodì dell'Emilia, ne con- 
segue che la linea stessa della strada, presso a poco, doveva se- 
gnare que' termini. Conferisce a provarlo il fatto che il confine 
antichissimo di lesolo, che fu sempre compresa nel Dogado, a nord 
giungeva a Tagia de re* {Taleate in doc. del 1070 — Taliata de 
relibus, 1227 — Taliata, 1256 — Tajada regis s 1409 e te. nei 
Processi del Piovego) 9 estremo pùnto a nord dell' isola di Villa- 
franca, poco nota ai nostri geografi, ma che si può ora perfetta- 
mente riconoscere. Tagia de re' era presso al luogo dov' è ora il 
Porto del Taglio, un chilometro circa a mezzodì di Musile. Per 
singoiar fortuna di parole, quest' umile nome è la vera origine di 
quello pomposo di Taglio da Re, dato in altro senso dal volgo al 
grande alveo nuovo del Piave, da qui condotto al mare dalla Si- 
gnoria di Venezia nel sec. XVII. 

Giunta frattanto al Piave sul far della sera, la Commissione 
si separava dall' ottima sua guida, e recavasi a pernottare a San 
Donà, dove il cav. Bressanin le offriva la più cordiale ospitalità, 

11 Ottobre 1883. 

In questa seconda giornata, la Commissione si proponeva di 
esplorare la direzione dell 1 Emilia dal Piave al Livenza. Sapevamo 
che nessuna traccia di questo tronco esiste sopra suolo ; e quanto 
alle linee indicate dagli scrittori, le osservazioni fatte nella gior- 
nata precedente e' istruivano abbastanza sul conto eh* era da far- 
ne. Lo stesso esame accurato delle mappe censuarie non ci aveva 

18 



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offerto alcuna luce ; pur tuttavia i saggi consigli del caw Bressa- 
nin e le sue premure ci procurarono in quella stessa sera qualche 
indizio di anticaglie osservate presso il Fornetto ; e gli avvisi che 
ci erano stati favoriti dal conte Giustiryan, il quale aveva com- 
messo al suo fattore cav. Bisinotto di venirci incontro, ci lascia- 
vano^ sperare che la fortuna avrebbe continuato a secondare le 
nostre ricerche. 

Partì adunque la Commissione da San Donà al levare del 
sole, col gentile suo ospite che volle accompagnarla per non breve 
tratto, per la strada detta Calnova. Giunta nelle terre del cav. A. 
Thomas al Fornetto, in breve potò convincersi che gli offerti in- 
dizi non erano infondati. Le testimonianze locali affermavano, e se 
ne ebbero le prove, che al punto detto il Pradetto, a 30 centimetri 
di profondità sulla superficie attuale del suolo si trovavano pietre, 
embrici e ghiaje a que' terreni affatto estranee, e di composizione 
uguale a quella notata nel giorno innanzi. I risultati stessi si ot- 
tennero nei campi detti 11 Serraglio, e neir argine della risaja di 
questo nome si potè scorgere quasi il profilo della sezione dell' an- 
tica strada, larga circa 18 metri. La attuale Calnova la taglia due 
volte. Dapprima a sinistra delibi Cavana fin dietro la Fiorentina, 
e quindi nel fondo Galliccioli, al casonetto abitato da Lorenzo Ba> 
gnara. In molti punti eziandio si trovarono embrici a limbello, 
resti di antiche abitazioni. Se tuttavia, dopo queste osservazioni 
avesse potuto restare qualche dubbio, uno sguardo alla carta mi- 
litare lo avrebbe dileguato. Fornetto, che è certamente il Forni- 
clinus dei secoli bassi ricordato nei documenti del Piovego, non è 
lontano che tre miglia e mezzo romani dall' estremo punto del- 
l' Emilia a Cassinelle, e mantenendo il rettilineo della via, si rag- 
giunge precisamente quel punto. Così ne risultava anche la situa- 
zione del ponte sul Piave, circa un chilometro a sud-est di San 
Dona, allo sbocco della strada diretta da Code (Cauda Premar- 
celli) verso il fiume, che quindi è verosimile che sia stata imbrec- 
ciata sull'Emilia stessa. 

Poco oltre Code, verso il Fornetto, doveva stare, a nostro 
avviso, la colonna miliare che porta il XII numero e che ora si 
conserva nel Seminario della Salute a Venezia, trovata, sino dal 
sec. XVI, assai probabilmente nelle terre del patriarcato di Vene- 
zia, e trasportata alla sede a Castello. 

Questo interessante monumento, alto metri 1.40 sopra la 
base, e col diametro di m 0.45, porta due iscrizioni, a ricordo 



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275 



forse di due grandi riattamenti della via, una in onore dell' impe- 
ratore Tito Vespasiano nel settimo suo consolato, che si riporta 
all'anno 79 dell' e. w, l'altra agli imperatori Valentiniano, Va- 
lente e Graziano, che regnarono insieme dal 367 al 375 dell' e. v. 
Giova riprodurle qui dal Momiiisen : 



Il Mommsen (op. cit., toni. V, p. Il, p. 934) avendo interpre- 
tato le iniziali F. F.* della prima iscrizione Flaviam Fedi, inclinò 
ad attribuire la miliare alla via Flavia dell'Istria, congetturando 
che potesse essere stata trasportata da Trieste al palazzo patriar- 
cale di Venezia, dove fu conosciuta sino dal sec. XVI. Qualche 
dubbio tuttavia gli rimase che potesse aver appartenuto ad altra 
vìa fra Trieste e Aitino, o costruita, o risarcita dagli augusti Ve- 
spasiano e Tito. Il Moschini peraltro (Chiesa e Seminario di S. 
M. della Szlute, p. 91), che aveva avuto ogni comodità di studiare 
queste iscrizioni, invece di F. F. aveva letto P. F. (Perfecil o 
Publicam fecit), locchè toglierebbe il fondamento alla congettura 
dell'illustre professore tedesco. Se la Direzione del Seminario ve- 
neziano fosse in grado di far collocare questo marmo in quel- 
l'onorato posto che merita, la questione, non priva d'interesse, 
potrebbe facilmente essere decisa; ma finché esso giace addos- 
sato ad un angolo e mezzo coperto da altre pietre, sarà bensì con- 
servato; ma non ad incremento degli studi. 

Un Codice Marciano citato dallo stesso Mommsen (ivi), a pro- 
posito di codesta miliare, sembra accennare che pervenisse al pa- 
triarcato dal loco Gallinario. Sarebbe mai Gainiga, che troveremo 
più avanti oltre Ceggia? Qui, non meno che al Fornetto e altrove, 
i patriarchi di Venezia possedevano latifondi, quali" eredi del ve- 
scovado di Eraclea o Cittanova ; ed è poi notissimo, come in pa- 
recchie occasioni osservò il Filiasi, che molte pietre prese in ter- 
raferma per le costruzioni loro da quelli di Eraclea, lesolo ec, 
dopo la rovina di quelle città furono, "allo scopo stesso, riportate 
nei villaggi del vicino continente. Così, senza difficoltà alcuna, si 
può credere che la nostra colonna miliare dai dintorni del For- 



LMP • XIIII • P • P • CENS • COS • VII 
VIAM • F • F • 
XII 



IMP • TITVS • CAESAR 

VESPASIANVS • AVG 

PONT ■ MAX • TR • POT • IX 



DDD NNN 
VALENTINIANO 
VALENTI • ET 
GRANO • AVGG 
B R N 
XII 



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276 

netto sia passata ad Eraclea, e quindi da Eraclea a Gainiga e in* 
fine a Venezia. 

Dal Pradetto, riprendendo la direzione ad est, cioè verso il 
Livenza, la via romana continuava rettilinea attraverso la cosi 
detta palude Fossà, verso il canale del Grassaga. Questo piccolo 
fiume, sovente nominato ne' più antichi documenti di questa re- 
gione, era colà valicato da un ponte di pietra, gli avanzi del quale 
non sono molti anni, come ricorda il conte Giustinian, servirono 
a costruzioni rustiche del luogo che si chiama Fiumicinetto. Esplo- 
rando coi remi il fondo del canale, si toccano facilmente i mate- 
riali che ancora vi giacciono. Eravamo quivi a due chilometri circa 
dalle rovine di Cittanova (Eraclea), la prima capitale dei Veneti 
secondi, e ci soffermammo alquanto ad ammirare il paesaggio che 
da quel lato si presenta assai pittoresco e attraente. Se avremo la 
soddisfazione di poter compiere quesf arduo lavoro sulla topogra- 
fia de' tempi romani e dar mano alla topografia medievale, ritor- 
neremo col più vivo interesse a studiare questi luoghi e i ruderi 
della città, dove si costituirono i primi ordinamenti sociali del 
grande Commune Venetiamm. 

Passato il Grassaga, si entra nella cosi detta palude di S. Ber- 
nardino. Questi fondi appartengono da qualche secolo alla patrizia 
casa Giustinian, che ne fu investita, verso lieve censo, dalla mensa 
patriarcale di Venezia. Erano, non è molto, deserte e paludose 
lande : ora sono, quasi interamente, ridotte a coltura, mercè la ge- 
nerosa iniziativa del conte Giustinian, assistito dall' opera Intelli- 
gentissima del suo fattore cav. Bisinotto. 

Quest'ultimo era già venuto incontro alla Commissione col 
gastaldo Marco Novello, un simpatico tipo di villico, di mente 
aperta, affezionatissimo a' suoi signori,- e 1' uno e 1' altro, guidan- 
dola nel non breve cammino, resero assai facile il suo com- 
pito. Il signor Bisinotto aveva già fatto praticare presso alla riva 
ove fu il ponte sul Grassaga un largo scavo, che mise a giorno il 
consolidamento della strada che ivi mettea capo. Avendo poi do- 
vuto, quando la valle fu bonificata, praticare molti e profondi scoli 
in varie direzioni, non era sfuggito alle sue osservazioni che qua 
e là si ripresentava l'imbrecciata solida dell'Emilia, alla profon- 
dità di circa un metro e con larghezza costante sotto l'attuale ter- 
reno d* alluvione. Ed aveva avuto la precauzione d' indicare con 
paline tutto il giro della via romana sotto quei fondi ; provvedi- 
mento facile e ben degno d'essere imitato in consimili casi. 



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277 

La Commissione potè quindi constatare che, lasciando il Gras- 
saga, la via prosegue ad est per circa 300 metri, finché, trovato 
un argine antico, lasciando a sinistra la casetta al N. 15, s'in- 
curva per breve tratto a sud-est, e quindi quasi sempre rettilinea 
entra nelle proprietà dei Loro e dei Zeno verso Zancana, e così 
procede a Pra' di Levada e a Gainiga. 

Nella impossibilità di continuare a piedi in quella direzione an- 
cora paludosa, la Commissione dovette rifare il cammino riavvi- 
cinandosi al Grassaga, ove V attendeva una barca, che in breve 
ora la condusse alla fattoria di Fossà. 

Il conte Giustinian ci aveva già informati che nel 1875, nello 
scavare sul ciglio dello scolo Malio, a circa 150 metri dalla fatto- 
ria, erano stati rinvenuti dai villici alcuni vasi cinerari. Disgra- 
ziatamente, essi si affrettarono a spezzarli credendo di scoprirvi 
tesori, conforme a leggende comunissime in que' paesi, dove è an- 
cor viva la memoria di Attila « di statura gigantesca ; che parlava 
quasi abbajando come un cane » ; che personifica ancora, ne' rac- 
conti de' vecchi al tradizionale focolare nelle lunghe serate d'in- 
verno, le diverse invasioni dei barbari. Furono peraltro salvati da 
que' guasti alcuni vasetti unguentari che diedero aumento al 
museo de' vetri antichi, allora incipiente, di Murano; due pic- 
cole coppe di terra cotta, V una colla vernice rossa, V altra ver- 
deggiante pegli ossidi; e due monete donate alla doviziosa raccolta 
numismatica del conte Nicolò Papadopoli. Le monete trovate in 
consimili casi, per quanto di poco conto per sè stesse, sono sem- 
pre importantissime, perchè servono a determinare V età de* se- 
polcri. Codeste due, come gentilmente ci communicò il conte Papa- 
dopoli, appartengono ad Augusto. 

Percorrendo la strada provinciale per raggiungere ancora a 
nord le traccie della via romana, la Commissione sostava a Ceg- 
gia per osservarvi le mappe censuarie e raccogliere informazioni. 
Il Filiasi (Mem. slor. dei Veneti primi e secondi, ed. II, tom. II, 
p. 325) riporta come esistente nella casa del Vicario di quella bor- 
gata una bella iscrizione frammentata, ad onore di un augustale, 
legato delle legioni, governatore di provincie in Oriente e nel- 
T Africa, curatore della via Appia, cittadino probabilmente di Opi- 
tergio o altinate, che era stata dalle rovine di Cittanova ripor- 
tata in terraferma; ma nessuno seppe additarcela. Si poterono in- 
vece vedere altri frammenti di marmi eracleani con sculture sim- 
boliche e fregi bizantini, che servono ora da gradini alla parroc- 



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278 

chiale di Ceggia. Conoscevamo poi, giacché anch' essa è cònser- 
vata nel museo del Seminario a Venezia, la colonna miliare man- 
data da Ceggia in dono dal dottore Pietro Agostini nel 1835. Seb- 
bene edita dallo Zambaldi (Monumenti storici di Concordia, San 
Vito, 1840, p. 48), dal Moschini (Chiesa e Seminario di S. Maria 
della Salute, Venezia, 1842, p. 103) e dal Mommsen (Corpus ln~ 
scriptionum Lat., voi. V, p. II, p. 937), la ripetiamo qui; 

DN FL IVLIO 
CRISPO NOB 
CAES 
• XX 

Secondo i computi nostri, dovette essere rinvenuta presso a 
Pra' di Lèvada, a forse due chilometri da Ceggia, giacché a quel 
punto corrisponderebbero perfettamente le notate 20 miglia ro- 
mane da Aitino. Vuoisi qui notare, per chi si affatica in questi 
studi sulle vie romane, come la numerazione delle miglia poteva 
continuare dalla città principale anche fuori dell' agro suo, e tra- 
versando in qualche parte l' agro di altro municipio, come avvenne 
in questo caso che la via correva sull' agro opitergino dal Piave 
al Livenza. Noi ci avevamo proposto • questo quesito, come ele- 
mento di qualche valore per riconoscere i confini degli agri mu- 
nicipali. 

Oltre Ceggia, si ritrova nuovamente la via romana a Gaini- 
ga, al luogo detto Noci, prima a destra e poi a sinistra della, at- 
tuale strada provinciale. Nelle campate di que' fossi laterali, uno 
strato composto di ghiaje e di frammenti diversi, come si era al- 
trove osservato, segna la sua direzione per lungo tratto e sèmpre 
rettilinea, finché, lasciando la provinciale, passa pel così detto Ar- 
gine dei Cogoli, avanzandosi fra campi di proprietà GaHotti e Ze- 
no, a profondità di circa 30 centimetri, dove qua e là si vedono 
portati alla superficie, dai solchi del vomere, sassi e materiali cor- 
rosi dal tempo. Dopo il fondo Zeno, passa per quello delle Assicu- 
razioni Generali di Venezia, dove, alla situazione detta II Gonfo, 
si trovarono materiali laterizi ed altre traccie d'abitazioni, miste a 
resti di consolidamento stradale in ghiaja. La via giunge final- 
mente al Livenza a circa 400 metri sopra corrente dal nuovo ponte 
provinciale, alquanto a sud-est di Sant'Anastasio. 

L'arciprete di Sant'Anastasio don Luigi Furlan, uomo colto 
e cortese, che mostrò vivo interesse per questi studi, faceva no- 



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279 

tare alla Commissione che la sua parrocchiale apparteneva già ad 
un monastero di Agostiniane, e sorgeva altra volta presso alla via 
romana. Si possono ancora vedere i ruderi dol monastero nella 
casa dominicale della possessione, spettante già ai Ventura, ed ora 
alle Assicurazioni suddette. 

Trovato così il punto dove la via giungeva al fiume, la Com- 
missione recossi sulla riva sinistra, precisamente di fronte. Colà, 
nella frazione di Biverone del Comune di S. Stino, alla casa di Lui- 
gi Zulianelli, al n. 3, erano state dissotterrate appunto alcune fon- 
damenta del ponte romano sul Livenza. Un grande blocco di pietra 
giace ancora nel cortile di quella casa, mentre un altro consimile 
fu, alcuni anni or sono, trasportato ad Annone Veneto da Elena 
Gajarin. In quello stesso cortile la Commissione osservava una 
colonna di pietra alta metri 2.50, scavata di fianco alla, casa ; e 
seppe che, 300 metri più addentro nella campagna, erano stati tro- 
vati in gran copia materiali di antiche fabbriche, e grandi embrici 
quadrati che servirono a nuove costruzioni. Era qui, assai proba- 
bilmente, la prima mutazione da Concordia ad Aitino, ricordata 
nell'Itinerario Gerosolimitano. Fuor di dubbio poi, la via passava 
sotto la casa Zulianelli proseguendo verso i due poderi di Dome- 
nico e di Cesare Bevilacqua ; ma a questo punto la Commissione 
Veneziana fermossi, essendo giuirta là, dove i suoi studi devono 
essere ripigliati dalla sub-Commissione di Concordia. 

Ripensando al viaggio compiuto in queste due giornate e alle 
cognizioni che si avevano precedentemente, essa poteva dirsi assai 
soddisfatta de' risultati, avendo scoperto la direzione della via 
consolare, pel non breve tratto di circa» 33 chilometri da Aitino al 
Livenza, assai diversa da quella proposta dai grandi maestri Fi- 
liasi e Mommsen. * 

Sono altresì da considerarsi di non lieve valore le osserva- 
zioni che si poterono fare in quest'occasione sulle condizioni locali 
ne* secoli bassi. Accennammo ai confini di lesolo verso il regno 
italico; nè troveremo ormai difficoltà insuperabili per fissare il 
luogo, ove sorgeva Bine ricordata dal Porfirogenito, e i confini del 
territorio di Cittanova che si allargava notevolmente, più che il 
Iesolano in terraferma, e comprendeva in sè, per la lunghezza di 
circa 10 miglia romane, la» via consolare. Ora si può riconoscere 
benissimo il corso del Piave prima che fosse eseguito il gran ta- 
glio detto di Re, e quello dell'antico canale Livenzuola {Liquace* 
simus) e del Livenza, il quale, con buona pace del Filiasi, come si 



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280 

vide chiaramente nel cercare la situazione dei ponte, fino a questo 
punto non può avere spostato di molto il suo corso, dall'età ro- 
mana in poi. 

Vogliamo soggiungere infine che, da Aitino sino al Piave, si 
mantiene viva e generale fra i paesani la tradizione che la via ro- 
mana da noi esplorata si chiamasse Emilia o Orlànda, mentre, dal 
Piave al Livenza, l' ultimo nome non si udì più, e il primo assai di 
rado. Rammentiamo questi fatti, senza attribuirvi maggior valore 
che non si soglia accordare alle tradizioni popolari. Invero, è cre- 
denza generale fra i dotti che l' Emilia fosse imbrecciata da Ri- 
mini almeno fino ad Aitino, comunque vogliasi intendere il lungo 
giro attorno alle paludi accennato da Strabone. Se poi da Aitino 
ad Aquileja prendesse il nome di Annia, come se n'avrebbe indi- 
zio da una miliare aquilejese ; o lo mutasse in quello di Flavia, 
come si potrebbe sospettare da altre miliari e come accennò, pure 
in qualche modo il dottissimo Mommsen (Sive altera via, exempli 
causa Tergeste Altinum, a Vespasiano Tiloque slrata est, op. 
cit., voi. V, p. II, p. 934), lo chiariranno forse ulteriori studi. Frat- 
tanto, per quanto giovi stabilire il nome antico d'una via romana, 
ognuno converrà che l'importanza maggiore consiste nel ricono- 
scerla. 

Antonio Contin 
Nicolò Barozzi 
Guglielmo Berchet 
Federico Stefani relatore. 



Giovanni Bianchi, Gerente responsabile. 



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NÙoVA serie! 



ARCHIVIO VENETO 

ANNO XIV 



18 



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DELLA ORIGINE 



DELLA 



SEDE VESCOVILE DI CAORLE 




NELL' ESTUARIO VENETO 



Nella prima parte del tomo XXVI (fase. 51, pag. 112-125) 
dell' Archivio Veneto mi trovo onorato dell' attenzione cT un va- 
lente cultore di storia ecclesiastica. Il degnissimo canonico mons. 
Ernesto Degani, notando nel mio studio sulla storia di Venezia del 
Gfròrer la negazione del ritorno d' un vescovo di Caorle all' unità 
cattolica già ai tempi di Gregorio Magno, ne fa i suoi apprezza- 
menti, e intende con essi di confermare V esposizione, dello storico 
tedesco, che col Noris e coi compilatori dei documenti ecclesiastici 
credette allora accaduto quel fatto (1). 

Non è con un semplice ringraziamento alla sua cortesia che io 
posso rispondere alle osservazioni critiche del chiar. oppositore, ma 
altresì con una prova evidente della serietà del mio studio, anche 
nelle parti secondarie di esso. Prima però devo pregare l'egregio 
canonico a voler credere che da molt' anni era noto anche a me, 
per T attenta lettura del Rubeis, essere assai spesso adoperate ne' 
documenti le parole Hisiria ed Hislrici, trattandosi della diocesi 
e dei vescovi suffraganei d* Aquileia o di Grado; ed egli se ne può 
senz' altro accertare rileggendo altrove (2) il testo e le note di 
quello stesso studio, in cui trovò a ridire. Pure nel Rubeis ancora 
e in parecchi altri documenti ecclesiastici contemporanei di Gre- 
gorio I vien fatta, come prima ed anche dopo, la distinzione dei 
due paesi d' Istria e di Venezia (3). Ad ogni modo convien ricor- 

(1) Vedi la Geschichte Venedigs voti seiner Grundung bis zum Jahr* 
Ì084. Grate, 1872, pag. 21-22, o la versione di quest'opera nel fascicolo 23 
dell' Archivio Veneto, pag. 20. 

(2) Fase 49 dell' Archivio Venato, pag. 30-31, 33-34, 40. 

(3) Db Ruatts (Mon. EccL Afuileiénsis, cap. XV, 5, pag. 139), ai tempi di 




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284 

darsi che nel nostro caso non si tratta nè della diocesi nè dei ve- 
scovi, bensì <T una isola, come si vedrà a suo luogo. 

La piccola isola di Caorle, più volte rifugio dei vescovi di 
Concordia durante le prime invasioni barbariche, non divenne 
però sede vescovile, se non quando in Italia già regnavano stabil- 
mente i Longobardi da parecchi anni e la ferocia loro era alquanto 
scemata. Il vescovo Clarissimus di Concordia, che vi si era pro- 
babilmente rifugiato ai tempi del Concilio Gradense, doveva poi 
essere ritornato all' antica sua sede, come quegli altri vescovi, che 
con lui a Marano, soggetta ai Longobardi, riconoscono ancora il 
patriarca Severo (1). Così dicasi del suo successore Augusto, che 
sottoscrive la supplica all'imperatore Maurizio a sostegno dello 
scisma dei tre capitoli, stando nella sua sede di Concordia sotto il 
dominio barbarico (2). Perciò a Caorle fino al 591 non v'era sede 
vescovile ; nè un equivoco del Chronicon Gradense, per quanto 
antico sia questo fonte (3), vale ad infirmare il documento del 

Leone Magno e di Pelagio 1, riconosce la distinzione dei due paesi. Vedi poi gli 
atti del Sinodo gradense 579 (Mansi, Ed. fior. Coìicil., IX, 913 e segJ, dove Grado 
vien proclamata totius Venetiae . ... et Istriae Metropoli. Vedi pure la lettera 
di papa Onorio I (De Rubeis, 297-300) diretta ai dilectissimis fratribus uni" 
versis cpiscopis per Venetiam et Istriani constitutis. — Che il pontefice Gregorio 
Magno stesso intendesse talvolta colla parola Histria la sola penisola, lo si vede 
chiaramente nella sua epistola 36 del libro X, dove scrivendo al vescovo Mas- 
simo di Salona, cosi s* esprime : conturbor quia per Histriae aditum jam ad Ita- 
liani (Sclavorum gens) intrare coeperunt. 

(1) Paolo Diacono, dove parla del conciliabolo di Marano, non mette Cla- 
rissimus tra i vescovi che sono col Patriarca, cioè sotto il dominio greco; vuol 
dire adunque che il vescovo di Concordia aveva allora la sua sede antica, come 
del resto risulta evidente dalla sua partecipazione all'adunanza tenuta su terri- 
torio longobardo. — Muratori, Script. Rer. it., I, 448 (lib. Ili, cap. 26). Confr. 
Db Rubeis, Mon. Eccl. Aq. f cap. XXIX e XXX, 587 e seg. 

(2) Notevoli e decisive sono alcune espressioni del Libellus supplex diretto 
ali* imp. Maurizio, e sottoscritto dal vescovo Augusto di Concordia insieme con 
gli altri soggetti ai Longobardi: « Deinde nec obliti sumus sanctam Rempubli- 
cam vestram et adjuvante Domino redire totis viribus festinamus — nobis ab- 
sentibus, et a se (Archiepiscopo nostro) ad praesens divisis — et credimus nos 
celeriter devictis gentibus (Langobardorum), ad pristinam libertatem deduci >. 
— Mansi, Edit. Fior. Condì., X, 463-466. Confr. Trova, Cod. dipi, long., nella 
St. d'It. Med. Evo, IV, 154-163. 

(3) Oltre il GfrSrer, più di recente anche il Simonsfeld riconobbe l'anti- 
chità del Chronicon Gradense, ma fece insieme comprendere la inattendibilità 
di esso rispetto alle nuove sedi vescovili nelle lagune venete, quantunque vi sia 
ricchezza di particolari in fatto di chiese e simili. — Archivio Veneto, XIV, 88- 
^9, fase. 27. 



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285 

Concilio Gradense, in cui apparisce naturalmente il solo vescovo 
di Concordia (1). Non parliamo del Chronicon Attinaie, che in 
questo copia od è copiato dal Gradense (2). 

Veniamo ai tempi di Gregorio Magno. Augusto è ancora ve- 
scovo a Concordia, e la chiesa di Caorle evidentemente od obbe- 
disce a lui o, se le vicende politiche F impediscono, al vescovo di 
Opitergio (3). Quand' ecco che quel grande pontefice scrive nel 
598 e nel 599 alcune lettere, in cui nomina una insula Capritana 
o Caprea, e tratta della fondazione di un vescovado prima a No- 
vas. poi neir isola (4). La più importante di queste lettere è ap- 
punto la decima del libro IX, della quale mons. Degani ha voluto 
favorirci la versione per dimostrare che in essa il pontefice ac- 
cenna non a due ma a tre vescovi, e che il popolo di Caorle non 
trascurò di rientrar subito in grembo alla chiesa cattolica. Però 
il terzo vescovo è soltanto un pio desiderio di Gregorio Magno (5), 
e niente affatto di storico, inquantochè inutilmente si cerca nel- 
F Epistolario del papa e negli Annali della chiesa il suo nome o 
notizia alcuna di lui (6). Non è poi del popolo di Caorle (Capru- 

(1) Mansi, Ed. Fior. ConciL, IX, 913-928, e Trova, op. cit, id., pag. 17-20, 
testo e note, specialmente la nota 3 a pag. 19. Vedi ciò che ne dissi nel mio stu- 
dio su Gfrorer in questo Arch. Veneto, XXV, 33-34. 

(2) E. Simonsfeld propende a credere che il Chronicon Gradense non sia 
che una copia incompleta ed alterata Geli* Altinate, e prova V anteriorità di que- 
sto a quello, attribuendo la cronaca di Aitino alla prima metà del X e forse alla 
seconda metà del IX secolo, e però la stima originale nella parte, da cui fu tratto 
e compilato il Chronicon Gradense. Archivio Veneto, XIV, 90, 105; XVIII, 
245-247, 257. 

(3) Vedi Ughelu, Italia sacra, V, 326; confr. X, 151, 153, 154. 

(4) c .... in Castello, quod Novas dicitur, Episcopus fuerit constitutus — 
alius illic fuerit ordinatus .... tamen .... non in praedicto castro, sed in sua 
insula habitare debuisset ». Epist. Greg. Magni, lib. IX, 10. Ed. Parigi, 1705, 
tomo II. 

(5) Veramente egli scrive a Mariniano arciv. di Ravenna: « . . . . Sanctitas 
tua illic (in Capritana insula) Episcopum ordinet, eamdemque insulam in sua 
Diocesi habeat, quousque ad fidem catholicam histrici episcopi revertantur . . .»; 
ma Mariniano doveva far ciò soltanto dopoché F altro vescovo, « qui ad schisma- 
ticorum errorem reversus est . . ., admonitus redire contempserit ... ». Epist. 
Greg. Magni, id., ibid. 

(6) Vedi gli Annales del Baronio e del Muratori negli anni del pontificato 
di Gregorio Magno, e nell'Epistolario di quest'ultimo, dove anzi nella lettera 
33 del libro XIII, corrente l'anno 603, il grande pontefice scrive air esarca Sma- 
ragdo, ritornato in luogo di Callinico da pochi mesi, che .... ante adventum 
Vestrae Excellentiae (circa il 601) Firmino, vescovo di Trieste, era rientrato 



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286 

lae) t ma degli abitanti dell'isola Caprea ch'io dissi « ma poi ab- 
bandonati dal pastore fattosi scismatico, tardano e forse trascu- 
rano ancora per lungo tempo di rientrare nella comunione catto- 
lica ». Difatti nell'ultima delle cinque lettere di pp. Gregorio I, 
da me citate, diretta appunto agli abitanti dell' isola Caprea, Ili- 
striae parlibus, questo pontefice dichiara d' accogliere con gioia 
il desiderio da essi espresso di riun'rsi alla chiesa e li eccita a 
compiere la loro conversione (l); ciò vuol dire che in que' luoghi 
non s' era ancora raggiunto, anzi s' era alquanto lontani dal rag- 
giungere lo scopo, come lo prova chiaramente la lettera di racco- 
mandazione che il papa fa all' esarca per i messi di quei pochi 
isolani che tendono a farsi cattolici (2). D'altronde, come già nel 
mio studio 'sull'opera del Gfròrer ho osservato (3), in nessuna di 
quelle cinque lettere il solerte e grande pontefice nomina mai nè 
Concordia, nè Opitergio, e così nemmeno Augusto, nè Giovanni, 
vescovi, T un dopo l' altro, della sede Concordiense, ma soltanto 
quidam Johannes de Pannoniis veniens, Novas ed insula Ca* 
prilana o Caprea. 

Questo Giovanni, che veniva dalla Pannonia e che, appena 
fatto vescovo a Novas, n' era espulso e poi non ricompare più tra 
quei di Caprae, è ben altro che il vescovo Giovanni di Concordia; 
il quale vive tranquillo nella sua sede sotto la protezione di Teo- 
dolinda fino al giorno in cui Agilulfo, volendo influire politica- 
mente sui vescovi hislrici, ed osteggiando il nuovo patriarca Can- 
didiano che li richiamava all'unità, costringe anche questo suffra- 
gane© di Grado a prendere sede nuova e stabile a Caorle (4). A 
nulla vale l' omonimo ; anzi in questa circostanza si potrebbe me- 

nella chiesa cattolica, ma che poi Severo di Grado gli aveva eccitato contro 
. . . seditionem . . . suorutn civium. Ciò vuol dire che altri vescovi non s' erano 
riuniti a Roma fino a quel tempo, contro le speranze del papa. 

(1) € . . . Responsalium nostrorum salubria postulantium laetificavit (nos) 
adventus, per quos significastis . . . unitati vos sanctae Ecclesiae reformantes . . . 
tenderetis ». Op. cit., lib. IX, ep. 97. 

(2) « . . . . Harum siquidem latores de Histriae ad nos partibus veniente», 
Schismaticorum, inter quos erant positi, vitantes errorem . . . habere dignemini 
commendatosi quatenus ad propria renieantes, .... vestiue tuitionis auxilium 
inveniant». Op. cit., IX, 95. 

(3) Archivio Veneto, XXV, 32, nota 2. 

(4) Confr. le lettere IV del lib. IV, XLIII del IX, e XII del XIV, dirette alla 
regina Teodolinda, e gli Atti del Concilio Mantovano in Db Rubeis, Mon. Eccl. 
AquiL, pag. 414 e seg. 



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287 

glio supporre che il Iohannes de Pannoniis veniens, espulso da 
Novas, sia stato accolto alla corte del duca longobardo del Friuli, 
favorito poi da Agilulfo, e fatto antipatriarca d'Aquileia, in oppo- 
sizione a Candidiano di Grado (l). — Della capacità al vescovado 
d'un prelato straniero, come poteva essere ed anche non essere 
Giovanni (l' espulso), non ho menomamente dubitato, anzi neppur 
pensato; ma come mai poteva stabilirsi un nuovo vescovo (sia 
pure il primo od il secondo della lettera citata di pp. Gregorio I 
a Mariniano are. di Ravenna) in una nuova sede (2), se questa 
gincpva nella giurisdizione d' un vescovado ben noto, e senza che 
di tutto ciò si facesse menzione alcuna ? 

Quanto al castello di Novas, l'egregio mons. Degani vorrebbe 
farlo credere esistente ai tempi di Gregorio Magno, fondandosi su 
deduzioni ipotetiche da lui e da altri fatte, e difendendole colle 
quasi incredibili modificazioni che il nostro litorale subì nel medio 
evo (3); ma, se ciò vale per quei luoghi che son citati dafi docu- 
menti contemporanei e locali, non regge però con buona critica 
nel nostro caso. Il Gussanville, commentando la lettera del ponte- 
fice, ne fece mala prova coir indicare Eraclea, siccome quella che 
allora portasse il nome di Novas; la prima capitale della re- 
pubblica insulare veneta, ebbe Y altra denominazione di Civitas 
nova soltanto nel nono secolo, prima era sempre conosciuta per 
Eraclea od Eracliana (4). Nè è lecito supporre Novas nella diocesi 

(1) Leggasi negli atti del Concilio Mantovano la lettera di questo antipa- 
triarea al re Agilulfo, e ciò che ne dicono il De Rubeis, op. cit., 416-417, ed il 
Baronio, Ann., XII, 77. 

(2) Non soltanto le singole espressioni da per sè stesse, ma il contesto in- 
tero della lettera X del libro IX convince della novità del fatto, indipendente- 
mente dall'esistenza d'un vescovado in quei luoghi. È vero che i latores della 

• lettera sono il Vicedominus ed il Defensor dell'isola capritana; ma bisogna no- 
tare che queste dignità erano appunto sorte allora col trasferimento della nuova 
sede da Novas nell'isola stessa. Vedi Op. Greg. Magno, Parigi, 1705, tomo II, 
pag. 935. 

(3) Vedi BoTTANi, Saggio di storia della città di Caorle, e mons. Degani, 
Notizie e documenti della diocesi di Cqncordia. — Del resto qui mi permetto di 
osservare al chiar. mio oppositore, che i concordiesi rifugiati a Caorle, e i loro 
primi discendenti, non avevano assoluto bisogno ed immediato d'un vescovo, 
trovandovi subito l'autorità del patriarca di Grado, e potendo per allora essere 
anche custoditi da un sacerdote di minor grado, come lo erano altre isole nel 
sesto secolo. Vedi ancora in Dandolo e in Giovanni diacono ne' luoghi citati. 

(4, Op. cit. f II, 1000, nota 1 ; e Gfrorer stesso si contraddice là dove con ira- 
perfetta critica cita prima confusamente i due nomi, fondandosi sul Chronicon 



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288 

di Concordia, perchè in tal caso quei dell' isola di Caorle avreb- 
bero assalito Giovanni su territorio longobardo (l), cosa molto 
improbabile e tanto straordinaria, che il papa ne farebbe cenno. 
All'opposto non ne dice nulla affatto. Se poi si volesse ammettere 
un castello Nove nella diocesi <T Opitergio, oltre che provarne 
T esistenza e il sito, bisognerebbe con esso escludere la contempo- 
raneità del vescovado di Concordia ; il che mi pare assurdo. 

Dell' isola capritana, ricordata dal pontefice nelle sue lettere, 
ripeto anzitutto, ch'egli la nomina Caprea e non Caprulae, come 
è sempre chiamata e registrata nel medio evo Caorle, e che la 
dice posta in Histriae partibus e non nella diocesi istriana (2). 
. Infine Gregorio Magno scrive che quesf isola capritana era quasi 
unita al Castello Novas per Dioecesim (3); adunque non v'era pro- 
priamente il vincolo diocesano, come sarebbe stato fra Caorle ed 
il supposto Nove, di cui non si sa indicare il sito, nè in nessun 
modo accertare la passata esistenza. 

L' esimio oppositore adduce in favor suo a testimonianza 
molti e valentissimi scrittori di storia ecclesiastica, ed asserisce 
che tutti narrano a un dipresso : essere passata la sede vescovile 
di Concordia a Nove per opera di Giovanni della Pannonia. Però 
l' Ughelli non ne fa parola ; anzi s' accorda con Dandolo (4), di- 
cendo che il vescovo di Concordia passava a stabilirsi in Caorle 
soltanto nel 605. È vero che il commentatore dell' Ughelli intro- 
duce la lettera di pp. Gregorio I, dove si tratta del vescovado di 
Caorle, mal spiegando o copiando Caprea per Caprulae, ma an- 

Venctum (Pertz, VII, 4-5-1 1), nei eap. IH e IV, e poi alla fine del XII cou Dan- 
dolo (Muratori, Script., XII, 163) ammette senza altro, come è di fatto, la sosti- 
tuzione del nome Cicitas nova ai tempi di Angelo Particiaco. Vedi Stori t di 
Venezia, ed. ted., 28, 30, 37, 138-139. 

(1) Vedi nella Stor. doc. di Venezia del Romaxix, I, pag. 88; il confine set- 
tentrionale doveva essere la Livenza, come è accuratamente segnato dall'illustre 
Th. Menkb, Grande atlante storico, carta 21. 

(2) Lettere citate 9, 10. 95, 96, 97 del libro IX dell'Epistolario di Gregorio 
Magno, confi*, col Chronicon Attiriate, libro III (Arch. star. t'Uil., Vili, 100), col 
Gradense (Pertz, Mon. Germ. hist., VII, 43), col Venetnm (Pertz, VII, 4-5) e 
con gli Annales Dandu li (Muratori, XII, 110). È vero che Costantino Porfiro- 
genito la dice Ksttos, ma egli altera quasi tutti i nomi delle isole. Vali 1>*' 
Admin. Imp., 27, III, 122. 

(3) « . . . . cui Castello (Novas) eorum insula, quae capritana dicitur, erat 
quasi per Dioecesim conjuncta ...» Epist. Greg. Magni, IX, 10. 

(4) Ughblu, Italia sacra, V, 1335-1336. 



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eh* egli non fa parola del definitivo trasporto della sede da Con- 
cordia a Caorle che nell'anno surriferito (1). Fu il Noris, come 
già notai, che per primo volle interpretare in tal modo le lettere 
.di Gregorio Magno ; egli però nomina Concordia senza alcuna ra- 
gione critica, come fa pure leggermente intendendo Caprea per 
Caorle e sostenendo che Giovanni, quello proveniente dalla Pan- 
nonia, v'era andato senz'altro da una sede all' altra (2). Manca 
in quest'autore ogni discussione critica e qualsiasi comparazione 
od illustrazione delle lettere, su cui pur fonda quanto asserisce, 
contraddicendo ai fonti del doge Dandolo e del diacono Giovanni. 
Lasciamo il Baronio ed il Muratori che, ragguardevolissimi in gé- 
nerale, qui hanno un' autorità limitata, compilando eglino sempli- % 
cernente quanto trovavano negli altri (3). Chi invece merita mag- 
gior attenzione, e dovrebbe servir meglio a mons. Degani, è senza 
dubbio l' ili. De Rubeis, con cui stanno il Liruti, il Beretta e quanti 
da lui son nominati. Ma De Rubeis, sebbene sia tratto in errore 
dall'autorità del Norisio (4), che l' induce a creder Caprea Caorle, 
non nomina mai Concordia, qual luogo d' origine dei vescovi, che 
furono a Novas od a Caprea, mentr era pontefice Gregorio Ma- 
gno (5). Di più quest'autore fa un po' di confusione su Giovanni 
di Pannonia, che secondo lui (6) sarebbe rimasto a Caorle, dopo 
cacciato da Nova ! E questa confusione par quasi cercata per con- 
fondere appunto il Giovanni di Novas con Giovanni di Concordia, 
e così coonestare meglio la malfida interpretazione de' luoghi. Se 
non che l'arte critica ai giorni nostri ha maggiori esigenze, aven- 
do a sua disposizione le nuove forze che le son pòrte dalla paleo- 
grafia, dalla linguistica e dalla geografia storica ; scienze garanti 
della verità, e che respingono quanto di vago, d' ipotetico finora 
fu ammesso. Appunto perciò ho dovuto negare e confutare nuo- 
vamente ciò che l'ili. Gfròrer sostenne nella sua storia di Venezia 
intorno all' origine della sede di Caorle ; appunto per ciò, osando 
appena esprimermi con un forse, opinai che Novas e l'Insula Ca- 
prea possano rintracciarsi sulle coste dell' Istria. Là combatteva 
allora contro gli Slavi (Avari?) l'Esarca Callinico, a cui pure 

(1) Id., ibid. 

(2) Norisii, Opera omnia, I, 729. 

(3) Baronii, Annales Ùcci., Vili, 153-154; Muratori, Annali, 590-605-616. 

(4) Dissertatici de Schismate ecc., cap. XV, pag. 141-143, 

(5) Mori. Ecc. AquiL, 285 e seg. 

(6) Id., cap. XXXII, in fine, 288. 



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290 

scrisse il papa (1) per V affare di Caprae ; là mancava in que' tempi 
una sede stabile, perchè spento il vescovado di Cissa (2), città an- 
tica distrutta, e vi si presentano il territorium, la Insula, vicinis- 
sima alle rovine (3), e più lontana, ma sempre sulle coste, ad 
oriente la Chrìlas Capràe detta anche Iustinopolis (4), a mezzo- 
giorno poi la Civitas Nova Aemona (5). L'isola porta preciso il 
nome, da cui deriva l'aggettivo Caprea, adoperato dal pp. Gre- 
gorio Magno; e De Rubeis stesso, non sciogliendo affatto la diffi- 
coltà da me proposta, ma offrendo piuttosto nuova occasione ad 
essere corretto, confessa che l'Anonimo ravennate conosceva quel- 
l' isola per Capris, come la denominavano pure gli Acfa transla- 
. tionis SS. MM. Firmi et Rustici (6). Esattissima e corrispondente 
poi è la dizione cnprense attribuita al territorio circostante alla 
Civitas od Oppidum Capris (Caprae — Capo d' Istria — Giusti- 
nopoli); mentre non può essere che un'abbreviazione erronea da 

(1) «c Inter haec quod mihi de Sciavis viotorias nuntiastis, . . . latore» prae- 
sentium de Capritana insula .... ab Excellentia vostra transmissi sunt ...... 

Ep. 9, IX. 

(2) Dopo Vindemio, ricordato da Paolo diacono, non si conoscono altri ve- 
scovi successori in Cissa, che con molta probabilità fu distrutta dagli Slavi, in- 
vasori dell'Istria. De Gestis Lonyob., Ili, 26, 1. e, e Y Epist. 36, X, già citata, 
del grande pontefice Gregorio I. 

(3) L'Insula di Caprae si trova presso alla punta della Cisana, sito dell'an- 
tica Cissae, ricordata da Plinio, NI, c. 26 e da Guido di Ravenna, come nota 
Rubeis stesso, op. cit., 259-260. 

(4) Rubeis, Man., 397; Gfrorer, Stona di Venezia. XX. Apostolo Zeno 
nelle sue eruditissime lettere a mons. Giusto Fontanini naturalmente stima 
spuria la famosa iscrizione a Giustino, ma ammette che esistesse ai tempi degli 
imperatori greci che portarono quel nome. Non ernie che portasse più antica- 

. mente il nome greco di Aegida, secondo lui inventato posteriormente, ma ac- 
cetta la tradizione delle capre, senza di che non si può toccare l'origine della 
denominazione. Pure, non credendo ali* esistenza più antica di C.ipodistria, non 
riesce a mettere in chiaro dove precisamente e fin dove s'estendesse il nome an- 
tico di Capraria; che probabilmente fu dato ai tempi di Plinio a tutto il terri- 
torio. Tant'è vero che Zeno stesso rileva il nome di Caprile dato fin dal secolo 
XIII e più indietro ad un convento di quelle parti, e dai .documenti da me citati 
trae le voci Capris e Cajrras. Cfr. nelle Lettere di Ap. Zeno, ed. Venezia, 1785, 
voi. IV, 437, 401-9; V, 6, 19, 22, 41, 81, 89. 

(5) Questa terra acquista veramente il nome di Civitas nel IX secolo; ma 
quello di Nova lo porta dalle sue origini insieme con l'altro di Aemona. Vedi 
Uohelu, op. rit. t 227-229; Trova, Storia d'Italia, IV, 17-18. 

(6) Rubeis, Man. Eccl. Aquil., cip. XLV, pag. 461-462. Dall'idiotismo Ca- 
pris si spiega l'altra dizione aggettiva C 'pritmia, con cui papa Gregorio Magno 
denomina l' isola nelle lettere IX e X del libro IX. 



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291 

Capmlensis il Caprensis, con cui il pp. Giovanni Vili distingue 
h una sua lettera il vescovo Leom di Caprulae, e di cui il De 
Rubeis si fa un altro appoco apparentemente favorevole all'in- 
terpretazione del Noris ; da lui seguita per le citate lettere di Grego- 
rio Magno (l). Però il diminutivo di Caprulae è evidentemente po- 
steriore al positivo Caprae, e servendo appunto di distinzione, non 
permette in nessun tempo, nè in molo alcuno confusione di sorta. 
Che poi col nome di Caprae si continuasse ancora per molt* anni 
a designare quella Civita* e la vicina Insula in Istria, lo provano i 
notissimi documenti degl'Istriani a Venezia e di Ottone II, impe- 
ratore tedesco, a Rodoaldo patriarca d' Aquileia, in cui nel 933 e 
nel 977 si fa sempre distinta menzione di Capras (2). — Così sa- » 
rebbero designati a pieno i luoghi, e verrebbe data ragione del 
sorgere d'un nuovo vescovado, senza contraddizioni e senza 
dubbi. Giovanni, fuggendo dalla Pannonià, invasa dagli Avari, 
sarebbe venuto in Istria, ed avrebbe fermata la sua sede nel ca- 
stello di Civitas nova (perciò forse denominato Aemona) ; ma gli 
abitanti del vicino ed esteso territorio di Caprae (da Pirano a 
Capodistria) no '1 vollero, ed elettone un altro, gì' imposero per 
sede T Insula. Poco dopo, quando già il nuovo vescovo ed il po- 
polo stavano per torsi dallo scisma, quello s' allontana, e gran 
parte degli abitanti ricade nell'errore, in cui certamente rimasero, 
finché quei vescovadi col patriarcato di Grado, donde per allora 
dipendettero, non furon rientrati in seno alla Cattolicità (3). 

Questi i risultati del mio studio, ch'io però limitai, ed ancora 
limito, qui conchiudendo, alle poche riflessioni già fatte intorno 
alla sede vescovile di Caorle. Da un lato stanno le tradizioni rac- 

(1) Territorium Caprense, leggesi nel documento dei missi dominici di 
Carlo Magno sul placito tenuto in Istria. Ughelu, Italia sacra, V, 1097; Rubeis, 
op.cit., 397, cap. XXXVIII; Leo Caprensis è mal scritto nella Coli. Concil. Vedi 
Jaffè, Reg.pont., n.2300; Rubeis, id., XLV, 463-464; ed Ughelu, Italia sarra, 
V, 1336. 

(2) Il patto del 993 fra il marchese d' Istria co* suoi e la repubblica di Ve- 
nezia, trovasi in Tafel e Thomas, Urkundeu zur alterai Handcls-und Staats 
Geschichte, I, 10-11. Il diploma di Ottone II al patriarca Rodoaldo nel 977 in 
Rubeis stesso, op. cit., c. LI, pag. 478. In entrambi i documenti la dizione, sia 
per la città di Capodistria (Giustinopoli) che per V isola o pel territorio, è sem- 
pre Capras, idiotismo di Caprae, e non Caprim o Capraria, come altera per 
comodo suo Dandolo ed il Rubeis, e copia mons. Degani. Vedi ne* luoghi citati. 

(3) Il lettore può in proposito vedere quanto ne scrissi nello studio su Gfrò- 
rer. Are*. Yen., XXV, 32-33, testo e nota 4. 



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292 



colte nelle cronache Gradense ed Altinate, che fanno risalire la 
fondazione dei nuovi vescovadi nelle isole venete al V secolo; 
dall' altro le precise notizie storiche, che ci danno Giovanni dia- 
cono e Andrea Dandolo doge, nominando i vescovi, registrando 
Tanno (1). La più elementare critica metteva in chiaro che, al 
pari delle altre sedi vescovili della Venezia, quella di Concordia 
fu più volte provvisoriamente a Caorle, ma non vi si fermò del 
tutto; se non quando nell'antica sede sorse un nuovo vesco- 
vado scismatico, ai tempi adunque di Candidiano patriarca e me- 
glio dei papi Diodato ed Onorio I (2). Le cinquejettere sopra ci- 
tate del gran pontefice Gregorio I, essendo prossime di data a 
quest'epoca, indussero facilmente il Noris, e dietro a lui molt'altri 
scrittori, ad asserire trasferita già nel 599 la sede da Concordia a 
Caorle senz' alcun altro fondamento, benché con qualche verosi- 
miglianza ; che però svanisce prontamente al paragone d' una at- 
tenta critica. 

Colla quale non siamo caduti nel buio, anzi ne siamo usciti, 
ritornando a quella modesta, ma sicura luce, che due faci immor- 
tali, direi quasi in questo caso infallibili, diffondono sull' origine 
della sede vescovile di Caorle. 

Pietro Pinton. 

(1) Si noti ohe il diacono Giovanni, intimo degli Orseoli, ministro del doge 
e del patriarca, uomo adunque oompetent issi ino, aveva a sua disposizione i mi- 
gliori fonti della storia patria. Altrettanto dicasi del doge Andrea Dandolo. Di 
fatti qual differenza dalle confuse e monche notizie delle cronache di Aitino e di 
Grado e quelle dei due uomini di Stato! Confi*. Arch. st. it., Vili, 41; Pbrtz, 
op. cit., VII, 43, 45; Muratori, XII, lib. VI, cap. IV, 8. 

(2) Rubeis, Moti. Eccl. AquiL, cap. XXXIII, col. 299, 300, 308. 



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UN EPISODIO 

DELLA 

VITA DI CARLO QUINTO 



Tra i solenni avvenimenti, che si ricordano con una certa 
compiacenza dai cronisti vicentini del secolo decimo sesto e si 
ripetono dagli scrittori dell' età successive, è il passaggio di Carlo 
quinto per alcune terre del contado, e la larga ospitalità pòrta- 
gli dai Sesso in Sandrigo e dai Gualdo in Montecchio Maggiore. 
Ma il fatto, quale si espone nelle cronache e nelle storie di Vicenza, 
si può dire piuttosto accennato che descritto con particolarità di 
ragguagli. E pure i contemporanei non hanno lasciato di racco- 
glierne e confidarne allo scritto anche le più leggiere minuzie. Due 
sono le relazioni, dettate in proposito : la più particolareggiata è di 
Teofilo Caldogno, priore de' Canonici Regolari di San Bartolommeo 
in Vicenza ; la meno d.Jusa di Stefano Gualdo, del corteggio en- 
trambi dell'Imperatore e testimoni oculari di quanto ebbero a scri- 
vere. Ora io non dirò che i due documenti rimanessero ignoti agli 
scrittori di cose vicentine; avvertirò piuttosto che nessuno volle o 
seppe giovarsene. Primo ad additarli agli studiosi delle cose anti- 
che fu Giuseppe Valentinelli negli spogli delle carte della Marciana, 
eh* egli compilava e faceva pubblici, volgono quasi vent' anni, in 
Monaco di Baviera con intendimento di recar nuova luce alla sto- 
ria della Germania (1). Devo all' opera di lui la prima notizia de' 
due documenti, che si leggono in uno de' codici, legati alla Biblio- 
teca di San Marco dal dotto Morelli (2). Non che per essi derivi 
nuova luce agli avvenimenti del tempo: Giuseppe De Leva, Che 

(1) Valbntixblli, Regesto. Docurnentorum Germaniae historiam illustrane 
tium. Mùnchen, 1866. 

(2) Biblioteca Marciana, CI. It. XI, cod. 143, n. 3, 4 m»c, 



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294 

pur ebbe a conoscere il secondo de* due, si contenta di farne men- 
zione, e non più, in una nota della sua « Storia documentata di 
Carlo quinto in correlazione all' Italia » (1). Ciò, che si legge ne' 
due documenti, è più che altro un episodio, o, se vuoisi, un aned- 
doto della vita, non dirò pubblica, ma piuttosto privata dell' astuto 
Monarca ; ma un episodio, o un aneddoto, che mentre rivela certi 
gusti dell' uomo, fa pur conoscere in qual conto lo tenessero, in 
onta alla loro indipendenza, la Signoria di Venezia e la città di 
Vicenza. 

L 

La pace conchiusa a Barcellona e celebrata in Bologna nel 
1530 non avea recato tutti quei beni, che i principi e i popoli se 
n' erano impromessi. Chi aveva motivo di risentirsene maggior- 
mente era l'Imperatore. Le trattative co' Protestanti, fallite special- 
mente nella Dieta d' Augusta, e Y insistenza sulla convocazione 
d' un (Concilio ecumenico, siccome unico espediente a rimediare 
a' mali della Germania, avevano raffreddato di molto 1' animo del 
Papa. Non erano corsi due anni e Y amicizia, stretta tra le due più 
grandi podestà della terra, s' era non dirò spenta, ma illangui- 
dita oltre misura. L' Imperatore, trattenuto in Germania da prima 
per le contese co' Protestanti e poi per la guerra contro i Turchi, 
non ebbe a riputarsi altrettanto avventurato, quanto allora che, 
vincitore di Solimano a Graz e nel Mar Jonio, si vide in istato di 
lasciare senza pericolo la Germania. Il suo primo pensiero corse 
subito a Clemente settimo; vagheggiava cioè d'incontrarsi una se- 
conda volta con lui per ristorarne l'amicizia e trarne quindi partito 
a consolidare il proprio dominio in Italia e a riparare i mali della 
Germania, mediante la convocazione del Concilio ecumenico. Il 
Pontelìce, conosciuto l'animo dell'Imperatore, non tardava a secon- 
darne i desideri. Ad evitarne l' incontro in Roma od in Napoli, ove 
mirava forse la mente di Cesare, proponeva, senz'altro, quale città 
di ritrovo, Bologna. 

Era 1' Ottobre del 1532, quando Carlo, dato e accettato Y in- 
vito, lasciava Vienna e il fratel Ferdinando per muovere alla volta 
d' Italia. L' itinerario prescelto fu quello della Stiria e del Friuli. 

(1) Db Leva, Storia documentata di Carlo quinto in correlazione aW Ita» 
tia t voi. Ili, lib. Ili, cap. I, pag. 104.B<jdova, 1875. 



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295 

Meta prima M viaggio doveva essere Mantova. Neil' attraversare 
i domini de 1 veneziani pareva si ponesse uno studio speciale d' evi- 
tare le città e le terre di qualche importanza. Si sarebbe detto che 
l'Imperatore prediligesse di procedere incognito. Quelli che tra- 
divano, se così si può dire, il segreto, erano il corteo, che lo ac- 
compagnava, e T esercito che lo seguiva; o, con altre parole, la 
necessità delle provvigioni lungo le terre, percorse da entrambi. 
Che la Signoria vedesse di buon occhio quel passaggio, non pare. 
Lo fa sospettare, non foss' altro, la sollecitudine, con cui comuni- 
cava ai Rettori di Vicenza, a' Rettori di Verona e al Duca d' Ur- 
bino, generalissimo allora delle armi veneziane, il sommario delle 
lettere del 7 e del 10 d'Ottobre, mandate dal Contarini, oratore forse 
della Repubblica al campo cesareo. La Signoria era impensierita 
sopra tutto dell' ammutinamento di ben settemila soldati, i quali 
marciavano compatti, recando i maggiori danni possibili. E- del 
fatto metteva sull' avviso spezialmente il Duca d' Urbino, esortan- 
dolo a porvi que' rimedi, che gli fossero parsi maggiormente op- 
portuni. Quello, di cui esigeva da' Rettori il più occulto silenzio, 
era il contenuto delle lettere del Contarini (1). L'Imperatore, del 
resto, non era uscito ancora, si può dire, di Vienna, quando la Si- 
gnoria ne comunicava la notizia del passaggio a' Rettori di Vicenza 
con mandato di provvedere il vitto, necessario all'esercito cesareo, 
che doveva attraversare ugualmente le terre del Vicentino. Nè gli 
ordini, mandati da Venezia, tardarono molto ad adempiersi. Il 16 
d'Ottobre la campana ck'i Jornune convocava nella sala de' Deputati 
alle Cose Utili il Consiglio de' Cento, alla presenza del Podestà e 
del Capitano. Settant' otto, computati i Rettori e i Deputati, furono 
i consiglieri che v' intervennero. De' Deputati sorse in piedi Ber- 
nardino de' Merzari, propugnando la necessità di vettovagliare per 
tre giorni, in conformità all' ordine della Signoria, V esercito im- 
periale. In conseguenza di che propose, a nome anco de' suoi col- 
leghi, si desse facoltà alla Deputazione d' impegnare per queir ap- 
provigionaraeuto i beni stessi della città nel caso che l' Imperatore 
e il Governo Veneto non avesser voluto pagare (ciò per altro che 
non doveasi presumere) il grano ricevuto da' Rettori e da' rappre- 
sentanti della cittadinanza. Messa a' voti, la proposta fu approvata 
con sessanta pallottole favorevoli e sedici contrarie. Ricevuto il 
mandato, nulla si tralasciò da' Deputati, che ne potesse conferire al 

(1) Doc. I. 



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la vendita elei paue, che sarebbesi fatto in queir occasione da' for- 
nai, ad Andrea da Quinto e a Sebastiano degli Aleardi (1). 

L' Imperatore, attraversata V Austria, la Stiria e la Carinzia, 
entrava intanto negli Stati veneziani per il passo del Friuli. La Si- 
gnoria, che gliene avea conceduta licenza, non si contentò di prov- 
vederne a 1 bisogni, ma pose anche V animo ad onorarne il passag- 
gio. Io non dirò quali rappresentanti della Repubblica gli si facessero 
incontro a traverso le terre cosi del Friuli, come del Trevisano. Mi 
giova soltanto ricordare che da Vicenza gli si mandava il Duca 
d' Urbino, generalissimo, come s' è detto, delle armi veneziane, e 
inteso a diriger da più mesi le fortificazioni della città. Nè i Vicen- 
tini si rimanevano intanto inoperosi. Ignoro se vi abbiano rag- 
guagli delle dimostrazioni, fatte in queir occasione dalle città della 
Venezia, per le cui terre ebbe a sfilare il numeroso corteo. So uni- 
camente che in Bassano, dove, giunto il giorno d' Ognissanti, per- 
nottava nel palazzo pretorio, fattogli addobbare sfarzosamente dal 

(1) «In nomine Domini etc. Anno ab ipsius nativi tate millesimo quin- 
gentesimo trigesimo- secundo, Indictione quinta , die mercurii , sexto decimo 
mensis octobris, Vincentiae super Camera Spect. Dnorum Deputatorum ad Uti- 
lia etc. In Consilio Centum, more solito, congregato, in quo interfuerunt Consi- 
liarii septuaginta octo, computati» clarisshuis Dnis Rectoribus Comuni tatis Vin- 
centiae, nec non Spect. Dnis Deputatis ad Utilia Reipublicae Vicentinae, propo- 
sitae fuerunt partes infrascriptae per ipsos Dnos Deputatos, proponente et arren- 
gante Spect. legum Doctore Dno Bernardino de Merzariis etc. Quum, prestan- 
tissimi Consiliarii vestri, Spect. Deputati nihil sine consensu vestro agere possi ut 
et neeessarium sit iussu Illmi Dominii Venetiarum prò tribus diebus exercitui 
caesareo transituro per vestrum territorium de vietuariis providendum, propo- 
suerunt et sic vadit pars, quod prò honore Illmi Dominii detur facultas Spect. 
Deputatis obligandi bona civitatis prohac provisione maxime necessaria in casu, 
quo Caesarea Maiestas, sive Illmum Dominium, quod nullo pacto est creden- 
dum, noluerit frumentum a Magni ficis Rectoribus et vestris Deputatis acceptum 
hac de re solvere. Quae pars lecta prius etc. et proposita etc. bussolis et ballotis 
occulte redditis omnibus de dicto Consilio probata fuit, exceptis suffragiis unde- 
cim in contrarium existentibus ». 

« 1532. Ind. quinta die lunae, octavo mensis octobris etc. Omnes de numero 
Spect. Dni Deputati ad Utilia, agentes nominibus suis et aliorum Spect. Dnorum 
Deputatorum et de commissione elmi Dni Andreae Gritti, dignissimi Potestatis 
Vincentiae etc. locaverunt et dederuut facultatem vendendi panem, qui in dies 
sit a fornariis prò transitu Caesareae Maiestatis et exercitus ipsius per hoc terri- 
torium Vincentiae hon. viris Andreae de Quinto et Sebastiano de Aleardis, civi- 
bus Vicentina praesentibus et acceptantibus », Partium, lib. V, mac neir Ar- 
chivio Municipale di Vicenza. 




297 

podestà Giovanni Memmo, e udiva, la mattina del 2 Novembre, la 
messa nella chiesa di San Girolamo, fu onorato d' un elogio latino 
di Lazzaro dal Como, poeta e oratore. Dirò anzi che queir elogio, 
recitatogli a mezzo il ponte, dove, già in sulle mosse per Sandrigo, 
s'era intrattenuto ad ammirare lo stupendo panorama della val- 
lata del Brenta, fruttò all'oratore il diploma di Conte Palatino, se- 
gnato in Mantova il 9 dello stesso mese (1). Credo però che in 
nessun luogo vi si corainovessero gli animi, come in Viqenza. E 
T ossequio derivava non già dal sapere che l' Imperatore, dato 
bando alle vecchie rivalità, s' era riconciliato per la pace di Bolo- 
gna co' Veneziani. L' affezione all' Impero s' era travasata in al- 
cune famiglie sin da' tempi di mezzo. I sentimenti ghibellini, non 
mai dissimulati nemmeuo durante l'età de' Comuni, avevano acqui- 
stato vigore sotto le Signorie de' Padovani, degli Scaligeri e de* 
Visconti, nè s'erano spenti per la dedizioi^ spontanea alla Repub- 
blica di Venezia. Erano, se così si può dire, un retaggio, trasmesso 
con le tradizioni e con le memorie de' titoli e de' feudi, ricevuti da- 
gli avi. Nè dell' ossequio, professato dai più de* patrizi vicentini 
all'Impero, pareva adombrarsi la Signoria di Venezia. Nelle due 
volte ch'ebbe a passar per Vicenza Federico terzo, nessuno pensò 
a stornarne le dimostrazioni di devozione, o a vietarne V accetta- 
zione de' titoli, concessi a Quinto Emiliano Cimbriaco, che vi fu 
incoronato poeta, a Giambattista Oraziani dei Garzadori, a Marco 
Thiene e ad altri. Dove si procedette altrimenti, fu allo scoppiar 
delle guerre suscitate da' congiurati a Cambrai. 

È noto con quale e quanta severità si conducesse la Signoria 
contro quel Leonardo Trissino, che, rifugiatosi in Germania per 
iscansar la pena di consumato omicidio, rimpatriava nel 1509 com- 
missario imperiale. Ma non è a lui solamente che i Veneziani ap- 
plicarono il rigor delle leggi. Si sa che co* beni del Trissino si con- 
fiscarono anche quelli di parecchi altri fuorusciti, appartenenti 
agl'illustri casati dei Trissino stessi,* Sei da Porto, dei Sesso, dei 
Verlato, dei Chiericati, dei Trento, dei Thiene, dei Loschi, ne' quali 
pareva ridestata Y antica affezione all' Impero. De* messi al bando 
non tutti durarono a lungo nella disgrazia della Repubblica. Risto- 
ratosi, in capo a sei anni, il governo di San Marco, non furono i 
minori di numero, d'aderenze e di ricchezze quelli che, stanchi 

(1) Breviari, Lettera al Direttore della Provincia di Vicenj», Aunò 111, 
a. 47, 18-19 Febbraio 1&4. 



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298 

dell'esilio chiesero e ottennero la riconciliazione e il perdono. I più 
pervicaci soltanto s' ostinarono nella loro avversione sino alla pace 
del 1530. Chi ne prese a cuore allora la causa fu V Imperatore 
medesimo. Dovettesi a lui se tra le condizioni del trattato si pat- 
tuirono il libero ritorno de' fuorusciti Vicentini e la piena reinte- 
grazione ne' beni, posseduti anteriormente alle guerre. Che questo 
fatto sfuggisse a' vicentini, non è, mi sembra, neppur da sospettare. 
Io penso anzi che, se non all' Impero, ne dovesse crescere V affe- 
zione almeno a Carlo quinto, non tanto per le antiche memorie, 
quanto per il recente patrocinio della lor causa. Ed è, a quanto 
giova credere, per ciò eh' essi non si "acquietarono soltanto alla 
piena esecuzione de' mandati della Signoria, ma, a festeggiare più 
degnamente il passaggio dell'esercito cesareo offersero anche del 
proprio. Deliberarono cioè in pubblico consiglio la somma di trenta 
ducati da spendersi in dqni a comodo e a vantaggio della città (1). 
E quello che, stante la misera condizione, derivata da' disastri delle 
lunghe guerre, non si potè dal pubblico, si fece a parte da' privati. 
Narra il Castellini che al Duca d'Urbino, partito il primo di Novem- 
bre del 1532 con tutto l'esercito veneto alla volta dell'Impera- 
tore, che moveva dal Trivigiano, accompagnavasi il fiore della 
nobiltà vicentina (2), sollecita di accrescere e renderne più splen- 
dido, se pur si avesse potuto» il corteggio. 

IL 

A sette miglia da Vicenza, e propriamente lungo la via che 
da Porta San Bortolo mette a Marostica e a Bassano, giace presso 
le sorgenti della Tesina l'amena terra di Sandrigo. Non darebbero 
dirittamente nel vero coloro, che, dall' importanza a cui la trasse 
specialmente il commercio ne' tempi moderni, volessero argomen- 
tare delle sue condizioni negli anni di mezzo. Di Sandrigo è men- 
ti) 1532, 16 octobris. « Et immediate in dicto Consilio per antedictos Dnos 
Deputatos proposita fuit instantia alia etc. cuius teuor i n frase ri ptus sequitur. 
— Quum, protestantissimi Consiliarii, Exeellentissimus Dux Urbini Vincent iam 
petiturus est, ideo speetabìles vestri Deputati proponunt et sic vadit pars, quod 
detur facultas spectabilibus Dnis Deputatis fuciendi munera usque ad surnmam 
ducatorum triginta prò tran3itu caesarei exercitus, prò coramodo ac utilitate 
veetrae civitatis, additis quoque aliis viris dime comunitatis ad faciendum 
dictas expensas ». Partiwn, Lib. V, msc. in Archivio Vicenza. 

(2) Castellini, Storia deUa città di Vivenza, tom. XIII, lib. XVIII. Vicenza, 
1822. 



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299 

zione appena rielle cronache, che ricordano le fazioni di guerra 
svoltesi nel Vicentino dall' età degli Ezelini a' tempi della Lega di 
Cambrai(l). Si sa, cioè, che vi si fecero prigioni nel 1209 i conti Cor- 
rado e Guidone da Vivaro, ricoverati visi, come in asilo sicuro, en- 
tro le lor torri ; vi si devastarono e arsero case e campi per opera 
de' Padovani nel 1312(2), e per violenza de' soldati della Lega con- 
tro gli Scaligeri nel 1338 (3), e delle orde degli Ungheresi nel 
1378 (4); vi si fecero e ripeterono scorrerie, vessazioni e sac- 
cheggi dagli eserciti indisciplinati ora de' Veneti, ora de' Tedeschi 
e ora degli Spagnoli, che disputa vansi la signoria del Vicentino, 
ne' sett' anni successivi al 1509 (n). Ma da Sandrigo non si ptiò 
dissociare in nessun modo il nome dei Sesso, il cui casato, oriondo 
di Reggio d' Emilia, ove possedeva i feudi di Rolo e di Casteldaldo, 
erasi tramutato in Vicenza sin da' tempi degli Scaligeri. Signori 
della terra per acquisto fattone il 1332 da Azzone di Frigna- 
no Sesso, vi si rendevano anzi benemeriti per le largizioni, a' ter- 
razzani, de' campi non per anco dissodati, o ridotti, come che si 
fosse, a coltivazione (G). Ciò non toglie però ch'essi vi spadroneggias- 
sero da despoti, come parrebbe far credere il proverbio, raccolto 
da Cristoforo Pasqualigo: — A Sandrigo Sessi, Sassi, Sassini — (7). 
Di sentimenti ghibellini tino ab antico, i Sesso non aveano saputo 
smentire in Vicenza la primitiva affezione all'Impero. E questa, 
non mai interrotta lungo il corso de' secoli decimo quarto e decimo 
quinto, s'era manifestata in modo singolare ai tempi della confede- 
razione di Cambrai. Nelle lotte tra la Repubblica di Venezia e Mas- 
similiano, parecchi dei Sesso non esitarono un istante a dichiararsi 
per l'Impero. 1 fasti della famiglia ricordano un Gianlodovico, che 
combattè tra i Tedeschi negli assalti di Vicenza ed ebbe da Massimi- 
liano il titolo di cavaliere e la investitura de' beni, ond' era stato 
spogliato per la sua defezione dai Veneziani. Degno emulo di Gian- 
fi) Mai risii, Uistoria suorum tewporum. Vedi Albertini Mussati, Historia, 
Veneti, 1636. 

(2) Mussati, Le gestis Henri ci sept irai, lib. VII, rub. 12. Venetiis, 1636. 

(3) Verci, Storia della Marca Trivirjiana, toni. IV, pag. 97 e 98, e toni. XI, 
pag. 146. Venezia, 1786-91. 

(4) Muratori, Rerum ltalicarum Scriptores, tom. XIII. Mediolani, 1738. 

(5) Macca, Storia del territorio Vicentino, tom. II, parte II, Sandrigo, cap. 
IH. Caldogno, 1812. 

(6) Calogeba, Nuova raccolta d'opuscoli scientifici e filologici, tom. X. Ve- 
aezia, 1741. 

(7) PasquauUO, Raccòlta di Proverbi Veneti. Veliefcia, 1579. 



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300 

lodovico fu Ugolino, che, accolto per i servizi prestati all' Impero 
nella corte di Carlo, ottenne ugualmente titoli e onori. E più ancora 
dell' uno e dell' altro si parve favorire la causa imperiale Isabella, 
figlia di Benedetto Micheli e moglie a Giambattista Sesso. A stor- 
narla dal seguirne le parti non valsero le tradizioni del casato 
veueziano, ond' usciva,, non la parentela del doge Leonardo Mo- 
cenigo, ammogliatosi a una sorella di Benedetto. Narra il Castel- 
lini che Giovanni Gonzàga, governator di Vicenza a nome de' 
Francesi, riparando il 3 Agosto del 1511 a Soave, commettesse a 
lei (1) la somma delle cose. La memoria del fatto fu anzi affidata a 
tre e forse a quattro medaglie. La più pregevole è d' Antonio Po- 
madello di Verona. Vi si rappresenta nel diritto il busto d'Isabella 
con la testa avvolta in un peplo e, al basso, un tronco guernito di 
due foglie. S'asside nel rovescio la Fortuna, raffigurata in una 
donna seminuda, che stringe, nella sinistra, un freno, nella destra, 
tre chiodi, calca col piè destro un cranio ed appoggia il sinistro 
ad un casco (2). Le altre medaglie, lavoro forse di Felice e Pa- 
squale, allievi di Camillo Mariani vicentino, non sono che una ri- 
produzione della prima, nel dritto, nel rovescio e perfino nella leg- 
genda e in un motto greco a piè della Fortuna. Costretta a rifu- 
giarsi in Verona, Isabella ebbe dall' Imperatore una pensione nella 
Camera Imperiale di quella città, e i feudi di Lòvere, di Pisogne e 
d' Iseo. 

I Sesso, oltre i palazzi in Vicenza, possedevano splendide case 
in Sandrigo. E a Sandrigo, pregato forse dagl' illustri patrizi, o vo- 
lonteroso d' onorare 1' antica fedeltà del casato, s' indirizzava, ri- 
soluto d' evitar la città, l' imperator Carlo quinto. Vi faceva gli 
onori di casa Cassandra degli Arnaldi, già vedova di Bernardino, 
fratello a Giambattista e cognato di Isabella. Tra' più illustri della 
comitiva spiccavano i Duchi di Ferrara e di Mantova e fors' anco 
il cardinale Ippolito de' Medici, reduce pur esso dalla Germania e 
ospite di que' giorni in Vicenza. Aggiungevansi a questi il celebre 
Antonio de Leyva, che viaggiava, perchè vecchio e podagroso, in 
una lettiga, portata a spalle d' uomini, gli ambasciatori veneziani 
e parecchi vescovi, soliti a far parte di continuo al corteggio impe- 
riale. Il primo posto era tenuto per altro dal Duca d' Urbino, cui 

(1) Castellini, -Stona di Vicenza, tom. XTV, iib. XVII. Vicenza, 1822. 

(2) Armand, Les MedaiUeura ItaUens das quiniième et seiziéme siedes, tom. 
1 e II. Paris, 1ES0. 



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301 

Carlo, sollecito d'onorare in lui la Signoria di Venezia, volle sem- 
pre al suo fianco, accarezzò amorevolmente in più modi e informò, 
strada facendo, degli ultimi successi d' Ungheria (1). 

Non è noto in quali doni si spendesse la non isplendida somma 
de' trenta ducati,- deliberata, in pubblico consiglio, dai Vicentini. 
Quella che non mancò di regalare sontuosamente 1* Imperatore, 
giunto appena in Sandrigo, fu la Signoria di Venezia. Il mandato 
di rappresentarla venne affidato a Leonardo Bissari, a Giacomo e 
a Stefano Gualdo, « giovani ornatissirai di nobiltà e di costumi ». I 
doni, disposti in lungo ordine e con apparato solenne, facevano as- 
sai bella mostra di sè, incoronati coni' erano di grandi festoni e 
decorati di circa trecento bandiere di San Marco. Consistevano 
essi in dieci botti di vino, in quindici carri di pan bianco e fresco e 
in trecento staia d' orzo per i cavalli. Il vino di due botti era dolce 
e squisito, maturato come quello dell* altre otto, sui colli di Monte 
di Malo, terra rinomata allora, come un secolo dopo, per i suoi 
vini preziosi, bevuti per lo più nell' autunno, e salutata dal Dot- 
tori per la 

« Montagnola cara 

* A Bacco, ov 1 è quel benedetto Campo, 

<« Che fa invidia al Falerno e al Perugino » (2). 

E poiché r arrivo della comitiva imperiale cadeva in giorno di 
sabbato, s'offersero, quale companatico, cento trote del Lago di 
Garda, cento lucci e trecento anguille di grossezza e di peso gran- 
dissime. Del Mare Adriatico poi vi furono cento e trenta orate, 
cento e trenta varoli, trecento cefali, moltissimi rombi di somma 
grandezza, sedici dentali e una gran quantità d' ostriche e d' altri 
crostacei, degni veramente di Cesare. E giacché era statuito che 
r Imperatore passasse la notte nelle case dei Sesso, né lasciasse 
Sanlrigo prima del dì successivo, eh 1 era giorno di domenica, così 
vi si aggiunsero per la refezione del mattino dieci pavoni, venti- 
cinque paia di capponi e altre cose, delle quali non è rimasta men- 
zione. Le offerte furono fatte al primo entrar del corteggio : sicché 
Carlo non era smontato, si può dir, di cavallo, che si pose a esami- 
narle e a contemplarle diligentemente, commettendo agli oblatori 
di ringraziarne a suo nome la Signoria. 

Ora io non dirò quale e quanta fosse V ospitalità dei Sesso. 

(1) Castellini, Storia di Vicenza, tom. XIV, lib. XVIII. Vicenza, 1822. 

(2) Dottori, L'Asino, Canto III. Vicenza, 1796. 



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302 

So unicamente che Cassandra accolse splendidamente l'Imperatore, 
e che gli si fece corteggi nng ufbo da nove giovani, appartenenti 
al patriziato vicentino (l). Erano essi Vincenzo Capra, Giacomo Lo- 
schi e sette del casato dei Sesso, tra' quali Costantino, Palmiero, 
Giambattista e Nicolò, figli della stessa Cassandra. L'arrivo della 
comitiva non poteva riuscire d' augurio più fausto alla famiglia, e 
sopra tutti a Costantino, il maggiore de' quattro fratelli. Elisabetta 
Capra, a cui Costantino erasi ammogliato da non molto tempo, fa- 
cevate padre d' un vispo e robusto figlinolo. Nè le cure dell' acco- 
glienza impedirono che vi si celebrassero le cerimonie del battesimo. 
Il neonato fu anzi levato al fonte dallo stesso Imperatore ed ebbe, 
in memoria di lui, il nome di Carlo. Non ch'egli fosse il primo dei 
Sesso a chiamarsi di questo nome: tra' sette giovani della famiglia, 
raccoltisi intorno a Cassandra, era pure un Carlo, figlio di Gianlo- 
dovico e nipote d'Isabella, dell'età di sedici anni. Bello della perso- 
na e gentile di modi, piacque sopra tutto a don Alfonso di Castilla, 
vescovo di Calahorra, un grande spagnuolo della comitiva imperiale. 
Invitato a seguire il prelato nella Spagna, il giovinetto vi ottenne, 
a non lungo andare, splendidi offici e tra gli altri di corréggidore 
del Toro. Ammogliatosi a Maria di Castilla, nipote del Vescovo, 
fissò la sua dimora in Villamediana, non molto lontan da Logrono. 
Caldo fautore della riforma, esercitò il sinistro apostolato delle 
nuove idee religiose a Valladolid, a Palencia e a Zamora. Denun- 
ziato al Tribunale dell' Inquisizione, catturato a Logrono, tradotto 
nelle carceri segrete di Valladolid e processato il 28 Giugno del 
1558, non ismise un istante della sua pervicacia. A indurlo a resi- 
piscenza non valsero 1' esortazioni, non le preghiere, non le prove 
d' oltre un lungo anno. Condannato al rogo il 7 Ottobre del 1559, 
dettò, nella notte precedente al giorno della morte, la sua confes- 
sione in senso luterano, e montò nell' ora fissata il patibolo, stretto 
la bocca d' un bavaglio, perchè non s' attentasse d' arringare la 
folla. All' auto-da-fè % dove spirava impenitente a quaranta tre 
anni, assistevano Filippo secondo, molti principi della famiglia 
reale e gran numero di dignitari di corte (2). 

Carlo quinto non prese commiato dagli ospiti suoi di SanuVi^o 
senza avere prima lasciato ad essi un ricordo di sè. V armò rioè 

(1) Doc. II. 

(2) Lloreste, Hià'toit'e criliqne de la Inquìsìlion d % Espagna, tom. II. Pa- 
ris, 1818. 



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303 

cavalieri i nove giovani, che avevano assistito Cassandra Sesso 
negli onori della casa. Lo sfilare della comitiva incominciò sull'ora 
nona della domenica, ch'era il 3 di Novembre, dopo la refezione della 
mattina (i).Deironore ricevuto non vissero immemori i Sesso. Narra 
Giovanni da Schio, che del fatto incontravansi spesso i ricordi nelle 
carte dell' archivio domestico e ne' fasti della famiglia (2). Più viva 
poi che altrove se ne perpetuò la memoria in Sandrigo. Il Maccà re- 
ca una iscrizione, scolpita su d'una pietra, murata in una sala della 
casa de' Sesso, e propriamente sotto il busto, a colori, del monarca ; 
nella quale se ne ricordava il passaggio per Sandrigo e la dimora (3). 
Aggiunge il Da Schio, che sotto la loggia gotica del palazzo, ov'e- 
rano scolpiti gli stemmi, fattivi porre dai primi Sesso, investiti del 
feudo dagli Scaligeri, vedeasi dipinta, volgono già sessant' anni, 
1* effigie dell' Imperator Carlo quinto (4), monumento del giorno, 
in cui vi aveva albergato. Il ramo de' Sesso, signori del feudo di 
Sandrigo, è ora sparito del tutto. Vi rimane però intero il palazzo, 
posseduto ora da' Ruffini, e col palazzo l' iscrizione e il ritratto del 
famoso monarca. La tradizione ricorda inoltre anche un arco, del 
quale si raffigurano appena i due pilastri laterali, sotto il quale 
sarebbe sfilato il corteggio imperiale (5). 

III. 

La strada più breve e diciamo anche più comoda per rag- 
giunger la meta, sarebbe stata quella, che, attraversato V Astico, 
metteva per Povolaro, Vivaro e Polegge a Vicenza. Ma l'Impera- 
tore, risoluto d' evitare la città, prescelse di piegare per Montec- 
chio Precalcino e proseguir poi per Novoledo, Caldogno e Motta. 
E poiché non v' era strada che si confacesse, per quanto e dato 
credere, al passaggio della comitiva e alla marcia dell' esercito, si 
corse la spianata, fattavisi appositamente dagli uomini del contado. 
Dove Carlo ordinò a' suoi di sostare, fu a Motta. Ve lo indusse 
non la necessità del riposo, ma un nobile desiderio di conoscere il 

(1) Doc. II. 

(2) Da Schio, Memorabili, Famiglia dei Sesso, msc. in Biblioteca Comunale. 

(3) «c In Caroli quinti Imperatoria — transeunti* hicrjue in itinere com- 
morantis — perennem memoriam. — Anno MDXXX1I. — Macca, Storia del ter- 
ritorto Vicentino, toni. II, parte II. Sandrigo, cap. III. Caldogno, 1812. 

(4) Da Schio, Novelle. La marchesa dar/ li Obi zzi. Venezia, 1861. 

(5) A. Ciscato, Sandrigo, cap. II. Vicenza, 1877. 



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304 

sito ove 8' erano compiuti certi fasti dell' esercito spagnolo e tede- 
sco (t). Tra le battaglie combattute su quel di Vicenza negli otto anni 
fortunosi, che corsero dal 1503 al 1517, nessuna fu cosi memo- 
randa come quella di Motta. È la battaglia, della quale parlano con 
inolttplicità di particolari il Bembo, il Guicciardini, il Da Porto tra* 
contemporanei, il Prescott e qualche altro tra' moderni. 

Era il Settembre del 1513, quando gli Spagnuoli e i Tedeschi, 
minacciati dall' esercito veneziano, che usciva fresco e numeroso 
di forze da Padova, lasciavano Vicenza. A Bartolomraeo d' Al- 
viano non parve inopportuno il momento di rialzare con una vit- 
toria solenne gli animi de' Veneziani, prostrati da una serie di 
disastri, derivati in buona parte dalla sua, non so dir meglio, se 
imperizia o imprudenza. A riuscir più facilmente nelP intento pensò 
non tanto di combattere in campo aperto, quanto d'impedire a* ne- 
mici la marcia da qualunque parte si fosse essa tentata. Fermo in 
questo divisamento, aveva fatti munire tutti i passi d' uomini e di 
fortilizi; aveva mandato cioè quattro mila soldati a Montecchio 
Maggiore, distribuiti cinquecento cavalli a Barbarano, e fatte occu- 
pare le valli della Brenta, del Lavarone e della Vallarsa da monta- 
nari numerosi ed esperti. E non pago di ciò avea diviso V esercito 
in cinque colonne. Avea schierato cioè la prima, che costituiva il 
nerbo dell' esercito, all' Olmo, distante due miglia dalla città sulla 
via di Verona. Alla seconda, che costituiva l' ala destra, era affi- 
data la guardia de' borghi della città. Ordinavasi la terza, di cui 
componevasi l'ala sinistra, lungo i colli di Creazzo e del Birone. Do- 
vevasi custodir dalla quarta l'insieme della città; mentre davasi alla 
quinta il mandato di travagliare, specialmente co' cavalli leggeri, 
il nemico. E quasiché tutto questo fosse poco, si munirono di con- 
tadini armati di sassi, d' archi, di balestre e di fucili i monti, che 
da Creazzo corrono, per Monteviale, sino a Costa Bissara. Era in- 
tenzion dell' Alviano di non dare nè accettare battaglia, ma di co- 
stringere invece il nemico a cedere le armi per difetto di viveri. 
Raimondo Cardona, che moveva da Sandrigo a Caldogno, non durò 
molta fatica a conoscere le tristi condizioni de' Tedeschi e degli 
Spagnoli. Risoluto, d' accordo co' capi, d' offrire battaglia, s' indi- 
rizzò il 5 di Ottobre alla volta della Costa per inoltrarsi poi a poco 
a poco nella valle del Birone. Il tentativo non riuscì però quale se 
lo figurava. Fulminato dalle artiglierie de' Veneziani e disperato 

(1) Doc. II. 



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305 



d'aprirsi il passo dalla parte della Maddalene, si tolse dopo due 
giorni d' inutili prove alla lotta, con l'intenzione di riparare, fian- 
cheggiando le montagne, in Verona. 1/ atto della ritirata fu inter- 
pretato quasi un tentativo di fuga ; nè Y Alviano seppe intratte- 
nersi dall' inseguire 1' esèrcito nemico. Raggiuntolo a Mott% dove' 
il suolo è frastagliato dagli argini dell' Orolo, lo provocò, senz* al- 
tro, a fiera e sanguinosa battaglia. Il sito del combattimento fu 
nelle vicinanze della parrocchia, dove gli acquitrini rendono umido 
e molle il terreno. I due eserciti si fecero scudo degli argini del tor- 
rente, assaliti e perduti più volte dall' una parte e dall' altra. La 
battaglia durò incerta per tutta la giornata del 7 Ottobre 1513. La 
sorte non fu decisa, che ad ora tarda. Era tramontato già il sole, 
quando gli Spagnuoli capitanati valorosamente dal Cardona, da 
Prospero e Marcantonio Colonna, avevano già conseguito una piena 
vittoria. 

Il fatto tornava troppo onorifico all'armi spagnuole e tedesche, 
perchè Carlo quinto, passando per la Motta, non se ne avesse a 
rammentare. E per ciò non si contentò di visitarne il sito sola- 
mente, ma volle gli si descrivesse per filo e per segno l'ordine della 
battaglia, le forze e il vario alternar della sorte, presenti i grandi 
del seguito, il De Ley va cioè, i duchi d'Urbino, di Ferrara, di Mantova 
e i Vescovi tutti, che gli eran compagni nel viaggio. Non fu se non 
dopo un attento esame del sito, che si riprese il cammino. A due 
chilometri dalla Motta, dov' è la piccola terra del Moracchino, la 
comitiva non prosegui diritta a Vicenza. Volta invece alquanto a 
man destra, sali il colle delle Maddalene. L' amenità del sito e la 
leggiadra varietà delle vedute, che vi si prospettano all' intorno, 
non poterono non intrattenervi alcun tratto l'Imperatore. A fianco 
della Chiesa sorgeva allora, quale appar tuttavia da' larghi vestigi 
che vi rimangono, un antico non so s' io mi dica meglio od Ospi- 
zio o Monastero. Soggetto nel secolo decimo terzo e fors' anche 
posteriormente all' Abate de' Santi Felice e Fortunato, raccoglieva 
certi eremiti, che chiaraavansi i Servi di Santa Maria Maddalena. 
A m^zzo il secolo decimo quinto v'erano subentrati invece gli Ere- 
miti di San Girolamo, istituiti dal Beato Pietro da Pisa, i quali vi 
durarono poi sino alla soppressione dell' Ordine, attuatasi sul ca- 
dere della Repubblica di Venezia. All' Imperatore non devono es- 
sere sfuggiti gli stupendi panorami, che gli si offrivano allo sguar- 
do ; a piedi la città di Vicenza con la sua torre svelta e acuminata, 
più oltre la vasta pianura, che si perde nel mare Adriatico, air in- 



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giro la maravigliosa catena delle Alpi, che si stendono a foggia 
d' anfiteatro, disegnando su* colli, addossati alle falde, una lunga 
serie di terre, belle di casali, di cupole, di campanili, somiglianti, 
direbbe il Manzoni, a branchi di pecore pascenti. Pare che tra i 
desideri di lui fosse anche quello di farsi un concetto della cinta e 
del sito della città. E pure nuli' altro potè contemplare che « V al- 
tissima torre, la quale è congiunta, come si esprime da buon ré- 
tore il Caldogno, al foro giudiziale, sostiene le campane delle ore 
e fa note le colpe de' facinorosi » (t). 

Dalle Maddalene la comitiva discese nella valle, chiusa a 
oriente dal Monte della Crocetta, a occidente da' colli di Monte- 
viale, e frastagliata quasi nel mezzo dai poggi di Montecucco e di 
San Giorgio. Giunta al Birone, piegò alquanto a man destra, ra- 
sentando i monti di Creazzo e osservando forse di là il piano del- 
l' Olmo, dove i Tedeschi, paurosi dell' esercito veneziano, s' erano 
trincerati neir estate del 1510, e d' onde, disperati di resistere a 
lungo, avevano levato di nottetempo le tende per riparare il penul- 
timo d' Agosto in Verona. E poiché il giorno se ne andava rapi- 
damente, si prese senza sosta lungo le falde de' colli, che volgono 
con rapida curva a Sovizzo ; di dove si toccava, neli' ora vigesima 
seconda del dì 3 Novembre, Montecchio Maggiore, meta fissata al 
riposo della notte (2). 

IV. 

L' esempio dei Sesso, così larghi d' ospitalità nella lor villa 
di Sandrigo, non si rimase senza imitatori. Ampli possessi in Mon- 
tecchio Maggiore avevano i Gualdo. Le loro case, circondate di va- 
sto recinto, sorgevano nel mezzo della terra, e propriamente a 
mezzodì della piazza. Erano le stesse che si possedono or dai Pe- 
roni. Quelle che le hanno modificate e dirò anche trasformate così, 
da non lasciar quasi traccia della costruzion primitiva, furono le 
recenti restaurazioni. Si può dir che dell'antico non siasi conservata 
che appena 1' ossatura. Nulla, del resto, è rimasto delle mura mer- 
late, che sorgevano a' fianchi, nulla della chiesetta domestica, nulla 
della torre, che vegliava, se cosi si può dire, quelle case. I più vec- 
chi tra' terrazzani di Montecchio Maggiore ricordano anzi lo strano 

(1) Doc. TI. 

(2) Doc. II e III. 



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307 

modo, onde verso la fine del secolo decimo ottavo fu demolita 
quella torre, già corrosa dal tempo. Dicono cioè che una dama del 
casato la facesse stringere con delle funi e rovesciare a terra per 
la forza d'alcune paia di buoi. Le stesse mura, che circondano il 
recinto, largo di ben quattordici campi vicentini, no 1 sono le anti- 
che, ma di costruzione recente. Quelle case, passate in principio da' 
Gualdo ne' Cristofori e quindi, come s' è detto, ne' Peroni, appar- 
tenevano ne' primi anni del secolo decimo sesto a Francesco Gual- 
do, un uomo istrutto del pari nelle lettere e nelle arti, e cultore a 
un tempo del vivere e de' costumi signorili. La devozione all' Im- 
pero non cedeva in lui a quella dei Sesso. I Gualdo, venuti in Vi- 
cenza, secondo alcuni, da Rimini, secondo altri, dalla Germania, 
avevano parteggiato sempre per la fazione ghibellina e coltivatine 
i sentimenti anche allora che, caduti i Visconti, s' inaugurava il go- 
verno della Repubblica veneta. Del casato, già diviso nel secolo 
decimo sesto in più famiglie, erano parecchi gli individui, che ave- 
vano servito, o servivano tuttora nell' esercito, o nella corte im- 
periale. Nulla lascia però indovinare se Francesco mandasse al- 
l' Imperatore l' invito, o se quest' ultimo manifestasse il desiderio 
di pernottare in Montecchio Maggiore. Si sa unicamente che la 
casa fu addobbata con magnificenza reale, e che in essa preve- 
ngasi 1' arrivo di Carlo da Nicolò Morosini e da Francesco da 
Porto, collaterale della Repubblica, i due rappresentanti della Si- 
gnoria di Venezia, accompagnati dal fiore della cittadinanza vicen- 
tina. V'era, cioè, Giangiorgio Trissino, ritiratosi già da due anni a 
vita privata, con un buon centinaio de' più nobili tra i patrizMe un 
numero stragrande d' uomini di Chiesa, desiderosi tutti di potersi 
gloriare e far fede agli altri d' aver veduto Cesare. Facevano parte 
alla comitiva Francesco Caldogno e il di lui fratello Teofilo, priore 
del Monastero di San Rartolommeo, beato pur egli (son sue parole) 
di poter dire d'aver veduto « questo Carlo », come aveva veduto 
quaranta cinque anni più a dietro l' Imperatore Federico terzo, 
ospitato regalmente nel palazzo vescovile di Vicenza. E a questa 
accoppia vasi in lui la compiacenza d' essersi incontrato anche nel- 
T esercito imperiale, il quale romponevasi, a suo avviso, di quat- 
tordici mila fanti, dieci mila cavalli, non computate le donne, i 
carri, le salmerie, i custodi delle artiglierie, gì' innumerevoli del- 
l' avanguardia e della coda dell' esercito e gli altri molti, sbucati 
da diversi luoghi, alloggiati nella città, e in maggior numero an- 
cora nella campagna. Dal contesto della narrazione si potrebbe 



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dedur quasi, che Teofilo, nuovo Simeone, intuonasse, contento della 
bella ventura, il Nunc dimittis (1). 

In Montecchio Maggiore si rinnovarono, presso a poco, le di- 
mostrazioni, fatte il dì avanti in Sandrigo. All'Imperatore, non 
ismontato per anco di cavallo, si fecero innanzi, una seconda volta, 
Leonardo Bissari, Giacomo e Stefano Gualdo con nuovi presenti 
della Signoria di Venezia. Nove furono le botti di vino, tutto squi- 
sito, nove e forse più i carri di pan candido e fresco, sei i buoi 
grassissimi, e dodici i vitelli, scannati avanti l'arrivo di lui. Rende- 
vano più splendido il dono cento paia di pernici, duecento capponi, 
duecento galline, quattordici paia di pavoni, ventiquattro fagiani e 
due francolini. E tutto questo era disposto, come in Sandrigo, in 
beli' ordine e adornato di circa trecento emblemi di San Marco e 
di festoni mirabilmeute intrecciati. A contenere la curiosità di Car- 
lo non valse la fresca memoria de' doni, un po' diversi, se vuoisi, 
ma presentati con identico ordine e addobbo il giorno avanti in 
Sandrigo. Il Caldogno ha notato eh' egli s' intrattenne alquanto a 
contemplarli, e a lodarsi con gli oblatori della grande benevolenza 
e della molta liberalità della Signoria. Dopo di che, additato a' servi 
ciò che sarebbe bastato a' bisogni suoi, ordinò con un cenno del 
capo si dividesse il rimanente tra i soldati e i cortigiani. Eseguirono 
puntualmente il mandato imperiale i terrazzani stessi di Montec- 
chio, i quali trasportarono tutto alle case loro, ov' erano alloggiati 
alla meglio e gli uni e gli altri. E la quantità fu tanta, al dir del 
Caldogno, che, partita la comitiva per Mantova, s' ebbero que' ter- 
razzini di che cibarsi per qualche tratto di tempo (2). 

Smontato di cavallo, visitò Carlo la casa assegnatagli per 
l' alloggio. Accortosi poi cora' essa si allietasse d' un amplissimo 
serraglio, circondato d' ogni parte di mura, chiese senza indugio 
se vi si annidassero lepri ; e inteso che ve n' eran di molti, volle 
uscire tosto alla caccia. A procedere più lesto si tolse di dosso il 
saione, e vestì una casacchetta vecchia e leggiera. Ordinò quindi 
gli si traessero avanti due de' suoi cani levrieri, 1' uno grandissi- 
mo, cui egli soleva condursi dietro sovra un carro tirato da due 
cavalli affinchè non avesse a patire ne' piedi, 1' altro di forine al- 
quanto più piccole e snelle. Entrato con questi e con alcuni del se- 
guito nel recinto e fattone esplorare ogni angolo, non durò fa- 

(1) Doc. II. 

(2) Doc. II. 



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309 

tica a scoprire egli stesso una lepre, che se ne stava acquattata in 
un canto. Vederla e sguinzagliarle contro i due cani fu un punto. 
La povera bestia tentò sulle prime di salvarsi correndo spaventata 
per il lungo e per il traverso del recinto; ma sfinita in breve e az- 
zannata dai due levrieri cadde senza vita nel mezzo dello spazio, e 
propriamente presso una vite, non lungi dai piedi di Cesare ; il 
quale ne sentì tale e tanta compiacenza, da dichiarare agli astanti 
di non essersi ricreato altrettanto in tutto il lungo tratto, percorso 
da Vienna a Montecchio. Nel ritorno dalla caccia fu vista una 
pianta, da' cui rami, non ostante la stagione inoltrata, pendevano 
de' fichi. Carlo presala e piegatala a sè, ne tolse e mangiò avida- 
mente una buona decina, ordinando se ne spiccasse anche il resto 
e si mettesse a parte per la refezione della mattina successiva. Ma 
que' fichi gli erano piaciuti di troppo, perchè non ne mangiasse poi 
avidamente, come si crede, anche la porzion messa in serbo, e 
s' avesse a guastare così lo stomaco da non gustar che assai poco 
del pasto (t). Quest'atto di spiccare i fichi del loro recinto e di man- 
giarli cosi su due piedi parve ai Gualdo tanto singolare da dover- 
sene ragguagliare anche i posteri. E però presso quella pianta di 
fico durò a lungo un'iscrizione, che ricordava l' avvenuto. « Guar- 
da, v* era detto, o passaggero, io sono l' arbore, che de' miei frutti 
ho cibato il 2 Novembre del 1532 Carlo Imperatore, il quale, dopo 
la caccia della lepre, spiccò da me i fichi con le sue stesse mani » (2). 

La mattina del 4 Novembre non era, si può dire, montato an- 
cora il sole, quando all' Imperatore, raccolto tuttora in camera, 
facevasi annunziare Stefano Gualdo, figliuol di Francesco, con 
animo di regalarlo nuovamente a nome non de' Veneti ma proprio. 
Gli facevano corteggio alcuni parenti, seguiti da' servi con sulle 
braccia i doni da offrirsi. Carlo, scontento della inopportunità del- 
l' ora, ricusò in sulle prime di ammetterlo al suo cospetto; ma pen- 
sato poi che, ove non fosse uscito fuori, si sarebbero stancati so- 
verchiamente i portatori, si affacciò senz' altro alla soglia della 
stanza, curioso, non foss' altro, di vederne i doni e di togliere di 
impaccio que' servi. Il Gualdo aveva fatto recare otto paia di pa- 
voni vivi, bianchi, in parte di piuma, trenta prosciutti grandi e squi- 
siti, che i Vicentini d'allora chiamavano multe, e buona copia di 
cedri grossi e d* altri frutti, de' quali credevasi avesse a dilettarsi 

(1) Doc. II e III. 

(2) Ddc. III. 



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àio 

sopra tutto il palato imperiale. Carlo, esaminati con diligenza e lo- 
dati i doni, ringraziò cordialmente il Gualdo, gli toccò con la mano 
la spalla e lo esortò a seguirlo sino a Mantova, con tanta famiglia- 
rità e benevolenza da destare lo stupor nei presenti ; intanto che 
commetteva a' suoi di distribuire un ducato d' oro a ciascuno dei 
servi, che gli avevano recato i pavoni, i prosciutti ed i cedri. Poco 
dopo gli si facevano avanti in ugual modo Antonio Da Porto e Gio- 
vanni Da Trento con lettere del Marchese del Vasto. Pregavasi in 
esse T Imperatore a volerli armare entrambi cavalieri : ciò eh' egli 
fece con molta solennità nella stessa sua camera. ' 

Nè furono questi i due soli, co' quali l'Imperatore largheggiasse 
in Montecchio Maggiore di titoli. Uscito di stanza e udita, come di 
consueto, la Messa, fece chiamare a sè nella stessa cappella dome- 
stica il giovane Stefano Gualdo. E lui, genuflesso a suoi piedi, ar- 
mò cavaliere della spada medesima, ond' egli era cinto, manife- 
stando per gli atti e per gli occhi con quale e quanta lietezza del- 
l' animo compisse il nobile rito. Dopo di che s'intrattenne di nuovo 
con lui e, accarezzandogli un' altra volta le spalle, gli ripetè V in- 
vito di seguirlo sino a Mantova, dove avrebbelo atteso un amplis- 
simo privilegio. Più tardi il Gualdo gli si fece innanzi un'altra volta 
con una rosa, la quale Carlo accolse non solo e odorò con viva sod- 
disfazione, ma volle portare per tutta la giornata, affissa alle vesti, 
sul petto. Non ultimo de' passatempi, al quale ebbe pure ad assistere, 
furono certi salti dorsali, fatti da un povero, introdottosi a bello 
studio nelle case stesse de' Gualdi. Dice il Caldogno che l' Impera- 
tore vi provò cosi viva compiacenza, da commettere gli si dessero 
in compenso sei ducati d'oro (1). 

V. 

Ne* fasti del casato dei Gualdo, dettati nel secolo decimo set- 
timo (2), si dice e si ripete che Carlo quinto sL intrattenesse in 
Montecchio Maggiore tre giorni, dalla sera cioè del 3 al mattino 
del 6 Novembre, il à\ stesso, in cui giunse, forse in sul tramonto, 
nella città di Mantova. Nulla di tutto questo risulta dalla lapide, 
che Francesco o i discendenti di lui posero, a perenne ricordo del 
fatto, nelle lor case di Montecchio Maggiore, e che si spezzò con la 

(1) Doc. li e in. 

(2) Mtf& nòlla Bibliotèca Comuaate di Vicenza. 



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311 

caduta della torre, sulP ultimo scorcio del secolo XVIII. In essa 
rammentava^, e non più, il giorno dell' arrivo ; mentre il contesto 
s'estendeva ad accennare piuttosto il motivo del viaggio da Vienna a 
Bologna (1). Nè più esplicite delle iscrizioni sono le due relazioni del 
Caldogno e del Gualdo, cosi ricche di ragguagli anche i più minuti 
intorno al passaggio di Carlo nelle terre del Vicentino e al sog- 
giorno in Sandrigo e in Montecchio. Dall'insieme d<>lla narrazione, 
non chiara affatto in proposito, è concesso però dedurre che l' Im- 
peratore dimorasse presso i Gualdo oltre una notte ed un giorno. E 
ossia eh' egli vi si togliesse il 5, o com' altri vogliono il 6 di No- 
vembre (2), sta sempre il fatto che la comitiva, com' era pure av- 
venuto in Sandrigo, non prese a muoversi che dopo l' ora nona e 
propriamente dopo l'asciolvere. La via, che si tenne, fu quella di 
Cucca, dove Carlo sostò alquanto nelle case dei Sarego. Nè a Cuc- 
ca gli mancarono nuovi ossequi da parte dei Vicentini. Vi si reca- 
rono a porgergli omaggio il podestà Andrea Gritti e cinquanta tra 
i più degni del patriziato ; nò vi si tolsero fino a tanto che il cor- 
teggio imperiale non ebbe ripresa la via. Di ritorno piegarono alla 
volta di Montecchio Maggiore per ammirarvi e lodarvi altamente, 
il regio apparato della casa dei Gualdo (3). 

Che la presenza contemporanea della comitiva imperiale e del 
numero stragrande di soldati dovesse recar gravi danni special- 
mente alle terre percorse, non è neppure a dubitare. È ciò che 
risulta, non fosse altro, dal poco che si conosce, delle istruzioni 
segrete della Signoria al Capitano di Vicenza e ai Rettori di Ve- 
rona, e si conferma dalle due relazioni del tempo (4). Il Caldogno si 
confortava però che i danni non fossero altri da quelli voluti dalla 
necessità, vale a dir dal passaggio e dall' alloggio di tante migliaia 
d'armati. Confessava cioè che, oltre il- consumo delle cose, richieste 
dai bisogni d' un esercito eh' è in marcia, vi si ebbe a devastare, 
senza nessun gusto al mondo, una gran quantità di legna, di fieno, 
di vino, di biade e d'altro ; ciò ch'equivale, si direbbe in buon vicen- 

(1) « Carolus V. Imp. invictus — cura ex Vienna — fugatis tercentis mill. 
Turcis — Bononiam ad Clementem VII. P. Max. proficisceretur — per haec loca 
iter faciens — in hac domo divertit — III non. Noverab. Anno Christi MDXXXII». 
Faciou, Musaeum Lapidarium, pars II, Vicentiae, 1806. 

(2) Memorie della famiglia Gualdo, rase, nella Biblioteca Comunale di Vi* 
cenza. 

(3) Doc. II. 

(4) Doc. I, II e III, 



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312 

tino, a una vera tempesta secca. Ali 4 ottimo monaco non mancava 
però di che rallegrarci, quando pensava che da quelle soldatesche 
non s' era rubato nulla, quasiché il distruggere per V unico gusto 
di distruggere fosse un bene, o una colpa, tutto il più, da acqua 
santa (1). Aggiungansi a questi i danni recati al pubblico erario da- 
gli appaltatori specialmente dell'annona, indispensabile all'esercito. 
Appare dagli atti cittadini del tempo, che ai Deputati alle cose 
utili fu necessità di richiamare e punire con multe i fabbricatori del 
pane,, che, approfittando della confusione, ne avevano alterato il 
peso (2). 

Lo studio, posto da Carlo ad evitare il passaggio per Vicen- 
za, non ha portato che la città si rimanesse semplice spettatrice 
del fatto. I patrizi, che avranno invidiato forse la sorte dei Sesso 
e dei Gualdo, ebbero anch' essi occasione di dar prova della loro 
ospitalità, eh' era allora più che mai proverbiale. In Vicenza, qua- 
lificata in un antico proverbio la pomposa (3), ebbero contempo- 
raneamente accoglienza, in una a' loro cortigiani e soldati, il car- 
dinale Ippolito de' Medici, i duchi d' Urbino e di Mantova, e pareo 
chi altri di grado inferiore. E i patrizi si studiarono non solo di 
dar loro l' ospizio, ma gareggiarono inoltre nelle oblazioni e nei 
doni. Nè con la partenza dell' Imperatore vi terminava lo spetta- 
colo del passaggio. Non erano corsi quattro giorni, che giungeva 
a Vicenza il Tamisio, generale dei lanzichenecchi, con ottomila 
de' suoi. La via, eh' egli batteva, era ben altra da quella della co- 
mitiva imperiale. Entrato nella città, vi riceveva Y alloggio e il 
vitto d'un giorno. Seguivalo il 14 del Novembre stesso Gabriele 
Martinengo, cap tano d'artiglieria, soprannominato fulmine di guer- 
ra, accompagnato anch'egli da mille soldati con dodici grossi pezzi 
di cannone e cento carri di munizione, del valore, per quanto dice- 
vasi, d'oltre centomila ducati; i quali tutti, attraversata la città, 
si raccoglievano a passar la notte nel Campo Marzio (4). 

VI. 

Il 27 Maggio del 1536, quattro anni dopo il memorando pas- 
saggio di Carlo quinto, convocavasi, a istanza de' tre conservatori 

(1) Doc. II. 

(2) Partium, lib. V, mese di Novembre. Msc. nell'Arch. Comun. di Vicenza, 

(3) Pasquaugo, Raccatta diptvvertH* Veneti. Veneaia, 1879. 

(4) Ddc\ II. 



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' / 3ì r 1 
^ delle leggi, il Consiglio de' Cento, presieduto dal Podestà e dal 
l Capitano della città. Quello de' tre, che sorgeva in piedi ad arrin- 
garvi T assemblea, a nome anche de' due colleghi, fu Giangiorgio 
; Trissino, il celebre autore della Sofonisba e dell Italia Liberata 
dai Goti. « San tutti, diceva egli, che le Repubbliche d'Atene e di 
Sparta, sanzionando con le santissime leggi di Licurgo e di Solone 
► l'uguaglianza tra' cittadini, ebbero non solo a fiorire, ma a dilatare 
in lungo e in largo il loro dominio per terra per mare ; e tutti 
sanno ugualmente che, abolita quella uguaglianza e insorte le gare 
tra alquanti de' cittadini, intesi a prevalere gli uni sugli altri, cad- 
dero entrambe in forza delle sedizioni e delle contese reciproche 
tanto da lasciarne dimenticati quasi i nomi. E si sa pure che lo 
stesso è avvenuto de' Romani, signori un tempo del mondo. Che se 
l'illustrissimo Dominio Veneto sali e si mantenne seppre, con l'aiuto 
divino, in tanta altezza di signoria e d' opulenza, è perchè i patrizi 
vissero da' tempi più antichi a' di nostri nella stessa uguaglianza, 
non turbata da differenza veruna, nò patirono mai che alcuno del- 
\ l'ordine loro fosse insignito di privilegi o di titoli. Ed è perciò che 
l i vostri Spettabili Deputati, riconoscono la non men giusta che santa 
sanzione dei sapientissimi maggiori nostri, per la quale statuivasi, 
che qualsiasi cittadino, superiore per qualsivoglia dignità, non po- 
tesse conseguire cosi in Vicenza, come nel territorio, il mero e misto 
imperio, il comitato e alcun' altra giurisdizione senza licenza del 
nostro illustrissimo Senato Veneziano, sotto pena d'una multa di 
mille marchi di argento, e si domandava che non si dovesse dero- 
gar mai a cosi santo decreto. Ma a che giovàno quelle saluberrime 
leggi se oggidì emersero molti, i quali, nemici d'ogni uguaglianza, 
fastidiosi del nome di cittadini, e contendenti per una tal quale pre- 
potenza ambiziosa di sovrastare agli altri, si son fatti creare e no- 
minar conti di terre e di ville del Vicentino per privilegio de'Prin* 
cipi stranieri ? A che giovano, se alcuni audaci hanno impetrato 
la investitura di giurisdizioni col mero e misto imperio, senz' av- 
vertire che si fatti titoli, i quali pur sono nomi vani senza soggetto, 
riescono di grandissimo dispiacere all'illustrissimo Senato Veneto? 
E se, ciò eh' è. peggio, non mancano perfino di quelli, che hanno 
ottenuto di potersi chiamare primari ed illustri e di star sopra agli 
altri in una a' lor discendenti? Dov'è ora l'onorata costumatezza 
degli avi ? Dove quella moderazione di vita, osservata con una 
certa venerazione da' padri? Dove, a dir breve, queir antica egua- 
glianza de* cittadini, i quali non volevano che alcuno si chiamasse 

21 



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314 

altrimenti che milite o dottore ? Tutto questo cancelleranno, ove 
non si provveda tra breve, l'ambizione e l'arroganza d'alcuni, sorti 
di fresco Contro gli uguali. Ed è per questo, io dico, che i vostri 
spettabili Deputati, risoluti di battere 1' orme de' loro maggiori e 
di rimediare a sì gran peste, affinchè non si dilati ulteriormente 
il contagio, proposero, desiderosi come sono di eseguire con ogni 
studio le avite deliberazioni, che nessun Vicentino, sia della città, 
sia del contado, deva o possa chiamarsi in pubblico o in privato, a 
voce o in iscritto, Conte, Primario od Illustre, pena la multa di 
cinquanta lire ». È inutile dire che la proposta del Trissino fu ap- 
provata con ottantanóve suffragi favorevoli contro tredici con- 
trarli); ben giova notare che il provvedimento non era preso senza 
una causa, la qnale si connetteva al fatto che siamo venuti di mano 
in mano esponendo. 

Ho detto die il viaggio di Carlo quinto, qual' è descritto dal 
Caldogno e dal Gualdo, sfuggiva all' attenzione degli storici e dei 
cronisti vicentini. Nessuno s' è brigato, cioè, di cercare e racco- 
gliere quella serie di particolari minuti, che ne rilevano, se cos'i si 
può dire, la caratteristica. Ma non per questo ebbe a uscir mai 
dalla memoria la sostanza dell'avvenimento. Se non si raccolse e 
perpetuò nella tradizione degli idioti, ebbe per altro la fortuna di 
vivere nella mente degli eruditi e, diciamo anco, de' patrizi. E que- 
st' ultimi, specialmente, avevano le lor buone ragioni di non la- 
sciarlo cadere in dimenticanza. Il Caldogno ed il Gualdo han ri- 
cordato i nomi de' vicentini, armati cavalieri in Sandrigo e in Mon- 
tecchio Maggiore; han ricordato la calda insistenza, con la quale 
r Imperatorein vitava in Mantova il Gualdo, e la promessa di con- 
ferirgli un diploma amplissimo di nobiltà (2). Che il Gualdo cedesse 
alle istanze, non è dato conoscere. Si sa solamente che il diploma, 
rogato appunto in Mantova, non si fece attendere a lungo. Nè il 
fatto ha lasciato di destare, com' era naturale, 1' appetito e dirò 
anche l' invidia degli altri patrizi vicentini, che gareggiavano coi 
Gualdo e fors' anco gli vincevano per antichità d' origine e per 
isplendore di fasti domestici. Ignoro di quali arti si valessero per 
non rimanersene da meno. Posso per altro affermare che non ci ha 
famiglia dell' antico patriziato vicentino, la quale non vanti un di- 
ti) Jus Municipale Vicentinum, Liter Nonna Parti ma, Rub. Contro, asso* 
tos Comites. Vicentiae, 1706. • 
(2) Do*. II * 1IL 



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315 

ploma di nobiltà, procacciato in quel passaggio di Carlo quinto. * 
Vanno tra' primi i Trissino, i Da Porto, i Trento, i Gualdo, i Val- 
raarana, ed i Sesso. Tra i pochi casati, che 1' ottenevano nel 1530, 
durante il congresso di Bologna, sono quelli dei Dall' Acqua e de' 
Da Schio, a' quali ultimi fu trasmesso il titolo da Girolamo, Vesco- 
vo di Vaison, il negoziator fortunato della pace di Barcellona. Chi 
volesse leggere si fatti diplomi, riboccanti d' immunità e di privi- 
legi, non ha che a sfogliare i grossi volumi delle genealogie vicen- 
tine di Francesco Tommasini, conservati nella Bertoliana di Vi- 
cenza. Io so bene che taluni han gettato gravi dubbi sulla sincerità 
del compilatore, avvezzo a innalzare le origini e a moltiplicare i 
titoli di nobiltà in ragione de' più o men lauti banchetti, a cui fosse 
stato invitato ; ma quanto a' diplomi di Carlo quinto ho buoni mo- 
tivi di credere che non gli giovasse la frode. 

La fama del resto de' tanti privilegi di nobiltà, conferiti a' Vi- 
centini in Mantova ed in Bologna, non si circoscrisse unicamente 
alla città e al territorio di Vicenza. A propalarla, anche fuori, con- 
corse, io credo, più forse che non parrebbe, la deliberazione, pro- 
vocata, nel Consiglio de' Cento, dal Trissino. E la propalazione non 
ha saputo scompagnarsi dall' epigramma. Ora io non dirò se da 
questo folto sia o no derivato il proverbio, recato anche dal Giusti, 

« Venezia non ha tanti gondolieri 

« Quanti ha Vicenza conti e cavalieri»; 

ben mi giova ricordare che il famigerato Casanova scriveva nel 
secolo decim' ottavo che « a Vicence tous les nobles sont Com- 
tes»(l); e che dopo trecento e cinquant' anni si ripete tuttora 
l'epigramma, come fosse d'ieri: si ripete cioè, secondo ch'ebbi 
anche a leggere, non è molto, in un riputato periodico, che Carlo " 
quinto, sedendo sopra un certo arnese eh' io non voglio nomi- 
nare, dicesse a' Vicentini, affollatisi intorno a lui in Sandrigo e 
in Montecchio Maggiore : «c Io vi faccio tutti Conti » : Facto vos 
omnes comites. 

Vicenza, Gennaio 1884. 

Bernardo Morsolin. 
(1) Casanova, Memotres, voi. II, chap. XXII, p. 481. Paris, Garnier frères* 



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3Ì6 



DOCUMENTI 



i. 

15 oct. 1532 
Rectoribus Vbronae 

Per precedente vi habiarao dinotà quanto era pervenuto a notitia nostra 
del venir de la Ces. M. u in Italia, aziò il tuto havesti a communicar allo 111. Sig. r 
Capitanio nostro general ; questa matina essendone sopragionte letere del orator 
nostro Contarini de 7 et 10 del presente vi mandamo il surnmario di esse in que- 
ste, il qual habiamo etiam fato dar de qui al magnifico orator del S. r Duca di 
Urbino, che lo manda alla excellentia sua, cum la qual sarete essendo de 11, azio 
la possi proveder a quanto li parerà ricerchar il bisogno, et precipue per li fanti 
7/m mutinati quali vengono insieme, fazendo quelli più danni possono, et quelle 
provisioni s'erano ordinate da la excellentia sua exequirete cum ogni diligenza 
si come etiam per le precedenti vi habiamo imposto, dandone de zorno in zoruo 
adviso, et tenendo apresso vui secretissimo il summario predicto. 

Similes Vincentiae cum hac addi tione: le incluse al Signor Capitanio ge- 
neral essendo sua excellentia de 11 gli le darete subito subito, et quando la non 
sia de 11 ge le manderete cum le alligate alli Rectori de Verona, subito subito, 
perchè sono di extrema importanzia. 
Collegium. 

Coli. 0 Secretacele 1532-1533. 

(Archivio di Stato in Venezia). 

II. 

Auno Dni MDXXXII. Carolus Caesar Philippi Castellae Granataeque Re- 
gis filius cum Ferdinando Germano Viennam adversus turcas accersitus, qui 
terra marique contra Christigenas maximis copiis venerante cum forti animo 
exercituque eos a proposito revocasset et ad propria, infecta re, redire compu- 
lisset, et Vienna tandem resoluto exercitu recedens atque Mantuam Bononiara- 
que versus iter arri puisset per Vicentinura quoque agrum secunda die novembris, 
qua mortuorum Qommemoratio erat et in die sabati inerat, transitum cum suis 
habuit atque in Sane ti Dorici Villa in domo v. nobilis matronae Dnae Cassandre 
de Sessio uxoris q. Dni Bernardini honorifice perhospitatus est ; quo in loco qua- 
tuor ei filios cum ali is tribus eiusdem familiae praeclaris iuvenibus, necnon Vin- 
centio Caprello et Jacobo Lusco equites fecit et eo quoque in loco ornatiaeimi 
moribus ac nobilitate iuvenes eques Jacobus de Gualdis, comes Leonardus de Bis- 
sariis ac Stephanus pariter de Gualdis ex omnibus vicentinis ad praesentandum 
Caesarem a Veneto Dominio speciali ter eletti infrascriptum munus ipai Cae&ari, 



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317 

Venetorum nomine, obtulerunt, quod quidera magnis festonibus ac circiter tre- 
centis Dni Marci insignii» longo ordino et apparatu suramopere insigniverunt, 
et in primis plaustri vini decem de Monte Maladi, ex quibus duo optima et dul- 
cia erant, plaustra vero panis recenti» et albi quindecim et prò equis hordei sta- 
na trecenta. Trutas vero ex lacu Benaco centum, lutios totidem et anguilla» 
trecentas. omnes quidem maximae magnitudinis et ponderisi de Adriatico vero 
mari horatas centum et tres dene», varolos centum triginta, civalos trecento» 
et nmbo» plurimo», omnes etiam summae magnitudinis, dentales quoque sexde- 
oira cum hostregis aliisque huiusmodi, quae digna Caesare videbantur. 

Itera prò refectione sequenti» diei, qui dies dominica erat, pavonum paria 
quinque et caponum paria vigiliti quinque ac alia sorte, quae ignoramus. Et 
ha* 1 omnia Caesar cum applicuisset, diligentissime intueri voluit et contem- 
plari, <U omnibus quoque grati;» suis largitoribus amplissima» ovanter referre. 
In cadera illa postea dominica, quae fuit dies tertia novembri», indo suo cum 
exercitu hora nona recedens, infra villa» primo Monticuli de Precanzino, Calli- 
don ii, Nevoletti ac Mottae postea per splanata sibi a rustici» praeparata pertran- 
sivit. Et cum in Villa Mottae haberetur, in qua Liviades Venetorum Dux, alias 
ab hispanis cum suis bello superatus fuerat, ordinem pugnae atque vim certa- 
minis per ordinem sibi murari voluit et demonstrari, multis ibidem proceribus 
àssistentibus, Urbinate maxime, Ferrariensi, Mantuano, necnon Antonio de 
Leva, qui in lectica a nonnullis super spatulis ferebatur: assotiebatur praeterea 
a Venetorum legatis et a nonnullis similiter Episcopis, qui eiusdem semper co- 
mitabantur itinera. 

His igitur sic visis et demonstratis iter suum sequens iuxta Aedem divae 
Mariae Magdalenae, quae a Vicentina Urbe duobus miliaribus distare forsitam 
potest, transitimi habuit, nec aliud de ipsa civitate, quam altissimam eius tur- 
rim, quae foro iudiciali coniuncta est horaruraque campana» et facinorosorum 
culpa» insinuat, videre a longe potuit, ubi ad Credati uni postea et ad Monticu- 
lnm Maiorem sine lite, in quo hospitandus erat, circha horam vigesimam se- 
cundam pervenit, in qua villa cum suis et pernoctavit et in domo valde hono- 
rabilis viri Dni Franeisci de Gualdis, quae ob eius accessum regio apparatu 
antea ornata fuerat, permansit. Scd antequara ed dictum locum pervenisset, 
non Vmcentiam tantum inventus quam et Mag. 05 Dnus Nicolaus Maurocenus 
supradictae Urbis capitaneus cum mag. 00 duo Frane. 0 de Portis Collaterali et 
duo Jo. Georgio Trisseno equite cum aliis fortasse centum et amplius nobilis- 
simis civibus religiosisque innumeris ad eum videndura laeti properaruut, ut 
iani vidisse Cae»arem gloriari, testarique possent. Ex quorum numero ego etiam 
cum cxrel lentissimo fratre meo dno Frane. 0 Bernardo Calidonio connumeran- 
du.« eram, ut qui Federicum multis iam annis videram et hunc Carolum vidisse 
cum suo exercitu asserare valerem, qui, absque mulieribus, curribus atque ba- 
dagiis circiter quatuordecim railia peditum, equestrium vero decem milia esse 
pot<?rant, insuper artelariarum custodibus aliisque infinitis, <^ui antea et postea 
venerant vero sequentes eius itinera, item aliunde apparentes, quibus vero in 
urbe, saepe ruri hospitia dabantur. 

Caesar igitur cura iam in dieta villa Monticuli Maioris ex equo descendis- 
set contemplatusque fuisset supradictam domum dni Frane.' de Gualdis prò eius 
hospitio sibi assignatam et amplissimum eius pomerium muro undique cingi et 
decorari, siscitatur an lepores in eo detinerentur : multosque haberi certior 



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f ictus, sagione mox deposito, eapeculam qunmd»m satis levem ac veterem aw- 
pit, qua indutus duobus canibus stati m ensui (sù) acoeptis non lepnrinis quidem 
illis sed corsi™, uno maxinue ni verni tildi nis, qui cura C cesare plaustro a duobus 
equis itineribus trahebatur, ne forte pedes laederet, altero vero aliquantulum 
isto minore ad capturam leporis, nonnullis coraitantibus prooeribus, perrexit 
J inique pomerium ipsura pedester ingressus, cum arboris quamdara ficum vi- 
dissct, firmans se, circa deoem oomedit, praeoipiens reliquos ex eadem arbore 
decerpi prò futura sequentis diei refectione. Quos postea, ut fertur, omnes avi- 
dissime comedit. Alterius cibi paucis admodum degustavit; postmodum vero 
cum supradictis canibus ad capturam leporis laetus pergens, unoque tandem 
iacente reperto, voce ad saltum, cursu ab eo dato, canes admittens per longura 
currere conspexit; quem tandem in medio dicti pomerii non longe a se iuxtn 
vitem quamdam occidi a canibus summopere deleotatus est. Post cuius factum a 
Viennae recessu usque ad eam horam. maiorem non babuisse reereationem ad- 
stantibus retuli t. Ubi sciendum quoque est quod et alio disunissimo munere ah 
ipsis venetis hoc in loco, ministerio dumtaxat supradietorum etiam iuvenum dni 
Jacobi de Gualdis et Leonardi de Bissa ri is, necnon Stephani de Gualdis idem 
Caesar fuit praesentatus. Nam vini optimi plaustro novern et eo amplius panis 
albi et recentis, iuvencos sex pinguissimos et aptos, vitulos duodecim antea sibi 
oecisos, pernicum paria centum, caponum et gallinarum totidem, pavonura et 
phasianorum paria quatuordecim cum duobus galli* selvatieis eidem Caesari do- 
naverunt. Quae omnia insigniis iterum divi Marci oircitor trecentis cum aliis fe- 
stonibus mirabiliter compositis et adaptatis cerni videbantur ; et maxime ab 
ipso Caesare curiosissime contemplata ac deinde immensa» iterum gratias ipsis 
Venetis de tanta erga eum benevolentia et largitate, multis adstantibus, retulit; 
et cum ex illis omnibus nonnulla prò eo aeeepta a servitoribus fuissent, postea, 
signo capitis dato, quod cetera omnia militibus et proeeribus donabat^ mox in 
instanti fere inde elevata fuerunt et per rustieos ad eorum hospitia periata, ita 
quidem ut post eorum discessum multa et penes ipsos rustieos, qui eos hospita- 
bantur, remanserunt. Mane autem facto, Nobiles Viri dnus Ant. m de Portis ac 
dnus .lo. de Tridento ante ipsum C;u*olum literis commendatitiis illustris Mar- 
ehionis de Guasto se repraosentarunt, quibus humiliter deprecaci tur, ut eos 
milites falere sua clementia dign:»retur, quos vero suo is alieno glidio et in 
camera cum multa solemnit:ite tune eonstituit ac milites ereavit. Post cuius 
factum motu- proprio significavi t ipsurn dnum Stephanum de Gualdis hospjtem 
suum domusque patronum cum ad audiendam Missam accederet, ante ipsum 
repraesentandum fore ut et ipsum equitem faceret: quae quidem hilari vultu ac 
laeto animo fecit, multa deinde i Ili promittens si Mantuam ad eum accederet; 
itemque et amplissimo privilegio decorandus erat. 

Inde vero ad certum tempus, existente Caesare in camera sua, idem duus 
Stephanus cum nonnullis affinibus suis ad pracsentandum Caesarem revertitur, 
non quidem Ven<*torurn nomine, sed suo. Et cum servitores baberent quod prae- 
fatuin munus super brachiis teneivnt. intiinatuuique hoc Imperatori fuiss^t et 
quod illa bora ad eos exire non volebat rospondisset, considerans postea quod ui 
ad eos accederet. niinis tali onere defatigarentur, mox omnibus post positi* ad 
limen camerati accessit, ut tam munus aspiceret, quam eos ab onere liberare!. 
Erat enim ipsius dni Stephani munus pavonum viventium et partim alborum 
paria octo; praesuta magna ac optima, quae nos mullas vocamus, cii'citer tri- 




319 

ginta. cum cedri* maximis ac aliis huiusmodi rebus, quae arbitrabantur Cae- 
sari piacere; quibus ab eo diligenter inspectis, satis Stephano gratias retulit, 
impositisque manibus super spatulis eius, iterum hortatu9 est eum, ut cum 
Mantuam applicuisset, ad eum accederet prò accepturo privilegio, et tanta Cae- 
saris humilitas iudicata fuit, quod omnes admirabantur et singulis, qui munus 
detulerant, aureum donari praeeepit, veluti et alios sex cuidam pauperi, qui 
ooram se certos ac notibiles dorsale saltus in eiusdem hospitio feeerat, de qui- 
bus sitis admiratus Caesar fuit. Sequenti vei*o luee. quae erat dies quarta no- 
verabris, cum idem Stephanus quamdara rosam ipsi Imperatori donasset, mox, ea 
odorata, illam suo in pectore affigi praecepit, quam et per totam diem sic appo- 
sitam portavi t. 

Tandem, facta collatione, inde suo cum exercitu circha horam nonam re- 
ressit, atque Cucham versus, quae agri veronensis est, iter nrripuit, et ad eum 
revidendum Mag. 0 » quoque dnus Andreas Gritti Vicentineae Civitatis dignissiraus 
Potestas cum cireiter quinquaginta nobilissimi» Vicentinorum magnis civibus 
accessit. Quo postea viso et iam praeterito, mox omnes ad videndum apparatura, 
in quo nox illa fuerat Caesar hospitatus, aeeessere, quam magnopere laudave-* 
runt, posteaque ad propria redierunt omnes, noe sine alio damno ruribusque 
itineribus Caesaris vieinia erant, esso pituit ob transitum et hospitium tanto- 
rum militum. Nam ligna, foena, vina et bladae segetesque ac ee.tera huiusmodi 
praeter eorum usum multa devastabant^ quamquam furari nihil audiebatur ab 
eis. Erantque porro in ipsa Vicentina Urbe Rmus Cardinali» Medices, Dux Ur- 
binate» et Mantuanus cura eorum Curiis ac militibus, qui sine Urbis aliquali 
damno vix fieri potuit, quinimmo a Vicentinis omnes praesentati et suis in do- 
mibus humanissime reeepti fuerunt; de quibus certe ac de inultis aliis si dicere 
vellem, logum esset recensore. 

Theoph. Vincentius Calidonius et Prior Sanctio Bartholomei scripsi. 

Recesso vero Caesare, Tamisius generalis dux omnium peditura, qui vulgo 
Lanzichenech appellantur, inde ad quatuor dies Vincentiam cum octo millibus 
eorum pervenit, et in ea ipsa die mercùrii hospitatus fuit. Post quoque quartana 
decimam etiam eiusdem mensis diem et Gabriel Martinengus fulgur in armis, 
Barilettique priorum ac omnium munitionum praedicti Caroli Caesaris Capita- 
neus ac Dux Vincentiam quoque cum peditibus mille ac duodecim magnarum 
artelariarum peeiis, necnon centum plaustri» munitionum, qui, ut dicebatur, plus 
quam centum millia ducatorum valebant, ingrossila est et Campo Martio ob loci 
latitudinem cum suis omnibus pernoctavit. 

(Dalla Biblioteca Marciana, CI. It., XI, Cod. 143, n. 3 msc). 

III. 

Stephanus (Gualdo) scribiL 

Carolus Caesar semper augustus, quintus huius nominis Imperator, Philippi 
Hispaniarum et Granatae Regis, Joannaeque Fenlinaudi Neapolis Regis natae 
fìlius, Maximiliani quoque nepos, neemm Ferdinandi Ungariae Regis, Leonorae, 
lsal>ellae, Mariae et Catharinae germanus; quae Lusitaniae, Datiae, Hungariae et 
Galliae nupsere Regibus ipseque alteram Isabellam Hemanuelis Lusitanici Re- 
gis filiam dosponsavit, cuius sororem et Sabaudiae Dux matrimonio copulavi t, 



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320 

quum e Vienna suo cum exereitu anno Dm M.D.XXXII contra Turcas redire 
magno animo compuler.ìt, dieque seounda novembris ex vill i R. Dorici vicentini 
districtus, in qua pernoctaverat, cum suis se elevarla ad hoc nostrum pilatium, 
multis comitatus prooeribus, Antonio de Leva praesertim, Urbinate et Ferra- 
riensi Dunbus, cum Venetorum prestantissimi» legatis. omnique militari eius 
commeatu et apparata singulari circa vigesimam secundara (liei horam declina- 
vit, ceteris per hanc Maioris Monticuli villam locatis, imprimisque regali sibi a 
Venetis dato munere diligenter inspeoto et quod sibi necesse erat familiaribus 
demonstrato, cetera commilitonibus et exercitui dari hilariter ostendit atque 
praeeepit. Equo inde descendens, an lepus in pomerio casu reperiri posset sisri- 
tatus, cum nonnullos in eadem servari certior faotus esset, mox detractis in sp 
restibus, pedester suis cum ganibus, qui maximi erant pomerium ingressus, fura 
hinc inde locum lustrasset, elevato tandem lepore, datis a seipso lepori canibus, 
cum per diversa cursitassent, tandem non longe a Caesare summa eius laetitia 
et exultatione eum neeaverunt. Inde cum Caesar ficus adhuc eonspexissct in ar- 
bore, ea per se inclinata, circa decem deoerpsit, nonnullisque avide commestis, 
'quod reliquum fuit ad sequentis diei refectionem servari iussit. Sequenti postea 
luce, cum mane Antonium Portum et Joannem Tridentum alieno gladio, hoc 
etiara in loco equites decretasset, me Stephanum Gualdum Francisei filium lo- 
cique patronum, qui eumdem Caesarem munere multo praesentaveram, proprio 
motu post Missam in Sacello ante ipsum genuflexum, gladio, quo praecinctus 
erat, maxima cum hilaritate, iisdem militaribus insigniis cum pollicitatione am- 
plissimi privilegii, libentissime quoque insignivit. 

Iuxta Arborem fici: 

Contemplare, viator, quod sum arbor, quae de meis fructibus in anno 
M.D.XXXII. Die II. novembris Carolum Caesarem cibavi, qui etiam suis cum 
manibus ex me ficus post leporis praedam decerpsit. 

(Dalla Biblioteca Marciana, CI. It., XI, Cod. 143, n. 3 msc.). 



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LA VITA DEI VENEZIANI NEL 1300 

(Continuazione. Vedi pag. 5). 



I. La Città., la Laguna. 



Rivi e rive, escavo di canali; traghetti - Ingegneri - Calce, pietre cotte ed 
embrici, norme e prezzi — Case dei procuratori di S. Marco — Ter- 
ranuoia — Serraglio di fiere e parto di una leonessa - Sala nuova 
del Gran Consiglio, chiesa di S. Nicolò di palazzo, il pittore Guarienti e 
l'azzurro di oltremare e di Alemagna — Rialto, sua denominazione — 
ampliamento e lavori nel 1322 e nel 1341 - la colonna del maleflzio - 
I poliamoli e Rialto nuovo - là panatterla e i pistorì - ufficiali sopra 
Rialto — botteghe, tavole — campana e orologio — giuochi, sicurezza 
pubblica e lumi - Incendi, folgori, terremoti — L'ufficio sopra canali, 
rivi e piscine, gli ufficiali al Plo%ego - Incolumità delia laguna, fiumi, 
porti, il Lido, i marani - Chi era Filippo Calendario - Difese lito- 
ranee — impeto del mare, alte maree, i ricordi di messer Marco Ca- 
pello « il maggior > — Impossibilità di delineare una mappa della città 
quale era nel secolo XIV; la mappa illustrata dal Temanza, e quella 
posseduta dall'Archivio ai Frori - Capicontrada e capisestieri - Sulla 
popolazione di Venezia e sugli elementi di essa - Chioggia spopolata — 
Nomi di donne — Appunti sulle isole dell' estuario di Venezia — Con- 
clusione. 

Nel 1312 in Cannareggio, il rivo pel quale si va a Mestre (1): 
a S. Silvestro, il rivo del fontico (del frumento) (2), (mentre fino 
dal 1051 a Rialto, sono ricordati \\ canale di tal nome (3) e il rivo 
di S. Giovanni confessore); a S. Marco, il rivo di canonica (4); 
poi quelli di S. Polo (5) ; di S. 'Barnaba (6) ; di Barbaria (7) ; a 

fi) 1312, 29 Aprile, M. C, Presbiter, * 67 t. 

(2) 1339, 7 Geno. m. v., Gr. VII!, c. 41. 
" (3) 1051, Luglio, Rialto. Arch. Notarile: Divisione fra Gradenigo e Pietro, 
fratelli, di Giovanni : Canale de rivoalto .... de contra rivo sancii JohannU 
confessori*. 

(4) 1344, 2 Maggio, Gr. X, c. 39. 

(5) 1360, Febbraio m. v., Gr. XIV, 173. 

(6) 1366, 1 Ottobre, Sign. di n., reg. 9, c. 58. 

(7) 1359, Settembre, Gr. XIV, c. 101 t. 



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322 



Murano (S. Stefano), il rivo Gardiago (Cardiago) ecc. (1). Altri 
non hanno nome, ma sono indicati colle dimensioni di piccolo, mi- 
nulo (2) (non crederemmo da nomi di famiglie, come accenna il 
Tassini), riello (3), rivolo (4). Proibì vasi ai tintori di lavare nei 
rivi le stoffe tinte, onde « dieta canalia, rive et piscine aterantur», 
ciò che toglieva anche ai vicini di approfittar delle rive; vadano a 
lavar quei tessuti sulla palude (5) ; proibizione ripetuta più volte (6). 
I rivi non dovevano esser impe liti, nè stazionarvi barche (7), nè 
zattere di legnami (8). Per eccezione conce iesi, ad esempio, a Ban- 
dino « Parlsii », che aveva in enfiteusi un terreno di ca' Zen, die- 
tro S. Sofia, alle chiovere (« ad cloderias »), presso la palude, di 
far tingere in guado e lavar i panni in un rivo, purché la pasta 
di quel colore non nuoccia a questo, e, se gliene venisse danno, lo 
faccia scavare a proprie spese (9). 

Vecchi sono i nomi delle rive: del ferro (10), del vin (11), 
di ca Zeno a S. Giov. Crisostomo e a S. M. Formosa (12), di ca 
da Mosto presso Rialto (13), di Terranuova (14), di Biagio (15). 

(1) 1327, 18 Gennaio m. v Proc. S Marco, Misti, b. 291. 

(2) 1118, Agosto, Rialto, S Zaccaria: rivo minutalo. 

(3) 1340. 23 Luglio, Gr. Vili, c 08 t. : « in Rielo qui est in medio Murani »; 

— 1371, 17 Giugno, Sign.. di n., reg. 10: Riello a S Lorenzo. Divenne anche 
un cognome. 

(4) 1367, Gr. XVI, c. 77 t.: rivolo a S. Rafaeie. 

(5) 1316, 26 Agosto. M. C, Cler. et civicus, c. 56. 

(6) 1340, 3 Settembre, Gr. VIII, c. 73 t. 

(7) 1324,31 Luglio, M. C, Fronesis, c. 142: Ai granai vecchi e ai nuovi 
non debbano approdar altre barche che quelle che portano il grano. 

& 1325, 12 Dicembre, id., c 161 t. : Per soli tre giorni possano stare nel 
rivo di S. Gervasio e in altro che discende nel borgo, le « zatas » di legname; — 
1330, 25 Agosto, M. C, Spiritus, c. 42: Le piatte da vino non occupino la bocca 
del rivo del fontego dei tedeschi. Gli ufficiali al piovego facciano costruire una 
palata di 10 piedi sul canale, cominciando da ca 1 Boldù a S. Giov. Grisostomo. 

— A proposito di palate ai rivi: 1374, 12 Agosto, Sign. di n., reg. 10: •« sede- 
rent super pallatam rivi qui est juxta curiam de ca minio *. 

(9) 1375, 17 Maggio, M C , Saturnus, c. 95. 

(10) 1360, Gennaio m. v., Gr. XfV, c. 163. 

(11) 1366, 22 Maggio, Sig. di n., rcg. 8. c. 68 t. : in contrada di S. Salvatore. 

(12) 1366 sudd., e 1315, 4 Settembre, Gr. XI, c. 37: a S. M. Formosa in calle 
lunga. 

(13) 1341, 18 Marzo, Gr. VIII, 98 t. 

(14) 1340, 14 Maggio, Gr. VIII, c. 59 t. 

(15) 1395, 7 Giugno, Sign. di n.. 1>. 12. Si noti che il fatto di Biagio luga«t- 
ghcr,to\ quale sarebbe venuto il nome alla riva a S. Simeone grande, si rife- 
risce, uei soliti libri manoscritti dei giustiziati, al 1503. 



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323 

Si affittavano, ma non mediante contratti perpetui (1), non essendo 
opportuno che le barche da vino e di legna vi stanziassero sem- 
pre. Col reddito si facevano riparare e scavar i canali (2). 

Negli allargamenti si escludeva ogni pretesa, non presentata 
entro il breve termine prescritto (3). 

A questi dettagli edili, il Governo prendeva parte diretta; e 
, le leggi e le concessioni erano approvate dal Maggior Consiglio. 
Tutti e sei i Consiglieri si recano (1302) sopra luogo, e fanno ri- 
mettere nello stato pristino, una riva fatta rialzare dai nobili 
Marco e Andrea Doro, ai Ss. Apostoli, con danno del Comune (4). 
Le rive delle case dovevano esser riparate a spese del proprieta- 
rio, entro il tempo assegnato (oj; e quelle pubbliche, secondo la 
condizione delle persone e del luogo, si riattavano in pietra o di 
legname ; esecutori i capi^estieri (G). 

Anche i canali hanno anticamente un nome: Vigano (7), Mor- 
ii) 1316. 22 Maggio, M. C , Citicus, c. 42 t. - E del 1401 (27 Marzo, Col- 
legio, Notat. XI, 59): i ferraresi non paghino alcun diritto idi riva pel vino che 
venderanno sui burchi (a Rialto), limitata però l'esenzione a 7 burchi per volta. 

(2) 1*331, 18 Anrile. M. C, Spirit:>s, c. 49: Le rive, dalla Stadera sino alla 
Casa dei Comune, da ca' Vidal, si affittino.^ Restino libere: « Ripa que est per 
medium cassellariorum, et Ripa que est de ca Vidale, et Ripa que e6t per me- 
dium calìf quo itur in Rivoaltam novum » ; — 12*71, 8 Ottob., M. C, Comune II, 
c. H8t. : Nessuna barca con vino o altra merce possa stanziare alla riva di Rialto 
fra il ponte e l'angolo della Logoria, e tra il ponte e l'anprolo della casa del nob. 
Paolo Gradenigo; nè al di qua del ponto, pel tratto di riva di cui è proprietario 
il Comune. In quei luoghi si costruiscano palate per impedire a quelle barche 
di fermarsi. 

(3j 1312. 28 Sett , Quaj. Crim., parti 13-12 43 : p 18. Il Comune fece oc- 
cupare parte del canale di Rialto (intendiamo lunghesso la riva) dal traghetto 
di Mestre sino al ponte di ca' Bellegno e sul rivo di S. Cassiano. I documenti dei 
possessori privati dicono ohe i loro beni confinano nel canale, onde potrebbero 
insorger pretese contro il Comune, proprietario soltanto dello spazio antico. Si 
decreta, a toglimento di liti future, che quei possessori < in eo quod laboratuui 
e*t per comuue in canale in loco predicto productum extra primos termino*, 
niehil habeat facere nec per suas noticias nlio^uid iuris acquirere vel habere pos- 
sunt nec debeant in futurum ». 

4 1302, 29 Nov., M. C , Magnus. c. 37 t. ; 1303, 7 Nov., id., c. 57 t. : È 
concesso ad Alberto Doro dei Ss. Apostoli di costruire una riva a certa proprietà 
da lui innalzata sulle paludi di S. M. dei crociferi, sopra la via pubblica. 

.5; 1340, 23 Luglio, Gr Vili, c 67. 

<<>} 1335, 24 Settembre, M. C, Spiriti:*, c. 82. 

(7) 1075, Aprile, R , S. Gregorio, Manbranarum primus (Canal della Giu- 
decca, già alveo di un ramo del Brenta La stessa denominazione si trova nel 
134 2,30 Maggio, Gr. IX, c. 18, concedendosi ad un Guidone Grotolo di S. Ra- 



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324- 

sìolo (1), dei marani, detto orfano, « canal micidiale » (2), ma 
che crediamo derivi invece il nome dalle barche di trasporto delle 
pietre vive d' Istria, per ripari al Lido ed altri usi. 

I documenti che li riguardano sono specialmente sull* escavo 
di essi, separati nelle regole dall'escavo dei rivi. Di questi è un pri- 
mo cenno nel Liber plegiorum Comunis, del 9 Marzo 1224, ed è 
del rioo dell 9 Arsenal (3); lo scavo si pagava a soldi 22 il passo 
(metri 1.75); le serraglie ed ogni strumento, a carico dell'esecu- 
tore. Ora il compenso è quintuplo, e le macchine e gli attrezzi 
sono proprietà del Governo. 

Si eleggevano all' uopo tre soprastanti per sestiere (4). Le 
spese, per due terzi, ai possidenti da ambi i lati del rivo; per l'al- 
tro terzo a quelli che hanno immobili « infra corpus contraete, 
quia ille possessiones recipiunt benefHura rivi ». Il Comune non 
paghi nulla, perchè già aggravato di altre spese (5). Ma quando ne 
riconoscevano il bisogno, gli ufficiali al piovego dovevano, coi ca : 
pisestieri, provvedervi fra otto giorni, senza convocar i vicini (6), 
e curino, chi è in debito verso gli scavatori, che li paghi, anzi ve lo 
costringano, onde lo « escavo non resti sospeso » (7). Sempre di- 
nanzi alla mente del legislatore, anche in queste interne arterie 
della città, stava il mantenere* il corso rapido all' acqua (8). Circa 
la competenza della spesa per lo scavo dei canali, fra i quali pri- 
mo e maestoso quello di Rialto, si giunse fino al 1322 senza re- 
gola fissa. Eletti allora cinque savi (9), fu, un anno dopo, stabilito 

faele, di estendere colà una sua proprietà posta sul canale Vigano, facendo fon- 
damento e riva di pietra. 

(1) 1 155, Ottobre, Torcello. 

i2) Gallicciolli, Delle memorie venete antiche, voi. I, num. 219. 

(3) Plegiorum, c. 26 : Scavo fino a tre piodi di profondità. Esempi posteriori: 
1327, 28 Apr., M. C, Spiritus, c. 15 t. ; — 1330, 30 Luglio, Gr. Ili, c. 56 1. : il rivo 
a S. Angelo e quello che passa fra la chiesa di S. Stefano e il campo di S. An- 
gelo e va fino al canale tra il convento di S. Stefano e la chiesa di S. Maurizio. 

(4) 1299; 13 Febbraio m. v., M. C. 5 Magnus et Capricornus, c. 4 t. 

(5) 1383, 25 Ottobre, M. C, Novella, c. 197. 

(6) 1333, 27 Maggio, M. C, Spiritus, c. 65. 

(7) 1366, 15 Gennaio m. v., Quarantia crim., reg. 1347-75, c. 22 t. 

(8) 1316, 24 Agosto, M. C v Civicus, c. 55 t.: Si demolisca una cavana sul 
canale della Giudecca, il quale così avrà corso più rapido — 1330, 13 Luglio, Gr. 
Ili, c 55 t. : Le monache di S. Marta si estendano nella palude di S. Giorgio 
« in alga », per farsene un orto lungo venti passi « ad modum clipei », e della 
larghezza che sarà indicata dagli Ufficiali al piovego, purché ciò non noccia 
ad alcuna contenzera o canale. 

<9) 1322, 4 Aprile, M. C , Fronesis, c. 89 t. 



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325 

che lo scavo/ profonilo cinque piedi, dovesse star a carico per r /s 
dei possidenti tino a 5 passi di distanza dalle foro proprietà (1), pel 
resto a carico del Comune, con qualche eccezione locale (2). 

In operazione tanto semplice (e pur tanto soggetta a frodi) 
furono parecchi, nè solo antichi, gl'inventori di congegni; un Leo- 
nardo Albizo di Castello (di cognome però che sembrerebbe fio- 
rentino), nel 1335 (3), dal quale si ebbe un risparmio annuo di 
180 ducati cT oro (4). Un maestro Francesco dalle barche, ave- 
va trovato « hedificia » per cavar i canali, «c invenit similiter et 
operatus fuit modum et formam tante nobilitatis et amplitudinis 
arsenatus qui portura similiter terre Candide cavari instituit et 
aptavit, ita quod ibi ultra XII naves stare possunt habihter et 
secure » (5). I « magazzini idraulici » per queste bisogna, erano' 
custoditi dagli uffiziali all' estraordinario, i quali avevano cura 
particolare del litorale, onde ad essi ricorrevasi per le macchine 
da completare lo scavo dei rivi (6). Il carico di soprastante alla 
macchina di escavo chiede vasi per « grazia ». A Guglielmo Do- 
nato di S. Felice, fratello del priore della Misericordia, si propo- 
neva di assegnare, per quel servigio da lui chiesto, L. 3 di grossi 
all'anno, o trenta ducati d'oro (ora L. it. 390); altro (Marco di 
Marchesino) ne aveva avuto il doppio (7). I soprastanti e sorve- 
glianti alla manutenzione delle macchine erano due (8). 

(1) « Per quinque passus longe et extra suas possessiones ». 

(2) Le proprietà che ermo dalla Stadera di Rialto fino alla ruga di ca* Fi- 
dal, per la quale si andava al fontico del frumento, avevano altra condizione, 
e la spesa spettava al Comune (1323, 10 Agosto, M. C, Fronesis, c. 119 t). 

.(3) 1335, 3 Novembre, Gr. VII, 'e. 2 t. — Nel 1339, 14 Giugno, M. C , Capit. 
degli straordinarii, Misceli. Codici, n. 131, p. 23, cap. 64, fu aumentato a L. 4 di 
gr. lo stipendio di Nicoletto Albizo, maestro e soprastante « duorum edificiorum 
laborantium ad cavandum canale cum catenis ». 

(4) Di uomini e di sargia ; 1334, li Febbraio m. v., Gr. VI, c. 50 t. 

(5) 1346, Gr. XI, c. 65 t., era morto. 

(6) 1343 . . . . M. C, Spiritus, c. 129: Dovevano dare agli ufficiali al pio* 
Ugo \ congegni necessari « ad disbucandum bucas rivorum »... onde riaves- 
sero il loro corso, « cum ipsi publici dicant quod quando ipsi rivi sunt cavati, 
buche non possuiit bene discavari supra canale, ita quud dicti rivi iterum at- 
terrante ». 

(7) 1342, 22 Dicembre, Gr. IX, c. 70. 

(8) 1371, Gr. XVI, c. 127 t : Enrichetto marangone, costruttore di mac- 
chine, benemerito, si assume in servigio * ad unum ex spontonis cum quibus 
cavantur canalia •>, col salario di ducati 25 all'anno, « tenente ipso in acconcio 
ipsa ingcnia, cum quibus predieta canalia cavantur, de suo opere et laborerio », 
Alcune macchine facevano molto lavóro: 1408, 4 Nov., M. C , leona, o. 17*, 



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326 

* Il canal grande di Rialto era talvolta così interrato « quod 
fieri possent orti super dicto canali» (1); la terra di escavo si 
trasportava alla palata o sacca della Trinità (2). 

Il capitolare degli ufficiali estraordinari (3) ci ha conservato 
il giuramento del deputato soprastante alV esczvo del canale, del 
4 Aprile 1329. Quegli ufficiali erano due, e promettevano di solle- 
citare il lavoro, di scegliere gli operai migliori, custodire la mac- 
china effossoria, « ingenium », le barche e gli attrezzi per lo scavo; 
di registrar gli operai e, ordinatamente, le spese, rendendone conto 
agli straordinari ogni due mesi. Avevano lo stipendio di 3 lire di 
grossi air anno, durata del carico; erano eietti dal doge, dal suo 
Consiglio é dai Capi di XL. Tranne i casi di malattia, nozze o 
morti di parenti, in ogni giorno di assenza, perdevano un grosso 
la mattina, uno la sera. Uno degli straordinari andava sopra luogo 
a far controlleria ai soprastanti. Questi non potevano disporre della 
terra di escavo, senza licenza e bolletta del magistrato ; i privati 
dovevano recarsi a prenderla con barche proprie. 

S' aveano dapprima due macchine. Nel 1310 fu commesso ai 
patroni all'Arsenal di farne costruire una terza per scavare in- 
torno alle proprietà dei privati (1), cinque anni dopo si ordina (5) 
di abbandonare V edifìcio o macchina grande, ed occorrendo la si 
riduca a dimensioni minori. Quando mancava qualche operaio, il 
soprastante doveva invocare dagli straordinari un provvedimento. 
Il magistrato scelga persona che sappia leggere e scrivere (con 5 
soldi di grossi al mese) per registrare i sorveglianti e gli operai, 
od appuntarli; gli comunicherà ogni domenica, venendo air ufficio, 
i mancanti. Il lavoro era sospeso, per la brevità dei giorni e pel 

(1) 1390, 17 Luglio, M. C. ; Leona, c. 37 t. - ìl 30 Mar7 0 1255, M. C, Co- 
mune li. 148, si decretava che delle rendite di Rialto, per 10 anni si spendes- 
sero 300 lire noi riatto del canale [in aptacione canalis), dal fon ti co del frumento 
alla casa grande dei Querini, « et haberent unum lignuin proprium ad boc fa- 
ctum *>, esigendo da chi spettasse il pagamento delle quote competenti; — 1333, 
27 Apr.. M. C, Spiritus, 64: Si scavino quei tre rivi « per largura * e quello 
che è per traverso, nelle contrade di S. Cassiano, S. Eustachio e S. M. MaUr 
Domini, che sono interrati. 

(2) 1316, 26 Agosto, M. C , Civicus, c. 56. Ma poiché scorreva nel canale, 
con danno di esso, quel luogo ai abbandona, ed anzi ai prescrive che nessun ter- 
riccio riè immondizia possa recarvisi, nè lavarvisi terra d'oro, o d'argento, o di 
campane, o di boccali .... 

(3) Miscellanea codici, n. 131, capitolo XLVII, o. 20 t. 

(4) Capitolare sudd., p. 24, cap. 70. 

(5/ Id., c. 28 t. 1345, 27 Aprile, cod. gudd., cap. OT. 



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327 

freddo, nei me >i di Dicembre, Gennaio e fino alla metà di Feb- 
braio. Nel capitolare accennato sono notate le elezioni di parecchi 
soprastanti, con 3 e quattro lire di grossi all'anno. Fra queste, di 
un Pietro Cassio, figlio di Marco protomaestro dell' Arsenal, in 
luogo di Marco Marchesino, con 4 lire, ma dovrà lavorare « cum 
cazzis (cucchiaie) quatuor», come l'altro lavorava con due, e collo 
stesso numero di operài. Lavori di escavo e di qualche inter- 
rimento, nel Canal grande, nei rivi, nelle piscine, ebbero luogo 
nei sestieri di Dorsoduro, Cannareggio, Santa Croce e >S. Marco 
nel 1321. Poiché a tutta la città (considerava il Maggior Consiglio 
addi 31 Marzo di queir anno) (1) recano grande corruzione e 
malattie i rivi, le piscine e il Canale, che sono in gran parte 
interrati ed esalano gran fetore, specialmente di eslate, e se non 
si provvede a scavarli o ad interrarli, ne può nascere qualche 
gran « malum de infirmitate, ubi foret tunc tarda provisio » ; dava 
incarico ai capisestieri di riferir tra 15 giorni (termine protratto poi 
a tutto Maggio) le operazioni da eseguirsi. Il 2 Giugno, cioè 2 mesi 
dopo il decreto (rara sollecitudine !) le proposte erano presentate, 
e si cominciava ad approvarle nel Maggior Consiglio. Le riferiamo 
fra i Documenti, per l' interesse che presentano i nomi dei rivi e 
dei laghi, sebbene sia in parte impossibile identificarli. Si trovano 
questi denominati quasi tutti da famiglie. Nel sestiere di Canna- 
reggio può dubitarsi che il rivo di Noale prenda il nome dalla fa- 
miglia Avonal, cosi trovandosi anche indicato; sebbene in un do- 
cumento del 7 Maitzo U71 si legga: in rivo da noale (2). È note- 
vole che nel gran numero di rivi dei quali era proposto lo scavo, 
ben piccolo era quello dei rivi e delle piscine da interrarsi. 

E qui, a ciò che dice il Tassini sulla fondamenta e sull'ar- 
gine di S. Marta, dove « verso la spiaggia protendevasi un tempo 
a guisa di penisola, un lungo banco formato dalle deposizioni del 
Brenta, e ricoperto di boscaglia, il quale chiamavasi Ponla dei 
lovi, pei molti lupi che vi si annidavano, e venne distrutto al- 
l'epoca della guerra di Cambrai, temendosi un pericoloso avvici- 
namento dei nemici alla città (3) » ; aggiungeremo la notìzia di 
una deliberazione del Senato, 13 Luglio 1339 (4). Essendovi certa 

(1) M. C, Pronesis, c.61; 2 Giugno, c. 65 e segg. ; — 11 detto, c. 68 e segg. 

(2) Procur. di S. Marco, ex Casa dì Ricovero, Misti, b. 288. 

(3; E veggasi il Diario del Pkiuli, Bibl. Marciana, Ci. VII, cod. CXXX1J, 
c. 5 1. 

(4) Senato, Misti, reg. XVIll, 48 t. 



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328 

punta di canneti, la quale, da verso Brenta vecchia si estende 
verso S. Marta, che si potrebbe togliere con poca spesa « ad van- 
gam videlicet et pironum », i Savii consigliavano, e fu approvato, 
che nessuno potesse « accipere barros » da altro luogo che da 
quella punta, cominciando dalla parte che guarda verso S. Marta, 
e continuando verso l'argine, ponendovi poi pali e mete. Sia lecito 
però prender la creta da ogni parte « prò lapidibus, scutellis et 
puteis ». Per distrugger più presto quella punta, il Comune possa 
spendere 1000 lire air anno, dandone anche a quelli che vi an- 
dranno a prender terra. 

Con istrumento 22 Novembre 1402 (l), fatto con la Signoria 
di Venezia (indicatoci gentilmente dal sig. prof. Riccardo Predelli), 
prete Giovanni di Parma, piovano di S. Maria di Codroipo, del 
Friuli (2), si obbligava a scavare, con minor spesa e maggior solle- 
citudine, che per lo passato altri non avesse fatto, i canali e i rivi 
della città, e il porto. Le condizioni erano queste: 

Per scavare i rivi interni, egli avrebbe fatto costruire, a spese 
del Comune, due congegni {edificio}, uno granle, l' altro minore, 
pei rivi di varie grandezze, non sorpassando la spesa di 600 du- 
cati fra entrambi ; formati in modo chj3 col maggiore sei uomini 
potessero scavare, secondo il bisogno, uno dei rivi più grandi en- 
tro-quindici giorni, senza fare alcuna chiusura, nè estrarne l'acqua; 
fossero tali da poter trasportarli pei vii, elevando « pontes ali- 
quantulum ubi et quando erit necesse » (lo che indicherebbe che 
la maggioranza dei ponti era di legno). Farà le esperienze che gli 
saranno indicate, e istruirà maestri ed altri air uopo. Le macchine 
resteranno proprietà del Governo, il quale fornirà le corde (sar- 
tiam) necessarie, e provvederà i burchi per l'asporto del fango. 
Per lo scavo del Canal grande di S. Marco' ed altri luoghi che 
si diranno più innanzi, prete Giovanni si obbligò a costruire un 
terzo congegno che non costasse più di mille ducati, tale che 12 uo- 
mini in una giornata lavorativa, cioè di 12 ore, purché non sia 
burrasca, potessero scavare 40 passi in lunghezza, 2 in larghezza 
ed.l in profondità, fornendo il Governo una peata glande, due 
battelli da nave, tutte le corde e 4 rampegoni od àncore, ed una 
barca coi suoi corredi. Per V asporto della terra e del fango, sa- 

(1) Commemoriali, IX, c. 138 t. 

(2) Su questo Giovanni canonico di Cividale, abile costruttore di orologi, 
vepg-nni Maszano. Annali del Friuli, V, 255 e \ I, 88 e nota. 



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329 

ranno pronti ciascun giorno almeno 32 burchi, con due uomini 
ciascuno. Prete Giovanni con un incaricato del Governo, si re- 
cherà a Villaco per comperare e far lavorare 1G migliaia di ferro, 
e acquisterà il legname in Friuli. 

Qui si enumerano i rivi da sfavarsi colla macchina di mag- 
giore dimensione, che sono quelli di S. M. Zobenigo, di S. Moisè, 
dei forni di Terranuova ; un canale attraverso de la secha sotto 
il ponte di S. Antonio, quello di S. Lorenzo, sempre a profondità 
di sette piedi; il canale dell'Arco a soli cinque piedi. Per questo 
canale costruirà un quarto congegno da dodici uomini, col quale 
si possa scavare, e gettar la terra sulle rive, senz' altra spesa. E 
penserà anclie ad un mezzo onde impedire che V acqua del 
Piave non possa interrar cosi presto il dello canate dell' Arco. 

Il Governo gli darà una casa comoda per 12 persone; lo si 
esenterà da ogni dazio e gabella per le rendite della sua pieve, e 
per quanto sarà necessario alla sua famiglia ; non potrà però al- 
lontanarsi dalla città senza licenza della Signoria. Riceverà per 
rimunerazione, a rate che si determinano, 6000 ducati. Se il Go- 
verno vorrà far scavare la foce del porto, glie ne darà altri 2000. 

I denari raccolti in ciascuna contrada, per le riparazioni stra- 
dali, lo scavo dei rivi ecc., si custodivano dai capisestieri in sac- 
chetti separati (e dicevasi anche sacco, per cassa o fondo destinato 
ad un uso determinato), e se ne aveva talvolta qualche civanzo, 
perchè i « getti », o la tassazione, si faceva con larghezza, « largo 
modo »; onde poi toglievasi dalla cassa di una contrada in civanzo, 
per sostener le spese di altra che non ne aveva, la quale nel qua- 
derno si registrava come debitrice. Il Maggior Consiglio però vietò 
queste innovazioni (1). 

Antichi i traghetti, di alcuno dei quali si conserva la marie- 
gola, del secolo XIV. In quella della fraglia del traghetto di S. 
Sofia (2), alla quale erano aggregate anche donne (seròr, sorelle), 
leggiamo che al Natale si distribuiva pan benedetto, usanza che 
ci sembra ricordi ceremonie assai più antiche : « Item in . Mille . 
CCC . LV . de decembrio fo prexo in plen capitolo siando Ga- 
stoldo ser Zulian fonteger et a tu ti plaxete che sempre ogni anno 

(1) 1351, 27 Dicembre, M. C, Saturnus, e. 14.* 

i2) Air Archivio di Stato (arch. del Collegio della milizia da mar) pagr. 19. 
— La mariegola dei barcaroli, acquistata di recente, contiene copie di docu- 
menti dal 13 Ottobre 1453. 

22 



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330 

da Nadalo se debia far e dar pan benedeto atuti li fradeli et ale 
seror d^ questa scuola ». 

Troviamo ricordate le barche « a traieto » (t), ed i traghetti 
di S. Felice (2), di S. Toma (3), di S. Samuele (4), di S. Cassia- 
no (5), di S. Vito (6), di S. Gregorio anche nel sec. XIII (7), di S. 
Lucia (8), di S. Canciano, per a Murano (9), e quelli per Mestre (10) 
a Rialto e in Cannareggio (11), per Chioggia, a S. Marco (12), e a 
Rialto, per Padova (13). Ivi pure stanziavano le barche d'Istria (14). 
Ai traghetti, come è noto, si stridavano i proclami (15). 

Qua e là oltre le botteghe, al pianterreno dei fabbricati erano 
sparse (e qualcuna durò fino al nostro secolo) botteguccie « stazo- 
nelle » di legno (16) le quali, cogli stazii, le favole, le panche, gli 

(1) 1251, 20 Sett., M. C. Comune lì, c. 142: Nessun forestiere possa emr 
passatore di Rialto (traghettante?) ; -- 1340, 23 Luglio, Gr. Vili, c. 68 t. ; 1358, 
Gr. XIV, 47 : barchetta <« de trageto » ma non pare per uso interno della citta. 

(2) 1363, 12 Giugno, Sigli, di n., reg. 8. c. 30 t. — E di S Sofia: 1349, 6 
Maggio, Sign. di n., reg. 6. 

(3) 1351, 17 Febbr. m. v., Sign di n., reg. 6, c. 29. 

(4) 1301, 17 Gennaio m. v., Gr. II, c. 30 t. 

(5) 1361, 22 Giugno, Sign. di n., reg. 8, c. 3 t. : « ad pontam trageti da ca 
Michel ». 

(6) 1359, 27 Maggio, id., reg. 7, c. 66. 

(7) 1279, 25 Giugno, S. Gregorio, membran. primus: « in confinio Sancti 
Gregorii ... in via qua discurit ad tragetum » ; — 1373, 7 Settera., Sign. di n., 
reg. 10. 

(8) 1374, 6 Maggio, id , reg. 10. 

(9) 1365, 26 Gemi. m. v , id., reg. 8, c. 60 t. ; — 1395, 6 Agosto, id., reg 
11 : sotto il porticale di S. Canzian. 

(10) 1342, 28 Sett , Quar.crim.,^^j 1312-1343 m.v.,p. 18;- 1345, 19Giu- 
gno, Gr. XI, c. 23 t. ; — 1349, 4 Aprile ; Sign. di n., reg. 6: •» In trenaria [Ur- 
inaria) Rivoalti, a capite versus tragetum de Mestre »; — 1352, 15 Maggio, Gr. 
XII, c. 125 t. ; — 1400, 15 Settembre, Sign. di n., b. 12. 

(11) 1355, 16 Nov., Sign. di n., reg. 6, c. 82. 

(12) 1368, 15 Dicembre, id., reg. 8, c. 90. 

(13) 1348, 30 Dicembre, Sign. di n., reg. 7, c. 53 t. 

(14) 1393, Gr. XVIII. 

(15) 1349, 20 Genn. m. v., C. X, Misti, reg. 5, c. 6 t. 

(16) 1316, 26 Ag., M. C, Civicus, c. 55 t. ; - 1393, Gr. XVIII: Andrea di Ve- 
nezia, già ebreo olim judeus), il quale «dimissa delusione sete saracenorum » (co- 
me ci avverte gentilmente il eh. rabb. Leone di M. Luzzatto, « saraceni » da 
Sara moglie del patriarca Àbramo, equivale a-1 ebrei) si ridusse alla fede cri- 
stiana cattolica; e per sostentar sè e la famiglia, con licenza dei signori del fon- 
daco dei tedeschi, sulla riva del canale di Rialto fece costruire un ridotto coperto, 
lungo e largo 5 piedi, nel quale tiene mercerie ed altre robe di poco valore. 



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331 

scanni, le taverne, le osterie, le vòlte, formavano ben anticamente 
una delle rendite del Governo (1). Ma non sempre se ne pagava 
il fitto, sebbene le tenessero anche persone ricche. Di qui investi- 
gazioni commesse agli ufficiali al cattaver (2); e minacciate pene n 
chi ne fosse debitore verso gli ufficiali al sai e quelli di Rialto (3). 

La natura di questo lavoro collettivo, ci costringerà talvolta 
a dover tornare, ma con notizie e fonti diverse, sopra uno stesso 
argomento. Così non possiamo ommettere, sia pure alla sfuggita, 
di parlare delle costrutture in Venezia e dei materiali da fabbrica, 
sebbene, trattando delle industrie, dovremo dirne più diffusamente. 

Una ducale del 22 Luglio 1309 al conte e consiglieri di Zara, 
narrandoci un fatto criminoso di dubbia imputabilità, attribuito al 
figlio di maestro Paganino « nostri enzegnerii », persuade quel 
c reggimento » a desistere dal processo per motivi anche giusti ; 
conchiudendo però « et ultra hoc daraus vobis intelligi, quod tota 
Venecia est in manibus patris eius» (4). Frase di ampio significato, 
che si potrebbe attribuir forse ad una grande capacità dell'ingegner 
Paganino nella materia lagunare, non parendo si indispensabili e 
si straordinarie allora in Venezia le cognizioni edili, chi abbia 
letto alcuni dei molti documenti antichi sulla costruzione di edifizi, 
con tutti i minuti particolari che vi si enumerano. Ingegnere pub- 
blico stipendiavasi anche anni dopo, col salario di settanta ducati 
d'oro, avendone il Comune molto bisogno (5); e si trovano citati: 
Silvestro (« henzignerii ») di S. Giov. Battista (6), Andrea (7), 
Marco (8), ed ingegneri dell' Arsenale (9). 

Chiede gli sia concesso quel terreno a vita, e si annuisce, purché paghi un du- 
cato all'anno, avendone i signori al fondaco proposti 4. 

(1) 1051, Luglio, Rialto: Nella divisione tra Gradenigo e Pietro fratelli, di 
Giovanni, è detto: « toti ipsi sularii cuin stationcs, et sua terra que stat supra 
canale de rivoalto * e « noatras stationes de beccaria » ; — 1351, 13 Ottobre, M. 
C, Saturnus, c. 13: Aumento nel fitto delle « staciones, tabule, banche et scana 
Comunis »>, del quarto più degli anni addietro. 

(2) 1389, 1 Agosto, M. C, Leona, c. 30 t. 

(3) 1390, 6 Nov. [sic), M. C , id., e. 41 ; - 1404, 8 Giugno, id., c. 138. 

(4) Collegio lettere, 1308-1310, c. 48 t. 

(5; 1332, 5 Maggio, M. C, Spiritus, c. 46 t. : Un « engenerius ». 
(6) 1348, 13 Luglio, Gr. XII, Ut.; — 1342, 5 Maggio, Gr. IX, 45. 
O) 1357 . . . Luglio, Gr. XIV, 29 t. 

(8) 1334, 5 Febbr. m.-v., Gr. V, 64 ; - 1363, Gr. XV, 124 t. 

(9) 1330, 10 Maggio, M. C Spiritus, c. 40 t.: 11 doge, i consiglieri, i capi e 
patroni dell'Arsenale possano, per l'Arsenale e per gli altri « ingeniis et -seriv 



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332 

Sullo scorcio del secolo XIV e nel successivo troviamo as- 
sunto a servizio pubblico, maestro Pecino da Bergamo con venti 
ducati al mese, il prestito di altri 40, le spese di bocca per sè e 
la famiglia quando uscisse da Venezia in servizio del Governo, 
alcune esenzioni di dazio (1), ed anche casa, del pubblico, a Me- 
stre (2). 

Nel 1333 un m. Francesco dalle barche, dà un parere circa 
il porto di Candia (3), dove è mandato nel 1339 (4). 

Taluno si rendeva anche impresario di lavori e manuten- 
zioni. L'ingegnere Francesco de Gussoni (de Guzonibus) sopra- 
stante agli argini di Lizza fusina (Niza fusina), Tergola e Botte- 
nigo, ne assumeva la manutenzione, chiedendo poi di costruire sul 
Brenta, senza danno, « unam domum a pillis fulorum » verso Oria- 
go, follo che tornerebbe utile ai lavoratori di panni e di lana (sic) 
che ne lo chiesero instantemente. Il che pare gli sia stato concesso 
verso T annuo censo di dieci ducati d 1 oro (5). 

Avendosi grande penuria di pietre cotte, di coppi e di calce, 
per le case e per le strade (6), si multavano i fornaciai perchè ne 
fornissero, e si facevano loro anche prestiti onde riparassero le 
fornaci (7). 

A metà del secolo XIV (8) si stabilirono alcune norme per la 
fabbricazione e la fornitura di questi materiali di fabbrica, dei 

ciis opportunis >>, assumere « unum bonum ingcniatorem ►> e dargli L. 7 di grossi 
di stipendio all'anno, e casa presso l'Arsenale. 

(1) 1398, 27 Aprile, Collegio, Notatorio XI, c. 6. 

(2) 1400, 4 Febbr. m. w, id., ib. 

(3) 1333, 19 Agosto, Senato Misti, reg. 16, c. 24. 

(4) 1339, 11 Marzo, Sen. Misti, reg. 18, c 10. 

(5) 1403, Gr. XIX, 34 t. Notisi che il modo dubitativo, con cui accenniamo 
alla concessione, dipende, come in altri casi, dallo stato di deperimento dei vo- 
lumi delle Grazie, che non ci consente di sapere se al margine della proposta fu 
notata la approvazione della grazia. — Altro ingegnere, Pietro, è ricordato: 
1423, Febbraio m. v., Gr. XXII. 

(6) 1328, 12 Febbraio ni. v , M. C.,Spiritus, c. 34 t. : « prò viis et stratis 
aptandis et reparandis ». 

(7) 1317, 29 Maggio, M. C, Civicus, c. 95 : Si prestano L. 1000 pel riatto di 
una fornace a S. Gregorio, a Nicolò tagliapietra di S. Maurizio, dei denari delle 
grazie, collo stosso pro'di quelli che ricevono a prestito dalla cassa del frumento 
(<« de pecunia furmenti »); — 1394, 28 Giugno, M. C. Leona, c. 72: Il Governo 
offre Lire 2000 a prestito per ogni fornace, a chi vorrà. costruirne nel distretto di 
Mestre ; non siano però più di due. 

Si 1350, 16 Agosto, Quar. crim., 1347-75, p. 69. 



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333 

quali tanto si abbisognava «pel restauro e per la costruzione delle 
case ». Due soli erano allora i fornaciai i quali fabbricavano a 
loro volontà, vendendo a prezzo quadruplo, o negando o restrin- 
gendo le richieste. 

I giustizieri vecchi adunque, otto giorni prima del S. Michele, 
mettano all'incanto tutte le fornaci; ne assegnino una, non più, a 
ciascun fabbricante ; dia esso cauzione di L. 500, prometta di ob- 
bedire ai loro ordini, non si obblighi a tener fornace per meno di 
cinque anni, non sia interessato in altre. Faccia almeno sei cotte 
all'anno, notifichi al magistrato quando metterà o toglierà fuoco, 
dia la merce a chiunque la domanderà ; non riceva denaro, se non 
misurata la calce, e numerati gli embrici, onde non possa scusarsi 
verso altri, allegando di riservarli per altri. Non possa dar di re- 
gola calce viva (spungie) ma trita (od estinta) (i); due mastelli di 
calce di spagna computandosi per cinque dell'altra; e regolando- 
sene, mediante licenze (forse nei casi di penuria) la vendita (2). 
La calce trita non poteva vendersi più di L. 12 di pica la quarta; 
1000 coppi » » » 2 ducati (3) ; 

1000 pietre di Venezia » » » 30 soldi ; 
1000 pietre di Mestre » » » 10 grossi ; 
tutti questi materiali condotti al domicilio dell'acquirente. 

Dovevano i fornaciai tenere uno scrivano per la contabilità. 
Ricevevano dal magistrato le misure bollate, e i moduli come an- 
ticamente. Qualche interessante particolare ci reca su questi ma- 
teriali da costruzione, una lista di spese per un lavoro nel mona- 
stero di S. Domenico di Castello (4). 



(1) 1384, Agosto, Collegio, Notatorio 10, c 36: « Calcina de qua data est 
licentia specialibus personis .... Item Mussarti monete calcina de sponzia que 
extincta veniat esse mastelli XL ». 

(2) 1384, Agosto, doc. cit., e 1385, 20 Nov., Col). Not. 10, c. 54. 

(3) 1330, 5 Maggio, Gr. Ili, c. 48: 80.000 eoppi furono pagati a grossi 40 il 
migliaio, in luogo del prezzo stabilito di 30. 

(4) Procur. di S. Marco de citra, b. 168, fase. 3. 

« Expense facte prò monasterio sancti dominici et expense comunes ». 
1372, 26 Maggio: Per la demolizione e ricostruzione di un muro di dietro 
del monastero : 

2 burchi di pietra, di 30 migliaia, a soldi 19 

il migliaio, sono di grossi L. 2 soldi 7 den. 6; 

spesa di scarico della detta pietra a soldi 18 

il burchio »> 3 di grossi; 

6 burchi di sabbia. . ». 6 » 10 grossi 16 ; 



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334 

« Cum terra maximum defectum fornacium paciatur, sicut 
omnibus notorium esse potest », dicesi in un decreto del Maggior 
Consigli*) (1), col quale si ordina di bandire a S. Marco e a Rialto, 
che chi vuol costruire a Venezia fornaci, debba entro un mese in- 
scriversi e dar cauzione ; e gli aspiranti sieno votati in Quarantia. 

Ciò malgrado, non potendosi aver pietre nè calce pel lavoro 
dell'Arsenale, si costruiscano due fornaci pel Comune, nella terra 
vuota che è dietro S. Biagio, e altrove (2). E nuove commissioni si 
riinoVavano (3) per provvedere alla penuria di quei materiali da 
fabbrica. Alla esportazione di essi doveva naturalmente precedere 
una licenza. Ma mentre se ne deplora il difetto, si permette tal- 
volta di esportar da Venezia quantità considerevole % di laterizi e di 
calce, p. es., Pietro di Marino e Giovanni di Arezzo « burgensibus 



3 quarte, mastelli 17 </s di calce [desfate! a 

soldi 3 \/t il mastello L.2 soldi 2 deii. 11 grossi 5; 

28 mastelli di calce dl+spongia: *< prò inllo- 

care (sic) et dealbare murunT». a soldi 

9 il mastello » 7 » 10 »> 16 

per lo scarico della detta calce, iu più volte .... » 2 » 2 * 16 

per 100 coppi » 9 di grossi 

41 giornate di un maestro muratore, a grossi 

12 il giorno »> 2 v 1 » ; 

40 i/% giornate di un altro muratore, a grossi 

9 il giorno ....*..,....» 1 » 10 » 4 grossi 16; 
per 30 giornate di altro lavorante, a grossi 

5 «/s » 13 « 9 di grossi ; 

altri a grossi 5, 6 ed 8 il giorno ; 
chiodi a soldi 2 la libbra ; 

per chiodi 270, a denari 3 di grossi il cento » 17 {sic) 

per due « chiavi » di larice, poste su pilastri a 

muro, a grossi 28 l'una » 4 » 8 di grossi. 

Laggio (aggio) di soldi 8 al ducato ecc. ecc. 

Altre moltissime e pregevoli noto dei prezzi di costruzione, si possono rac- 
cogliere dagli atti delle commissario dei Procuratori di S. Marco. Abbiamo, p.e., 
sott' occhio, mentre scriviamo, la busta 89, dei Prorur. de atro, commissaria 
Marco Ziani di S. Giustina, nella quale, a note di lavori a S. Francesco di lla 
Vigna, è unito un disegno, ecc. 

(1) 1326. 20 Gennaio m. v , Spiritus. c. 12. 

(2) 1327, 17 Marzo, in\, c. 13 t. 

(3) 1368, 10 Marzo, Quarant. crim., parti 1347-75, c. 19 t : Eletti tre savi ; 
— 1368,24 Marzo; — id , c. 50 t. : Chi vuol costruire o farsi imprenditore di 
fornaci, fra 15 giorni venga dinanzi la Siguoria, e proponga le condizioni. Presa 
ad unanimità con 39 voti ; — 1369, 2, 14 e 18 Maggio, id., c. 78, 78 t. e 79: 
È instituita un'altra commissione; altri provvedimenti. 



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335 

nostris de Candida », possano portarvi un milione di pietre cotte, 
e 50,000 coppi, pagato il solito dazio (1), che era di due soldi per 
lira (2), come per la calce. 

Talvolta fu sorpassata la misura e vari documenti ce ne con- 
servarono particolari curiosi. 

I giustizieri vecchi, per toglier le frodi, facciano eseguire delle 
forme per le fornaci di Venezia, sioe moilonos ad formam lapi- 
dimi el cuporum. Da ambi i lati siano ferrate e bollate di quel 
sigillo che essi vorranno. I fornaciai dovranno attenervisi. Veg- 
gano che i mastelli siano della misura prescritta (3). 

(Continua.) B. Cecchetti. 

1) 1312, 1 Febbr. ro v., M. C, Presbiter, c. 87 t. ; - 1315, Marzo, M. C, 
iil ., c. 140 t. : Il Contine di Spalato possa esportar da Venezia 60 mila pietre 
cotte. 

(2) 1322, 29 Gennaio m. v , M. C, Fronesis, c. 103 t. 
(3j 1326, 20 Gennaio tn. v., M. C, Spiritus, c. 12 t. 
Prezzi massimi: 1000 pietre condotte al compratore, grossi 9 e denari 8; 

1000 coppi » 30 — 

1 quarta di calce trita . \ . L 8 soldi lo denari 8; 
1 mastello di calce di spotlgia. » - » 4 di piccoli. 
Ogni fornaciaio faccia almeno 5 cotte all'anno, avvertendone di volta in 
volta i giustizieri, i quali deputino per ogni fornace un misuratore. 

Nel 1303 (Settembre, Commetti. I, 37 t.) si mandavano in Candia alcuni mu- 
ratori e falegnami per un anno, pel ristauro di quella città; i compensi erano in 
ragione di grossi 40, 45, 50 e 56, di L. 3, 4, 4 Tanno; a Candia, oltre il vitto, 
i maestri percepivano altri 2 grossi al giorno, i garzoni [eorum puerì) il vitto e 
un grosso. 

1337,22 Maggio, Gr. VII: La calce grossa de spongia che per la carezza 
delle legne adesso costa di più, si vendette ai saponai, i quali la esigono scelta 
(ad clectam\ a L. 23 per 100 mastelli, in luogo di L. 20, come è prescritto. 

1343, 4 Marzo. Gr. IX, c. 78 : Quattro fornaciai plasmarono, cossero e man- 
darono agli ufficiali al frumento coppi 39093 per L. 56 e soldi 12 di grossi (a soldi 
29 di grossi al 1000); e 2800 ne furono venduti all'incanto per L. 34 di piccoli, 
mentre, secondo un ordine della Quarantia, le pietre cotte non possono vendersi 
più di 1 grosso il 1000; i coppi più di 2 '/i grossi il 1000 ; la calce, al mastello, 
1 grosso; poiché, tutto compreso, nelle sette cotte che sono obbligati a fare, 
guadagnano in un anno L. 12 di grossi. 

Gli "ufficiali al frumento però osservarono che quando furono costruiti i 
granai a S. Eustachio, desiderando che fossero ben coperti e in modo durevole, 
essendo i biscantieri (puntoni del coperto) grandissimi e larghi 16 passi (metri 
28, ed alti, versando molta acqua, pensarono che fossero più utili embrici di 
maggiori dimensioni, e convennero coi fornaciai ^avendo saputo a quale prezzo 
erano stati fomiti coppi simili air Arsenale ed alle Beccarle, cioè piccoli 16 



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336 



l'uno, o soldi 41, denari 8 di grossi al 1000) di pagarli SO soldi il mille, cioè 
piccoli 12 V« l'uno. E adesso fecero patto di averne pel lavoro di Terranuova, 
a soldi 29 di grossi il migliaio, con ciò erodendo di aver fatto il meglio possi- 
bile, nè i giustizieri stessi, se fossero stati al loro posto, avrebbero potuto far 
altrimenti. 

Considerato ciò, si mitiga la multa loro inflitta così: 
a Bonifacio di S. Barnaba che vendette coppi 13250 L. 19 soldi 2 grossi 3 
a Dardi di S. Gregorio » » » 7443 » 10 » 15 » 7 
a Nicolò di S. Biagio » ■> » 11000 » 15 » 19 — — 
a Zanino di S. Samuele •> » » 7400 » 10 » 14 » 7 



Prezzi diminuiti, della calce e delle pietre, nel 1368 (1368, 21 Giugno, 
Quarantia crim., 1347-75, c. 56 t.). 

Dal 10 Novembre 1357 in addietro, la calce trita si vendeva 3 I/o soldi di 
piccoli al mastello; ora si venda a 3; — la calce « de spongia » si venda a soldi 
7 i/s il mastello; - le pietre cotte, a misura piccola, die si fanno a Venezia, in 
luogo di grossi 18, grossi 15; — le stesse, del distretto di Mestre, il 1000, grossi 
17; le stesse grandi, il 1000, L. 5 di piccoli ; quelle che si portano a Venezia da 
Mestre e dalla Marca Trivigiana, le grandi L. 5 il mille, le piccole grossi 17; 
da Loreo, più grandi della misura piccola, e più piccole della grande, il 1000, 
L. 3; i coppi, in luogo di L. 9 il mille, a L. 8. 

I giustizieri vecchi dovevano tener nota delle pietre cotte che si portavano 
a Venezia; il venditore dar in nota quelle* vendute. 



Prezzi degli oggetti suddetti , aumentati, 1369, 18 Maggio (Quarant. 
crim., 1347-75, c. 79). 

La calce lavorata a Venezia, che si vende a soldi 3 di piccoli il mastello, si 
veuda a 3 »/* ; pietre a misura piccola, che si vendono a grossi 15 il 1000, ora si 
vendano a gr. 17 ; quelle fatte nel distretto di Mestre, a misura piccola, da grossi 
17 il 1000, a 19; i coppi di qualunque provenienza da L. 8 si vendano a 9 il 1000. 

Le spese di trasporto a carico dei fornaciai. 

Fatta una cotta di calce, la estinguano entro un mese, la burattino e ripon- 
gano in luogo apposito. Facciano sei cotte di calce air anno; facendone meno, 
paghino per ogni cotta non fatta, L. 50 di multa, in luogo di 25. — Mandino la 
calce a misurare a domicilio di chi ne comperi almeno mezza quarta. 



Prezzi del legname da costruzione nel 1400, 7 Febbraio (1399, 8 Febbr. ni. v , 
Cons. X, Misti, reg. Vili, c. 57 t. Lorenzi, Monumenti ecc., p. 46. — Il 
legname che passiamo a descrivere, servì pei nuovi armadi uclla Sala 
delle armi del Consiglio dei dieci). 

300 tavole .... a L. 40 il cento . . . . L. 120.— 
20 tavole di larice, soldi 6 Tuna .... » G.— 
9 bondonali di larice, L. 5, soldi 5 l'uno . •> 47 soldi 5 

L. 173 soldi b 



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337 

che in ragione di L. 4, soldi 5 al ducato formano L. 4 soldi 1 grossi 6 den. 10 
1400, 28 Maggio - 100 tavole a L. 49 il 100. 

140 tavole a L. 29 il 100 . 
» 6 Luglio 50 tav. di larice a L. 7 l'una. 
» » . 108 anelli per le portello degli 
armadi, a soldi 6 V uno . . 
10 palancole L. 8 « et prò mi- 
nalibus, prò membellis », 
L. 12, soldi 16 



1 


» 2 


» 10 


8 


»> 10 


» 17 


14 


» 10 


» 16 


9 


» 7 





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RICEHCHE SULLE TRADIZIONI 

INTORNO 

ALLE ANTICHE IMMIGRAZIONI NELLA LAGUNA 



Le pagine che seguono contengono alcune delle lezioni da me professate, a 
partire dal Novembre 1883, nella r. Università di Torino. Mi porse l'argomento un 
dottissimo lavoro del Fanta; volli anzi che il suo libro rimanesse ricordato nelle 
prime righe del mio qualsiasi lavoro, quantunque questo abbia preso una dire- 
zione non del tutto identica a quella propostami sul principio. Voleva soltanto 
accennare in breve alle immigrazioni dalla terraferma Veneta nelle lagune, quali 
ci risultano dai cronisti a stampa ; ma una volta entrato nell'argomento, questo 
mi vinse. La colpa di ciò non è tutta mia ; una buona parte l'hanno gli scolari, 
che dimostrarono per questa arida trattazione un interesse più vivo di quello 
che mi avrei potuto aspettare. 

Naturalmente non tuttociò che qui è scritto, fu da me pronunciato ; le di- 
scussioni un po' particolareggiate non potevano prestarsi alla esposizione didat- 
tica. E d'altro lato non tutto ciò che trovai necessario di dire a voce, credetti 
opportuno di ripeterlo per iscritto. 

Terminai di dettare la narrazione delle immigrazioni venete, prima che 
uscisse la edizione del Chr. Alt. curata dal prof. Enrico Simonsfeid. É questo un 
lavoro della più alta importanza, e che pone sopra basi solide la storia più an- 
tica della Venezia lagunare. Me ne giovai nella revisione, addottando quasi 
sempre la nuova lezione; ma non mi decisi a dare al mio lavoro quella forma 
nuova, che forse sarebbe stata domandata dalla ricordata pubblicazione. Fino ad 
ora possedevamo soltanto due edizioni del Chr. Alt., fatte, l'una sopra il Codice 
del Seminario Veneziano (sec. XIII), e l'altra sopra il ("od. Dresdense ;sec. XIII); 
e oltracciò si avevano a stampa pochi estratti, a completamento del testo vene- 
ziano, tolti dal Codice Marciano, e .spettanti alla cosi detta Cronaca di Marco. Il 
Simonsfeid non solo rivide con tutta diligenza i mss. adoperati finora, ed usò 
pienamente della Cronaca di Marco, ma collazionò anche il Codice Vaticano 
(sec. XIII), prima non adoperato. Così potò espungere dalla edizione vari brani 
intercalati, che compajono sia nella prima, sia nella seconda delle precedenti 
edizioni; e potè ancora dare alla luce un brano sinora inedito. 

Essendo questo un corso di lezioni, non vi sono discusse che le quistioni più 
rilevanti e d'interesse generale; e anche queste assai di sovente in mauiera re- 
lativamente spiccia. 

Tremo nel mettere in pubblico queste ricerche, che appartengono a un or- 
dine di cose per molti rispetti alieno dai miei studi abituali. 11. direttore di que- 
sto Archivio volle il mio manoscritto, e volle pubblicarlo. Il lettore sappia che 
la responsabilità è duuque divisa. 



Carlo Cipolla. 




339 



Cap. I. — Preambolo. 

t 

I. All'illustre Teodoro Sickel, profess. dell'Università di Vien- 
na, uomo di soda dottrina davvero e di volontà tenace, dobbiamo 
T Istituto per h storia austriaca, il quale già si rese molto bene- 
merito della scienza, e più liete speranze ci lascia concepire per 
il futuro. 

Le pubblicazioni dell' Istituto cominciarono pochi anni or 
sono con un periodico, la cui direzione era stata dapprima affidata 
dal Sickel, ad uno dei suoi migliori discepoli, Carlo Foltz. La morte 
troncò troppo presto la vita operosa del Foltz. E il suo profes-, 
sore lo pianse e lungamente ; poiché lo stimava molto e lo amava. 
Pareva che il periodico fosse morto prima di nascere ; ma il Si- 
ckel trovò in un altro siio discepolo, il degno successore del Foltz. È 
costui Engelberto Muhlbacher, la cui attività scientifica si mostra 
specialmente nei suoi molteplici studi di diplomatica imperiale. Il 
periodico, sotto il modesto titolo di Comunicazioni, esce oramai 
da vari anni; durante i quali la sua vita divenne così rigogliosa, 
che si dovette pensare ad allargarne le proporzioni. Si creò quindi 
una nuova serie di volumi, sotto il titolo di appendice: e di questa 
nuova serie, il primo fascicolo si publicò in questi ultimi giorni (1). 

Storia austriaca, è una frase che va intesa in senso molto 
largo. Il Sickel è uno dei membri della direzione dei Monumenta 
Germaniae, coli' incarico speciale di presiedere alla pubblicazione 
dei diplomi imperiali. Lo studio diplomatico dei documenti usciti 
dalla Cancelleria imperiale, fu proprio fondato tutto da lui ; fu il 
Sickel che scoperse, partendo da indizi che ogn' altro ricercatore 
avrebbe riguardato come vani, tutto il meccanesimo cancelleresco, 
tutte le forme e i modi con cui un diploma si compilava; e su que- 
sta base giusta e incrollabile, poterono stabilirsi i criteri, coi quali 
giudicare con sicurezza dell' autenticità dei documenti di quel ge- 
nere. Il Sickel dunque non poteva escludere dal suo giornale tutto 

(1) Ergànzungsheft der * Mitthellungen des In&tituts fur osterreichische 
Gcschichtsforschung », I Bd., 1 Hft. Innsbr. 1883. 



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340 

ciò che riguarda l'argomento a lui più caro. Di tal modo il campo 
delle Comunicazioni si allarga: comprende la storia dell'impero, 
e con questa distendevi addirittura sulla intera storia d'Europa. 

Nessuna regione, dopo la Germania, ebbe h sua storia legata 
cosi a quella dell'Impero, come l'ebbe l'Italia. L'Italia appariva 
sempre come la culh dell'Impero. Quivi trovavano la loro ragione 
d' essere tutti i fondamenti storici, per i quali Carlo Magno ebbe 
motivo di raccogliere il pesante diadema, che poi risplendette sulla 
testa degli Ottoni. L'impero carolingio non era infatti che la rin- 
novazione dell'impero nostro, dell'impero romano. La gloria di 
Roma antica non era dimenticata del tutto ; poiché i classici si leg- 
gevano sempre. E se anche la parola degli antichi fosse restata 
muta nei libri, essa si sarebbe fatta sentire abbastanza di mezzo 
ai monumenti. I barbari, il tempo e l' incuria degli uomini, non 
avevano condotte a rovina tutte queste glorie imperiture dall'an- 
tica dominatrice del mondo. 

Ma v' ha di più ; giacche l' eletto imperatore, se volea essere 
imperatore davvero, doveva pellegrinare a Roma, e ricevere la 
corona presso la tomba degli Apostoli, e dalle mani dei successori 
di Pietro. Carlo Magno fu incoronato in Vaticano da Leone III : e 
Carlo V ricevette la corona da Clemente VII. 

La diplomatica imperiale si collega per infinite guise con 
tutta la storia nostra ; ed è debito nostro tener d'occhio fissamente 
ai progressi che gli studi fanno in tal senso nella Germania, poiché 
da essi dipende in buona parte la retta conoscenza della nostra 
storia nazionale. 

Questi pensieri si presentano quasi involontariamente a chi 
svolge il fascicolo d' Appendice alle Comunicazioni, del quale ho 
testé fatta ricordanza ; poiché esso contiene un articolo di somma 
entità per noi. Adolfo Fanta, altro degli allievi valorosi del Si- 
ckel, vi ragiona dei trattati stipulati dagli imperatori con Vene- 
zia sino all' anno 983 (1). Argomento è questo, quanto oscuro, al- 
trettanto pieno d' attrattive. Le nostre città marinare hanno tutte 
un fascino per noi: poiché nella loro storia vediamo che il risor- 
gimento del commercio si collega di buon' ora al movimento com- 
plessivo dell' intera vita sociale, al progresso politico e al risveglio 
della coltura. Non credo di abbandonarmi ad una illusione, che 

(1) Die Vertràge der Kaiser m\t Venedig bis zum Jahre 983 (fase, cit., pag. 
51 sgg.). 



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S41 

dirò regiouale, se, essendo veneto, mi permetto di dire, che fra le 
città marinare italiane, non è ultima Venezia, sia per la sua storia 
gloriosa, sia per la lunghezza ?Iella sua vita politica. 

Venezia non è nata da una mescolanza di barbari coli' antica 
gente romana. Ciò non toglie che anche famiglie d' origine barba- 
rica, in più o men piccolo numero, abbiano cercato un quieto asilo 
nelle lagune. Là nelle lagune, ragioni topografiche vietavano ai 
possessori della terraferma di stabilire un dominio, nel pretto senso 
della parola. Potrà questionarsi suir indipendenza o meno delle 
isole venete in alcuni periodi della sua storia più antica ; ma nes- 
suno potrà mai imaginarsi una dipendenza di Venezia verso re o 
imperatori, diretta, effettiva. Quindi V argomento delle relazioni 
diplomatiche tra Venezia e la terraferma, diventa, anche sotto di 
questo rispetto, molto curioso. L' argomento fu studiato e a lungo 
dagli eruditi veneziani, che certamente non attesero ad oggi per 
indagare i fondamenti della propria storia. Ma nei giorni andati 
mancavano quei mezzi, di cui ora ù agevole far uso, e perciò lo 
studio del Fanta ha tutto V aspetto e l' interesse della novità. 

L' ultimo tedesco che siasi occupato largamente intorno ai 
primi secoli di Venezia, fu il prof. Gfrórer dell'Università di Graz, 
la cui morte avvenuta alcuni anni or sono, fu una grave per- 
dita per gli studi storici. Il lavoro del Gfròrer riguarda peraltro 
Venezia piuttosto sotto l'aspetto delle relazioni ch'essa mantenne 
coirOriente, che non dal !alo dei rapporti suoi coirOccidente. Non 
che questi egli li trascuri, poiché la sua storia è d'indole gene- 
rale ; ma ciò che sta a cuore particolarmente al Gfrórer è l' altro 
punto : è il bizantinismo. 

L* articolo del Fanta parve a me che, sì direttamente che 
indirettamente, offrisse parecchi temi addatti a speciali corsi di 
conferenze scolastiche, collo scopo non solo di render conto degli 
studi di quel dotto tedesco, ma eziandio di allargare un po' l' argo- 
mento, così da comprendere le relazioni politico-diplomatiche di 
Venezia colla terraferma italica; perciò noi abbracciamo anche i 
tempi più antichi, cioè il periodo delle origini. 

II. Il regno d'Italia sorge dalle rovine dell'impero : dopo il do- 
minio bizantino, durante l'età longobardica, il regno d'Italia lungi 
dallo svanire nell' oblio, anzi si assoda. Carlomagno non lo di- 
strugge : e Ottone I, creatore della potenza germanica, rispetta la 
tradizione. Ottone I, e in generale tutta la famiglia degli Ottoni, 



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tei 

mira neir impero a un dualismo, nel quale trovano luogo, 1' una 
accanto all'altra, la Germania e l'Italia. 

Il « regnum Italiae » fa perciò una istituzione politica, non 
un'astrazione; il regno dei barbari in Italia non si mantenne a 
lungo nella sua forma più antica : presto, assunse il carattere 
territoriale, che si sostituì al carattere personale, da cui erano state 
contraddistinte le primitive monarchie barbariche sul suolo del- 
l'impero romano. 

Di fronte a questo regno, quale fu la posizione di Venezia ? 
Le relazioni scambievoli fra l' una terra e l' altra furono sempre 
identiche, o si modificarono ? e come ? E queste relazioni che vin- 
coli hanno coli' origine di Venezia? Chi sono quei pescatori che si 
tramutano così presto in arditi mercanti e ricchi, e fondano, da 
così umili principi, uno degli stati più potenti e gloriosi che vanti 
l' Europa medioevale ? 

III. La laguna veneta è formata da una lunga lunula che si 
distende dal vecchio alveo della Piave verso nord, e vien giù sino 
alle foci dei grandi fiumi della vallata padana, dalla parte di mez- 
zodì. Pareva che nessuna regione dovesse essere meno propizia 
sede di un popolo; isole squallide, coli' aria malsana, esposte a tutte 
le ire del mare, con spiaggie spesso prive di facili approdi : ecco il 
campo dell' attività veneziana. 

Le lagune, soggette da una parte all' influsso del mare, subi- 
scono dall' altra parte la continua azione dei fiumi, i quali trasci- 
nano con sè, in molta, anzi in troppa copia, i detriti delle Alpi. Gli 
enormi depositi che i fiumi depongono alle foci, formarono i delta: 
tra i quali di gran lunga il più esteso è quello del Po. L'onda ma- 
rina respinge quella parte dei detriti che l' onda fluviale ha por- 
tato troppo innanzi, e ne distende i materiali, così da dar origine 
ai lungi cordoni littorali, i quali segnano e determinano le lagune. 
Ma i fiumi continuano a trasportare detriti, e le lagune tendono a 
riempirsi, e i cordoni littorali si allargano e si estendono. Così le 
ragioni fisiche e geologiche dimostrano che questo lembo d'Italia 
non ebbe quiete giammai. 

Fuvvi un tempo, in epoca lontanissima, nel quale non emerge- 
vano sopra le acque in tutta la penisola italica, se non che le cre- 
ste più alte delle Alpi e degli Appennini. Durante una lunga età, 
tutta la vallata del Po, fu un estesissimo golfo di mare : il mare 
cacciato in là dall' accumularsi dei detriti, venne via via lenta- 



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343 

mente ritirandoci, lasciando dietro a sè un terreno alluvionale. Le 
cause medesime che agivano in quei tempi antichissimi, agirono 
del pari nell'età storica ; nè hanno cessato la loro attività anche ai 
di nostri. Le mutazioni dovute alle cause geologiche furono lente 
bensì, ma non furono cosi lente eh' esse non abbiano avuto visi- 
bilmente un grande influsso sulla storia veneziana. Una delle pa- 
gine più belle di questa storia, è quella che ci fa vedere la lotta in 
quelle lagune combattuta accanitamente dall'uomo colla natura. 
E par quasi che un tal lotta abbia rafforzato il carattere e la vo- 
lontà del popolo che ivi fiorì. Tali cause fisiche, d' altra parte, non 
furono così rapide nei loro effetti come quelle dei vulcani, e per- 
misero che un popolo potesse grandeggiare su quel terreno, e com- 
battere eziandio con vantaggio contro gli ostacoli naturali. 

IV. Nell'età romana l'importanza di quel lido marino è re- 
lativamente poca ; a suo tempo dovremo dirne qualche breve pa- 
rola. Tutta la vita politica, artistica e commerciale si svolge in 
Aquileja, in Aitino ed in Padova. 

Aquileia, distrutta dagli Unni, è ridotta oggidì a miserabile 
villaggio; ma le sue rovine testificano della verità dell'attesta- 
zione degli scrittori sulla sua grandezza passata. Da Aquileja 
venne Grado, città collegata intimamente colla storia di Venezia, 
quantunque forse non appartenga strettamente alla laguna veneta. 

Più della ricca e commerciante Aquileja, a noi interessano 
Aitino e Padova ; il loro territorio estendevasi senza dubbio per 
intero su quella porzione delle lagune venete, dove sorse Vene- 
zia. Così che la storia più antica di queste non è altro che un' ap- 
pendice di quella delle due ricordate città di terraferma. 

Le memorie di Padova e di Este accennano ad una splendida 
civiltà preromana, che noi siamo usi appellare col nome di euganea. 
Le recenti scoperte fatte sui Colli Euganei, mostrano a quale fi- 
nezza di sentimento artistico si fossero elevati quei nostri antichi 
predecessori: e i monumenti romani provano che la patria di Tito 
Livio non mancò di storia gloriosa anche nei secoli successivi. 
Pomponio Mela {de situ orbis, II, c. 4) collocò Padova fra le città 
più opulenti che sorgano a breve lontanza dal mare. Strabone ri- 
cordò in essa cinquecento dell'ordine equestre, e Marziale (X, 92) 
lodò i vigneti dei colli euganei. La decadenza principiò per quella 
città dopo Augusto: e grave sciagura le venne dagli Unni che 
la malmenarono,* a mezzo il secolo V. 



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Serie controversie si agitarono sull'estensione dell'antico agro 
patavino, tanto verso la terra, che verso la marina. Ogni città era 
ascritta ad una tribù, e nessun indizio migliore possiamo avere per 
stabilire i confini di un territorio, che quello di tener d'occhio alle 
tribù ricordate nelle iscrizioni sepolcrali. Questo indizio talora può 
fallire per molti motivi : nel caso nostro poi, come a buon dritto 
avverte il Mommsen, le incertezze sono molte e ben gravi. Anzi 
tutto, i monumenti scarseggiano assai: ed è sempre incerta la 
provenienza delle lapidi che si incontrano, anche sotterra, nelle 
isole. Dove per secoli e secoli, sorsero, caddero e risorsero tanti 
edifici, quali necessitavano alla città divenuta l'emporio del mondo, 
i criteri dell'archeologo si trovano non di rado confusi. Si unisca 
l' orgoglio delle famiglie patrizie nell' epoca della Rinascenza : 
allora una delle più diffuse ambizioni era quella di possedere dei 
ruderi antichi. 

Dopo il Mommsen, l' ultimo che abbia trattato seriamente sif- 
fatta questione, è il prof. Andrea Gloria (1), del quale ho l'alto 
onore di essere stato discepolo. Egli accetta dal Mommsen (2), e 
da vecchi eruditi padovani, che i siti di Malamocco e Chioggia ab- 
biano appartenuto a Padova. Ciò è indubitatamente assodato. Il 
Mommsen non seppe distinguere i confini verso la marina, tra il 
padovano al sud e l' altinate al nord. Tenta di far ciò il Gloria, 
sia considerando che Aitino apparteneva alla tribù Scaptia, mentre 
Padova era addetta alla tribù Fabia : sia tenendo conto — indizio 
questo molto meno sicuro — dei nomi gentilizi. Resta molto di 
oscuro in tali indagini. In ogni modo, notiamo fin d'ora, che secon- 
do T opinione sostenuta dal Gloria, il confine sarebbe stato proprio 
a Rialto, neI*luogo dove ora sorge Venezia, cosi da dimezzare 
questa città. Osserva il Gloria che anche nella città di Venezia si 
trovò una lapide col nome delia tribù Favia. 

V. Una parola ancora sulle lagune venete nei tempi più antichi. 
Il Mommsen (3) raccolse i passi che ad esse si riferiscono in Mela, 
in Tacito, in Plinio, nell'Itinerario di Antonino, in Erodiano: e ne 
concluse che quel lido e quelle isole non erano luoghi ignoti ai 

(1) L'agro patavino dai tempi romani alla pace di Costanza, in Atti del r. 
Istit. Ven. y ser. V, t. 7, p. 555; e specialmente a p. 580 sgg. 

(2) C. I. Z., V, 1, p. 221, 236, 240, 268. 

(3) C. I. X., V, 1, 205. 



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naviganti nell* epoca romana. Le navi facevano il tragitto fra i 
meandri de' canali interposti fra le isolette. Le foci del Po e le paludi 
circostanti avevano nome di Sepiem maria. Nel porto di Ra-> 
venna ancorava una delle flotte più importanti dell' impero, il qunl^ 
nei suoi ultimi tempi trovò il suo centro in quella città. A setten- 
trione, altra stazione navale era Grado. Tutto dunque conduce a 
far credere che il viaggio per mare non fosse preferito al viaggio 
per i canali, dove almeno non si aveva a temere delle tempeste. 

Nè si dimentichi che le lagune, i canali e i delta attraversati 
dai bracci dei fiumi alla loro foce, si seguivano per lunga esten- 
sione di territorio in quella marina. Da una parte le lagune venete 
andavano ad allacciarsi colle lagune di Grado e colla foce della 
Piave: dall' altra era lagunoso il terreno ad oriente di Adria, che 
un di erasi trovata sulla riva del mare. Non dissimile fenomeno 
accadeva nei dintorni di Ravenna. Di guisa che, condizioni abba- 
stanza omogenee incontravansi da Grado sino alla città, che fu 
T ultima residenza degli imperatori. 

La storia dei primi tempi del medioevo ci offre un monu- 
mento prezioso per l'illustrazione della via lagunare di cui abbia- 
mo testé fatto parola. Il monumento è un epistola celebre di Cas- 
siodoro, dalla quale vediamo che si usava trasportare le derrate 
dall'Istria a Ravenna, proprio passando per i canali interposti fra 
le isolette venete. Di questa lettera dovremo intrattenerci a suo 
luogo. Basta averla accennata. 

Nò qui va trasandata una pia, cara e graziosa leggenda che si 
riferisce a S. Marco, Ci servirà di chiusa al capitolo. 

Narra il doge Andrea Dandolo (1) che S. Marco dirizzossi per 
nave da Aquileia verso Ravenna, volendo recarsi a Roma. Nella 
barca da lui montata, aveva a compagno S. Ermagora, che poi da 
S. Pietro fu ordinato vescovo di Aquileia. Fermatosi l'Evangelista 
(secondo la narrazione del Dandolo) nell'isola di Rialto, allora ab- 
bandonata del tutto, quivi cercò riposo, e. s'addormentò. Nel so- 
gno gli apparve un angelo, che gli profetizzò come doueva ivi sor- 
gere una grande città. È una poesia schietta, pura, ristoratrice, 
quella che emana da questa gentile e religiosa tradizione. Il gabelli- 
co con varianti la ripetè (2), e dalle sue storie la desunse Aleardo 
Aleardi, che ce la rappresentò colla veste ammaliante di splen- 

(1) R. I. S., XII, 14-5. 

(2) Dee. I, libr. 2. 

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dirli versi, nelle sue Città marinare (n. 3). Egli ci dipinge la pigra 
e triste laguna, e il labirinto ci' isolette meste, dalle quali 

Air appressarsi del naviglio sacro, 
Unico abitatore, 

Volando emerse di colimbi un nembo 
Dal turbato lavacro. 

Al poeta era lecito di dir questo. Ma dalla sostanza della tra- 
dizione non emerge che quelle lagune fossero prive di popolazione, 
per così intenderci, indigena. Ivi risuona invece Y eco degli usi an- 
tichi, quando quei luoghi servivano come vie sicure. Noi dovremo 
appunto ricercare le tradizioni che si riferiscono alle immigrazioni, 
nonché alle genti che ivi abitavano nell' epoca anteriore. 

Cap. II. — Tradizioni sulle origini di Torcello. 

I. Torcello ha una storia che non può disgiungersi da Venezia. 
Forma anzi, per così dire, un tutf uno con essa. Le sue antiche 
tradizioni affermano la dipendenza, se non ecclesiastica, almeno 
civile di queir isola verso Malamocco e Rialto, i due centri della 
nuova Venezia. La carta geografica ci fa vedere che Torcello 
sorge all' origine settentrionale di quella istessa laguna nel cui 
mezzo e' è Venezia, e che ha termine con Chioggia. 

Pertanto possiamo cominciare la nostra rassegna dalla con- 
siderazione di alcune tradizioni suir origine di Torcello. 

Costantino Porfirogenito diede a Torcello l'epiteto di grande 
emporio. Oggigiorno anche quesf isola è povera. Ma almeno non 
vi regna la morte così libera dominatrice come sulle pianure al- 
tinati. Rimangono i monumenti, i quali attestano quale sia stala 
colà la vita in giorni migliori. 

Aitino e Torcello, V una nelF età romana, V altra nel medioevo, 
ebbero periodi splendidi; ora la loro fama riposa nella massima 
parte sulle memorie. 

II. Vicina al mare, e quindi molto vincolata alle lagune e alle 
isole^e venete, fu Aitino. Il luogo dove fiorì Aitino, ai giorni nostri è 
una squallida e quasi abbandonata pianura ; su quei campi, per poco 
disabitati, la triste monotonia non è rotta neanche da un rudere o 
da una colonna, da cui il visitatore sia avvertito ch'egli attraversa 
luoghi, nei quali un dì brulicava la popolazione romorosa di una 
bella città. Soltanto gli scavi pongono alla luce, di quando in quan- 



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do, alcuni venerandi frammenti della passata grandezza. Di Aitino, 
gli archeologi riescono appena a tracciare il perimetro (1); esso 
non sarebbe molto esteso, anzi piuttosto ristretto. Fu calcolato di 
circa 5 chilometri. Perciò la città, chiusa dalla cerchia murala, 
era piccola ; ma indubitatamente essa era fatta assai più vasta dei 
borghi, che attorniano sempre le città romane (2). E le ville allieta- 
vano certo i suoi dintorni. Un poeta romano del primo secolo del- 
l'era volgare, Marziale, ci parla di quelle ville, e con molto af- 
fetto. Poiché le enumera fra i luoghi deliziosi, dove egli si augura 
di poter chiudere tranquillamente la vita, se, divenuto vecchio, 
gli si concederà finalmente di disporre con libertà di sè stesso. 
Egli paragona i lidi d' Aitino alle ville di Baja, dove V arte si spo- 
sava alla natura, prodiga d' ogni bene : 

jEmula Bnjanis Altini litora villis (3). 

Non sono molte le iscrizioni che ci provengono dal litorale di 
Aitino ; ma pur servono a convalidare mirabilmente ciò che gli 
scrittori ci tramandarono. In Torcello alcune di quelle lapidi furo- 
no adoperate' nei nuovi edifici, che sorsero nel medioevo. Torcello 
è figlia d' Aitino, come Grado è figlia di Aquileja. Nel medioevo, e 
specialmente nell'antico medioevo, si amava costruire le nuove 
fabbriche con avanzi romani. Talvolta era il gusto artistico che lo 
suggeriva ; più spesso l'imperizia scultoria rendeva opportuno o an- 
che necessario il servirsi di avanzi che altrimenti rimanevano inutili 
del tutto. Un cronista veneziano del sec. XV incipiente, il de Mo- 
nacis (4), ha questa frase molto importante per noi : « pene omnia 
ediScia Rivoalti antiquissima, et aliarum insularum, ex lateribus 
Altini compacta ». Qui dunque non trattasi unicamente della vi- 
cina Torcello. Trattasi anche della più discosta Rialto, la isoletta 
che nel secolo IX divenne il perno della nuova Venezia. 

Enrico Simonsfeld (5), toccando di questi argomenti, cita an- 
che la vita di S. Eliodoro vescovo altinate, nella quale si parla 
colle parole del più vivo entusiasmo, di Aitino « civitas ohm ex 

(1) Veggasi il pregevolissimo studio del eh. cav. Federico Stefani, nel-. 
VArch. Veneto, XXVI (Atti della r. Deputaz. di St. patria). 

(2) Un grande borgo sembra si prolungasse verso il Sile; cfr. l'altro eru- 
dito lavoro dello Stepani, Da Aitino al Licenza, neWArch. Ven , XX VII, 270. 

(3) Libr. IV, epigr. 25. 

(4) Come rilevò lo Stefani, Arch. Ven , XXVI, 242. 
15) Arch. Ven., XIX, 297. 



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i 



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auro et argento mire decorata » (i). Ma quella vita, come avver- 
tirono i Bollandisti che l'hanno pubblicata, è così ridondante di 
errori, che a dir vero bisogna adoperarla con molta precauzione. 
Noi ritorneremo sopra di essa di qui a poco. 

Aitino era un municipium. Lo dice Vitruvio (2) e lo confer- 
ma una iscrizione (3), nella quale ci fu conservata anche la pre- 
ziosa notizia che Tiberio nell'anno 741 d. R., quindi parecchio 
tempo avanti alla sua esaltazione all'impero, donò agli Altinati 
templi, portici ed orti. Una iscrizione, ora in Torcello (4), fa pa- 
rola di una basilica. Che si riferisca ad Aitino anche questa no- 
tizia? 

Con Aitino si allacciavano la via Emilia e la via Claudia 
Augusta. Le numerose traccie della via Romana da Aitino alla 
Piave, e di qui al Livenza, furono studiate negli ultimi tempi con 
somma perizia (5). Presso ad Aitino nel 169 d. Cr. fu colpito da 
apoplessia l' imperatore Lucio Vero, il quale, trasportato in quella 
città, ivi mori. 

III. Nè mancano antiche memorie cristiane ; poiché, come tutti 
i luoghi d'importanza, anche qui senza dubbio fu predicato assai 
per tempo il Vangelo. Vanno ricordati i martiri di S. Tabra e di 
S. Tabrata. Peraltro la sede episcopale colà non è molto antica, 
giacche le tradizioni la fanno risalire solamente alla metà incirca 
del secolo IV, attestando che il cristianesimo fu portato in Ai- 
tino dal vescovo S. Eliodoro. Il suo episcopato fu lungo; egli 
era vivo ancora nel 381 (6). Vecchissimo, rinunciò alla sede, e si 
ritirò a vivere i suoi ultimi giorni nel silenzio della preghiera. Noi 
poco fa ricordammo incidentalmente la sua Vita, che i Bollandisti 
giudicano, e non a torto, molto severamente: il biografo (essi af- 
fermano) non solo dice molte cose false, ma anche quelle che sono 
vere, le espone inesattamente. Ecco il giudizio degli editori. Quan- 
tunque queste parole siano fondate, tuttavia è innegabile che in 
questa Vita si veggono traccie di materiali buoni, quantunque d' o- 



(1) La vita fu pubblicata dai Bollandisti, Jul. I, 647-51 (Luglio 3). 

(2) 1,4,11. 

(3) C. I. L., V, l,n.2l49. 
(4; 0. I. L , V, 1, n. 2157. 

(5) Federico Stefani, Da Aitino al Livenza, in Archivio Veneto, XXVII, 
267 sgg. 

(6) Boll., Jul., I, nella prefaz. alla vita. 



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rigine forse non omogenea. Per darne un giudizio compiuto, biso- 
gnerebbe distinguere parte da parte, e confrontare questa Vita 
con altre tradizioni antiche. La porzione precipua di essa è quella 
che riflette l'apostolato del santo vescovo, il quale converti gli 
Altinati, sino allora dediti all' idolatria. Sarà ben poco facile am- 
mettere che prima della metà del secolo IV, non ci fossero altro 
che templi pagani in Aitino. Questa ricerca non la possiamo se- 
guire qui. Per apprezzarla così nel suo complesso, basterà citare 
un esempio di raffronto. In Verona, un vescovo del IV secolo (1), 
S. Zeno, è citato come quegli che convertì la terra ad bctptismum. 
Eppure si ha prima di lui una serie di vescovi ; anzi delle tradi- 
zioni non al tutto prive di fonda mentft, ci farebbero trasportare 
ivi l'inizio del cristianesimo sino all'età post-apostolica. 

La Vita di S. Eliodoro, dove parla della sua predicazione, ha 
qualche frase che non dobbiamo trascurare, poiché non può venir 
riguardata come mera amplificazione retorica. Fra le altre frasi 
scelgo la seguente. Potrà dirsi improntata ad esagerazione nella 
chiusa, ma questo poco monta per il nostro scopo. « Credentibus 
autem illis, praecepit b. Heliodorus, omnia simulacra omniaque 
tempia, quae in civitate constructà erant, penitus delere et igne 
comburere. Haec namque, ut dieta, illieo fuerunt expleta » (2). 
Qui c'è vivo il ricordo dei tempi e dei simulacri pagani in Aitino. 
Facciasi di taluno fra i particolari quel conto che meglio pare ; è 
indubitato (mi sembra) che un riflesso genuino dell' antichità si 
trova in qualcuna di quelle pagine. 

IV. Le tradizioni sulla distruzione di Aitino e sull'origine di 
Torcello, sono parecchie ; o, a meglio dire, parecchie sono le fonti 
che ne parlano. 

Corre sotto il nome di Chronicon Allinale una raccolta di 
varie narrazioni sull'antica Venezia, che furono oggetto recen- 
temente agli studi di parecchi eruditi. Enrico Simonsfeld, molto 
benemerito dell' antichità veneziana, prepara da lunghi anni una 
edizione critica di quella raccolta ; e frattanto diede alla luce un 
diligentissimo studio, in cui è ricercato l' ordine e l' antichità di 

(1) Secondo l'opinione generale. Cfr. la dottissima dissertazione del Giu- 
liari, premessa ai suoi 8. Zenonis sermones, Veronae, 1883. 

(2) Loc cit., p. 648. 



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ciascuno degli aneddoti formanti il Chronicon (l). Fra noi fu esa- 
minata da G. B. Monticolo, erudito di molto nome; questi peraltro 
fece scopo principale dei suoi studi accurati, un'altra e più cele- 
bre cronaca di Venezia, quella che Giovanni diacono scrisse al 
principio del secolo XI. 

La detta cronaca usurpò il nome di Altinate, solo perchè ad 
Aitino si riferisce uno degli aneddoti principali in essa contenuti. 
Questo, che è fra i più antichi della collezione, e risale almeno al 
sec. X, ci dà la serie dei vescovi di Aitino fino a Paolo ; dopo rli 
Paolo ricordasi Mauro, che fu il primo vescovo di Torcello; e con 
esso naturalmente la cronaca si chiude. Tra i nomi di Paolo e di 
Mauro s'interpone la narrazione della distruzione d' Aitino e della 
fuga dei suoi sventurati abitatori. 

Sino a Paolo inclusive non abbiamo che nudi nomi di vescovi. 
Dopo il nome di Paolo seguono alcune linee, in cui sommaria- 
mente si accenna alla caduta di Aitino. Quindi viene, come brano 
staccato, e con proprio titolo, la narrazione della distruzione di 
Aitino, nonché dell' origine di Torcello e dello stabilirsi ed ordi- 
narsi delle nuove comunità. Con proprio titolo fa seguito ancora 
un altro brano ; che si collega poi con altri brani ancora. In tutto 
sono cinque. Parecchi brani quindi abbiamo qui raccolti, male colle- 
gati l'uno coli' altro. Il primo è l'elenco de' vescovi, desunto forse 
dai distici episcopali ; non peraltro direttamente, perchè è lacunoso. 
I prossimi seguenti costituiscono la Cronaca. L' elenco è costituito 
da quindici nomi, privi di qualsiasi notizia, tranne il primo « bea- 
tus Heliodorus episcopus sedit primus ». La seconda narrazione, 
cioè quella della distruzione di Aitino e dell'origine di Torcello 
ecc., passò nel Chr. Grati. ; non cosi la prima, riguardante, come 
si è detto, la venuta degli Unni e la caduta di Aitino. 

V. La narrazione della fine di Aitino è dunque composta di 
due brani. Il primo A si congiunge al catalogo dei Vescovi, mercè 
della frase Posi islius episcoporum expleclum lemporis (2), che 
ha tutta l'apparenza di essere una semplice frase copulativa do- 
ti) La Cronaca Altinote (ediz tedesca àA 18*8;, ncWArch. Veneti, XVIII, 
35; XIX, 54, 294; XX, 167 (Venezia, 1879-81). Ed di Ant Rossi ;Cod. P:.tr. 
Venez.) in Arch. star, ita!., I ser., t. Vili; ed. di Tomm. Gar ;Cod. Dresd ) ivi, 
t. V dell'Appendice. [L'edizione comparve testé, col titolo Chronicon Vttulum 
quod vulgo dicunt Altinate, nel t. XIV dei M. Q. H.> ediz in fol ] 
(2) [Ediz. Simonsfeld, p. 5]. 



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351 

vuta a mano relativamente tarda, cioè posteriore ai due brani 
che si vollero plasmare assieme. Quindi segue : « Venit australis 
plaga a sevissimis paganorum; destruxerunt cunctis civitatibus 
quod supra nominate sunt». Notisi che prima non si erano ram- 
mentate queste città. 

Dopo tal preambolo, continua A col dire che abitava in Ai- 
tino «gens multitudo diversorum», e che Dio manifestò agli Al- 
tinati T imminente pericolo. Ed ecco come : tutti gli uccelli, che 
nidificavano nelle mura e nelle torri della città, se ne allontana- 
rono, nei becchi portando seco i loro nati ; alcune parole che se- 
guono sembrano indicare che ciò sia avvenuto anche ad Aquileja. 
Questo racconto trova riscontro nell'aneddoto delle cicogne, che si 
riferisce ad Aquileja, ed è narrato da Jordanes (Gel. 42); da Jor- 
danes passò in Paolo diac. {hist. rom., lib. XIV, c. 9, ed. Droysen), e 
di qui fu per certo introdotto nell'AC. — Continua A: due parti dei 
cittadini d' Aitino, ne uscirono ; altri andarono a Ravenna, altri in 
Istria, altri nella Romagna-Pentapoli. — Continua A ; altri (cioè 
T ultimo terzo) fecero un digiuno di tre giorni, pregando che Dio 
manifestasse loro se dovevano appigliarsi alle navi o alla terra, 
« aut per navigiurn aut in locis habitancium ». Si udì una voce, 
che diceva : ascendete sulla torre e guardate verso la parte au- 
strale, « in turrem ascendite, ab astra autem videte ». Egli (chi? il 
popolo?) ascese la torre, e vide in vicinanza alcune isole, e per tali 
figure s' intese, che dovevasi andare là ad abitare : « alii quod 
eiecerat similiter viderunt, quasi corporaliter fìgurabant, quod per 
navibus et in lignis caveis itemque loca cunctis videntibus illis vi- 
cina habitatio Deus eorum demonstratus est ». Così termina A. 

Il brano B, è la continuazione A, in quanto allo svolgimento 
naturale e progressivo dei fatti storici. 

Il brano B è collegato con A mediante una frase, che (con va- 
rianti) è usuale, per così dire, ài cronista. Cioè : « totum namquam 
qualiter dictum est ut supra, quod dedicata (var.: cedeata, dedita) 
fuit civitatem Altinensem per ordinem. Modo explemus quod fuit 
desolata a sevissimis paganorum ». 

Nel brano A erasi narrato come i pagani minacciavano di 
avanzarsi e come gli Altinati si affrettarono a fuggire. È quindi 
naturale che in B si cominci dall' enunciare la distruzione di Aqui- 
leja, e la occupazione di Aitino, ormai spoglia di abitanti. Anzi 
tutto ricordasi la distruzione di Aquileja, come un fatto già acca- 
duto. Questo avvenimento, come si è detto, è vagamente accen- 



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352 

nato anche in A, e forse nella fonte originale sarà stato narrato 
con diffusione. Segue B: « venerunt (i pagani) ad Allinensem 
civitatem, quod intus introierunt nulliusque hominum itemque 
invenerunt ». La città fu incendiata e distrutta, così da scavarne 
le fondamenta; « turrera mirificam similiter destruxerunt ; fode- 
runt ea a fundamentis ». Dopo di ciò, la narrazione ritorna alla 
« pars lercia populi», di cui si è detto nel brano A; e di essa è 
detto : « cum Arrium et Arrator venerunt, ubi Deus illorum con- 
cesserunt ». Nella fine di A era detto che Dio indicò agli Alti- 
nati di mettersi nelle u rei e nei concavi legni, per raggiungere 
la vicina abitazione, h vicine isole. Qui, in B, la narrazione si 
modifica. I fuggitivi restano a lungo in acqua : « in navibus et in 
caveis lignorum in patulibus aquarum fuerunt habitantes ». Frat- 
tanto entra in scena V uomo santissimo Geminiano prete, « quod 
supra recordatus est ». Nel Cronico non è antecedentemente ricor- 
dato mai questo Geminiano. Egli si recò a dare soccorso allo sven- 
turato genus Christianorum. Dopoché Iddio disperse « sevissimis 
nefaria genus paganorum », « et fecit quod supra autem dictura 
est » (di ciò non si fa menzione alcuna), Geminiano s' incontrò in 
Arrio ed Arratore, con tutti i loro, che abitavano in piccole navi 
e in legni concavi. Annunciò loro che Dio aveva dispersi « nefan- 
dissimis iniquissimis paganorum ». Tutti resero grazie a Gesù Cri- 
sto : quindi Arrio ed Arratore suo tìglio, con tutti i loro, senza di- 
lazione, presero ad abitare i luoghi vicini « per vicina loca habi- 
tationes apprehendere », ivi fabbricando chiese e case. Ricordando 
l'altissima torre Altinate, la nascosero (?) (1) nel loro cuore, pian- 
gendo; e perciò alle nuove loro abitazioni diedero il nome di 
« turris ». Di qui il nome di Torcellus imposto da Arrio. 

Accennasi quindi ai nomi imposti alle isole vicine, e alla ori- 
gine di questi nomi, che è fatta dipendere da quelli delle porte di 
Aitino. Coi nomi delle isole si uniscono quelli delle famiglie, che 
con esse hanno relazione. 

Prima si ricordano quelli detti Aurii « per anliquitatem «le 
illorum tribù»: e pare si dica che questi, discendendo da Arrio si 
fermarono nel vicus Burvxnus, {— Durano), nome imposto da 
Arrio all' isola; i Massignoni (?), da cui discessero i Marcelli, an- 
darono in altra isola, che da un* altra porta, per volere di Arrio, 

(1) [Il Simonsfeld p. 6 legge absconderunt, a quanto pare sreoudo il Codice 
vaticano ; nota che il veneziano dice : abscnderunt, e il Dresdeuse : ascenderunf]. 



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353 

fu detta il vicus Maioribus (= Mazzorbo) (l), dove Àrrio stesso 
pose Masso quale missus iudicii. Da Fraudone (donde i Falieri ecc.) 
vennero occupati altri due siti, che da due porte, pure per volere 
di Arrio, ebbero i nomi vicus Constanciacus, e di vicus Aimanis 
(Costanziaca ed Ammiana, luoghi abitati sino al sec. XVI). Gli abi- 
tanti di ogni porta di Aitino recaronsi a stabilirsi nei siti corrispon- 
denti, nella nuova città. Ciò fatto, fu edificata la chiesa, preziosa di 
forma, eccelsa e di mirabile chiarezza, ad onore di Dio e di Maria, 
colla casa dell* episcopio ; nel pavimento c'era una bella ruota, che 
Atirio disse « la Roda ». Aurio chiese la laudalio di tutti quelli di 
Malamocco e di Rialto, nonché la conferma da parte di « Obele- 
rius et Beatus ducibus, qui erant in Matamauco ». Qui il racconto 
prende una nuova piega, poiché si connette colla storia veneta po- 
steriore e precisamente col ducato di Malamocco, che forma il punto 
più gradito al compilatore del dir. Alt. Dopo la frase ora riferita, 
prosegue il testo: «que se ipse Aurius tribunus, cum totis omni- 
bus suis, subiugavit eis ducibus, quod retro incolomitatis ordinis 
statutum illis consimilantibus erat, qui fuerunt in Altinensem civi- 
tatem, quod multitudinem hominum de eadem civitatem sive et de 
alienis partibus erant iudicantes tota gens illius potestatis. Mar- 
cliius (2) ille, et filius eius ducera appellati sunt ». E qui il rac- 
conto ha termine, per lasciar luogo ad altra continuazione. 

Il brano B è indipendente da A ? Ossia il brano B è verso di A 
in tale relazione, che i due brani si debbono riguardare come in- 
tegri, e usciti T lino di seguito all'altro dalla medesima penna ? La 
questione è ardua molto a decidersi, ma propenderei per la rela- 
tiva disgiunzione dei due brani, specialmente per i motivi seguenti. 
Nel brano A le isole sono già indicate da Dio, e la notizia della 
ascesa sulla torre esige che il nome Torcello si imponga alla 
nuova città, senza un ritorno mentale alla torre. Nella narrazione 
B ogni cosa rimane spostata per V intrusione di Geminiano prete, 
prima non ricordato, e dal quale si fa dipendere lo stabilimento 
dei fuggiaschi nelle isole ; rilevammo pure altre incongruenze. È 
chiaro peraltro che tale indipendenza non può affermarsi in forma 
cosi decisa da escludere che nella forma originaria della Cronaca, 

(1) [Mi venne il dubbio che le linee 38-41 della p. 6 Simonsf., si debbano 
punteggiare: « — constituit Aurii appellari Aurius tribunus. Cum — itemque 
habitare. Ad illorum porta — Egualmente più sotto (liu. 43): ... . «Cum 
Frauduni (sottintendendo anche Aurio) »]. 

{2} [Simousf punteggia: Tota — potestatis Marchius]. 



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354 

A e B non trovassero il loro posto naturale in un unico racconto. 
Il vincolo più evidente tra i due brani sta in ciò, che nel brano A 
si parla della fuga di due « pars populi », e nel brano B si parla 
invece della « pars tercia populi ». 

VI. Chiamiamo C il terzo brano, che ha questo titolo : « Totas 
autem littoras quos apprehenderunt, cum laudatione quod supra 
iara dictum est»; cioè: elenco dei lidi appresi dai fuggenti, in 
forza della laudatio dogale, di cui si è dello, lì segue V enumera- 
zione dei lidi: « Prinyim narnque litore» (1). Quivi accade rin- 
contro (di Arrio) con un altro altinate, prete Mauro, il quale appa- 
risce già da tempo ritirato in quella solitudine. Segue 1* esposizione 
larga e diffusa delle condizioni che accompagnarono V organizza- 
zione ecclesiastica e civile di Torcello, e si spiega l'origine delle 
chiese e quella della sede episcopale di Torcello. Pare un inno pa- 
triottico e religioso: e le apparizioni celesti s'intrecciano coi fatti 
politici. Queste apparizioni sono quelle che determinano la ere- 
zione delle nuove chiese, e vengono tutte narrate da prete Mau- 
ro (2) ad Arrio, appunto per determinarlo alla costruzione delle 
chiese stesse. 

Subito dopo aver accennato a prete Mauro, il cronista senza 
nessun intermezzo che a questo ci prepari, lo introduce a parlare. 
Ce ne accorgiamo, poiché il discorso comincia a farsi in prima 
persona. La fine del discorso è invece indicata con questa chiusa : 
« Quod autem audiunt per cognitionem de Mauro presbitero re- 
vellationem quam Deus ad cum revelavit et insignia quod demon- 
stravit, creduli facti fuerunt omnes» (li). Il lungo discorso di Mauro 
sembra cominciare tosto dopo la frase : « primum narnque litore 
invenit Maurum presbiterum, quia ipse de Aitino civitate fuit (cioè: 
Mauro egli pure era di Aitino), et ad eum (ad Arrio) cognitionem 
fecit, qualiter ad eum revelavit ecc. ». Pare che il discorso cominci 
con: « et ostendebat ei ». Mauro riferisce dunque le rivelazioni e 
le visioni da lui avute, e narra come ricevette per via sopranna- 
turale T anello episcopale. Per tal modo con Mauro comincia la 
sede torcellana. Non riassumo tutta la narrazione seguente. Dirò 

(1) [Il Simonsfeld p. 7 rileva una lacuna tra dictum est e Primum. Panni 
che questa ipotesi non sia necessaria]. 

(2) Nel Capitolo III, parlando delle origini di Malamoeco, vedremo che con- 
simili rivelazioni si attribuirono anche a Gemiuiano ed a' S. Magno. 

(3) [Simonsfeld, p. 8]. 



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355 

solo trattarsi della edificazione di chiese sul lido marino, che Arrio 
(Aurio) innalzò, giusta le rivelazioni, d f accordo « cum celeri toti 
aliorùm que ad illius iussione erant». Parlando di Malamocco, ricor- 
deremo la tradizione riguardante S. Magno (Corner, Eccl. Ven., VI, 
419), e allora paragoneremo questa con quella. Una sola chiesa fra 
le ricordate qui dall'A//., appartiene all'isola di Tornello, ed è S. Gio- 
vanni Battista (cfr. Corner, Eccl Torcali., ti, 10 sgg.), presso alla 
cattedrale. Ecco il passo [Simonsf. p. 8] riassunto: Aurrio tribuno 
e principe di Torcetto edificò la chiesa di S. Giovanni Battista 
« non longe ab atrium sancte Marie, que fieri debebat episco- 
piura», ponendovi il fonte battesimale:. segue una descrizione del 
pavimento e della fontana per V acqua. Enumerate tutte queste 
chiese, si conclude con un tratto, nel quale è detto [Simonsf. 9-10], 
che, di tutto questo si compose il ius e la dominaci*) del vesco- 
vado di Torcello, e del (vescovo) Mauro. 

Qui ha termine il brano C, il quale, come sembra, è indipen- 
dente da B. Infatti Mauro appare come un tutt' uno con Germina- 
no. È vero che il campo d' azione loro è differente ; ma ciò può 
attribuirsi anche a ritocchi. Comunque Sia, la serie degli avveni- 
menti continua anche in C a svolgersi ordinata. Veramente nel 
brano C resta incomprensibile la ommissione della cattedrale, la 
quale è appena accennata per incidenza. 11 compilatore ha fatto 
ciò ad arte, ricordandosi eh' essa era descritta nel brano B. 

Al brano C segue il brano D [Simonsf. p. 10], che nella forma 
attuale è collegato tanto con C quanto con B. Il brano D comincia 
colla frase generica Eo tempore, la quale indica (se non mi illudo) 
che il compilatore non sapeva come cucirlo al resto. Vi si parla di 
Fraudone, e dei Villareni Mastalici, fatti da Aurio «tribuni iudicia- 
rum» nel vico Aimana; oltracciò si discorre della chiesa di S. Lorenzo 
e di quella dei Santi Sergio e Bacco, edificate dai Fraudoni in Con 
stanziaca ed in Aimana, Si espone il sunto del testamento di Frau- 
done, che riguarda la chiesa di S. Lorenzo, assoggettata all'episco- 
pato torcellano, colla conferma di Aurio tribuno e principe di Tor- 
cetto, e di Mauro prete che deve esser fatto vescovo. Quindi è 
detto che Fraudone, presso alla chiesa che doveva essere episco- 
pale, innalzò una chiesa a S. Giovanni Apostolo. Dopo di che il 
cronista ritorna ai suoi dogi prediletti ; « Constituit autem illue 
Aurii tribuni cum laudatione toti isti (cfr. Simonsf., p. 8, lin. 32, cum 
celeri loti aliorum ecc., frase che riferimmo dal brano C), cum 
coafinnatione Obelerius et Beatus da Matamauco et Maurum pre- 



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356 

sbiterum, eadam ecclesia beati Johannis apostoli fieri esset, ceno- 
dium puellarum ». 

Segue un altro passo, E, om messo dal Chr. Grad., che si lega 
a mala pena col resto. Esso principia colla frase ambigua: In illum 
vero annum. Parlasi d'una inondazione ; e dicesi che Aurio Tribuno 
« cum Viliarenis et Frauduni », fece edificare una torre per ripa- 
rare a quel pericolo. Il passaggio sembra caduto fuori di luogo: 
forse nel racconto originale era semplicemente destinato a spie- 
gare l'esistenza (in Torcello?) della Torre, che altri diceano Pel- 
laria ed altri Auria. Porse la Torre vi dava il nome a Torcello. 

Fa seguito la storia di Grado (cfr. anche Waitz, in Scu, 
Arch., II, 380), riprodotta dal Chr. Grad., che al solito ne modi- 
ficò lo stile. 

Cosi abbiamo veduto, in cinque brani più o men bene cuciti 
assieme, svolgersi la storia dell' origine di Torcello, nella quale il 
Cronista mira anzi tutto alla rappresentazione delle sue condizioni 
religiose, sociali, politiche, ai tempi del dogado metarnaucense ; i 
cui diritti sono posti in rilievo con cura suprema. Nulla avviene 
infatti, se non coli' autorità e coli' approvazione di Obelerio e 
Beato. 

Il racconto ci è pervenuto a frammenti, dopo una rovinosa 
alterazione subita in tempi certamente molto lontani. Possiamo in- 
fatti dimostrare quali guai avesse subiti ormai al principio del sec. 
XI, allorché V autore del Chr. Grad. ne trascrisse (modificato lo 
stile) i brani B-D, e inoltre la storia di Grado che viene dopo il 
brano E. Dal confronto anzi tra il testo attuale del Chr. A IL, in 
questo luogo, e il testo del Chr. Grad., risulta che i brani del 
primo erano già disposti nel medesimo ordine presso a poco nel 
quale noi li troviamo, prima che l'Autore di quest'ultimo li tra- 
scrivesse. Perciò almeno al principio del sec. XI, non solo la re- 
dazione antica del Chr. AH. si era spezzata, ma era ormai avve- 
nuta la sua ricostruzione, ora esatta, ora arbitraria. Il (lerniniano 
enimmati'o, per citare una prova, si ha tanto nel Chron. Alt., 
quanto nel Chr. Grad., al medesimo posto ; nella Cronacn origi- 
nale esso doveva figurare in maniera molto diversa. 

VII. Tale il racconto. Vediamo ora quale risulti la cronologia 
degli avvenimenti, una volta che vogliamo istituire i necessari ri- 
scontri colle fonti e coi documenti di fede sicura. 

Tre fatti vanno qui esaminati: l'età di Paolo vescovo di. Al- 



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357 

tino; l'epoca dMìa venuta dei crudeli pagani; l'età di Obelerio e 
di Beato. 

Cominciamo dal primo fatto. L' Ughelli (1) ritiene che il ve- 
scovo Paolo forse vivo nel 079, e crede che in detto anno sotto- 
scrivesse un' epistola sinodale di papa Agatone e della sinodo 
Romana di centoventicinque vescovi. L' ejristola è indirizzata a 
Costantino imperatore, ad Eraclio e a Tiberio augusti, e pervenne 
a noi inserta negli atti della sinodo Costantinopolitina del 680. 
La nostra epistola, che V Ughelli, e prima di lui il Pagi, giudicarono 
del 679, secondo altri è del 680 (2). Uno dei vescovi sottoscritti a 
questo atto, è Paolo vescovo sanclae ecclesiae Aliinensis provin- 
ciae Penlapolis. Alla voce Aliinensis registrasi peraltro la va- 
riante Ariminensis ; e che quest 1 ultima sia la lezione vera, ce ne 
è garante il testo greco dell' epistola istessa, nel quale leggiamo 
questo titolo: errtjxoTro; ayt'a? sVxXiqfBi'a; 'Apijuvsu ercap^'as TIcVTa- 
TrdXew E se anche ci mancasse il sussidio del testo greco, sarebbe 
sufficiente argomento in favore della lezione da noi addottata, il 
ricordo della Pentapoli, la quale, a dir vero, nulla ha a che fare 
con Aitino. 

I vescovi, nelle sottoscrizioni, sono disposti a gruppi, a seconda 
delle provincie alle quali appartengono. Tra i vescovi della pro- 
vincia d' Istria, troviamo nel testo latino : Paulus episcopus san- 
cine ecclesiae Patntinae provinciae Islriae. A Palavinae sta se- 
gnata la variante Aliinensis, e questa variante è preferibile all' al- 
tra, appunto per quelle ragioni medesime, per le quali, nel caso 
precedente, prescegliemmo Ariminensis, scartando Aliinensis. Il 
testo greco è esplicito: ir.iay.zrcoq TrJ^ ayt'as rxxXìjjta? 'AXTtvsiarj 
ir.ipyjla? 'tetpiatq. Aitino vi figura d'accanto a Parenzo, Aqui- 
leia, ecc. Ha dunque il posto che le compete ; la lezione è perciò da 
più parti assicurata. Possiamo quindi affermare che da questo do- 
cumento ci risulta T esistenza di un Paolo vescovo di Aitino verso 
il 680. 

La sinodo Romana coir importante atto, di cui dicemmo, non 
ci dà T unico documento che a noi giovi per Y interpretazione del 
Cronico Altinate. Anzi ci bisognerà allontanarci un tantino dal 
campo propostoci, per poter raccogliere un documento senza del 
quale ci è vietato di procedere nella presente indagine. Dobbiamo 

(1) Italia Sacra, V, 1363 ; X, 11. 

(2) Japfé, I ed , n. 1625. Sta pubblicata in Mansi, XI, 311-2. 



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358 

cioè citare Andrea Dandolo, mettendo ora innanzi un brano di lui, 
sul quale ci farà uopo ritornare in appresso più di proposito. 

Lo storico e doge Andrea Dandolo, nel secolo XIV, raccolse 
interessanti dati sulla tradizione torcellana. Giunto a parlare di 
Rotari re dei Longobardi, egli asserisce che a quel tempo Paolo 
vescovo cattolico di Aitino, insieirìe col suo popolo cattolico, la- 
sciata Aitino, trasportò la sua sede e la sua abitazione in Torcello, 
e nelle isole d* intorno. Dopo un mese morì, e gli successe Mau- 
ricio — che è il Mauro del Cronico Altinate — il quale « a Seve- 
rino papa cum consensu Patriarchae et collaudatione populi, pri- 
vilegium obtinuit » (1). 

Giovanni diacono , cronista veneziano che visse tra il X e 
T XI secolo, narra il fatto un pò diversamente dal Dandolo ; ma si 
accorda quasi perfettamente con lui nel dire che Maurp « Seve- 
rini papae auctoritate ad Torcellensera insulam venit » (2), ivi fer- 
mando la sua stabile sede. Da tutto questo risulta l'esistenza di 
un pritilegium di papa Severino in favore di Mauro vescovo Uc- 
cellano ; e se ne ricava eziandio la sostanza del privilegium, il 
quale cioè sanzionava la mutazione della sede. La voce privile- 
gium che Dandolo usa, e che Giovanni tralascia, merita molta 
considerazione ; poiché ci lascia sospettare che lo storico del se- 
colo XIV non si sia accontentato di trascrivere il Cronista del 
secolo XI, ma abbia conosciuto direttamente il tenore della bolla 
di papa Severino. Altri raffronti dovremo fare in seguito tra An- 
drea Dandolo e Giovanni diacono, i quali pure proveranno V ac- 
curatezza coscienziosa e intelligente del primo. 

Nulla caratterizza meglio V opera del Dandolo, quanto V uso 
larghissimo, esatto, perspicace, eh' egli faceva dei documenti. E di 
materiale tratto dai documenti, egli ne aveva a sua disposizione 
una quantità sterminata (3). La frase non è mia, è di colui che 
fece un diligentissimo studio sopra riattività letteraria del Dandolo. 

Ciò posto, ricordo che Rotari salì al trono longobardo nel 635, 
e che il brevissimo pontificato di papa Severino cade nel 640. Con- 
secrato il 28 Maggio 640, egli morì il 2 Agosto dell'anno stesso (4). 
L' elezione di Severino, sembra — egli è vero — che sia avvenuta 
qualche tempo innanzi, ma, in ogni modo prima della sua consa- 

(1) Ap. Muratori. XII, 116. 

(2) Ap. Pertz, M. Q. H . Script. 

(3) Simonsfeld, Andrea Dandolo, nell' Arch. Ven., XIV, 145. 

(4) Jaffé, I ed , p. 159. 



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359 

orazione, egli non avrà emanato il pvicilegij. Da ciò risulta dun- 
que, che il vescovo torcellano Mauro o Mauricio viveva nel 040, e 
che allora era da poco salito sulla sua sede. Fatto calcolo del- 
l'anno in cui Rotari principiò a regnare, ne avremmo a dedurre, 
che il trasporto della sede — eseguito da Paolo, secondo il Dan- 
dolo — si effettuò negli anni 035-9. Qui adunque abbiamo un al- 
tro dato cronologico, e anche questo ci si presenta come fornito di 
caratteri molto autorevoli (1). 

Vili. Paragonando i due risultati ottenuti, abbiamo che Paolo, 
vescovo d'Aitino, morì verso il 038 (per accettare una data media), 
e ciononpertanto sottoscrisse ad un atto sinodale del 680. Come 
si spiega cotale contraddizione? L'interpretazione più ovvia, è 
questa : abbiamo qui due vescovi omonimi. Ma, per quanto ovvia, 
questa interpretazione non accontenta così facilmente. 

Nel Cronico Altinate il nome del vescovo Paolo è — o al- 
meno sembra — collegato alla distruzione d' Aitino. Anzi, accet- 
tando la narrazione così come ci sta davanti, il detto vescovo morì 
prima che quel tristissimo avvenimento si avverasse. Presso An- 
drea Dandolo, la traslazione della sede, e l'abbandono di Aitino, 
è legato a deplorevoli fatti accaduti nell'età di Rotari. Il mede- 
simo avviene in Giovanni diacono. Ora, se Aitino fu distrutta 
durante il regno di Rotari. come mai potè esistere un vescovo 
Altinate nell' anno 080, quarant' anni dopo il privilegium dato da 
Severino? La difficoltà forse non è tuttavia senza risposta; giacche 
s'intende facilmente che, nella nuova sede, i vescovi torcellani 
abbiano potuto continuare a portar il nome di vescovi altinati. Il 
secondo Paolo ci apparirebbe allora come un vescovo altinate 
residente in Torcello. 

Un' altra ipotesi si può kre ancora. La serie dei vescovi al- 
tinati (da S. Eliodoro a Paolo)' nel Chr. Ali. precede al brano A, 

(1) Francesco Dondi dall'orologio, acuto ricercatore, ritenne [Dissertai., 
I, p. 82) inammissibile che il Paolo della Sinodo Romana fosse il noto vescovo Al- 
tinate; e ciò per le evidenti ragioni cronologiche. Crede probabile che fosse ve- 
scovo Padovano; uè si ritrae da ciò, considerando che in quella sinodo si ricorda 
anche Ursiniano vescovo di Padova. Egli suppone che dei due, uno fosse vescovo 
in terraferma (Padova), e l'altro nella regione lagunare (Malamoceo), (ivi, p. 
79-84). Il titolo replicato per le due persone, presenta, a dir vero, tale difficoltà, 
che consiglia a metter da parte questa ipotesi, se anche si facesse astrazione da 
ogni altra considerazione. I dittici padovani (Dondi, /. e, I, doc. 1-4) non ri- 
cordano nè Paolo né Ursiniano. 



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360 

senza vero e intimo congiungimento con esso. Essa ci presenta 15 
vescovi, ed è incerta e lacunosa. Dopo del quinto, Pietro I, ora si 
ammette un Vitale, e quindi un Pietro II, vivo quesf ultimo nel 
590. Dal che fu dedotto (1) che i vescovi 6-15 vissero tra il 590 
e il 636. Tanti vescovi in sì breve periodo di tempo, non è facil 
cosa il collocarli. Potrebbesi quindi supporre la continuazione della 
sede altinate in Aitino, anche dopo il trasporto di essa sede in 
Torcello ? Naturalmente tale continuazione sarebbe dovuta alla 
creazione di vescovi ariani, cui successero poi dei cattolici, morto 
Rotari. In tal caso il Paolo del sillabo episcopale Attiriate sarebbe 
quello della sinodo romana ; il brano A sgg. del Chr. Alt. sarebbe 
staccato affatto dal sillabo, e il Paolo del Dandolo sarebbe un 
Paolo I, o sarebbe il risultato di un errore (cfr. sotto, n. XVII). 

Non mi allungo di più in considerazioni di tal fatta, le quali 
minacciano ti asportarci fuori del seminato. La questione è grave. 
Qui accontentiamoci di rilevare, che, per quanto discordi, ambe- 
due i dati, almeno ci additano un'epoca che si aggira intorno alla 
metà del secolo VII. 

Senza aver la pretesa di decidere così gravi controversie, con- 
conchiudiamo: il trasporto della sede avvenne intorno alla metà 
del secolo VII, cioè in causa delle persecuzioni di Rotari contro i 
cattolici, nel periodo tra il 635 e il 639. Il punto fisso è segnato 
dal diploma di Severino papa, dato in favore di Mauro nel 640. 

IX. La seconda indicazione cronologica nel Cronico Altinate 
sta propriamente in ciò che ivi è detto sulla distruzione di Aitino. 
Secondo il Cronico, tale distruzione devesi ai pagani, o, per essere 
più esatti, ai sevissimi paganorum. Secondo il testo veneziano 
(p. 54): «post istius episcopi expletum tempus, venit australis 
plaga a sevissimi paganorum ». Nel Dresdense si legge (p. 72); 
« post istorum episcoporum expletum tempus venit ab australi 
plaga sevissimi paganorum». E nel Vaticano: «post istius episco- 
porum, ecc. » [Simonsf., p. 5]. Queste frasi appartengono al brano 
A, che nella cronaca (come si è avvertito) sta di mezzo fra il nudo 
elenco dei Vescovi, e la narrazione estesa della distruzione di Ai- 
tino, e dei fatti ad essa collegati. Il brano B, riferendosi al progre- 
dire delle orde invaditrici, ha sul principio una frase ancora più 
chiara : « Postquam destruxerunt Aquilegia civitatem » i pagani 
mossero contro ad Aitino. 

(1) [Simonsfeld, p. 5, citando anche il Gams]. 



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361 

Non credo ci possa esser dubbio : le tradizioni che servirono 
al compilatore della Cronaca, alludevano coi sevissimi paganorum 
unicamente agli Unni. Prima di tutto va avvertito che la parola 
pagani non è. qui un vano ricordo dei tempi classici ; è una paro 1 -! 
usitatissima nei Cronisti e nei documenti, in particolare dal IX al 
X secolo, quando servì ad indicare gli Avari. E gli Avari si ricon- 
giungevano facilmente ai temuti ricordi degli Unni. 

Si possono fare di più, nel caso attuale, dei raffronti ancora più 
concludenti. Dicemmo che il Cronico, così detto Altinate, contiene 
parecchi aneddoti storici di vario argomento, e scritti in epoche 
differenti. Fra gli altri aneddoti che il chiar. Simonsfeld giudicò co- 
me antichi, c'è l'origine di Malamocco, che appartiene appunto, co- 
me ritiensi, al sec. X. Quivi leggiamo (testo veneziano, p. 91 ; testo 
dresd., p. 103; Simonsf., p. 33): « transactis autem multorum 
annorum tempora ab incarnacione D. N. I. Chr. surrexit ab illa 
australem plaga impius paganus nomine Atilla sevissiraus: cum 
magno exercitu ... ». Quindi è parola della distruzione di Aquileja, 
da cui fuggirono coloro che diedero origine alla città .di Venezia. 
La rispondenza delle frasi e delle parole, tra il passaggio testé ci- 
tato e i luoghi del Cronico Altinate che ci stanno davanti, è cosi 
evidente, che non domanda davvero spiegazioni ulteriori. In un 
luogo come nell' altro, 1' origine di una determinata popolazione 
lagunare vien posta quale conseguenza di una fuga ; e questa fuga 
dipende dalla invasione Attilana. Trattasi anzi di pezzi staccati da 
una medesima cronaca originale? — Di tali quistioni diremo, molto 
brevemente, in appresso. 

C'è per altro ancora di più. In addietro riferimmo come (secondo 
la narrazione del Cronico, brano R) prete Geminiano presentossi 
ai fuggiaschi, timidi e desolati, annunciando loro la lieta novella 
che i nefandissimi ed iniquissimi pagani erano stati disfatti dalla 
mano di Dio. Questo conviene benissimo colla storia degli Unni, i 
quali vennero e disparvero rapidamente. Meno poi che di qualsiasi 
altro popolo, ciò potrebbesi dire dei Longobardi, ai quali invece ci 
richiamerebbe la accertata cronologia del vescovo Paolo. 

Del rimanente è cosa notoria che V invasione Unna sta sem- 
pre davanti alla mente di chi narra le tradizioni venete più antiche. 
Attila simboleggia i barbari tutti quanti, e Venezia ricorda Attila 
ogni qualvolta vuol confessare che la causa indiretta della propria 
grandezza, furono le desolazióni della terraferma italiana. Questo 
concetto sul carattere di Attila non è esclusivo a Venezia. Per re- 

24 



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362 

care un esempio tratto da una Cronaca della regione in cui ci tro- 
viamo, rito la Oonaca della Novalesa, dove pure c'è l'impressione 
dello spavento incusso dalla così estesa e ingrandita leggenda 
di Attila flagellum Dei. Attila è in relazione con quel monastero, 
e poi il Cronista vuole che Attila assedii e distrugga Pollenza (1). 
In Venezia, e nelle sue isole, dove la vita si svolse con tanti ca- 
ratteri peculiari, la leggenda di Attila ha un' altra fisonomia ; e per 
dire quale essa sia, basta ricordare la nota e splendida pagina che 
all' origine di Venezia, Nicolò Machiavelli dedicò nelle sue Storie 
fiorentine. 

La distruzione di Aquileia e l'origine di Venezia trovansi nar- 
rate in un' antica poesia, della quale dovremo occuparci più in- 
nanzi. È il carme conosciuto dal verso con cui s' inizia ad flendos 
tuos, Aquileia, cineres (2), che appartiene forse al principio del 
secolo IX. Lo cito solamente, perchè mi offre un raffronto curioso ; 
di vero Attila quivi è chiamato saevissi?nus, proprio come i pagani 
del Cronico Altinate (3). 

Resta dunque accertato, che il secondo avvenimento esami- 
nato, è l' invasione di Attila nell' Italia settentrionale, la quale fu 
compiuta nel 452. 

X. Rimane il terzo punto. Il Cronico Altinate accerta la dipen- 
denza di Arrio tribuno, verso i dogi Obelerio e Beato.Se ne fa pa- 
rola, tanto nel brano D, riferentesi a Mauro prete e poi vescovo; 
quanto anche nel brano B, che è quello in cui (come esponemmo) 
campeggia la figura di prete Geminiano. 

I fratelli Obelerio e Beato sono persone ben note alla storia 
veneziana, nel periodo in cui il centro di Venezia non era a Rialto, 
ma a Malamocco, e vivevano precisamente tra il cadere del se- 
colo Vili e 1' esordire del seguente. Giovanni diacono ne parla 
con piena cognizione, ascrivendone il dogado al principio del se- 
colo IX. Rilevo anche, a .scanso d' ogni dubbiezza, la frase se- 



di M. G. £{., Script., VII, 82. 

(2) Cf. C. Cipolla, Fonti edite della regione veneta. Ven., 1882 (1883), p. 134. 

(3) Vedemmo come il ricordo degli uccelli fuggenti da Aitino nel Chr. Alt. 
(brano A?, richiami a Paolo diac. (e quindi a Jordanes;. Il paganus e il sae- 
vissimus. invece non occorrono in quegli scrittori. Resta peraltro clw Jordanes 
{Oet. t c. 3ó, 182) ci fa una descrizione spaventosa di Attila, la cui figura si 
annerisce ancor più in Paolo diacono (Hist. Rom , libro XIV. c. 9 sgg). 



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guente, che ci accerta di loro patria : tribunus Obelerius 
tamaueencis (i). 



363 
Me- 



XI. Riassumendo, la cronologia del Cronico Altinate è questi : 
Primo fatto: Attila distrugge Aitino, da cui fuggono gli abi- 
tanti (452). 

Secondo fatto: trasporto della sede altinate (638 circa). 

Terzo fatto: origine di Torcello, coir approvazione di Obe- 
lerio e Beato dogi in Malamocco (fine del secolo Vili, o principio 
del IX). 

La tela storica si svolge per tre secoli e mezzo ; e il compila- 
tore della cronaca avvince così i diversi avvenimenti, per via di 
nomi e di persone, da lasciarci credere che tutto sia accaduto in un 
brevissimo periodo di tempo. La preoccupazione del Cronista per 
porre in rilievo V importanza di Obelerio e Beato, ed i loro diritti 
dogali, mi pare evidente. Il compilatore poi, posticipando .la ve- 
nuta di Attila alla morte del vescovo Paolo, accresce la confu- . 
sione cronologica e sconvolge ogni cosa. 

XII. Un ms. Vaticano, quel medesimo in cui abbiamo l'autografo 
della Cronaca di Giovanni diacono, ci conservò ancora il Chroni- 
con Graiense (2). L' ultimo suo editore, il Pertz, ne ritenne autore 
lo stesso diacono Giovanni; mi alla sua opinione si oppose il 
Kohlschùtter, al quale aderì pienamente il Siraonsfeld (3). Come 
notarono il Waitz (4) ed il Simonsfeld (5) esso può riguardarsi 
come composto di due parti, delle quali la prima si riferisce all'ori- 
gine di Torcello, e la seconda contiene Y origine di Grado. La pri- 
ma parte, quella che a noi ora può interessare, è ha fedele ripro- 
duzione della Cronaca Altinate, salve differenze stilistiche, o va- 
rietà, che giovano soltanto a chi si occupa di questioni speciali. Ri- 
servandoci di ritornare sulla natura del Chr. Grad.? qui possiamo 
passare avanti. 

XIII. Veniamo ad Andrea Dandolo, e alla sua Cronaca vene- 
ziana, monumento immortale al suo nome glorioso. 

(1) Chr. Ven., 1. c. 13. 

(2) Cfr. Cipolla, Fonti, p. 12-3. 

(3) Arch. Ven., XIV, 88. 

(4) N. Archiv, II, 375 sgg. 

(5) Cr. Altin., Arch. Ven., XVIII, 245. 




364 

Distinguono il Wùstenfeld ed il Siraonsfeld tre frammenti di- 
versi della tradizione torcellana in Dandolo. Per i due primi ci sarà 
facile consentire : ma per 1' ultimo, sarà d' uopo di fare alcune 
riserve. 

Il primo passo nel quale il Dandolo accenna a tale tradizione, 
è dov' egli parla di Attila; ivi narra (1) che il re Unno venne ad 
Aitino. Gli abitanti non portendo resistere, ne fuggirono, lasciando 
la città «in solitudine». E così, dice il Dandolo, si adempì la profe- 
zia di S. Eliodoro. In questa particolarità, il Dandolo non copia 
certo il Cronico Altinate, ove non rinviensi menzione di tal profezia. 
— Continua il Dandolo col dire che gli Altinati andarono ad abitare 
in sei isole, alle quali diedero i nomi delle sei porte di Aitino. Ciò si 
accorda abbastanza bene, quantunque non affatto esattamente, colla 
narrazione del Cronico Altinate (2), nel quale poi si danno altre 
indicazioni deficienti al Dandolo. Continua lo storico doge col 
dirci che altri degli Altinati, persecutione cessante, si recarono ad 
abitare in Padova ed in Treviso. 

Vedemmo che anche il Cronico Altinate (brano B) accenna a 
quegli Altinati, che non si stabilirono nelle isole. Vedemmo ancora 
che vi si fa esplicita parola della mutazione avvenuta nella condi- 
zione degli esuli, subito dopo la dispersione degli invasori. Anzi 
ricordammo che vi si fa parola della torre altinate ; alla quale si 
indirizzò l'animo dei fuggiaschi. Potrebbe chiedersi se per avven- 
tura tale ricordo sia 1' eco di una lontana e sbiadita tradizione, 
indicante un periodo intermediario tra l' irruzione unna e la fon- 
dazione di Torcello. Ovvero potremmo piuttosto ricercare se mai 
vengano indicate due fughe non contemporanee, dalla distinzione 
che T Alt. fa tra coloro, che, in antecedenza, e prima della venuta 
degli Unni, andarono a Ravenna, nell'Istria e nella Pentapoli (brano 
A), e quelli che più tardi fuggirono nelle isole (cfr. sotto, n. XXII). 

Il secondo passo del Dandolo, lo abbiamo in parte esposto più 
addietro. Dandolo dapprima ricorda (3) Rotari re dei Longobardi, e 
lo chiama uomo forte e giusto ; ma aggiunge eh* egli era ariano, 
e che al tempo suo in quasi tutte le città ci furono due vescovi, uno 
cattolico e l' altro ariano. Questo passo è desunto da Paolo dia- 
cono (4), che è una delle fonti più famigliari al Dandolo. Intercalate 

(1) Ap. Murat., XII, 76 A. 

(2) Testo Ven., p. 56: testo Dresdense, p. 73-4 [ediz. Simonsf., p. 6-7]. 

(3) Loc. cit., 115 E. 

(4) Hist. Lang., IV, c. 42. 



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365 

quindi altre notizie, prosegue il Dandolo, e viene a parlare (1) di 
Paolo, premettendo la frase per idem tempus. Il Wustenfeld ed il 
Simonsfeld (2) pare credano che qui si alluda air impero di Era- 
clio, (j 10-41 ; ma invece parmi più probabile che si alluda sempre al 
regno di Rotori, come risulta dall'insistenza con cui lo storico mette 
in evidenza la cattolicità di Paolo. Egli vuol farci capire che il ve- 
scovo Paolo era vescovo cattolico ; della qual frase fa uso in oppo- 
sizione ad ariano; cosi proprio come nel passaggio di Paolo diacono 
poco prima ad lui trascritto. Pertanto dice Dandolo, che «rPaulus, 
urbis Altinatis catholicus episcopus », insieme colla sua popolazione 
cattolica, «cum catholico populo », prese seco le reliquie dei santi ed 
il tesoro della chiesa, venne in Torcello e nelle isole circonvicine, e 
quivi scelse la sede d' abitazione per le sue genti. Passato un mese 
morì, e a lui successe Mauricius, il quale ebbe da papa Severino il 
« privilegium » « de firmatione ecclesiae suae in Torcello » ; e la 
traslazione ebbe luogo « cum consensu Patriarchae et collauda- 
tone populi». Questo brano poco conviene col Cronico Altinate; 
esamineremo in appresso in quale relazione esso stia colla cro- 
naca di Giovanni diacono. Al Cronico Altinate ci richiama V ul- 
timo periodo di questo brano del Dandolo : « hic (Mauricius) etiam 
divina revelatione per litora suae dioecesis, sub plurimorum sancto- 
rum nominibus, plures construxit ecclesias». Dicemmo a suo luogo 
delle visioni avuto da Mauro prete, giusta la Cronaca Altinate ; 
quelle si riferivano appunto alla edificazione di alcune delle chiese, 
intorno alle quali si dovevano raccogliere gli sventurati, cui nes- 
suna speranza sembrava dovesse rimaner sulla terra. 

Il terzo luogo del Dandolo (3) dice che Deusdedit, vescovo 
della diocesi torcellana, oostrusse de novo la Chiesa di S. Maria di 
Torcello e vi depose le reliquie dei santi, le quali (come si vede dal 
contesto) erano quelle trasportate via da Aitino. La notizia si rife- 
risce al cadere del secolo VII. Ma, a dir vero, questo non è un 
fatto strettamente dipendente dalla tradizione sull' origine di Tor- 
cello. Si riferisce bensì ai tempi antichi di quella terra ; ma sono 
ancora tempi troppo recenti per noi. E poi ivi non è parola di alcun 
avvenimento che si riferisca strettamente alla fuga degli Altinati, 
e all' inizio del loro soggiorno nelle isole. Questo passaggio non 



(1) Loc. cit, 116 A. 

(2) Arch. Ven. t XIX, 297. 

(3) Loc. cit., 127 D. 



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366 

può quindi riferirsi che per via indiretta alle tradizioni delle quali 
è nostro compito occuparci in questo momento. • 

XIV. Giovanni diacono è il più antico degli storici veneti, presa 
questa parola nel suo significato più nobile. Ci sarà necessario 
rammemorarlo spesso nel seguito delle nostre iudagini. Acconten- 
tiamoci qui di ricordare eh' egli scrisse una Cronaca veneta, ispi- 
rato al più ardente affetto per la patria. Fu cappellano del doge 
Pietro Orseolo II, e la sua attività letteraria appartiene al periodo 
che abbraccia il cadere del secolo X e 1' esordire del secolo XI. 
Colla sua cronaca giunge al 1009. 

Il cronico di Giovanni, conservatoci in autografo (come ri- 
tiensi) in un manoscritto Vaticano, servi ad Andrea Dandolo, cosi 
come altre fonti antiche, compreso il Chronicon Allinate. Anche 
per le tradizioni riguardanti le origini torcellane, noi troviamo 
nel Dandolo chiare le traode dello studio da lui fatto sopra la 
cronaca di Giovanni. La quale dice in proposito cosi : « Cuius tem- 
pore Maurus Altinensis episcopus, non ferens longobardorum in- 
saniam, Severini papae auctoritate ad Torcellensem insulam venit, 
ibique sedem corroborare et prò futuro manere decrevit » (1). Il 
Cuius tempore, con cui principia il passaggio, si* riferisce a Mas- 
simo patriarca gradense: questi, se crediamo a Giovanni, entrò in 
sede neir anno 647 (2). 

Dell' origine torcellana, Giovanni ci tramandò pure un* altra 
narrazione al principio della sua cronaca ; ivi espone in generale i 
motivi per cui le popolazioni della terraferma recaronsi ad abitare 
le isole. Come vedremo anche in altro luogo, egli non fa alcuna 
parola di Attila, e collega invece queir avvenimento colla invasione 
dei Longobardi. Attribuisce bensi all'anno 540 la invasione dei Lon- 
gobardi; ma del fatto considerato in sè, parla correttamente, trascri- 
vendo da Paolo diacono. Nella cronologia Giovanni diacono è molto 
difettoso; questa è la prima volta che ci si presenta l'occasione di 
notarlo, ma. non sarà V ultima. È bene fissarlo in mente fin d' ora. 
fermato che tale è Y origine degli abitanti delle, isole venete, Gio- 
vanni descrive queste isole, passandole in rassegna una per una. 
Principia da Grado, e termina con Cavarzere. Egli ha di mira in 
questa enumerazione, non tanto di raccogliere tradizioni speciali 

(1) M. G. H. t Script., VII, 10. 

(2) Loc. cit., p. 9. 



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367 

suir origine storica di ciascuna isola, quanto di rappresentarci il 
loro stato, al tempo suo. Torcetto è la sesta, e sopra di essa ha so- 
lamente queste parole : « quae licet urbium moenibus minime eia- 
rescat, tamen aliarum insularuin raunitione circumsepta, in medio 
tutissiina posset ». 

Riassumendo, anche in Giovanni diacono l' origine di Torcello 
è duplice. Una, la più antica, è quella medesima per cui furono abi- 
tate le rimanenti isole della laguna veneta. La sua causa sta nella 
invasione barbarica, la quale per lui è la longobarda, ma nel fondo 
è tutt* una con quella che altri dicono attilana. La seconda, la più 
tarda, appartiene alla metà incirca del secolo VII, e si confonde 
con una traslazione di sede. Anche in Andrea Dandolo abbiamo 
ravvisato la duplicità della tradizione ; soltanto è a notare che il 
Dandolo, nel primo caso, menziona espressamente Attila. Ma egli 
conosceva benissimo la divergenza delle opinioni in tale argomento, 
giacché entra in disputa, riferendosi alla nota epistola di Cassio- 
doro, « quae etiam errorem dicentium Venetiam primo inchoatam 
fuisse ex adventu longobardorum excludit ». E, a tal fine, riferisce 
la lettera cassiodoriana per disteso (1). 

XV. Come abbiamo indicato, il Dandolo nella sua prima noti- 
zia sopra Aitino e Torcello (2), insieme con ragguagli che combi- 
nano con quelli del Cronico Alttnate, ricorda eziandio una profezia 
di S. Eliodoro, della quale in quel cronico non è parola. 

Questo particolare ci richiama alla vita di quel santo, edita 
dai Bollandisti (3). È certo a deplorare che i Bollandisti non ci 
diano almeno sufficienti indicazioni sull' età del mss. È vero che 
essi stigmatizzano queir opuscolo, come pieno zeppo d' errori ; ma 
dacché lo pubblicano, era pur necessario render contezza al lettore 
di tuttociò che lo può interessare. Accettiamo dunque quella vita 
cosi come stà, e senza proferirne giudizio. Nella vita ci sono trac- 
eie forse di fonti divergenti ; V ultimo capitolo, che è quello di cui 
ora dobbiamo intrattenerci, apparisce non del tutto intimamente 
connesso con quanto lo precede. 

Il vincolo tra la vita e Dandolo è rimarchevole. Nella vita 
(cap. 3, pag. 650) si fa cenno della profezia di S. Eliodoro ; nel che 

(1) Ap. Murat., XII, 88-9. 

(2) Loc. cit., 76 A. 

(3) Jul. 3 (t. I, p. 647 sgrg.)- 



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368 

abbiamo una notizia che si collega alla prima narrazione di Dan- 
dolo. 

La seconda narrazione dello storico doge si può confrontare 
col rimanente del racconto che trovasi nella vita, e che in compen- 
dio suona cosi : — Paolo teneva la sede di Aitino ; presentasi Alboi- 
no coi Longobardi. Paolo allora, recando seco le reliquie dei Santi, 
abbandona notte tempo la sua città, e cerca rifugio nelle isole della 
Venezia. In quelle isole egli non protrasse la sua vita oltre ad un 
mese. Quelli eh' erano rimasti ad Aitino, essi pure vennero nelle 
suddette isole; e rolà educarono la Nuova Aitino, la quale, cam- 
biato nome, poscia fu dal volgo detta Torcello. Quivi essi elessero 
a proprio vescovo Mauro, il quale fece erigere parecchie chiese. 
A Mauro successe Giuliano, e, a Giuliano, Deusdedit. Quest'ultimo 
costruì la chiesa di S. Maria eadem similitudine qua fuerat, vale 
a dire pari a quella che, giusta la narrazione del biografo (p. 648), 
S. Eliodoro aveva innalzato in Aitino, convertita al Cristianesimo. 
Deusdedit ripose nella nuova chiesa le reliquie dei Santi, ch'erano 
state trasportate da Aitino. 

Quest' ultimo brano risponde perfettamente al terzo passag- 
gio del Dandolo. 

XVI. Quale appendice a ciò che abbiamo esposto, può riferirsi 
qui una iscrizione del sec. XIV posta nel monastero di S. Giovanni 
in Torcello. La chiesa di S. Giovanni è una di quelle che il Cron. 
Altinate (1) non dimentica, enumerandola fra le chiese costruite da 
Mauro. La tolgo dell' Ughelli (2). 

Sexcentis deciesque quater currentibus annis, 
Ecclesiae papa Severino lora tenente, 
Eraclio 8. Cbristocolis tunc imperitante, 
Maxim US Ecclesiae praeerat Patriarca Gradensi, 
Torcellanus erat antistes Maurus amoenus, 
Et duo Torcelli curabant sceptra tribuni 
Aurius et consors eiusdem logis Arator, 
Grande monasterium fuit boc tunc ediflcatum. 

I nomi di Aurio e di Aratore ci richiamano al Cronico Alti- 
nate, come la citazione di papa Severino vincola questa narrazione 
a Giovanni diacono e ad Andrea Dandolo. In ogni modo V iscri- 
zione è di pochissimo valore. 

(1) Testo Yen., p. 59. 

(2) Italia sacra, V, 1365 (ed. Coleti). 



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369 

XVII. Riassumiamo le varie tradizioni nei loro punti essen- 
ziali, e culminanti. 

La Cronaca Altinate, come vedemmo, contiene in sè, quasi 
diremmo nascoste, tre date. L' ultima è quella di Obelerio e Bealo, 
la prima quella di Attila, restando fra mezzo V epoca di Rotari. 
Andrea Dandolo ha egli pure la data Àttilana e la Rotariana ; Gio- 
vanni diacono, almeno nella sostanza, non si discosta dagli altri : 
sostituisce peraltro ad Attila i Longobardi. 

Il ricordo di Attila si collega alla distruzione di Aitino. La men- 
zione di Rotari risponde invece alla traslazione della sede. Giovanni 
diacono ed Andrea Dandolo conservano i due .fatti staccati, e ci 
danno due origini di Torcello. L' autore del Cronico Altinate riu- 
nisce insieme i due fatti, e sorvola sull' assurdità cronologica che 
ne consegue. 

In confronto di questa, le altre discrepanze sono secondarie ; 
ma tuttavia meritano d'essere registrate. Una sopra tutte vuole 
essere considerata. Secondo Giovanni diacono, la traslazione della 
sede è fatta da Mauro; e in ciò sembra convenire, in sostanza, anche 
il Cronico Altinate, a tenore del quale, Paolo premori alla distru- 
zione di Aitino. Andrea Dandolo e la vita di S. Eliodoro ammettono 
invece che la traslazione sia stata eseguita da Paolo ; e soggiungono 
che egli mori un mese dopo la sua venuta a Torcello, succedendogli 
Mauro, il quale fu privilegiato da papa Severino. Si presenta ov- 
via una spiegazione di questa divergenza; non so se sia accetta- 
bile; in ogni modo non parmi del tutto indegna d'ogni considera- 
zione. Potrebbe, cioè, supporsi che il diploma di papa Severino, 
confermante la traslazione della sede, e diretto al vescovo Mauro, 
abbia tratto in errore più d' uno, e che questo documento abbia 
fatto sì che parecchi dimenticassero il vero autore della trasla- 
zione, cioè Paolo. Quest'ultimo infatti, a rigore, trasferì l'abita- 
zione : Mauro invece trasferì la sede. 

Per altro bisogna fare ancora un'altra osservazione. Nei brani 
(A, sgg.) dell' Altinate, in cui si descrive la distruzione di Aitino 
e T origine di Torcello, Paolo non è nominato, nè come vivo nè 
come morto. Paolo figura solo nell'elenco dei vescovi altrnati, pre- 
cedente il tratto di cui ci occupiamo ; e l' annuncio di sua morte 
sta appena indicato nelle parole che servono di testa alla narra- 
zione storica, e che possono attribuirsi al compilatore relativa- 
mente tardo. Sicché la contraddizione tra l'Altinate e le altre fonti, 
è piuttosto negativa, di quello che sia positiva. 



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370 

Richiamo l'ipotesi fatta poc' anzi (n. Vili), secondo la quale 
il vescovo Paolo, antecessore a Mauro, non sarebbe confermato 
dagli atti della Sinodo del G80. Anzi esso rimane ignoto anche al 
Chr. Xltm.y restando unicamente sostenuto dalla tradizione del 
Dandolo. Facendo forse un passo avanti alla stessa ipotesi, si po- 
trebbe da taluno supporre che il vescovo Paolo, quale autore del 
trasloco della sede altinate, sia nient' altro che il prodotto di una 
tradizione confusa nel nome ; e che, in altra parola, sia Mauro il 
vescovo fuggito da Aitino. Ma è permesso di dar torto al Dandolo 
sopra tale argomento? 

XVIII. Notisi ancora che nel Chr. Alt., Mauro comparisce un 
po' dopo la venuta degli esuli nella laguna; ecco un aspetto della tra- 
dizione, per la quale si affermò che Paolo sopravisse breve tempo 
alla traslazione. Anche secondo Andrea Dandolo, Paolo non so- 
pravisse che un mese dopo la sua partenza da Aitino. Il suo nome 
al postutto non poteva trovarsi in Torcello collegato a niun fatto 
importante. Per ciò la sua memoria potè facilmente obliarsi. 

XIX. Obelerio e Beato nel Cronico Altinate non figurano altro, 
se non che quali depositari del potere supremo; essi non hanno parte 
diretta ed attiva in tutto quello che riguarda la sistemazione della 
nuova sede. Vedemmo come Giovanni diacono, nella esposizione 
delle origini venete, si compiaccia d' indugiare nella dichiarazione 
delle condizioni delle cose al suo tempo. Se così fece un uomo di 
tanta erudizione e coltura quale fu il diacono Giovanni, molto più 
dobbiamo aspettarcelo dal rozzo cronista di cui stiamo occupan- 
doci. Già il Wùstenfeld ha riconosciuto che il cronista, dove parla 
di relazioni politiche ed espone le condizioni sociali della comu- 
nità torcellese, riferisce solamente come stavano le cose al prin- 
cipio del secolo IX. Il Simonsfeld approva interamente questa opi- 
nione (1); e si accorda col Wùstenfeld nell' ammettere che il preci- 
puo valore della Cronaca consista appunto nel quadro della vita 
ecclesiastica e civile di Torcello neir epoca anzidetta.' Il Simons- 
feld si sofferma alquanto sopra di tale argomento, e lo dichiara 
con una certa larghezza, con precisione, con evidenza elegante; 
mentre sorpassa rapidamente su quanto si riferisce alla natura 
della immigrazione altinate: questa non entrava propriamente nello 

(1) Arch. Yen., XIX, 299 sgff. 



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371 

scopo da lui propostosi. Obelerio e Beato non costituiscono quindi 
una terza data nella storia dell'origine di Torcello. I nomi di questi 
due dogi non si collegano colla storia dell' abbandono di Aitino e 
della fondazione di Torcello. Invece la loro ricordanza (bisogna 
tenerlo presente) si unisce alla rappresentazione delle condizioni 
ecclesiastiche e civili della nuova comunità, e risponde ad un pre- 
concetto dell'autore, che si manifesta egualmente nell'antica storia 
metamaucense, e in quella delle origini di Grado. I legami che 
sembrano unire questi due nomi colla esposizione storica che pre- 
cede, non intaccano menomamente ciò che forma la sostanza della 
narrazione istessa. Sono vincoli affatto esteriori. 

XX. Il Simonsfeld (l) paragona in termini molto concisi la 
narrazione del Cronico e quella del Dandolo. « Qual tradizioni ^e- 
gua qui Dandolo noi noi sappiamo, però, ad ogni modo, noi possiamo' 
prestar fede piuttosto alle sue asserzioni, che a quelle del nostro 
anonimo, il quale senza esitare confonde insieme dei secoli, e no- 
mina i dogi Obelerio e Beato, che vivevano al principio del nono 
secolo, nello stesso momento che egli accenna a persone esistite 
pressoché due secoli innanzi ». Avrebbe potuto anche dire: presso- 
ché quattro secoli innanzi. Ma la confusione, fatta dal Cronico Ai- 
tinaie, va considerata più che altro come un avvicinamento arbitra- 
rio di varie tradizioni sopra un medesimo argomento. Il vincolo che 
unisce qui tutte queste diverse tradizioni, sta particolarmente nei 
due tribuni, Aratore ed Arrio (od Aurio), i quali partono da Aitino 
ed in 350 anni di peregrinaggio giungono a Torcello. Ora il nome 
di Arrio ha tanta importanza nella storia torcellana, che ben s' in- 
tende come abbia potuto riunire in sè stesso cotante tradizioni, e ser- 
vire ad esse quale di comune fondamento. Esso infatti è un nome fa- 
migliare, e il Chr. Alt. istesso lo dice. Al Simonsfeld (2), così felice 
e accurato nelle sue indagini, dobbiamo dei raffronti pieni di inte- 
resse, i quali potrebbonsi certo accrescere di numero. C'è un Gio- 
vanni Aurio tribuno nell' 887-90 : un Giovanni d' Aurio comparisce 
in Torcello nel 1125, e un Aurio a Mazzorbo nel 1207. 

XXI. Il Chr. Alt., tanto nelle narrazioni torcellane quanto al- 
trove, ha di mira sempre le genealogie delle antiche ed illustri fami- 

(1) Arch. Ven., XIX, 296. 

(2) Arch. Ti?*., XIX, 297. 



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372 

glie ; laonde si compiace di enunciare un nome, che appartiene alle 
tradizioni più antiche, colle gando a questo nome quello della fami- 
glia cha discese da quel c apostipite ; qui abbiamo di ciò ormai pa- 
recchi esempi. Ne troveremo di solenni nella storia delle origini di 
Malamocco. Anche questo criterio critico, devesi fissare fin d'ora. 

Il Chr. Alt. ha un fare poetico, anzi leggendario tavolta, 
e perfino romanzesco: in Dandolo invece rin vietisi la precisione 
dell' erudito sobrio e giudizioso. 

XXII. Ridotte a due punti capitali le tradizioni sull'origine di 
Torcello, potrebbe riguardarsi come cosa utile ricercare quale sia la 
distinzione delle notizie che si riferiscono a ciascuno dei due punti. 

Limitiamoci a ciò che dice il Dandolo (col. 76 A) sulle sei isole 
denominate dalle sei porte di Aitino. È quasi inutile avvertire che 
porla è voce presa nel significato antico-medioevale di sestiere. 
Nel Cronico Altinate e' è qualcosa di somigliante ; peraltro dei sei 
nomi, quivi non ne abbiamo che cinque, come avvertiva anche il Si- 
monsfeld. In questa notizia ci si presentano subito delle circostanze 
che ci fanno andar circospetti sulla sua antichità. La porla nel 
senso predetto, ci richiama al medioevo piuttosto che all' età ro- 
mana ; poscia il breve recinto di Aitino ci sconsiglia dal credere 
che quella città fosse divisa in sestieri. 

XXIII. Come ho avvertito nel n. XIII, anche nel Chr. AH. ci 
sono chiare le traccie della doppia fuga da Torcello. Nel brano A il 
ricordo degli uccelli è attilano ; e all' epoca attilana si riferiscono 
le notizie sulla fuga dei primi due terzi della popolazione. Av- 
vertasi, che 1' ultimo terzo fuggì prima dell' arrivo dei pagani. Se 
due altri terzi fuggirono ancor prima, quale è il motivo di questa 
fuga? Non possiamo se non che ammettere due invasioni, alle quali 
rispondono le due fughe. 

Confrontando il brano A col brano B si potrebbe forse cer- 
care un' altro spezzamento nella tradizione, rispondente a quello 
stato di tregua in cui i profughi ci sono descritti come nascosti, 
sulle barche, nelle paludi. Il ricordo della torre, che il brano B 
premette alla notizia della fondazione di Torcello, potrà a taluno 
sembrare quasi 1' eco di un riflusso della emigrazione verso V an- 
tica patria, prima di metter sede stabile nella seconda patria. Il 
ritorno ivi è solamente mentale ; ma chi ci sa dire, che alla nar- 
razione non sottostia un' altro racconto, nel quale la prima fuga 



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373 

si rappresentasse come provvisoria, sulle barche nelle paludi, e la 
seconda come stabile nelle isole ? Sono congetture vaghe sulle 
quali non faccio molto assegnamento. Così come il racconto ci è 
giunto, la distinzione tra le due fughe sta nell'Ali, nel sito che 
poc' anzi abbiamo indicato. Locchè risponde perfettamente alla 
frase del Dandolo persecuHone cessante (col. 76 A). Ed è una 
distinzione chiara, poiché ci adJita due diverse direzioni seguite 
dai fuggenti. Gli uni vanno in Ravenna, Istria e Pentapoli ; gli al- 
tri invece cercano di nascondersi, e riparano nelle isole vicine a 
Torcello, e sicure solamente perchè protette dalla dimenticanza. 
Andrea Dandolo, nel primo dei luoghi da noi considerati (ri. Vili), 
ci conservò evidente ricordo dèlie due fughe, quantunque parli 
con qualche diversità dal Chr. Alt.; egli fa prima fondare Tor- 
cello dai profughi, e poscia guida questi ultimi, appena cessata 
T invasione, ad abitare in Padov/i e in Treviso. Ma perchè non 
tornarono essi in Aitino? Lo storico non ce lo spiega; la sua nar- 
razione ha tutta T apparenza di essere il prodotto di una altera- 
zione. 

Invece nel Chr. Alt. l'alterazione è minore; appena faccia- 
mo astrazione dalle ragioni cronologiche, la verità storica ci si fa 
manifesta, se non in tutta la sua pienezza, almeno in modo da po- 
terla riconoscere. 

La testimonianza del Dandolo, d' altra parte, serve a comple- 
tare quella del Chr. Ali, dandoci dettagliate informazioni sul ri- 
flusso, sul ritorno dei fuggenti alla volta o in prossimità dei luoghi 
natii; del che il Chr. Altin. tace affatto. I due racconti, come si 
completano, così anche servono di riprova l'uno in riguardo al- 
l'altro. 

(Continua.) 



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LE RUBRICHE 

DEI 

LIBRI MISTI DEL SENATO 

PERDUTI 

TRASCRITTE DA GIUSEPPE GIOMO 
SOTTOARCHIVISTA NELL'ARCHIVIO DI STATO IN VENEZIA. 

(Continuazione e fine. Vedi pag. 91). 



S ALES OMNES. 

(Lib. I.) 

Detur Mediolanensibus sai cuoi conditionibus primis excepto 
pacto, 76. 

Accipiantur denarii super sale etc, sed de precio possint fieri 
melioramenta, 160. 

(Lib. Il) 

Aggraventur Paduani occasione dacii impositi per eos sali per 
ante Lendenariam, 121. 

{Lib. I1LJ 

Datium fuit impositum sali maris et sali Cervie. — Pacta inita 
cum Cerviensibus, 140. 

Provisio super eo quod non servarunt pactum. 

Officiales de contrabannis habeant quartum de contrabannis 
salis ut continetur in ordinibus, 141. 

(lab. UH) 

Quinque sapientes electi ad examinandum si sai Cervie pos- 
sit conduci Bononiam et cum quo onere expense et contra Raven- 
nates, 49, 52. 

Datium salis Cervie reducatur ad pristinum statum soldorum 
VI grossorum, 69. 



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375 

Contrabanna riperie Marcine committantur officialibus de con- 
trabannis ut alia, 70. 

Soldati in riperia Marcine habeant medietatem de contraban- 
nis, et offieiales contrabannorum denarios sex prò libra, 114. 

De denariis deficientibus Ricio de Cervia fiat sicut videbitur 
domino duci cònsiliariis et capita. 

Missus fuit nuntius Cerviam prò nostro sale, 124. 

Negocia Cervie fiant in XL, 126. 

Examinetur per quinque eligendos negocium salis ituri secun- 
dum consuetudinem vel augmontandi datium eitis, 146. 

Sai Clugie et maris stringatur ita quod non portetur a Fer- 
raria supra sed Ferraria in Marchiani Romaniolarn, Paduam, Vin- 
centiam, Tarvisium, Foroiulium et in Ystriam in quantitatibus so- 
litis, 149. 

Firmetur pactum cum quodam Tusco qui vult accipere de 
sale Clugie deferrendo Pratuin et in Tusciam, 132. 

Eligantur tres sapientes super facto salis Marcine, Romaniole 
et Castribarchi, 156. 

Sai stringatur in Romaniolarn, Gaurura et Caputgaurum et de 
aliis locis provideatur, 157. 

Si dominus Canis vult # stringere salem ita quod non vadat 
extra suum districtum dabimus ei sufficienter, 158. 

Pactum de sale portando in Tusciam per Bertolinum Rodulfi 
sit firmum, 159. 

Quibusdam de Regio et 11 1 i de Saxolo detur de sale Cervie 
prò soldis Villi raodio et de ilio de Clugia prò libris XVIII cente- 
nario, dantibus plezariam quod dictus sai portabitur per Bonde- 
nurn, Regium et Saxolum, 160. 

Abbati Pomposie detur de sale Cervie, 161. 

Detur sai illis de Rodigio de Abbacia, Lendenaria et Abati 
Vangadicie, 161. 

Similiter domino Guilielmo de Castrobarcho, 163. 

Possit dari sai illis quibus tenemur per pactum, 185. 

Scribatur Donato Quirino et Ser Marco Pasqualigo super lite- 
ris ser Thome Superancio quod possint firmare pactum ac prorait- 
tere quod nos dabimus salem Bertolino de Bononia et sociis prò 
precio contento in pactis alias habitis cum eis, 170, 176. 

Possit dari illis de Marchia sai precio quod videbitur domino, 
cònsiliariis et capitibus, 183. 



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376 



(Lib. V.J 

Marcus Manolesso possit extrahere et portare Ferrariam tan- 
tum de sale quod habeat inde libras XL grossorum sed faciat 
scribi nostro comuni de suo damno tantam Seram, 126. 

Salinarii Clugie permittant portari salera ad loca quibus te- 
neraur non dando alicui ultra modia L alias vero prò libris XX, 
6, 7, 25, 99. 

Quod Marco et Sciavo filiis quondam Crissi derobatis in Ar- 
genta concedatur posse portare Ferrariam milliaria tria salis dan- 
tibus ipsis omnia iura sua comuni contra comune Argente, 108. 

Detur sai illis de Latisana eis sufficiens orani mense, 8. 

Episcopo Clugie concessa est extractio modiorum sexrailliura 
salis certis terminis, 8. 

Per dorainum ducem et consiliarios possit dari de Sale Cervie 
ubique preter Mantuam et Mutinam, 8. 

Sai Cervie et grossus detur sub certa conditione preter Man- 
tuam et Mutinam, 10. 

Concessa fuit extractio milliarium XXV salis Clugie Pinzino 
Dardi et Iohanni Babilonio portandi Ferrariam conditione quod 
pecunia debeat poni in procuratia sancti Marci età, 107. 

Detur sai Montisilici et Montagnane certa conditione, 37, 38. 

Responsio facta Cerviensibus quod parati sumus quod cogno- 
scatur per sapientes, 90. 

Declaratio pacti Cervie, et detur ambaxatori paga duorum ter- 
ininorum, 96. 

Solventes salinariis Clugie libras XX prò datio salis non in- 
currant penam si portant alio quarn contineat breve, 99. 

Reducatur datium salis in Romaniolam et Bononiara delati ad 
libras X ut prius, 139. 

Revocata est strictura .salis terris cum quibus habemus pa- 
cta, 139. 

Salinarii salis maris faciant cavari barbas et aquas. foresti, 

167. 

Solemnitas scripta potestati Clugie observanda in distributio- 
ne salis portandi Ferrariam per homines Clugie, 39. 

Detur de sale Cervie prò soldis Villi grossorum portantibus 
Parmam, 51. 

Portantibus Cremonam detur precio quo datur Mediolanensi- 
bus, 51. 



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377 

Salinarii possint dare Mutinensibus de sale grosso prò libris 
IIII soldis VI raodio et Cervie prò soldis VI, 77. 

Ad Porturagruarium prò libris X, et Aquilegiam prò libris X 
et quinto, 83, 84. 

De sale Cervie detur Parmensibus prò soldis Villi grossorum 
quocumque portare volent, 83 ; et Bononienses possint vendere et 
firmare pacta, 23. 

Pluribus coneessum fuit posse portare salem de Clugia Fer- 
rariam, 84, 103. 

Pistorino per se et filiis quondam Cini Cambii veneti età, 85. 
(Lib. VI.) 

Reducatur sai Vincentinis ad libras XVIII, 20. 

Responsum fuit Cerviensibus quod fecerant nobis contra pa- 
cta in carcerando capitaneum nostrum et alia, 51, 71. 

Comune et homines Cervie condemnati fuerunt in libris XXV 
grossorum prò iniuria facta in personam Damiani Capello Capita- 
nei, et prò barchis oneratis vino et oleo que iverunt contraban- 
num, 120. 

Responsio facta Mainardo Sindico Cervie super retentione pa- 
ge, 120. 

(Lib. VII.) 

Licet Cervienses fecerint contra pacta tamen quia promise- 
runt amplius non contrafacere dediraus eis pagas, 2. 

Sapientes deputati ad cancellandum Consilia, tractent cum Cer- 
viensibus, 2. 

Responsio facta domino pape super facto salinariorum Cervie 
iuxta id quod alias responsum fuit Corniti Romaniole, 70. 

Qualiter promisimus Corniti Romaniole perraittere per ipsum 
extrahi railliaria X salis de Cervia certo precio et modo, 78. 

Super petitione 8 miliariorum corbellorum salis nostri comu- 
nis habeant dominus dux, consiliarii et capita libertatem, 6. 

Salinarii salis raaris possint expendere in cavatione Babiarum 
usque libras IIII grossorum, 7. 

Sai Clugie et sai de hinc stringatur ita quod non fiat bulleta 
de ipso per Padum et per Athicem usque età, 64, 68. 

(Lib. Vili.) 

Libertas data provisoribus et salinariis tractandi concordiam 
cum Cerviensibus, 10. 

Pro sale Cervie solvantur soldi VI grossi de modio, 47. 

25 



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378 

(Lib. vini) 

Sai Cervie reducatur ad solitum dacium soldorum VI gros- 
sorura, 77. 

(Lib. X1LJ 

Emantur corbellarura circa VI millia salis Guercii fratris ser 
Avenssoris per nostrum comune, 17. 

(Lib. XIII.) 

Scribatur salinariis Clugie quod non faciant literam nec sigil- 
lum alicui portandi salem Veronam absque nostra licentia, 21. 

Qualiter Francischus de Alborazo privatus fuit citadinancia 
Veneciarum per X annos, occasione fraudis commisse per ipsura 
in facto salis età, 38. 

Tractatores per nos deputati et diffinitores super 
aliquibus et consultores. 

(Lib. XIIJ 

Committatur dominis Ziani Baduario et Francisco Fusculo 
factum concordie tractande inter dominam Samaritanam et filium 
et dominos Rizardum et Gerardum ex altera parte età, 7, 13. 

(Lib. XIII.) 

Elongatus fuit terminus electis prò camera frumenti, 15. 
Deputati ad inveniendum bona Servodei de Valore cum ma- 
gna libertate, 91, 95, 97. 

(Lib. XII1I) 

Sapientes electi super questionibus galee Manuellis de Gri- 
maldo, 52, 81, 83. 

Alii electi prò facto Sagone, 54, 58. 

Super facto Placentinorum damnificatorum per gentem galee 
armate ser Marci Baseio sapientes loquantur cura eis, 85, 88. 

Tractatores debentes esse cum tractatoribus domini legati 
possint expendere soldos duos grossorum in die prò quolibet, 87. 

Officiales contrabannorum. 

(Lib. III.) 

Offitiales de contrabannis habeant quartum de omnibus re- 
bus sicut de sale, 141. 

Plura capitula super contrabannis commissis per buchas a 
Primario citra sunt commissa officio contrabannorum, 38, 139. 



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379 

(Lib. 1111.) 

Contrabanna Riperie Marchie commissa sunt offitialibus de 
contrabannis, 70. 

(Lib. V) 

Officiales de contrabannis dividant inter homiaes lignorum et 
barcharum Riperie Marchie denaria de contrabannis recepta, 23. 

(Lib. Vili) 

Officiales de contrabannis faciant fieri custodiam ne eatur La- 
tisanam, 46. 

(Lib. XII) 

Accusationes factas ad eorum officia, que ad eos non spectant, 
mittant aliis officiis ad quos spectant età, 73. 

(Lib. XIII.) 

Officiales de contrabannis arment duos ganzarolos prò con- 
trabannis salis, 46. 

(Lib. XIIII) 

Dominus, consiliarii et capita et contrabanni habeant liber- 
tatem prò certis contrabannis, secundum quod fuit factum prò 
Marco Manfredo, 73. 

Catavere. 
(Lib. UH.) 

Officium de publicis et usuris non con.mittatur Cataveris, 16. 

Catavere procedant contra nostros qui per inquisì tionem fa- 
ctam per comitem Jadre invenientur damnum inferro insule Jadre, 
70. 

Catavere exigant capitula et penam a rebellibus solvere offi- 
tialibus ternarie, 19. 

(Lib. V.) 

Catavere exigant penas a procuratoribus sancti Marci caden- 
tibus, 119. 

Iidem excutiant penas a cadentibus propter processus factos 
contra dominum Guilielmum Sanuto prò Marco Gysi, 127. 

(Lib. Villi.) 

Catavere inquirant de tubis et aliis que fuerunt domini Karoli 
que applicentur damnificatis, 37. 

Exigant penas a contrafacientibus prohibitionibus factis con- 
tra iter Avajone, 86. 



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380 

(Lib. Xl.J 

Cala vere diffiniant questionem vertentem inter ser Nicoletum 
Bruiosso et ser Baliano Contareno, 4. 

Declaratio cuiusdam consilii capti in rogatis super circatione 
navigiorum que commissa erat prius officialibus Levantis et postea 
cataveris et capitaneis postarum etc, 42. 

(Lib. XIII.J 

Penarum euntium ad terras dominorum de la Scala exatio 
commissa fuit dorainis de nocte, cataveris, et aliis, 34. 

(Lib. XIIII.J 

Declaratio consilii super circatione navigiorum prius com- 
missa officialibus Levantis et postea cataveris et capitaneis posta- 
rum, 42. 

Armamenti officiales. 
(Lib. IIILJ 

Quando offitiales armamenti vadunt facientes solutionem nihil 
habeant nisi scribaniam et scribanus non habeat grossos duos, 20, 
21, 24. 

Recipiantur rationes eorum per provisores, 175. 
Officiales armamenti postquam armate recessissent debeant 
reddidisse denarios qui eis avanzabunt camerariis comunis, 175. 

(Lib. V.J 

Pagatores possint facere quod eis videbitur de pena quam in- 
currerunt aliqui pauperes homines prò non restituendo soldo prò 
eundo in Sclavoniam, 151. 

(Lib. Xl.J 

Officiales armamenti recipiant rationes expensarum factarum 
per ser Blasium Geno comitem Ragusii, 41. 

Pagatores recipiant in ratione libras tres grossorum datas 
ser Marco Minoto capitaneo galearum Trapesunde prò soldizandis 
hominibus quia ceciderunt in aquara, 87. 

(Lib. xm.j 

Pagatores prohiciant texeras inter se quis eorum iturus sit 
Mothonum habiturus libras tres grossorum et scribanus soldos de- 
cem grossorum prò via etc, 47, 50. 



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381 



Domini de nocte. 

(Lib. II1L) 

Libertas data officialibus de nocte de galeotis accipientibus 
duplicem soldum, 58. 

Declarata est pars quam habituri sunt domini de nocte vel 
certi alii officiales de penis extrahentium grossos novos et de bol- 
zono, 111. 

(Lib. V.) 

Committatur dominis de nocte quod super omnibus iniuriis et 
gravaminibus que fiunt paduanis confugientibus huc, faciant id 
boni quod eis videbitur, 30. 

(Lib. XIII.) 

Commissum est negotium prohibitionum ad terras dominorum 
de la Scala dominis de nocte et aliis officialibus quibusdam, 35. 

Advocatores comunis et auditores sententiarum. 

(Lib. II) 

Utrum ser Thomas Dandulo sit plezius sicut scriptum est in 
quaterno advocarie nec ne, 52. 

(Lib. V.) 

Commissa fuit advocatoribus deflnitio questionis comitisse 
Slave cum Radiza condam Cypriani de Besca. 

(Lib. vini.) 

Quidam lapides inventi remaneant in cameraria comunis et 
advocatores comunis audiant conquerentes usque ad mensem, 54. 

(Lib. X.) 

Advocatores comunis exigant penas consilii rogatorum vocati 
sub pena et non venientibus, 83. 

Scripture que sunt contra illos duos qui sunt capti prò facto 
Curie et aliis dentur advocatoribus comunis, 54. 

(Lib. XIUL) 

Exigant advocatores comunis penam soldorum XX a non ve- 
nientibus ad consilium rogatorum, 4. 



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382 



Super publicis et usuris. 

(Lib. 1I1LJ 

Offitium de super publicis et usuris non comraittatur catave- 
ris, 16. 

Procuratores sancti Marci. 
(Lib. V.J 

Procuratores operis sancti Marci provideant et aptari faciant 
voltas ubi sedere debent procuratores novi, 115. 

Capitula pluria emendationis capitularis procuratorum, 117, 
118, 119. 

Notarii procuratorum arainittant grossos quatuor qnando non 
veniunt, 165. 

Sexterium kanaregli coniungatur tribus sexteriis de ultra ca- 
nale quantum ad procuratores commissariarum, 164. 
Divisum sit eorum offitium, 164. 

(Lib. VII) 

Procuratores faciant imprestita de commissariis suis, 122. 

IUDICES PALATII ET MUTATIO SALARIORUM ALIQUORUM 
IUDICUM ET ADVOCATORUM. 

(Lib. mi.) 

Advocatores proprii habeant libras tres grossorum solum in 
anno, 16. 

Iudices petitionum habeant de cetero solum soldos V grosso- 
rum in anno, 17. 

Advocatores petitionum. habeant solum soldos XX grossorum 
in anno età, 17. 

Iudices per omnes t^urias habeant solum libras III grossorum 
in anno, 17. 

Advocatores per omnes curias nihil salarii habeant de cetero 
in anno, 17. 

Advocatores forinsecorum habeant soldos XX grossorum in 
anno, 17. 



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383 



VlCEDOMINI TABULE LOMB ARDORUM . 
(Lib. 1111.) 

Iutroitus Ugnami nis commissus est tabule lombardorum et 
datiura est expressum, 11, 12, 13. 

Approbentur vicedomini tabularum taliter quod semper unus 
ex veteribus remaneat ut tìt in illis de messetaria, 16. 

Non possint vicedoraini trium tabularum angarizare aliquem 
scribanorum vel puerorum suorum, 19. 

(Lib. V.) 

Modus exigendi pecuniam solvendam prò concordia domini 
Karoli, 178. 

(Lib. VI) 

Commissum fuit vicedominis lombardorum quod est ordina- 
tum solvi prò concordia domini Karoli, 43, 44, 51. 

Illud vero ordinatum solvi est in quinto ad cartas 178. 
(Lib. VIII.J 

Officiales tabule faciant fieri bullectas ad partes Tuscie et 
inde supra per viam Ravenne, 57. 

(Lib. Villi) 

Vicedomini lombardorum ponant in sequestro pecuniam medii 
prò centenario exigendam prò facto domini Karoli donec etc, 76. 

(Lib. Xllll.) 

Committatur officialibus lombardorum quod ordinatum est 
exigi a florentinis, 8. 

Ternarie Vicedomini. 
(Lib. UH.) 

Ex quatuor vicedominis ternarie diminuatur unus et habeant 
tres remanentes denarium medium prò libra, et ordo eorum, 17. 

Michael Nani et stantiales scribani deponantur eo quod potest 
officium fieri sine ipsis, 17. 

Unus scribanus de foris de VII deponantur, 18. 

Duo pueri deputati ad circandum ne malum vendatur oleum 
deponantur et VI scribani qui vadunt ad navigia hic agant, 18. 

Declaratio pene soldorum duorura prò libra est quod intelli- 
guntur illi duo soldi de valoré merciam, 18. 



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384 

Non possint extrahi per forenses curamen et pellamen nec 
alia mercimonia nisi soluto datio, 18. 

In quam penam incidunt debentes solvere duo prò centenario 
et quinque si discaricant absque boleta, 18. 

Penara a rebellibus solvere exigant catavere et capitale 
etiam etc, 18. 

Non possint vicedomini trium tabularum angarizare aliquem 
scribanorum vel puerorum, 19. 

Approbentur vicedoinini tabularum taliter quod semper unus 
ex veteribus remaaeat ut tìt in illis de messetaria, 16. 

Faciant suas rationes provisoribus, 175. 

(Lib. XII.) 

Revocetur notarius quem tenebant officiales ternarie Padue, 

48. 

Maris Vicedomini. 
(Lib. mi) 

Vicedomini maris faciant rationem omni quarto mense de tra- 
tis tam venetis quam forensibus, 20. 

Datium grisiorum et aliorum solventium ad introitum solva- 
tur infra XV dies sub pena soldorum duorum prò libra, 20. 

Unus vicedominus scribat cum notario, rame, stagnum et mei 
que portantur extra, 20. 

Mercationes que portantur Aquilegiam et in Foroiulium et 
inde adducuntur sicut ad Portumgruarium solvant, 19. 

Vicedomini maris faciant bullari ballas pellaminis Raguseo- 
rum antequam discaricentur et ceteri ordines, 19. 

Non possint vicedomini trium tabularum angarizare aliquem 
scribanorum vel puerorum, 19. 

Approbentur vicedomini tabularum taliter quod super unus 
ex veteribus remaneat ut fit in illis de messetaria, 16. 

(Lib. Villi.) 

Arma de Maia possint extrahi de Veneciis et portari ad ter- 
ras christianorura solvendo denaria XII prò libra in exitu et vice- 
domini exigant, 40. 

(Lib. X.) 

Scribani navigiorum teneantur restituere tabule maris omnes 
bolettas rami, stagni, et mellis de quibus redditur refusura -sub 



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385 

pena soldorura X qualibet vice, cuius medietas sit comunis et alia 
medietas tabule maris et si accusator etc, 30. 

Officiales tabule maris habeant- tercium pene pecie pannorum 
non laboratorum Veneciis, que presentarentur duobus bullatoribus 
constitutis per provisores etc, 30. 

Messet ARI A. 

(Lib. UH) 

Incantetur messetaria ad unum annum conditione quod ha- 
bentes ipsam teneantur per sacramentum dicere in finem termini 
quantum lucrati fuerint et ab inde in antea de anno in annum, 21. 

(Lib. XI) 

Ordines piperis multi commissi sunt officialibus messetarie, 42. 
(Lib. XIII) 

Ordines multi pertinentes offitio messetarie, 10, 11. 

Quedam commissa sunt officialibus messetarie, scilicet de co- 
riis pellibus non portandis ad dealbandum absque licentia eorum, 
26, 74. 

Exigant penas cadutorum ad officium suum et addatur eis 
unus famulus propter ea, qui habeant de penis etc, 26. 

De pecunia et penis debitis per missetas exigant etc, 26. 
De cambiis, 26. 

Quod ad officium messetarie sint quatuor officiales, 41. 
Missete teneantur facere scribi mercato ad cameram messe- 
tarie sub pena, 23. 

Super grosso de Rassia. 
(Lib. II1LJ 

Commissum est offitialibus grossi Rassie factum Cividalis in 
restringendo ut eis videbitur, 64. 

Processus factus contra Nigrum de Crucibus, 64. 

Àdditio unius notarii et puerorum trium facta dictis officiali- 
bus et qualiter dividere debent partem penarum, 117. 

Tractentur illi de Cumis tanquara capitales inimici et proces- 
sus factus contra eos plura capitula continens et commissum est 
officialibus de Rassia, 152. 

Officiales grossi de Rassia habeant tres barchas more solito, 
153, 158. 



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386 

Mercationes Mantue et Mutine solvant soldos X prò libra. In- 
quisitio horum commissa est officialibus grossi de Rassia, 185. 

Officiales grossi de Rassia satisfaciant naulum patronis duo- 
rum lignorum que adduxerunt vinum de terris regis Roberti con- 
tra nostros, 130. 

Inquirant de committentibus contra inhibitionera lignaininis 
et ferri de Cividale et partem habeant et barchas duas, 51, 153. 

(Lib. V.) 

Officiales de Rassia debeant circare galeas reducendas ad 
mensuras ordinatas et facere eas laborari ordinate, 143. 

Transgressionis termini galearura Flandrie pena est commissa 
officialibus grossi Rassie, 120. 

(Lib. VI) 

Faciant se scribi volentes mittere ballas cum galeis ituris ad 
mare maius usque et inde in annum non possint recipi et officiales 
exigant penas, 92. 

(Lib. VII.) 

Cominissum fuit officialibus de Rassia factum committentium 
contra processus factos contra Veronenses, 50. 

Et eis est etiam commissum exigere penas ab illis qui soldura 
accepissent, 122. 

Levantis officiales. 
(Lib. II.) 

Circatores galearum accipiant penam patronis de armis que 
galeoti debent habere et non habent, 115. 

(Lib. UH) 

Additio stricture facte super rebus Secretazii Apulie que com- 
missa fuit officialibus Levantis facta certa exceptione de rebus 
porta tis, 176. 

(Lib. VII.) 

Detenninatio facta de questione que erat inter officiales Le- 
vantis et credenciarum super facto Pantaleonis Scortegacan quod 
eatur officialibus de Levanti, 84. 

(Lib. Villi.) 

Galee Trapesunde recipiant arma mercatorum et mercatores 
teneantur habere, et hoc est commissum illis de Levante, 38. 

(Lib. XI.) 

Officiales Levantis exigant penam a cadentibus ad ordines di- 
scèssus galearura caricando 29. 



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387 



Super datio vini. 

fLib. 1111.) 

Quid debeat facere deputatus ad bigoncios, 21. 
Accipiantur grossi Vili prò pignere prò qualibet botta extra- 
henda de Ugno, antequam extrahatur etc, 21. 

fLib. VI.) 

Officiales dacii vini inquirant de bonis Ariminensiuin et Pesa- 
rieiisium et exigant penas consilii et habeant denarios XII prò 
libra, 137. 

Super Rivoalto. 
fLib. 1 V.) 

Officiales Rivoalti suas rationes faciant officialibus rationum 
de intus, 174. 

(Lib. X.) 

Officiales Rivoalti possint afdctare ad mensem de voltis ruge 
de ca Vitali conditione quod quocienscumque mercatores telarum 
de ipsis voluerint eis dentur ut prius, 30. 

SUPRACONSULES. 

(Lib. V.) 

Debeant supraconsules prò litteris et mandamentis magistro- 
rum nundinarum compellere nostros a quibus peteretur dare bo- 
nam securitatem de parendo iuri etc, 19. 

Supraconsules scribant ser Benedicto de Molino, quod consti- 
tuat unum procuratorem in illis partibus occasione mandamento- 
rum, 444. 

fLtb. XUU.) 

Supraconsules possint affidare Conradum de Valore usque, 
59, 75. 

Item Iacobum Barro, 66. 

Et Servodeum de Valore per unum mensem postquam appli- 
cuerit Venecias, 73. 



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388 



Capita sexteriorum. 

(Lib. VII.) 

Capita sexteriorum faciant capita contractarum et faciant par- 
titionem per duodenas, 2. 

(Lib. XIIIJ 

Capita sexteriorum faciant partitionem terre, 24, 73. 
Super imprestiti. 
(Lib. VII) 

Non fìat novitas medicis et iuristis in facto imprestitorum. — 
De clericis similiter, 122. 

Procuratores Sancti Marci faciant impresti ta de commissariis 
suis, 122. 

Officiales de super frumento. 
(Lib. Villi.) 

Officiales frumenti possint imponere penas prò exigendo pe- 
cuniam solutam in Francia prò domino Dardi Bembo, 54. 

(Lib. XIII.) 

Eligantur per dominura, consiliarioset capita V sapientes prò- 
visuri super conditionibus camere frumenti, 5. 

Super navigantibus. 

(Lib. Villi.) 

Condemnati per officiales olim constitutos super navigantibus 
absolvantur cum eorum sit revocatum, 4. 

(Lib. XI11I.) 

Qualiter facti fuerunt officiales super navigantibus, 56. 

Denarii marinaricie non subiaceant stricturis ordinum, 100. 

Non fiat gratia, donum vel provisio etc. nisi plures ex oftìcia- 
libus de super navigantibus fuerint in Consilio, 92. 

Gracia consueta fieri alicui qui cecidisset ad penas contra- 
ordinum non possit produci in longum ultra 4 menses, 68. 

Non impediant virum nobilem Paulum Faletro quin naviget 
illas centum libras grossorum prò quibus comune fideiussit, 80. 



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389 



VlGINTI DE SUPER MERCATIONIBUS. 

(Lib. 1111.) 

Viginti de super raercationibus possint mittere et expendere 
prò strata de Mes, 52. 

(Lib. VI.) 

Tele non vendantur per venetum forensera veneto ad longio- 
rem terminum trium raensium, 121, 122. 



Canapi officiales. 



(Lib. XI.) 

Fiat unus tertius offìcialis ad canapum ut sartia fiant me- 
liora, 80. 

Approbentur et alie conditiones multe sunt posite ipsis offi- 
cialibus, 80. 

Nota quod ordines ofrìcii capti sunt in 19 libro de XL ad 
cartas ... et ibi eliguntur : et in libris maioris consilii in filoso 
et magno sunt plura. 

(Lib. XII.) 
Ofdciales canapi probati fuerunt, 90. 

(Lib. XIII.) 
Ofdciales canapi probati fuerunt, 93. 

(Lib. X1II1.) 

Non possint emi tele in credencia nec alie mercationes intran- 
tes fonticum th'eotonicorum, 59, 60. 

lUSTICIARII VETERES ET NOVI. 

(Lib. X.) 

Sapientes quinque electi super examinatione et correctione 
calafatorum, 29. 

Correctiones provise per dictos sapientes notate in libro fiant 
per iusticiarios veteres, 38. 

Officiales telarum. 

(Lib. V.J 

Tele lini possint huc adduci uadecumque per quoscumque 
usque ad annum unum, 103. 



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390 

Sint franche prò anno futuro, 177. 

(Lib. VI.) 

Tele lini adducende Venetias sint franche usque ad annum etc, 
83, 85. 

(Lib. VII.) 

Commisse fuerunt officialibus telarum questiones Masse Fi- 
scalie, 121. 

(Lib. XIIII.) 

Quod tele sint franche usque ad annos duos et intelligantur 
tele etiam que fuissent conducte etc, 42. 

EXTRAORDINARII. 

(Lib. III.) 

Quando galee coraunis venerili t in canale extraordinarii fa- 
ciant portas bullari, 3. 

Fiat solutio extraordinaria de dimidio prò centenario exigenda 
prò Maraoluchis, 4. 

Teneant se extraordinarii ad ordines veteres in mercationibus 
venientibus de Corfù scilicet quod solvant minus alia Romania, 32. 

Dividant denarios habitos de castello de Castro, 41. 

Commissa fuit divisio yperperorum secunde page de Costan- 
tinopoli et alia de cetero venturorutn. extraordinariis, 123. 

(Lib. IJII.J 

Solvant de pagis damnorum datoruni per gentem imperatoria 
ser Henrioo de Molino et uxori Petri de Molino, 42. 

Mutuent libras decem mille prò galeis Flandrie de denariis 
Constantinopolis, 43. 

Factum honorum hominum de Cumis intromissorum et intro- 
mittendorum commissum fuit extraordinariis, 114. 

Satisfaciant de residuo quod habent debentibus recipere prò 
sententiis patriarche, 182. 

Mutuent comuni de omnibus denariis sicut dominus dux et 
consiliarii dicent et flent cedule, 182. 

Pro soldo Ugni Riperie Ystrie et prò mittendo soldo unius 
mensis soldatis domini Marci Bembo, 129. 

(Lib. V.) 

Satisfaciant de denariis habitis ab infante damnificatis com- 
parentibus de toto quod debent recipere et zolie reserventur prò 
ceteris, 59. 



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391 

Dividant de.iarios de Apulia habituri mediani prò centena- 
rio, 184. 

Taxent dainnum Nicolai Baduario, 184. 

Mutuent libras XI1II, soldos XV prò ambaxata mittenda ad 
despotuui et petentes despoto solvant per soldum et libram, exce- 
pto Nicolao Savonario, 18. 

(Lib. VII.) 

Extraordinarii possint recipere a mercatoribus pignus in mo- 
netis auri et argenti prò naulo, 24. 

(Lib. Vili) 

Examinent et taxent damna et debita facta per Firmanos no- 
stris, 44, 123. 

(Lib. Villi.) 

Approbati fuerunt officiales hii, scilicet ser Ungarellus Natale 
et ser Petrus Martinazo, 48. 

Examinent et distinguant damna petita emendari per nos a 
rege Friderico et consulant de responsione, 50. 

Ser Iohannes Caroso non fuit probatus quia terminus eius 
non erat, sed remanet firmus usque ad Sanctum Michaelem et inde 
ad unum annum, 123. 

Pecunia retempta prò supraensegnis et zupponibus restitua- 
tur pauperibus hominibus si restituent predicta comuni alioquin 
medietatera, per extraordinarios, 39. 

(Lib. X) 

Extraordinarii approbati, scilicet ser Iohannes Caroso et ser 
Petrus Martinazo, tertius vero non fuit probatus età, 94. 

Extraordinarii non petant nec accipiant naulum ambaxatori- 
bus imperatoris Constantinopolis, 120, 

(Lib. XII.) 

Per eos taxentur damna data per Ianuenses de Savona et 
Peyra Venetis qui venerunt de Creta et Romania et aliis parti- 
bus, 12. 

Extraordinarii probati, 63. 

Dent bulletas mercatoribus discaricandi suas mercationes de 
lignis culfi accepta plezaria, 90. 

Taxent damna nostrorum illata per gentem imperatoris Con- 
stantinopolis etc, 104. 

(Lib. XIII.) 

Ad probam remanserunt ser Franciscus Mauroceno et Ho- 
mobonus Gritti, 71. 



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392 

(Lxb. Xllll.) 

Reraanserunt ad probam factam ser Franciscus Mauroceno, 
et Homobonus Gritti. 

Provisores comunis. 
(Lib. I.) 

Faciant legi ordines in Rivoalto et Sancto Marco orani anno 
et contrafacientes solvant XXV prò centenario, 149. 

Salariarci, electio et probatio eorum ibi continetur. 

Pro ligno cohoperto recessuro accipiant plezariam cum sa- 
cramento de medietate valoris quod non ibit contra ordinerai, 190. 

Consilium contra factos venetos et contra forenses facientes 
contra ordinaraenta quedam, 191. 

(Lib. IL) 

Quando armatur mittant provisores prò patrono galee et 
scribano et precipiant quedam inquirentes contra patronos et scri- 
banos si fecerint que debent. 

Mittant in reditu galee cuiuslibet prò tribus vel pluribus eo- 
rum qui iverunt, et eorum qui redierunt cum ipsa et inquirant per 
sacramentum de observatione vel transgressione ordinum, 81. 

Procedant contra defraudantes dacia Ferrane et Mantue, 89. 
(Lib. 1111.) 

Provisores possint corrigere ordines captos in maiori Consilio 
super auro et argento, ad cartas 114, in hoc 50, 120. 
w Recipiant rationes offitialium armamenti, ternarie, et patrono- 
rum Arsenatus, 175. 

Possint eligere viceconsulem Ferrane dando ei usque ad sol- 
dos XL grossorum prò tribus mensibus, 125. 

Faciant fieri cridam quod habentes de pannis Mediolani pre- 
sentent ipsos eis, et signentur. — Simile faciant prò pannis de Cu- 
mis, 137. • 

(Lib. VII) 

Facta Ferrane et Rodigii commissa sunt eis cura piena bai- 
lia, 26. 

Factum Marci de Neno speciarii committatur provisoribus, 48. 
Ordines provisi super illis qui volunt fieri veneti, 111. 
(Lib. Vili.) 

Commissa est eis questio illius de Pignatonibus de Ferrarla, 

50. 



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393 

(Lib. X.) 

Provisores et sapientes electi ad providendum super gravami- 
nibus per Ferrarienses factis, 70. 

Possint conferre cum arabaxatori et siudico Curaarum, 144. 

Constituantur duo boni bullatores super peciis pannorum 
factorum Veneciis bullandis albis quibus non presententur alie pe- 
cie sub pena soldorum V valoris pecie presentate de quibus penis 
tercium sit comunis tercium officialium tabule maris et tercium sit 
officialium artis pannorum et si accusator etc, 30. 

(Lib. XI.) 

Committatur provisoribus et comitibus excessus factus per Ia- 
drenses accipientes temones cuiusdara Ugni nostrorum onerati mer- 
cibus et vino, 23. 

(Lib. XIIJ 

Vetita est aliis officialibus examinatio dicentium se fore vene- 
tos et commissa provisoribus, 75. 

Baylia data est et aucta provisoribus contra frangentes or- 
dines, 82. 

(Lib. xuri.j 

Provisores et salinarii maris consulant nobis super litteris 
missis ab ambaxatore nostro qui est ad regem Iohannem in Lom- 
bardia, 30. 

Provisores quibus commissum fuit factum provincialium, 
consulant sapientes iuris si per verba concordie facte cum rege 
Roberto dieta darana videantur remissa, 83. 

Tres electi audituri Placentinos dicentes se damnificatos per 
galeam ser Marci Baseio, 83. 

Confinnetur adhuc per duos annos consiliura de facientibus 
contra ordinem placitandis per provisores, 84. 

Officiales omnes in genere. 

(Lib. III1.J 

Officiales non possint exire civitatem Rivoalti prò faciendis 
rationibus suis vel alia causa, 20. 

(Lib. V.J 

Fiat per nostros officiales gravitas in duplo Bononiensibus 
eius quod faciunt nostris, 44. 

(Lib. X1LJ 

Omnes officiales teneantur ut astringuntur provisores sacra- 

26 



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394 

mento notificare accusationes depositas apud eos non spectantes 
ad ipsos, illis officialibus ad quos spectant, 73. 

Credentiarum officiales. 

(Lib. VI.) 

Quod fiant tres officiales ad inquirendum de havere forinse- 
corum credenciis navigando per mare per venetos, 129. 

Sint dicti officiales per duos annos et habeant libras VI gros- 
sorum prò quolibet in anno, 129. 

Agger. 

(Lib. II.) 

Factum aggeris contra Paduanos, 23, 36, 46, 47. 
Sardinia. 
(Lib. n.) 

Qualiter fuimus in concordia cum illis de castello Castri et 
elargatum quod nostri illuc vadant, 54. 



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MEMORIE VENETE 

NEI 

MONUMENTI DI ROMA 

( Continuazione. Vedi pag. 106) 



IN S. MARIA MADDALENA 
LIX. 

Nella chiesa di S. Maria Maddalena, presso il Pantheon, la 
cappella seconda alla sinistra di chi entra è doppiamente connessa 
alle memorie venete, perchè adornata dalla patrizia famiglia dei 
Farsetti e dedicata a San Lorenzo Giustiniani ultimo dei vescovi 
di Oli volo, e primo patriarca di Venezia (1451). 

Il quadro dell'aitare rappresenta la Vergine avente in grembo 
il bambino radiantissimo, circondati da angeli e cherubini. Da un 
lato v'è genuflesso il Giustiniani: ma il veneto visitatore, avvezzo 
a vederlo sotto gì' indumenti pontificali e con faccia gentile e 
scarna, è stupito nello scorgerlo dipinto qui da Luca Giordano 
(Luca fa priesto, e questo lo dipinse invero prestissimo) (1) in to- 
naca nera e con fattezze arrotondate e dozzinali, nè sa spiegarsi il 
perchè d' una croce papale lunghissima che gli è raccomandata fra 
il braccio sinistro e l' anca. 

In questa cappella il gusto barocco del secolo XVII fa pompa 
doviziosa. Urne cinerarie, paludamenti simulati col marmo, meda- 
glioni di bronzo cinti da cornici pesanti, putti che li reggono, stem- 
mi farsettiani (scudo bipartito orizzontalmente, con al di sopra la 
luna falcata contornata d' argento in campo azzurro, e al di sotto 
due treccie d' oro incrociate in campo rosso), tutto ciò accumulato 
in ispazio ristrettissimo. 

(1) SI crede in una notte: così il Nibby, Roma moderna, I, 535, 



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396 

Era de' frati ministri degl* infermi (che servono tuttora que- 
sta chiesa) Sisto Pietralata che scrisse la vita del Giustiniani. Papa 
Paolo V teneva sempre sul tavolino Y effigie di questo santo pre- 
lato (1). Questi frati, alquanti anni or sono, avrebbero voluto de- 
dicare ad altro culto la sua cappella, ma la superiore autorità ec- 
clesiastica saviamente noi permise, essendo questa V unica memo- 
ria in Roma dedicata a quel modello di virtù episcopali. 

Il detto biografo ci fa sapere che nel 1477 Sisto IV fece ini- 
ziare, ad istanza della Repubblica, il processo per la canonizza- 
zione di Lorenzo ; ma i tempi burrascosi interruppero queste cure. 
Leone X nel 1519 lo fece ripigliare, riconoscendolo tra' Beati. Cle- 
mente VII avrebbe conceduto e Clemente Vili confermato che la 
Congregazione di S. Giorgio in Alga della quale il Giustiniani era 
stato alunno, sagrificasse in onore di lui. Paolo V le permise di 
commemorarlo una volta alla settimana nelle preci di rito. Inno- 
cenzo X nel 1647 fece proseguire, ad istanza del Senato, la causa 
per la santificazione. Fu questa pronunciata nel 1690 da Alessan- 
dro Vili (Ottoboni), che assecondò volentieri la istanza della Re- 
pubblica, e celebrata a Venezia con grande pompa e allegrezza (2). 

LX. 

Dovendo qui farsi menzione di ciò che abbia un qualche lato 
comune colle memorie storiche, ricordo le pubbliche preci decre- 
tate dal Senato nel 1439, affidandone a Lorenzo, allora vescovo, 
il compito di divulgare V ordine e stabilire il modo. Ce ne lasciò 
documento lo storico Pietro Giustinian (Lib. VII), narrati gì' in- 
fortuni da Venezia sofferti in terraferma, nella guerra contro Fi- 
lippo Maria Visconti, alla cui dominazione V ardente foga di Ni- 
colò Piccinino aveva aggiunto la parte migliore delle recenti con- 
quiste veneziane in essa terraferma. Il momento era supremo, e i 
conati dell' onesto e valoroso ma non fortunato Gattamelata, non 
valevano a scongiurare V instante pericolo. Nè le preci sarebbero 
bastate se non fosse stata stipulata nuova alleanza con la Repub- 
blica fiorentina, e se Francesco Sforza, postosi al soldo di ambe le 
Repubbliche, non avesse fatto testa al Piccinino. Il Sismondi (cap. 
LXIX) giustamente rimprovera gli storici veneziani di troppa con- 

(1) Relaz. d'amò, veneti in Roma nel secolo XVII. Rei 1635 d' Alvise Cok- 
Tarini. Ven., Naratovich, 1877, voi. I, pag. 368. 

(2) Garzoni, St. Ven., lib. Vili. 



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397 

cisione nel narrare gli opportuni impegni assunti dalla Repubblica 
sorella, difetto non emendato dal Romanin che asciuttamente dice 
del Senato: rinnovò la lega coi fiorentini (1). L'arringa di Neri 
di Gino Capponi dinanzi alla Signoria veneziana, e Y entusiasmo 
suscitato nei gravi personaggi che la componevano, conscii che 
da quella lega dipendevano i destini continentali di Venezia (2), 
meritavano che gli storici nostri si fossero convenientemente dif- 
fusi intorno ad un momento gravido di fauste conseguenze. 

Il biografo Pietralata ricorda con una certa -compiacenza la 
visita che Galeazzo Sforza, mandato da Francesco e Bianca duca 
e duchessa di Milano, genitori suoi, a complire coi veneziani, fece 
al patriarca Lorenzo per averne la benedizione. Il santo Antistite 
gliel' avrà di certo impartita, e chi sa con quali soavi esortazioni. 
Ma furono semi perduti, essendo egli quel Galeazzo che, divenuto 
alla sua volta duca, e tiranno nella più brutale significazione, mori 
di morte violenta, nel visitare la basilica di S. Ambrogio in Milano 
nel 26 Dicembre 1476 (3). 

LXI. 

D. 0. M. | Antonio Francisco Farsetti | Patritio Veneto 
| ànimi probitate ingenii prestan. i muniumque magnitudine | 
Summis Pontificibus | Et Principibus | Acceptissimo | Maphae- 
ius Farsetti | Protonotarius Aplicus | Avo Optimo. Et Meri- 
tissimo | Pioque Hujus Sacelli Fundatori | Mon. Pos. | Vixit 
Ann. LXXV Obiit Die | XI Nov. MDCLXXVII | (4). 

Leggesi nella suddetta cappella, dal lato dell* epistola sul pa- 
vimento. L' effigie di Anton Francesco è ritratta nel medaglione 

(1) Tomo IV, pag. 196. 

(2) V. nel Machiavelli, St., lib. V, all'a. 1439 Ja descrizione. 

(3) S Lorenzo Giustiniani morì l'8 Gennaio 1455 stile veneto, comune 
1456. Non mancano biografìe che ne indicano la morte nel 1465, sbaglio proba- 
bilmente originato dalle erronee serie dei patriarchi, taluna delle quali, p. es. 
quella del Mutinelli nel Lessico Veneto (tip. Andreola, Venezia, 1851, pag. 291), 
salta dal Giustiniani al Barozzi, omettendo i patriarchi Maffeo Contarmi el. 1456, 
Andrea Bondumier el. 1460 e Gregorio Correr el. 1464, ma che morì prima di 
prendere possesso del patriarcato. Esso Mutinelli omise anche, nella detta serie, 
Pier Francesco Contarmi el. 1554. 

(4) La condizione logorata del marmo lascia dubitare se abbia a leggersi 
MDCLXXVIH o MDCLXXV1IH. Ma Iacopo Morelli (Operette, voi. II) dice che 
questo Anton Francesco morì nel 1680. 



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398 . 

sovrastante all'urna che dalla stessa parte ne finge il deposito. 
Egli nacque in Massa carrarese e fu aggregato alla veneta nobiltà 
nel 1646, anno secondo della guerra di Candia. È tumulato nella 
chiesa delle monache di S. Marco in Padova. Maffeo Farsetti (fi- 
glio di Filippo del predetto Anton Francesco) che dedicò questa 
lapide e il sovrastante monumento alla memoria dell'avo, fu pre- 
lato addetto a governi civili dello Stato romano, e poi arcivescovo 
di Ravenna, nella cui metropolitana è sepolto (m. 1741). Non è 
dunque a confondersi coir altro Maffeo, di cui nell* iscrizione se- 
guente. 

Al Maffeo arcivescovo, fu fratello Filippo cavaliere della Stola 
d' oro m. nel 1733. 

Questa prosapia illustre che si spense in un Anton Francesco, 
da cui fu manomessa o dispersa ogni preziosa memoria de' suoi 
maggiori, ha diritto che sieno rammentati ognora con onore Gian- 
giacomo che troviamo fra i difensori di Candia, colpito nel 1668 
da ferita mortale nelle opere esterne al baluardo Sabbionara (1), 
Filippo (n. 1704 m. 1774) il mecenate larghissimo delle belle arti, 
e i fratelli, Tomaso Giuseppe (n. 1720 m. 1792), bah e commen- 
datore gerosolimitano, eultissimo incrementatore di sontuosa li- 
breria, e Daniele (n. 1725 m. 1787) amico dei buoni studi e pro- 
motore dell'Accademia dei Granelleschi, benemerita del ritorno al 
buon gusto letterario. 

LXII. 

D. 0. M. | Maphaejo Farsetti | Patritio Veneto | Prot. 
Aplico Et R. C. Clerico | Magnis In Aula Muneribus | Per- 
functo | Fati Festinatione Majorib. Erepto | Maphaejus Far- 
setti | Ex Fratre Nepos | In Sacello quod Primus In Urbe S. 
Laurentio Iustiniano Dicari Mandavit I Moerens Posuit A. 
MDCCIV. | Vixit An. LV Mens. VII | Obiit Die II Apr. MDCIC | 

È sul pavimento della cappella medesima dalla parte del Van 
gelo: ed ivi è sepolto questo Maffeo figlio dell'Anton Francesco 
di cui neir iscrizione precedente. Vi sovrastanno urna, medaglione 
ed ornamenti simmetrici a quelli dell' altra parte. 

(Continua.) G. Giuriato. 

(1) Vunou, St. Ven. 9 II, 692. 



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ANEDDOTI STORICI E LETTERARI 



Un'antica farmacia Veneziana. 

(G. Boni.) — Venticinque anni or sono il campo di S. Barto- 
lomeo giungeva appena alla metà della sua lunghezza attuale, e si 
può riconoscere anche oggi qual sia la parte moderna del campo 
dalle nuove facciate che la fiancheggiano e da quella casaccia di 
fronte che è la sezione del taglio. 

Su questa facciata di fronte, indecente come la conseguenza 
d' un allargamento, sta incassata una lapide che informa come, 
atterrate le antiche case a decoro ed utilità pubblica, il comune 
allargava il campo nell'anno 1858, essendo podestà il tale dei tali. 
Prima della demolizione a decoro ed utilità pubblica, s' apriva al 
pianterreno della casa, allora prospiciente il campo, una fra le 
più antiche farmacie veneziane, quella all'insegna della Madonna. 

Per riguardo al mobiglio della farmacia ed alla collezione dei 
vasi le venne trovato collocamento in una bottega di fianco che fu 
appositamente ridotta, e dove, mobiglio e vasi, rimasero intatti, 
finché nello scorso Agosto la farmacia essendo stata traslocata in 
altra parte del campo, perdette ogni traccia della primitiva sua 
struttura. 

È la sorte che attendono i ricordi storici, anche nelle loro 
forme più elementari, quando si porta ad essi un primo colpo. 
Allorché si demolivano le antiche case a S. Bartolomeo, rincre- 
sceva a tutti di veder rovinata la vecchia farmacia della Madonna, 
e si aveva cura di salvarne se non altro le apparenze. Adesso 
ogni resto dell' antico utensile, nel nuovo sito non poteva trovare 
un ambiente addatto, ond' è che non si ebbe più scrupolo alcuno 
di veder smembrato ciò che prima, come assieme, era rispettabile. 

Vidi da ultimo gli armadi dell' antica farmacia accatastati in 
un magazzino e la collezione dei vasi parte nel nuovo negozio, e 



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400 

non potendo questo contenerli tutti, accumulati gli altri in una 
soffitta, e, come si fa di cosa che forse non si vedrà più, la osservai 
più davvicino ed in dettaglio. 

Il mobiglio dell' antica farmacia consiste in armadi che sta- 
vano ridossati alle pareti, formati da un basamento sporgente a 
cassone, sul quale insistevano gli armadi chiusi e sopra questi 
quelli aperti a ripartizioni orizzontali sulle quali posavano i vasi. 
Le sagome dei riquadri, i profili classici delle cornici che coronano 
gli armadi, e le mensolette che le sorreggono, si direbbero sanso- 
vinesche ; ma potrebbero anche essere di stile posteriore perchè 
difettano d'un carattere proprio, ed il carattere dell'architettura 
si svela debolmente nelle sagome e nelle proporzioni, quand' esse 
sono studiate e ridotte da altre costruzioni già esistenti. Le testine 
di bronzo e le figurine di mezza donna alata, colle estremità a fo- 
gliami, che decorano gli sportelli, non fanno che ripetersi una dopo 
T altra ; appena una qualche varietà si riscontra nelle maniglie dei 
cassetti e nelle bocche delle serrature. Nel complesso, questi ar- 
madi, i quali a posto presentavano un interesse che altrove non 
avranno, non dimandano più di andare accompagnati ai vasi che 
ritengo più antichi. Essi hanno sufficiente pregio come mobiglio del 
XVI secolo, perchè facesse opera buona chi li conservasse alla 
città nostra, adoperandoli per qualche Biblioteca o Museo. 

Degna di maggior attenzione è la serie dei vasi dell' antica 
farmacia. Sono tutti di terra cotta verniciata di bianco con arabe- 
schi azzurri ed iscrizioni nere. Ve ne hanno di quattro categorie : 
le due prime, che non differiscono se non per là dimensione, recano 
forma d' una coppa ; la terza ha la forma d' un boccale con manico 
e beccuccio ; e la quarta categoria è quella dei vasi di maggior di- 
mensione, che hanno una forma sferoidale. Alcuni di questi, in luogo 
d'iscrizione, portano l'insegna della farmacia, la Madonna col Bam- 
bino, dipinta in azzurro. 

La collezione di questi vasi, che sembra fatta apposta per ser- 
vire alla farmacia della Madonna, è interessante anche perchè ci 
conserva la nomenclatura dei medicinali preparati, eh' erano in 
uso nel XV secolo. La data non si può precisare neppure dalle 
iscrizioni in carattere gotico; ma chi li dipii se si lasciò sfuggire, 
nella fretta delle abbreviazioni, qualche lettera romana o del cor- 
sivo comune, e palesano in ogni altra guisa 1' epoca di transizio- 
ne. Dò qui l' elenco delle iscrizioni, come stanno scritte sui vasi, 
distinguendo con un asterisco quei medicinali che non vanno più 



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401 



in uso, e sono in maggioranza, giacché maggiore rivoluzione han 
portato nella farmaceutica gli ultimi cent'anni che non i due o tre- 
mila che li precedettero. 

I. Iscrizioni sui vasi piccoli. 



* Rubini Prep.* 


* Troc. Edicroi. (6) 


•Zaffiri. Prep.* 


* Pil. Aggregative 


•Smeraldi Prep. u 


* Pil. d' Serapino 


•Topazi Prep. u 


* Pil. Lucis. 


' Giacinti Prep. u 


* Pil. d* Hier. c . agarie 


•Granate. Prep. tó 


# Pil. e Auree 


* C restai. d\ Montagna. 


* Pil. d. Hiera sempl. (7) 


* Malgari te Prep.* 


* Pil. Fetide. 


* Corali Rossi. pp. u 


* Pil. Cochie. pp. (8) 


* Madre. Perle, pp. 


Pil. d\ Reobarbaro. 


* Fragmenti. Pretiosi. pp. u 


Pil. d Euforbio 


* Lapis. Ermatitis. pp 


* Pili. d\ Succino, craton : 


'Lapis: Magnetis: pp: 


* Pil. Alefangine. 


* Lapis. Perrar. pp. 


* Pil. d' Hermodatili. 


* Lapis, giudaico. Prep. 


Pil. Mercuriali. 


* Lapis. Lincis. 


* PiU: Tart: querc: 


• Lapis. Lazuli. 


* Pil. Cochie. di. rasis. 


* Troc. d' Mirha. (1) 


* Pil. d\ Tribus. co*, reob. 0 


* Troc. Alandal. (2) 


Polve, di. Gambello, 


lroc. Alchachengi. (3) 


Polv. d. Mastici. 


* Troc. d Assenzo 


* Polv. d. Turis. 


* Troc. d. Viole. 


* Polv. Lontra, casum 


# Troc. d. Spodio. 


* Polv. Capital 


* Troc. d. Carabe. (4) 


* Polv. Hermodatilata 


* Troc. Liphi. (5) 


Polv. d' Litargirio 


• Troc. d. Lacca. 


Polv. d' Aloè. 


• Troc. d\ Lupatorio 


* Polv. Contravermi. 


* Troc. d' Camphora. 


* Polv. Costrett. a magistr. 


* Troc. d' Reobarbaro 


* Spodio Prep.' 0 


* Troc. Diarodon. 


* Sp. e Cordial. procibo 


* Troc. di Ramich. 


* Sp * Cordial. temp.° 


* Troc. d\ Agnocasto. 


* Squama, eris. prep. 



(1) (Trocisci), medicamenti simili alle pillole ed alle pastiglie, erano bollati col sigillo di 
quello che ne aveva inventata la composizione. 

(2) Colla polvere di Coloquintida. 

(3) Colle fratta e ie foglie di tal nome. 

(4) Preparato col Succino ed altre droghe. 

(5) Fatti di molte droghe, entravano nel Mitridato. 

(6) Contro il contagio, entravano nella Teriaca. 

(7) Aperitivo di spezierie e resine. 

(8) Colla Hiera picra, 1* Alhandali ecc. 



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402 



* Rotule Periate 

* Sp.* Hiera. pichra. d. rasis 
Seme. Santo. Pesto 
Sabadiglia, polo. 

Mira Pesta. 

* Sp. e Diatrompipero 

* Sp.® Diamu8co. frig. 0 * 

* Sp. e Diamusco. 

* Sp. e d. Hiera. Semp. 

* Sp. e Hierapiera. d* gal. 0 

* Sp. e Triasandali 

* Cor. di. Ler-ust, pp. 
Tutia Prep. u 
Verderame Ano 
Mercurio. Vivo. 
Mercurio precip. 0 



Sangue, d' Drago. Prep * 
'Squma. d\ Fero. pp. u 
Ialapa. Pesta. 

* Rame. Usto. 

* Sp .• Diarhodd*. abbatis. 
Mercurio, sublimato 
Minio sopraf: 

* Sangue. Ircino 

* Rotule Imperiai. 

* Occhi, di. Cancro, pp : 

* Piombo, usto. 

* Sp. e Imperiai. 

* Troch. gordoni 

* Sp. e Diamusco. comp. 

* Sp. Letificante, gal. comp. u 



II. Iscrizioni sui vasi grandi. 



* Ung. 0 Marciaton. 

* Ung.»° d' Betonica. 

* Ung.° d' Scora, d' castag. 6 
Ung. d' Piombo. 

Ung.° Diffensivo 

* Ung. 0 d' Sughi, magist. 
Ung. Mercurialle 
Ung. 0 d $ Ifis. 

* Ung. 10 Splenetico, magist. 10 
Ung. 0 Egittiaco. (1) 
Ung. 0 d' Althea. 

* Ung. to Petoral. 
Uug. 10 d' Litargirio 
Ung. di Cerusa 

* Ung. to Perlecetole. 

* Ung: Alabastrino. 
Ung: di. Cerusa camf. 

* Ung. 0 Apostolorum. 
Ung. 0 Reffriger* gal. 0 
Ung. to d' Tutia 

* Ung. 0 Comitisse 
Ung. 0 Lenimento. Sep. 
Ung. 0 d\ Populeon 



Ung. 0 Citrino. 

Ung: Basilicon 

Ung. to d\ Minio. 
' Ung. to <j\ Calce. 
' Ung. 0 Àgrippa. (2) 
' Ung. d* Artanita. magg. (3) 
' Ung. 10 Damaschino 

* Eli. 0 Rosato, mes. 

' Eli. bened « laxat.» (4) 
1 Eli. 0 d' Succ. d\ rose 

* Eli. 0 d' Bache d' lauro 
' Eli. 0 d' Hamech (5) 

EU. 0 Triphera. magna, s. o. 
' Eli. 0 d' Gemme 
Eli 0 Diacatolicon. 
EU. 0 Dia8cordeo. fracas 

* FU. 0 Diasinicon 

1 EU 0 Triflfera. magna, c. o. 

EU. 0 Triphera. persica. 

EU. 0 Lenitivo 
1 EU ° Diassatirion 
1 EU. 0 d' Hiera. picra, d' gal. 0 

* EU.° Filonio. romano. 



(1) Mele, aceto o verderame bolliti assieme. 

(2) Colle radici di Brionia. 

(3) Emetico. 

(4) Benedetta lassativa. 

(5) Purgante. 



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• Confi. 4 d\ Salvia. 

• Confi. 4 <T fior <T Eophagi 
Confi* cT Rose, rosse. 
Cons.* d* Genepro 
Cons. 4 d' Rob. d' Sanbuco 
Cons.* d' Cornoli 

• Cons.* d' fior, d* Borag. 1 " 

* Cons. Violae 

* Cons * di. Rosmarin 

• Cons.* d' fior, d' Persico. 

* Cons * d* Absintio 
Cons.* d' Cotogni 

* Cons.* d\ Papavero 
Cons.* d\ Rose, moschete. 



* Cons. Enula. camp. 

* Emp. di Bache. di. lauro 
Emp. di Galban. Croc 
Emp: di Meliloto. 
Emp: di Cicuta 

* Succ. d. Tumar* condens. 10 
Ieippo. Humido. 
Theriaca Dia tese ron 

* Succo d* Eupatorio. cod. to 
Storace Liquida 

* Prune Prep* 

* Uva Passa pp. 
Polpa, d' tamarindo. 
Balsa: di Sapienza. 



IH. Iscrizioni sui vasi con manico e beccuccio. 



•01: di Menta. 

* 01.° della. Spagnola. 

* "01.° d' Zuccha. prò. punta. 

* Oli. Cheyrini. 

* 01. Magn : duris 

* 01. de Codogni. 

* 01. Violato. 

* Oli. Sept: fior: A. M Pr> 

* 01. d' Mirtino. 
01.° Sessantine 

* 01.° Rosat. magistrali 

* 01.° d* Ziobianco. aromatiz. 10 

* 01. d' Cotogno. 
*01: d' Toppi 

* 01.° Costino. 

* 01.° d' Castoreo. magistral. 

* Ogl. di Gigli, bianchi. 
01. di Balsamina 

* 01. di Castoreo. 

01.° d' Scorpioni, d' mes. 

* 01 : Volpino. 

* 01.° d\ Maggiorana. 

* 01.° Ciclamini 
*01.° d' Rane. 

* 01.° Jrino. d. mes. 

* Oli. Hystric : terretre : 

* 01° d\ Capari 



* Ogl. di Nimfea. 

* Oli. Scorp. mathiol : 

* 01. d\ Aneto. 

* Syr. Ferneliano 

* Syr. d' Crismo. lobelli 
Syr. d' Suco. limon. 

* Syr. d' Hissopo. mes. 

* Syr. d' Cinque, radice. (1) 

* Syr. d' Granate 
Syr. Diamoron. 

* Syr. d' Eupatorio, d' mes. 

* Syr. d* Sugo, d' agrim. A 
Syr. Alcherm»: 

Syr. di Cicorea. comp. 0 
Syr. Papav. albi 

* Syr. d' Polipodio. cop* 

* Syr. d' Sue. 0 d' Fumaria 
Syr. di Score: di Cedro. 

* Syr. d' Indivia. Sep. e 

* Syr. d' Succ. d\ beton." 

* Syr. Acetos. Simp. 

* Syr. Rosa, solut. 

* Syr. Violi. 8 Semp: 

* Syr. d\ Stecados. d' mes. 

* Syr. d\ Erismo Lob : 

* Syr. Giugiubino. 

* Syr. Bisantino 



(i) T)' Appio, di Finocchio, di Petrosellino, di Agrifoglio ed Asparagi. 



404 

* Syr. <T Spino, cervino Oximel. Semp 
Syr. d' Pomi semp. Oximel. Comp.* 0 

* Syr. Mirtino. <T mes. * Umtion Acety 
•Mei. Violato. Solut: Mei. Ros. Solut. 



IV. Iscrizioni sui vasi sferoidali. 



Coni." Hyacentina, Completa 

* Conf." Hamech 

Conf." Hyacentina. Sempl. 6 
Conf. Alchermes. Sempl. E 
Cons. di Cassia, donzelli 

* Cons. a d' Salvia. 

* Cons. a d\ Viole 

* Cons. a d' Boragine 

* Cons* di Salvia. 
Cons * d' Ninphea. 
Cons.* d* Rose 

* Cons* d< Malva. 

* Cons* d\ Eufragia. 
Cons.* d' Bcttonica 
Cons * d' Rose. 

Cons. di. Cassia, donzelli 
Cons * d' Rose. 

* Cons.* d 1 Rosmarino. 
Cons* d\ Codogni 
Cons. di Cassia donzelli. 

* Cons .* d' Absintio 



* Syr. Rosato Aureo 
*Syr. Rosato Solutivo 

Syr. Alchermes. 
Syr. di Pomi 
Syr. di Limoni 

* Syr. Violato. Celeste. 
Syr. Rosato. 

EU. 0 Lenitivo 

E1L° Lenitivo 

Ell.° Lenitivo. Semplice. 

Ellet. Diascordeo fracastoreo. 

Eli. Lenitivo 

Acq. A Rosa 

* Acq. A di Scorzonera 
Acq> di Tutto Cedro. 
Acq. A di Melissa. 
Oximel. Semplice. 

4 Acq. A Cordial Del Sassonia Prima 
Mele. Rosato. Semplice 
Mele Rosato. Solut. 0 



Altre farmacie conservano antichi vasi, le cui iscrizioni po- 
trebbero servire a rettificare o completare le precedenti. Una 
bella collezione sarebbe quella a S. Apollinare, ma si appiccica- 
rono i nuovi cartelli sopra le vecchie iscrizioni, in modo che non 
è possibile di leggerle. 

Nella farmacia Maggioni ai Carmini si trovano alcuni grandi 
vasi a palla, sui quali si legge in caratteri del secolo XV : 

Sy. Turaoter. minor Sy. de Quinq. Rad. 

Sy. de Succo Limon Sy. Juriebarum 

Sy. Bisantijs Sy. Hissopi 

Cons.* Malvaru 

Nella farmacia a S. Salvatore v' ha un buon numero di anti- 
chi vasi ma colle iscrizioni fasciate dalla nuova scritta. Però da 
quello che si può vedere delle prime, sembrano quanto a forma in- 



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4Ò5 

feriori a quelle di cui si è parlato finora. Sono invece notevoli tre 
grandi vasi dipinti a fogliami e frutti e decorazioni policrome di 
molto valore pel carattere semplice e vigoroso ; due di questi vasi 
hanno un'iscrizione in lettere assai belle del quattrocento: diamo- 
rons e nose-odite. 

Queste ed altre raccolte d' antichi vasi, notevoli specialmente 
quella della farmacia ai sei gigli a S. Leonardo, quella a S. Fo- 
sca, quella Mantovani a S. Marco ecc., potranno essere studiate 
quando se ne presenti l'occasione, al fine di completare la nomen- 
clatura dei medicinali in uso nel secolo XV. 

Un antico progetto d'acquedotto a Venezia. 

(G. Buhring.) — Sono all' incirca dieci anni che in questo 
Archivio fu richiamata l'attenzione del pubblico sopra un pro- 
getto d' acquedotto approvato dal Senato della Repubblica a dì 25 
Giugpo 1463, e dal eh. sig. cav. Luigi Pasini, dell'Archivio di 
Stato, pubblicato con note in occasione di nozze (1). 

Il difetto delle carte di quei tempi, ci nasconde il nome del- 
l'uomo ingegnoso, ch'ebbe il pensiero di condur l'acqua dal Brenta 
in un serbatoio da costruirsi a Santa Marta « dove tutta la città 
se porà fornir a soldi sye el burchio chargo e soldi do la bar- 
cha » (2). Voleva « far i suoi hedifitii in Brenta e per suso i 
chanedi e paludi fin dove sarà el vaso suo », e credeva di ese- 
guir il lavoro nel termine di 18 mesi. 

Ma la concessione del Senato era subordinata ad una condi- 
zione, che, come pare, fece andar a vuoto il disegno. E la condi- 
zione era questa : « che 7 non se possa dar alcun principio a 
questa caxon, se prima el non sia dichiarido alla Signoria et al 
Collegio particolarmente li hedifitii et tutto quello se vorà far et 
fabricar, azò che 7 se possi intender se damno o inconveniente 
algun ne habbia a seguir ». 

Comunque peraltro si sia, il progetto non ebbe seguito, e il 
Governo provvide in qualche maniera, solo circa cent' anni dopo, 

(1) Per le nozze Edoardo Trigomi-Mattei-Irene Gazzabin. Venezia, 1872, 
Cecchini. 

(2) Un soldo d'allora era la 124. a parte d'un zecchino, valendo questo lire 
6 soldi 4. Ved. Giamb. Galliccioli, Delle memorie venete antiche, tom. I, p. 376, 



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406 ♦ 

ai bisogni della città, facendo scavare iì canale della Seriola Ve- 
neta (i). 

Scorrendo le suppliche presentate alla Ser. ma Sig."*, alla ri- 
cerca di tutt' altro documento, incontrammo un cenno d' altro pro- 
getto, presentato dall' architetto fiorentino Antonio di Giovanni 
Luppicini. Spinti da curiosità approfondimmo le indagini, e col- 
T aiuto gentilissimo dell' egregio sig. prof. Riccardo Predelli, riu- 
scimmo a trovare la supplica del Luppicini fra gli atti dei Savi ed 
Esecutori alle acque sotto il dì 5 Gennaio 1583 (1582 ra. v.). 

Anche il Luppicini studiavasi di cavar l' acqua da « un bo- 
tino overo conserva appresso il fiume della Brenta, del quale 
uscirà una pota d" acqua . . . in tanta quantità, che fra il giorno 
e la notte getterà doi mille masteli d' acqua » (2), e voleva con- 
durla nella città « soltoacqua nel fondo de* canali e luoghi palu- 
dosi et barene secondo il sito sotterraneo, di maniera che non 
impedirà mai la laguna nè il transito de' canali nè apporterai 
alcun danno d' atterratane o d' altro ». Esaltava « il commodo 9 
beneficio et grandezza che risulterebbe alla inclita et felicissima 
città di Venelia » dall' acquedotto, il quale, secondo lui, sarebbe 
stato «c durabile, se cosi fosse lecito dire, in eterno senza peri- 
colo di guastarsi e . . . . facile da mantenersi con uno stipendio 
di scudi cento d'oro all'anno » (3). Calcolava la lunghezza di « 5 
miglia » incirca « dal principio dell' acqua fino alla città di Ve- 
nelia » e dimandava 24000 scudi d'oro da esser pagati a misura del 
progresso del lavoro, più una « provvisione annua di scudi 300 
d 9 oro a vita sua et di suoi figli ». Aggiungeva però che « se si 
trovassero esser più o meno miglia (delle 5 previste) gli sii pa- 
galo a portione di 3 mille scudi d' oro il mezzo miglio ». Nello 
stesso tempo chiedeva uo privilegio e la protezione del Senato per 

(1) Cominciato in seguito ad atto del Collegio dei XV giudici sopra le acque 
del 31 Maggio 1561. Ved. le annotazioni del sig. cav. L. Pasini. 

(2) Essendo un mastello eguale a 0,75117, la quantità totale per giorno sa- 
rebbe stata di 1513 ettolitri. Supponendo che nel 1583 la popolazione di Venezia 
ascendesse a circa 135000 abitanti, avrebbero avuto poco più d'un litro d'acqua 
a testa per giorno. 

(3) Lo scudo d'oro, coniato per la prima volta nel 1535 Sotto 11 doge Andrea 
Gritti, valse allora soldi 130 (o lire 6 soldi 10), mentre contemporaneamente Io 
zecchino era montato a soldi 154 (o lire 7 soldi 14). Ved. Gallicciolli, Memorie, 
loc. cit. Probabilmente però qui per « scudi d'oro » sono da intendersi zecchini, 
poiché chiedendo il Luppicini 100 scudi d'oro l'anno per mantenere l'acque- 
dotto, i Savi usano per quella somma del nome di ducati. 



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407 

la sua invenzione. Il Consiglio minore mandò il progetto ai Prov- 
veditori del Comun e ai Savi ed Esecutori alle acque. Il parere di 
questi, che erano Y autorità tecnica, fu conservato, quello dei pri- 
mi andò perduto. 

Essi, nei riguardi della laguna e dei canali, non supponevano 
nemmeno che l'esecuzione portasse danno all'una o agli altri; con- 
sideravano piuttosto la possibilità « che detta opera, doppo prin- 
cipiata et forse anco in buona parte fatta et netti luoghi più fa- 
cili, per qualche emergente non potesse haver il debito fine », e 
dubitavano se, eseguito il lavoro, potesse mantenersi colla pic- 
cola spesa di ducati (zecchini) 100 all' anno. Quanto poi al com- 
modo da aspettarsi, il documento fa dire ai Savi : « non (?) com- 
prendemo che V opera proposta di fare — riuscendo — sarà 
di maggior bellezza et ornamento che comrnodità per la città ». 
É questo un parlare poco preciso che forse significherebbe spet- 
tare il giudizio sulla comrnodità od utilità al magistrato dei Prov- 
veditori di commun (1), però le parole prima riferite già lasciano 
assai chiaramente intravvedere che il parere dei Savi non era fa- 
vorevole. 

Avevano inoltre trovato una scrittura « prodotta da Ser Gu- 
glielmo di Grandi, Proto et Inzegnere del loro ufficio » fino dal- 
l' anno 1578, « nella quale aricorda di condur V acqua, dalla 
Brenta dal Dolo a Lizzafusina, qual poi si potrà condur a Ve- 
netia per via d 9 un acquedotto ». Se i due progetti avevano molta 
somiglianza di costruzione, naturalmente, trattandosi di privilegi, 
quello del Grandi avrebbe potuto aspirare alla preferenza. Se poi 
la relazione dei Savi abbia fatto rifiutare il progetto ; se il Senato, 
avendo sostenuta venti anni prima la spesa della Seriola Veneta, 
non abbia voluto arrischiare i suoi denari ; se siano insorti altri 
dubbi rilevati dai Provveditori di Comun, come, per esempio, la 
quantità insufficiente d' acqua, non lo sappiamo. Certo è che il 
Luppicini, come dice in un' altra supplica presentata il 12 Dicem- 
bre 1583, « per degni rispetti » non ebbe la concessione (2). 

Però il Senato, a consolare in qualche maniera Y ingegnere, 
gli concesse il 10 Gennaio Ì584 (1583 ra. v.), annuendo alla se- 
conda supplica, un privilegio di 30 anni « per un edificio trovalo 

(1) Vedi però l'annotazione al documento 11. 

(2) Collegio suppliche di dentro, 1583, 12 Die. ; Savii ed essecutori alle acque, 
scritture 5 Gennaio 1584 (1583 m. v.) ; Senato Terra, 10 Genn. 1584 (1583 m. v.). 



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da lui di vuotar canati et essendo vuoti, che non si riempirai 
no, et similmente di far molini die macinaranno con molo na- 
turale, et inoltre di far stanze sotterranee sotto la laguna, et di 
più un modo da mangano che lavorerà con più facilità et per- 
fettione che non fanno quelli che al presente lavorano » ; e ciò 
sul parere dei Savi ed Esecutori alle acque> dei Provveditori di 
Comun e dei Provveditori alle Biave, sotto condizione che « gli 
edificii dovessero esser posti in luce fra 7 termine di anno uno 
prossimo ». 

Questo, quanto al Luppicini ed al suo progetto. Ora i com- 
menti agi' ingegneri nostri, ohe coi mezzi perfezionati dalla scienza 
hanno testé compiuto un lavoro analogo, ed ai lettori i documenti 
quali li trovammo. 



1582 m. v. = 1583 

5 genn. 

SAVII ET ESSECUTOIU Str.™ Principe 

ALLE ACQUE 

Ant.° di Giovanni Luppicini Archi- 
SCRiTTURE tetto fiorentino humilmente espone a V. 
a» 1 " 1 * 23 Ser.* come hauendo molti anni sono de- 
~* siderata occasione di seruire a questa 
Supplica del Luppicini Ser ma ^P" et di mostraseli non meno 
circa il beaerar U città affezionato che pronto seruitore suo ha 
più uolte considerato il commodo benefi- 
cio et grandezza che risulterebbe a que- 
sta inclita et felicissima città di Venetia, copiosa più d'ogn'altra di quelli com- 
modi ch'el S r Dio n'ha concessi per il uiuere humauo, che la fosse ancor abon- 
dante d'acqua dolce e desiderando per quanto comportano le forze sue et con 
l'ajuto del S. r Dio giouare a questo 6er. mo Dominio ha pensato quando però cosi 
piaccia a V. S .** di condur in questa inclita città una polla d'acqua dolce et 
d'ogni tempo chiara et che sarà ottima per bere et potrà seruire per infiniti com- 
modi della città, la quale condurrà senza impedire in nissuna parte le laghune 
perchè il suoVsondoto se n'anderà sotto acqua nel fondo de Canali et luoghi Pa- 
ludosi et barene secondo il sito sottaraneo di maniera che non impedirà mai la 
laguna nè il transito de' canali nò apporterà alcun danno d' atterratane o d'al- 
tro et sarà il condoto durabile (se così fosse lecito dire) in eterno senza pericolo 
3f guastarsi nè d'esser da vermi o alcuno animale corroso o guasto, et in som- 
ma sarà facile da mantenere con uno stipendio di scudi cento d'oro all'anno se 
già non fosse dalla malignità degl' huomiui guasto; nel qùal caso si rende certo 
che sarà diffeso dalla S.* V. n et nella qual occasione si potrà con facilità gran- 
dissima conciare et trouare il luoco del diffetto et la spesa che per condurla oc- 
correrà uuol cominciar a farla del suo per avere reimborsato come nella pre- 
sente si dirà. 



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409 



La prima cosa s' offerisse fare uno Botino onero consenta appresso il fiume 
della Brenta del quale uscire una Pola d'acqua chiara d'ogni tempo et in tanta 
quantità che Tra il giorno e la notte getterà doi mille masteli d'acqua. 

Et fatto questo a spese sue et approuato esser buono per tal effetto da h no- 
mini periti della professione dimanda gli siano pagati scudi 3/m d'oro per V o L > ra 
detta, i quali rimborsati gli metterà subito mano alla condota dell'acqua, la 
qual comincierà dal detto botino et caminerà uerso Venetia per longhezza di 
mezo miglio il qual fatto medesimamente a spese sue et che sij giudicato esser 
buono et habile a condurla a Venetia dimanda che gli sieno pagati scudi 3/m 
d'oro et così anderà seguitando di mezo miglio iu mezo miglio finché sij condotta 
alla Città di Venetia nel modo soprascritto, intendendosi però che per l'ultimo 
mezzo miglio, ch'ariua alla città gli siano pagati scudi 3/m et gli sia per la sua 
inuèntione et fatica assignata una prouisione di scudi 300 d'oro all'anno a uita 
sua et di suoi figliuoli, tal che fra il costo del botino et la condota dell'acque 
fino alla città di Venetia si debbano pagar a detto Antonio 6 suoi heredi fino alla 
summa di scudi 24/m d'oro et la prouisione soprascritta, presuponendosi che 
dal principio dell'acqua fino alla città di Venetia ui sia la distantia di miglia 
cinque et caso che si trovassero esser più o meno gli sij pagato a portioue di 
quanto è detto et gli sij no prestati li instrumenti necessarij per effettuar tal nego- 
zio come barche et altre cose simili che sono nell'Arsenal le quali promette 
restituir finita l'opera et gli sijno similmente donati 600 palli di rouere per ser- 
uirsene nell'opera soprascritta, la quale égli si rende sicurissimo d'effettuare et 
di ridurre a perfetione; et perchè questa Serenissima Rep. 0 * non ha mai permesso 
che alcuno si uesta delle uesti d'altrui, però desidera che quando doppo la pu- 
blicatione della sua inuèntione per alcun rispetto non piacesse alla Ser. tt V." 
che si continuasse l'opera nessuno in alcun tempo se ne possa seruire o nella 
maniera da lui preposta o con altre inuèntione da quelle dipendenti, se prima 
non sia pagato al detto Ant.° o suoi heredi come authori et inuentori sopra- 
scritta summa di scudi 24/m d'oro et assignato la prouisione di scudi 300 d'oro 
all' anno. 

Questo in somma è tutto quello che per il deuoto animo suo uerso questa 
Sev. m Rep.* offerisse di fare; il che quando sia dalla benignità di S. accet- 
tato, sarà da lui con altretanta prontezza effettuato con solo desiderio d'onore et 
di farsi conoscer così in questa come in ogn' altra occasione fedelissimo et deuo- 
tissimo scruitor suo. 



Che alla soprascritta supplicatone rispondano li Proued. 1 "' diComun et bene 
informati delle cose in essa contenute, uisto, seruato et considerato quanto si 
deue ne dicano l'opinione loro con giuramento et sottoscrlttione di mano propria 
secondo la forma delle leggi et i'istesso faccino li savij et essecutori all'Acque. 



1582 alti 5 gennaro (m. v.) 



+ 5 

— 0 

- 0 



Consiglieri s. And. a Bernardo 
s. Piero Morosini 
s. Sebast." Contarini 



8. GlER.* 0 DI PRIOLI 

s. Frano. 0 Longo 



27 



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410 



1582 m. v. = 1583 

26 genn. 



SAVII ET ESSECUTORl 

ALLE ACQUE 



Ser.™ P. 



SCRITTURE 



Veduta per ordine di V. S. tì da Noi 
Savij et essecutori Sopra V Acque la 
suplica di 8. Ant.° Luppicini Fiorentino 
in proposito di condur in questa città 



una pola' d'acqua della Brenta per il beuerar di essa et come in quella più diffu- 
samente si legge : 

Ben considerata la continentia sua, riuerentemente dicemo a V. Ser. u che 
dal sudetto esponente ne sono fatte et per rinformatioui ch'abbiamo bauuto 
dalli proti et altri periti dell' officio nostro non uedemo, che l'aricordo ch'intende 
di fare, possi apportar alcun maleficio alla laguna essendo che si ha offerto di 
fare il condotto per condur detta acqua tanto sotto il fango che non potrà appor- 
targli alcun danno. 

Quanto al transito et nauigatione habbiamo m-nlesimamente inteso dalli 
sopradetti proti che ficcando li palli che dice sopra le riue delli canali non infe- 
rirà maleficio a detta nauigatione, quanto poi al commodo che ne sij per riceuer la 
città per il beuerar se ben ciò non aspetta in tutto all'officio nostro, ma all'officio 
delli magnifici prousditori di Comun, non restaremo di dirle, che non (1) com- 
prenderne, che l'opera proposta di fare — riuscendo — sarà di maggior bellezza 
et ornamento che coramodità alla città dicendoli anco ch'abbiamo ueduto una 
scrittura nell'officio prodotta da s. Guglielmo di Grandi, Proto, et Inzegner del- 
l'officio nostro fino l'anno 1578 nella quale aricorda di condur l'acqua della 
Brenta dal Dolo a Liz. no [Lizza Fusina), qual poi si potrà condur a Venetin per 
uia d'un acquedoto. 

Quanto all'esborsar il denaro, ciò ne pare molto considerabile, bauuto 
rispetto che detto espónente addimanda che li sii dato a parte a parte secondo 
anderà facendo l'opero, considerando che detta opera doppò principiati et forse 
anco in buona parte fatta et nelli luoghi più facili per qualche emergente non 
potesse hauer il suo debito fine si chò V. S u restasse intaccata et defraudata 
di quella summa di denaro che avesse esborsato fino all'ora senza alcuna cau- 
tione et appresso li dicemo che ne pare difficile che con la spesa di soli d. u cento 
all'anno come egli dice si possi mantenir concia quell'opera in ogni euento che 
potesse succeder le quali tutte cose rimettemo a maggior consideratione che 



(1) Il documento è, come si vede alla sua fine, copiato. Avrebbbe forse il copista scrìtto que- 
sto « non » invece di « noi » ì Questo « lapsus calami » nou è troppo raro ed è qui molto vero- 
simile. Giacché prima di tutto questa congettura non muterebbe il senso generale e negativo del 
parere dei Savi — non avendo certamente il Senato voluto spendere 24000 zecchini per semplice 
oroamento — poi un acquedotto che non era capace di fornire più di duemila mastelli per giorno 
non era adequato ai bisogni d' una città quale Venezia, e doveva in fatto tornar « più a bellezza ed 
ornamento che a coni modi tè »; finalmente perchè si scusano i Sa.i, volendo dire qualche cosa sul 
commodo — che era F obligo d" un altro magistrato — se poi colle parole « non compreremo > ©ce 
veramente non dicono o non vogliono dire niente ? 



• 




411 

potesse hauer la S* V? con la molta sua potentia et sapientissimo giudi ciò 
alla quale riuerentemte si raccomandiamo. 

Datum die 26 januuarij 1582 (ra. v.). 
Sottoscritto in foglio dalli clar. rai Sauij et essecutofi infrascritti di mino 
propria con giuramento. 

8. Michiel Bon 
s. Aluise Soranzo 
s. Aluise Michiel 



8. ANT. PISANI \ 

Sauij 8. Gier.* 0 Giustinian { Bssec* 

8. ÀND. A CONT ASINI ] 



Iscrizioni medioevali in Bonaldo. 

In Bonaldo, provincia di Verona, diocesi di Vicenza, si sta 
edificando una nuova chiesa parrocchiale. La chiesa vecchia non 
conserva molte traccie di antichità, specialmente all' interno, a ca- 
gione di ristauri subiti anche in tempi recenti. All' esterno per 
altro la parte antica è assai più visibile. Così pure la confor- 
mazione generale della chiesa non fu mutata, e vediamo tuttora la 
sua parte posteriore costituita dalla profonda nicchia per l' altare 
circondata dalle due nicchie minori. 

L* esterno della parte posteriore sembra sia la parte della 
chiesa che mantiene in maggior numero i resti d' antichità. Ora è 
quasi totalmente coperto d' intonaco ; se questo fosse levato, po- 
{ tremino parlare con miglior cognizione di causa. Una piccola fab- 
brica, addossata a questa parte della chiesa, presenta i caratteri 
dell' età del Rinascimento ; il che è comprovato eziandio da una 
iscrizione che ivi si legge incisa su pietra : 

YHS* 
* 1490 * ADI 
13 * MAZO * 
MAISTRO V BE 
RT * HA FATO S 
0£A 

Cioè: « YHS • | • 1490 • adi | 13 • Mazo • | maistro • Be | rt(ola- 
meo) * ha fato | s(ta) opera », 

Suir esterno del muro dell' abside si leggono altre iscrizioni, 
incise in pietra. Una di esse, che è tuttora in parte nascosta, dice: 

ANNI DNI M 

Può essere contemporanea alle due che ora descriverò, le qual j 




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412 

sono certamente della fine del secolo Xlt o del princìpio del secolo 
XIII. Uscirono ambedue dalla mano del medesimo scalpellino, che 
sarà queir « (Ig ?)o magister » che viene nominato nella prima di 
esse. Ambedue queste iscrizioni (in pietra bianca tenera) si rife- 
riscono alla edificazione della chiesa, nella sua forma antica. Ne 
riportiamo una in facsimile (1). 

Prima di incidere le lettere, il lapidicida segnò con una punta 
le righe ; ma lo fece assai rozzamente. Nella seconda (cioè in quella 
di cui non pubblichiamo il facsimile) la irregolarità apparisce ancor 
maggiore che non nell' altra. Nè ciò fu fatto senza motivo. Quella 
iscrizione infatti non è che uno scherzo, ed essa quindi doveva es- 
sere collocata poco in vista, mentre l' altra, di contenuto storico, 
era importante, ed era destinata ad essere collocata in luogo a 
tutti visibile. 

La prima iscrizione (dimensioni : cent. 67 x 34 V2) dice : 
« (Ig ?)o magister | et Ingizo hanc he | clesiam fecer(unt) | in 
dei nomine ». 

L' ultima linea è certo completa ; giacché lo spazio bianco interpo- 
sto tra « dei » e « nomine » fu lasciato dal lapidicida per isfug- 
gire lo sconcio di una linea scritta che s' arrestasse a metà della 
riga. 

I due nomi che trovansi in questa iscrizione non sono quelli 
dei reciores del paese che abbiano procurata la edificazione della 
chiesa, come occorre forse non di rado in simili circostanze (2). 
Costoro sono i lavoratori 0 muratori, ed il loro ricordo ha riscon- 
tro col Bartolomeo che leggemmo nell'iscrizione del 1490. — La 
iscrizione è mediocremente conservata. 

Curiosa alquanto è la seconda iscrizione (dimensioni: cent. 
59 V2 X cent. 34), la quale contiene una di quelle imprecazioni 
eh* erano comuni nelf antidiità, non meno di quanto lo siano ai 
giorni nostri. 

QVI SCRISIT 
SCRIBAT QVI ^ 
LEGIT TRVLLV" 
BIBAT 

(1) La proporzione del nostro facsimile è ogni lato un quarto del vero. 

(2) Così, p. e., nella chiesa di Cisano [Arch. Ven. f XXII, 438); con piena cer- 
tezza ciò può asserirsi poi per Isola della Scala, dove abbinino due iscrizioni, 
1130, edite dall' ab. P. Garzotti, Appunti storici sopra Isola della Scala, p. 31 
e tav. 1 in fine. 



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413 

Cioè : « Qui scrisit | scribat 

Qui legit trullum bibat ». 
Non è senza qualche interesse la rima, nonché la forma poetica 
data al motto poco elegante (l). 

Per la paleografia vanno notate due particolarità : 

a) la V risponde ad una A rovesciata e privata della striscietta 
orizzontale : così d* avere perfino il vertice attraversato dalla li- 
neetta orizzontale esterna, proprio quàle riscontrasi nella A ; 

b) la linea d' abbreviazione dell' ultima voce della lin. 3 (nella 
seconda iscrizione) è retta ai due lati, mentre si ripiega a mezzo- 
cerchio rivotto verso Y apertura della V. È un segno d' abbrevia- 
zione comunissimo, ma caratteristico ; 

c) strana è la m di « magister » nella prima iscrizione, dove fu 
contrapposta alla m di « ecclesiam ». 

F. e C. Cipolla. 
P. Sgulmero. 



(1) Era pure in uso il motto morale corrispondente. Chi svolge la Collezione 
fiorentina di facsimili paleografici greci e latini (fase. I, Firenze, 1884, Le Mon- 
nier) — splendidissima pubblicazione dovuta alle cure dei professori Girolamo 
Vitelli e Cesare Paoli — trova (Cod. Latini, illustrazione della tav. 6] che la sot- 
toscrizione dello scriba fiorentino, Febbr. 1326 (zz 1327 s. e), che trascrisse il 
ms., comincia: « Qui scripsit, scribat | semper cum dominio uiuat ». 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Fedele Lampertico, Scritti Storici e Letterari, voi. II. Firenze, 
tip. Le Monnier, 1883, in 8.° di pag. 300. # 

A' lettori dell' Archivio Veneto, nel quale si è parlato del 
primo, non rincrescerà, io spero, un ragguaglio anche del secondo 
volume degli Scritti Storici e Letterari di Fedele Lampertico. Dei 
venti e più capi, che vi si trattano, io non dirò che sieno uguali 
in ciascuno il pregio e V importanza ; ben non dubito di affermare 
sin da principio che, comunque relativi quasi tutti a cose vicentine, 
non lasciano di gettar nuova luce su certi momenti della storia 
civile e letteraria dell' Italia, e su certi usi e costumi antichi d' al- 
tre terre e d' altri popoli. 

Cinque degli scritti, ond 1 è composto il volume, si possono 
considerare un contributo, se cosi si può dire, alla vita di Dante 
Alighieri e alla interpretazione della Divina Commedia, intantochè 
concorrono mirabilmente a definire la topografia di certi luoghi, a 
correggere o a rettificare alcuni avvenimenti della storia, non già 
della sola Vicenza, ma dell' intera Marca Trevigiana. Cosi nella 
interpretazione della terzina 16 nel canto IX del Paradiso, 

Ma tosto fia che Padova al palude 

Cangerà l'acqua, che Vicenza bagna 
Per esser al dover le genti nude, 

s* ha non solo la determinazione della palude attigua a Vicenza, 
dimostrata con valide prove, desunte da vecchi documenti e dalla 
natura del porto, ma si confuta vittoriosamente il senso, dato al 
luogo dantesco dal Gloria, che vi ravvisava l'accenno a quella 
operazione idraulica del 1314, per la quale s* introduceva da' Pa- 
dovani un ramo del Brenta neir alveo del Bacchigliene (1). E la 

(1) Gloria, Disquisizioni intorno al passo della Divina Commedia: « Ma 
tosto fia » ecc. Padova, Randi, 1869. 



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416 

interpretazione del Lampertico, eh' è, nè più nè meno, la stessa 
de' commentatori del divino poema, avvalorata da' raffronti di an- 
tichi autori, s' ha V approvazione del Tommaseo, di cui s' inseri- 
scono, tramezzate allo scritto, tre dottissime lettere. In egual 
modo il commento alla terzina 38 del canto XV dell' Inferno non 
è tanto una illustrazione del vescovato d'Andrea Mozzi in Vicen— 
za, di colui cioè, che dal Servo de' Servi 

Fu tramutato d'Arno in Bacchigliene, 

quanto del vescovato in Firenze e dirò anche della intera famiglia 
di lui. Il solo#nno della morte non è, mi pare, ben definito. Degli 
storici, alcuni pensano ch'egli finisse i suoi giorni nel Febbraio 
del 1296. Secondo il Lampertico sembrerebbe invece che, tramu- 
tato in Vicenza nell' estate del 1295, vi morisse il 28 Agosto del- 
l'anno stesso: ciò che contraddirebbe ad alcune date d'investiture, 
conferite da lui, ancor vivo, nel Novembre del 1295 (1). A nulla, 
ch'esca dalle semplici congetture, s'informa il breve scritto che 
s'intitola Dante Alighieri in Vicenza; ma ciò non pertanto vuoisi 
saper.grado all'autore d'avervi colta occasione di mettere in ri- 
lievo l'ospitalità, conceduta in Vicenza a parecchi fuorusciti fio- 
rentini, quali Lapo degli Uberti, Gangalando de' Gangalandi, al- 
cuni degli Ubriachi e Vanni di Cambio di Bonzino. E nello stesso 
modo vuolsegli saper grado de' raffronti, eh' egli fa, d' alcuni luo- 
ghi della Divina Commedia con gli analoghi del poema del Ferreti 
per dimostrare lo studio di quest'ultimo al sacro poema. E con 
l' Alighieri e la Divina Commedia ha larga attinenza l' articolo in- 
torno a Uguccione della Faggiuola in Vicenza, non già perchè 
vi si mettono in nuova evidenza le due deliberazioni, pubblicate 
dal Troya e da altri, per le quali s' abolisce il guidrigildo ger- 
manico e si definisce il vero giorno della morte del famoso capi- 
tano, ch'era pur podestà di Vicenza, ma perchè vi si discorre della 
battaglia del 1317 tra' Padovani e Vicentini, alla quale pure al- 
ludesi, secondo alcuni, da' versi messi in bocca a Cunizza da Ro- 
mano, e perchè vi si accenna alla venuta in Vicenza del divino 
Poeta, argomentata, già tempo, da Giacomo Zanella (2). E nuovo 

(1) Riccardi, Storia dei Vescovi Vicentini. Vicenza, tip. Vendraminì, 1786. 

(2) Zanella, Ferreto de* Ferreti, storico e poeta vicentino. Albertino Mus- 
sato o delle guerre tra Padovani e Vicentini. Vedi Scritti Varii. Firenze, Le 
Monnier, 1877. 



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417 

del tutto e ingegnoso è il commento al verso 70 del canto XVH 
dell* Inferno, 

Con questi Fiorentlli son Padovano, 

dove il Lampertico, forte delle determinazioni degli Statuti di Pa- 
dova, crede che V Alighieri esprima « non solo una relazione da 
città a città, ma da persona a persona, non solo un' arte esercitata 
da persone, che per conoscersi avessero atteso a trovarsi nel luogo 
stesso d' espiazione, ma da persone, che ben in lor vivente, si fos- 
ser trovate nella stessa città a esercitare la stessa arte ». 

Intendimento delle Curiosità Erudite, dalle quali s' intitola il 
primo articolo del volume, è di mettere in chiaro il significato 
d'alcuni vocaboli che s'incontrano ne' documenti medioevali di 
Vicenza, o di determinare certe denominazioni d' alcune vie e di 
alcuni luoghi della città. Vi si parla cioè della caminata, della re- 
gia o regge, della seriola, del bottaccione, del bottaccio, del bot- 
taccio, delle strade di Piancoli, della Racchetta, delle Stufe, del 
Pallamaglio, di giuochi di spettacoli e d'altro. E lo scritto non 
ne dà solo l' illustrazione per ciò che si riferisce a Vicenza, ma 
offre inoltre una messe nuova, inavvertita dallo stesso Du-Cange, 
e per di più un esempio del come si potrebbe allargare col contri- 
buto de' documenti italiani e, sino a un certo punto, anche com- 
pletare il Dizionario della latinità raedioevale. Con le Curiosità 
Erudite ha una certa attinenza, sotto questo rispetto, il breve 
scritto sugli Statuti rurali nel Vicentino. Parecchi in fatti sono i 
vocaboli, ora di terre, ora d' uffici e ora di leggi, de' quali si di- 
scorre e si definisce il significato. Ma di questo, più che di propo- 
sito, vi si parla per incidenza. Scopo principale dello scritto è 
quello di designare le differenze tra le leggi rurali de' tempi di 
mezzo e le leggi della città. E le conclusioni, alle quali discende 
dopo una lunga serie di prove il Lampertico, sono « che duravano 
nel Vicentino più che a Vicenza uffici di straniera origine, atte- 
standone l'antica prevalenza i nomi rimasti anche cessate le male 
signorie; che gli uffici prima appartenuti a' capi degl'invasori di- 
vennero poi cosa signorile d'alcuni nobili; che le regole fattene 
per la custodia de' campi risentono del tempo, in cui libri pubblici 
non vi erano e bisognava supplire con segnali sul luogo stesso, 
provedendo da sè a rimediare ai malanni, non potendolo l'autorità 
pubblica ; che un po' alla volta quegli uffici passarono in balia dei 
comuni, ma rimasero pur sempre particolari e diversi in ciascuna 



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418 

villa ». Tra le prove il Lampertico cita un « documento del 753, 
col quale un Duca Anselmo dava molte tenute a un monastero ». 
Ora è a sapere che sull' autenticità di quel documento, eh* io pub- 
blicavo nel 1880 (1), ha gettato gravi dubbi il chiaro professore 
Carlo Cipolla, il quale lo giudicava « un diploma falso o almeno 
profondamente alterato » (2). 

Lo scritto sugli Statuti rurali nel Vicentino intende, non v'ha 
dubbio, a definire quale fosse, in generale, il governo del contado, 
diverso sotto più. rispetti dal governo della città. Di quest' ultimo 
si discorre invece ampiamente in parecchi altri articoli. Il Lam- 
pertico non crede già che della città fosse signore assoluto il Ve- 
scovo di Vicenza. L'asserzione degli storici vicentini, che ne 
hanno spacciato e fatto ripetere ciecamente Terrore, è confutata 
vittoriosamente nello scritto intorno al Governo popolare nel se- 
colo decimo terzo. I cronisti, i documenti e lo stesso Statuto del 
1264 mostrano chiaramente che i giuramenti di fedeltà si face- 
vano al Vescovo non come a signore assoluto, ma come a rappre- 
sentante del Comune. Del resto il governo fu sempre popolare, 
per il periodo, che corse dal 1237 al 1259, in cui ebbe a tiranneg- 
giare Ezelino : ciò che appare evidentemente dalla costituzione 
particolareggiata, che ne viene determinando con somma chiarezza 
e conoisione il Lampertico. Dal quale vi si aggiunge poi nuova 
luce per il breve scritto, che segue, intorno allo Statuto Vicentino 
del 1264 ; dov' è dimostrato che la compilazione e Y ordinamento 
di queir anno non facevasi ex novo, ma si lavorava in vece sovra 
un libro di statuto, osservato in Vicenza sin dal secolo decimo se- 
condo. Di nuovo vi s' introduceva, a quanto pare, la sola divisione 
in quattro libri. 

Fu comune opinione, come s'è pure accennato, che i Vescovi 
abbiano esercitato in Vicenza un vero e proprio dominio. Ho detto 
fu comune opinione, giacché contro d' essa s* è già levata la voce 
autorevole di Giuseppe Todeschini, il quale, definite le prerogative 
contenute ne' privilegi imperiali, dimostrò chiaramente che i Ve- 
scovi di Vicenza non ebbero mai sovranità (3). È ciò che il Lam- 
pertico, parlando del governo popolare nel secolo decimo terzo, 

(1) \JpnsoLiN, Alferisio Conte di Vicenza. Vicenza, 1880. 

(2) Mittheilungen der Instituts fur Oesterreichische Geschichtsforschung del 
Muhlbacher, fase. 4. Vienna, 1880. — Atti della R. Deputazione di Storia Ve- 
neta, papr. 198. Venezia, tip. Visentini, 1881. 

(3) G. Todeschini, Le Decime Feudali del Vescovado di Vicenza. Vie, 1882. 



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419 

esclude dal Vescovo Bartolommeo di Breganze, e ricalca, riguardo 
anche agli altri vescovi, nello scritto sull 1 Indole e i limiti dell' au* 
torilà de 9 Vescovi in Vicenza. E le prove risultano dall' esame 
de' diplomi imperiali, allestiti a corredo della sua dissertazione dal 
Todeschini ; per i quali nulla si conferisce di ciò, che possa accen- 
nare a vero e proprio dominio. Non vuoisi anzi tacere che, a mag- 
gior luce di quanto asserisce, il Lampertico pubblica inseriti nel 
suo scritto gli stessi diplomi, che sono degl'Imperatori Ottone ter- 
zo, Arrigo secondo, Corrado secondo, Arrigo quarto, Federico 
primo e Ottone quarto. Ciò che per questi diplomi imperiali confe- 
rivasi al Vescovo era invece la investitura del Comitato Vicentino. 
E nondimeno incontrasi nelle storie dì Vicenza la parte del Conte, 
eh' è tutt' altra da quella del Vescovo, e della quale il Conte si 
qualifica il capo. Da questo fatto trasse argomento il Lampertico 
al breve articolo sull'Autorità del Conte; dove, col poco, porto- 
gli dagli storici, da' cronisti e da' documenti antichi, ha, se non 
definito, messo in un certo rilievo l' ufficio del Conte. Il quale si 
presenta non come un individuo di famiglia, che si chiama di quel 
nome* (ciò che s'è creduto finora dagli storici); ma come un in- 
vestito di certe prerogative imperiali, che sta di fronte al Vescovo 
e ne capitana la fazione contraria. 

L' occasione a quest' ultimi scritti fu pòrta sopra tutto da un 
Codice degli Annales Civitalis Vicentiae Nicolai Smeregli, con- 
servato nella Biblioteca Comunale di Vicenza : codice che il Lam- 
pertico pubblica pure nel presente volume, notando le varianti ar- 
bitrarie e inconsulte, già stampate dall'Osio e dal Muratori, i quali 
si credevano dar forma latina a un testo « scritto in un linguag- 
gio, che di latino non conserva quasi se non la desinenza » ; e per 
il quale linguaggio « la Cronaca diviene in fatto un documento 
storico del dialetto, e che in parte è lingua comune d'Italia, ma in 
parte è rimasto dialetto ». Di che il Lampertico parla nel breve 
scritto, premesso agli Annales, che s'intitola di Nicolò Smere- 
glo e della sua Cronaca : nel quale, raccogliendo tutte le mag- 
giori notizie possibili intorno al buon cronista, rettifica date, cor- 
regge errori e dimostra eh' egli non moriva già nel 1279, come 
vorrebbero TOsio e il Muratori, ma era ancor tra' vivi nel 1311. 
Sicché, seguendo l' antica opinione, ripudiata da' due editori, potò 
pubblicare siccome non d' un Anonimo, ma dello Smereglo stesso 
quella porzione della Cronaca, che dal 1280 si conduce fino al 
1312; avvalorato sopra tutto dai Codice vicentino, che la reca 



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420 

non interrotta a modo degli altri, ma per disteso. Nè gli sfuggi in 
pari tempo che il codice corregge e restituisce alla loro genuina 
interezza alcuni fatti, già alterati e sconvolti. E da ciò tolse argo- 
mento a discorrere, come pur s' è veduto, non solo del governo 
popolare, dello Statuto del 1264 e dell'autorità de' Vescovi e del 
Conte ; ma colse inoltre 1* occasione di definire la serie de' Podestà 
di Vicenza, durante il periodo di tempo, abbracciato dalla Crona- 
ca. Nella qual serie introduce a lor luogo gli ommessi dallo Sme- 
reglo e risultanti non di meno dagli altri Cronisti e dai documenti 
del tempo, non senza sottomettere a rigorosa rassegna, in un as- 
sennato proemio, quanto fti detto in proposito dagli storici e dai 
raccoglitori di cose vicentine, discuterne le discordanze de' cronisti 
contemporanei e ragguagliare del metodo e dell'opera propria. E da 
una rubrica della Cronaca stessa prende occasione a un brevissimo 
articolo intorno al Patto di custodia nel medio evo; dove si tratta 
da principio della custodia, in generale, e quindi della custodia, in 
particolare, chiesta da' Vicentini ai Padovani e tramutata ulte- 
riormente in dominio. Ed è anzi notevole che per la rubrica stessa, 
quale si legge non nelle edizioni dell' Osio e del Muratori, ma nel 
Codice Vicentino, se non va corretto l' errore, s' agevola per lo 
meno il ristabilimento della serie esatta de' Podestà al tempo di 
Vicenza libera e del dominio padovano, cominciato non già nel 
1263, ma nel 1266. Oltre di che si « fa assai meglio distinguere 
quel periodo di tempo, in cui Vicenza sentiva bensì il predominio 
della potente città vicina ; ma ancora non si era assoggettata al 
dominio di essa » ; e si dà « più chiara la distinzione de 9 patti di 
custodia e guardia da quelli di dedizione ». E della Cronaca dello 
Smereglo parlasi infine nell' articoletto, che s* intitola Cose di lin- 
gua e Conclusione. Il Lampertico vi nota cioè come parecchie 
voci, spogliate di certe desinenze alla latina, sieno prettamente ita- 
liane. D'alcune della bassa latinità dà un'etimologia e un signifi- 
cato diverso affatto da quello appostovi da altri ; e conchiude in 
fine che se le notizie, contenute nell' « umile Cronaca dello Sme- 
reglo » son « di poco o verun conto di per sè stesse », non la- 
sciano però d' acquistare « pregio, incastonate che sieno nella sto- 
ria del Comune e della Nazione ». 

I vari scritti, de* quali s' è fatta parola, concernono, piti o me- 
no, i temp feudali, l'età de' Comuni e le signorie de' Padovani 
e degli Scaligeri. Ma il Lampertico non s'è rimasto d' inserire nel 
volume due altri scritti, che si riferiscono alle successive signorie 



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421 

de' Visconti e della Repubblica di Venezia. Nel Dominio de' Vi- 
sconti a Vicenza ed il culto di San Vincenzo egli si è fatto a 
esporre in succinto le condizioni della città allo sfasciarsi della si- 
gnoria degli Scaligeri e a narrare con che lieto animo i Vicentini, 
risoluti di sfuggire alla tirannia del Carrarese, accogliessero il 
nuovo signore e vi fossero dolcemente trattati. Dove, oltrecchè da* 
cronisti, ne desume le prove dal bel libro, che il conte Giovanni da 
Schio ha scritto intorno al celebre Antonio Loschi, che fu de' sud- 
diti più fedeli e più affezionati al Visconti. E siccome il fatto fu 
segnato con 1' introduzione del culto di San Vincenzo Martire, 
quale patrono principale della città e della diocesi, così il Lamper- 
tico si fa strada a fissare le origini della chiesa e d' altri monu- 
menti, innalzati in onore di lui. Alla storia della città sotto la Re- 
pubblica si riferisce in vece lo scritto, che s' intitola delle Rela- 
zioni de' Rettori Veneziani in Vicenza. Le quali, incominciate 
per decreto del 15 Novembre 1524, si proseguì a spedire alla Si- 
gnoria di Venezia col licenziarsi d' ogni Podestà e d* ogni Capita- 
no sino alla caduta della Repubblica. Non che il Lampertico vi 
parli per disteso di ciascuna e di tutte ; dalle ottantatre, che gli 
venne fatto di conoscere, trae, sopra tutto, ciò, che si riferisce al 
«c modo, con cui i Rettori Veneziani conduceyansi quanto ai nobili, 
al clero, alle parti » ; tocca « de' timori e sollecitudini, ond' erano 
impensieriti per la difesa delle Alpi, che guardano » la provincia 
di Vicenza ; e discorre all' occorrenza del * continuo sospetto de* 
Vicentini e de' Rettori verso i tirolesi, dipendenti dal re de' Romani 
e da' feudatari», nonché « delle frequenti lotte e devastazioni » 
tra gli uni e gli altri. E scopo supremo dello scritto, che pur rende 
conto della natura schietta delle Relazioni e dell' intendimento non 
di piacere alla folla, ma d' istruire la Signoria e di far bene al po- 
polo, si è di mostrare « la corrispondenza amichevole de' gover- 
nanti e de' governati, vero segreto dell' affettuosa ricordanza e di 
quel vivo desiderio, che lasciò di sè il governo Veneziano ». 

Di minor importanza, se vuoisi, ma pur grate per ciò, che vi 
si rinfresca, sono le brevi Notizie intorno a Cesare Piovene e su 
Monte Galda nel Vicentino, una terra famosa nelle lotte municipali 
de' tempi di mezzo. Del Piovene, che fu uomo d' armi al servizio 
d' Emanuel Filiberto e della Signoria di Venezia, lodato dal Paruta 
e ricordato dal Botta e dal Ricotti, sono messi in evidenza gli studi, 
la fedeltà, il coraggio e il valore, mostrato sopra tutto nella difesa 
di Cipro, ove fu fatto a pezzi, nel fiore ancora degli anni, il 1570. 



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422 

Larga e completa è, se cosi si può dire, la monografia su Monte 
Galda. Il Lampertico vi descrive V itinerario da Vicenza lungo la 
strada della Riviera de' Colli Berici, il castello, la storia, i ricordi 
del 1848, il mercato, le iscrizioni romane e la geologia. Sì, anche 
la geologia, per la quale pubblica una lettera di Giuseppe Mene- 
ghini e una traduzione dello stesso di quanto si scrisse in proposito 
nelle Mémoires di Alberto Fortis; come per ciò, che riguarda 
l'iscrizioni romane, si compiace d'inserire nella sua monografia 
una dotta dissertazione di Bartolomeo Bressan. 

L' unico scritto, che non miri di preferenza alla illustrazione 
delle cose vicentine, è quello che s' intitola 1 qui prò quo degli 
eruditi. Discorresi in esso di alcuni vocaboli, che mancano al Di- 
zionario della lingua italiana, e se ne'rettifica in più luoghi il signi- 
ficato. Quello per altro, di cui vi si parla più a lungo e intorno al 
quale s' aggira tutto quasi lo scritto, è il vocabolo graziano, che 
frainteso in una lettera del Magalotti, si prese ad usare nella frase 
fare il graziano^ che vuol dire chi fa il saccente e il grazioso 
a mal tempo e senza grazia, o altrimenti chi fa il grazioso e 
lusinga per ingraziarsi ad altri. l\ Lampertico, notato da pri- 
ma Terrore, in cui corsero i compilatori del Vocabolario, dimostra 
di mano in mano i vari significati della voce, che nella lettera del 
Magalotti nou altro significa se non il celebre autor del decreto 
di Graziano, « che l'uno e l'altro foro 

Aiutò sì che piacque in Paradiso; 

e conchiude : « Quando sarò Accademico iella Crusca, non avrò 
pace fino a che Decreto non vi figuri, qual è veramente, l'opera 
di Graziano, monaco camaldolese di san Felice in Bologna in sul 
bel mezzo del secolo duodecimo, non già una collezione di canoni 
come un'altra: fino a che l'esempio del Maestruzzo non sia riven- 
dicato proprio a lui; e fino a che l'esempio del Pecorone non sia 
scritto in modo che apparisca chiaro volersi significare per legge 
e decreto i due corsi diversi e distinti dei legisti e decretalisti, 
ossia del diritto civile e del diritto canonico. Poscia vorrei che, 
registrandosi pure il nome di Graziano, dacché è nome proprio 
bensì, ma è poi passato in maniere di dire proverbiali, vi tenessero 
dietro i modi e usi seguenti : fare il Graziano, fare il dottore, 
dottorare, dottoreggiare, dettar la legge, e qui 1* esempio del Ma- 
galotti; Oraziano una delle maschere del teatro italiano, messa 
in voga nella seconda metà del secolo decimosesto, e qui l'esero- 



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423 

pio del Èuonarrotti, del Fagiuoli e del Lamberti ; Graziano agg. 
il linguaggio e lo stile di detta maschera in dialetto bolognese e 
che tiene del burchiellesco ; Grazianatorio, aggettivo, che denota 
le foggie e la parlata della maschera, conosciuta sotto il nome del 
dottor Graziano ». 

Vicenza, nel Novembre 1883. 

Bernardo Morsolin. 
/ veneti salvatori di Roma. Roma, 1884, Bocca, p. 310, 16.° 

L' illustre senatore Pietro Manfrin, ben noto all' Italia come 
scrittore di economia politica, e versatissimo in quegli studi, ha 
voluto dar prova della versatilità del suo ingegno coir occuparsi 
recentemente anche di storia ; e, frutto delle sue ricerche, è ve- 
nuto alla luce questo suo libro. In esso P autore mostra di avere 
diligentemente studiato P argomento che imprése a trattare, e gli 
antichi e moderni autori che ne parlarono ; acuto osservatore di 
spesso, ardito e felice talvolta nelle induzioni sue, egli è certa- 
mente degnò di lode ; quantunque non si possano dissimulare in 
questo primo lavoro non lievi difetti, provenienti o da inesperienza 
o forse da idee preconcette, e si debbano desiderare maggior so- 
brietà di materia, e minore recisione o baldanza di giudizi. Avviene 
quindi che non si debbono approvare talora le deduzioni e le con- 
clusioni a cui si lascia trasportare : e, per esempio, meno che mai 
dove (a pag. 13) discorrendo dell'esegesi della storia antica di 
Roma, sembra insinuare, seguendo non so quali ipotesi di moderni 
razionalisti eterodossi, che gli Atti degli Apostoli sieno una compi- 
lazione del IV secolo dell' era cristiana. Non crai hic locus, disse 
già P antico maestro. 

Lungo sarebbe il seguire P autore in tutte le sue investiga- 
zioni, e il pesarne ad una ad una le opinioni, alcune delle quali 
molto ingegnose, che viene a formulare tanto nella prima parte 
del suo lavoro, nella quale tratta della storia primitiva di Roma 
e della presa fattane dai Galli, quanto nella seconda, nella quale, 
ragiona della origine dei Veneti, ed esamina minutamente e con 
amore le memorie lasciateci dagli antichi su questo popolo. Pur 
riconoscendo l'acutezza della sua mente e la felicità di qualche 
sua trovata, difficile sarebbe P acconsentire con lui in molte delle 
sue sentenze : per es., a dirne una, accetteranno i geologi P assar- 



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424 

zione sua (pag. 172, 174) che le isole di sabbia e di fango dell 4 an- 
tico e moderno delta del Po e dell' estuario, fossero e siano, al 
pari dei colli Euganei, isole vulcaniche ? Si deve credere che 
quando (p. 121) assegna alla cima del monte Grappa, tra Brenta e 
Piave, 1700 piedi, anziché 1703 metri sul livello del mare, ciò 
non sia che una semplice svista dello scrittore, o piuttosto un er- 
rore del tipografo ; ma sono invece certamente un segno della di- 
sattenzione dell' autore i due fatti seguenti. Alla pag. 200 e 202 
egli cita il Mantissa come un cronista medievale, di cui riferisce 
poi in nota a pag. 202 le parole : or bene, si tratta di una man- 
tissa, cioè appendice o aggiunta a ur codice mss. padovano, pub- 
blicato dal Muratori nei RR. IL SS. Riporta poi a pag. 175, pure 
in nota, un brano attribuito ad Aristotele, nel quale si narra del 
lago di Fetonte « esse vero populos nigras in ea frequentes, 
unde quod vocant electrum decidit etc. » ; e lo scrittore fisso 
neir opinione delle isole vulcaniche, della caduta di Fetonte colà, 
e della gente abbrunata che abita le stagnanti acque del fiume, 
tutte cose ricordate di passaggio da Polibio II, 10, traduce sbada- 
tamente : « Molti fra gli abitanti sono anneriti da quelle esaia- 
sioni, le quali formano ciò che chiamasi elettro, ecc. » mutando 
cosi in popoli il pioppo vero, di cui evidentemente ivi si ragiona. 

La terza parte del libro tratta delle alleanze dei Romani coi 
Veneti ; e qui fa veramente dispiacere V incontrare fin da principio 
(pag. 208), un'altra insinuazione gratuita, e disdicevole a un pari 
suo ; quasi, cioè, che Y invidia del governo di Venezia avesse fatto 
sparire i gloriosi documenti dell'antica storia di Padova. Spende 
in questa parte molte parole a provare che la Venezia non fu mai 
soggetta ai Romani, ma conservò la propria indipendenza fino a 
che G. Cesare nel 705 le conferì la cittadinanza (pag. 295) : ciò 
posto, riuscirebbe incomprensibile il fatto, che i Romani tanti anni 
innanzi avessero fondato Aquileja e conquistato il paese dei Carni 
e degli Istri, oltre alla Livenza e al di là delle terre dei Veneti, se 
questi non fossero già stati fino da allora socii al pari dei Latini o 
almeno degli altri italici, e quindi attratti neir orbita del loro im- 
perio : e diffatti è noto che furono sempre alleati di Roma nella 
comune difesa contro i Galli e durante e dopo la seconda guerra 
punica, come lo dimostra l'autore. Neppure è giusto il dire che, 
fatti cittadini, i Veneti fossero ascritti alla sola tribù Fabia (pag. 
205), poiché le iscrizioni della decima regione fanno menzione 
delle seguenti : Camilia (Adria), Claudia (Concordia, Julio Car- 



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425 

nico, Cadore e Tarvisio), Fabia (Patavio), Menenia (Vicenza, Fel- 
tria), Papiria (Opitergio, Belluno), Póblilia (Verona), Romilia 
(Ateste), Scapzia (Aitino, Foro Julio), Velina (Aquileja) ecc. 

Veramente, per finire, l'argomento è interessante per gli stu- 
diosi di storia italiana, e lusinghiero, se vuoisi, per noi Veneti; tut- 
tavia si può ritenere che, se Fautore l'avesse gonfiato un po' me- 
no, e avesse usata più severità nelle lodi, e maggior parsimonia 
nella scelta della materia, non ne avrebbe scapitato il suo libro : 
anzi un titolo più modesto, e uno scrivere meno sentenzioso e ri- 
ciso non avrebbe certamente nociuto, ma forse cresciuto l'efficacia 
e la forza di così importante e notevole scritto 

F. P. 

Dino Mantovani, Lagune. Roma, 1883, Sommaruga. 

DalKon. prof. Antonio Fradeletto abbiamo ricevuto questa lettera, a cui 
non crediamo di poter negare ospitalità. Siccome peraltro la causa delle La- 
gune ci sembra decisa, possiamo assicurare i lettori che non torneremo più su 
questo ingrato argomento. 

R. F. 

Illustrissimo signor Direttore, 

In una mia recensione bibliografica, eh' Ella ebbe la bontà di 
inserire nell' ultimo fascicolo dell' Archivio, io dimostrava e con- 
cludeva che le Lagune del sig. Dino Mantovani sono un plagio 
svergognato. 

Ai più la dimostrazione parve convincente, la conclusione ir- 
recusabile, l'intonazione giusta. — Ma non a tutti. 

E non parlo dell'autore, che il 27 Maggio scriveva all' Adria- 
tico: « se il professore Antonio Fradelello vorrà continuare su 
lutti il sistema critico cosi felicemente sperimentato su me, farà 
opera santa » — e il 17 Giugno alla Domenica letteraria: « Pro- 
mettetemi di non più metter voce in una questione per cause, 
per forme e per fini indegna delle vostre armi leali, e saluta- 
temi lietamente V editore ed amico Angiolino die il grosso bac- 
cano pseudo- critico non mancherà di divertire quanto voi e 
me ». — Non parlo di lui, perchè documenti simili, prodotti a 
venti giorni di distanza l' uno dall' altro, lo esimono inappellabil- 
mente dai doveri della responsabilità morale. 

28 



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42G 

Parlo dei critici della mia critica. 

Il professore gab, dell' Adriatico, pur consentendo in tutto 
con me, m'avrebbe desiderato in qualche modo meno aspro nella 
forma. E a lui rispondo: che troppo oscuro è il mio nome perchè 
qualcuno possa mai aver bisogno della mia indulgenza; ma che, 
al caso, io la riserbo tutta al lavoro modesto, assiduo, onorata- 
mente intrapreso e durato — alla frode, comunque fatta, no! 

Il dott. Clotaldo Piucco, della Gazzella di Venezia, riconosce 
e deplora le rapine del signor Mantovani, ma nonpertanto gli ri- 
conferma titolo e lode di « scrittore ». — E sia pure, a suo grado. 
Ma siccome alcuni mesi innanzi, encomiando appunto le Lagune, 
egli definiva lo scrittore: « quegli che dà forma perfetta alle 
idee entrale già nel cervello di tanti altri, i quali si son conten- 
tali di accoglierle e di esprimerle male, e non ìianno se non il 
magro conforto d* accusar di plagio quelli che le diranno bene 
dopo di loro », cos'i io mi vedo logicamente costretto a dedurre 
che, nel giudizio del dott. Piucco, il sig. Dino Mantovani ha dato 
forma perfetta alle idee entrate già nel cervello di Teofilo Gautier, 
di Carlo Blanc, d' Ippolito Taine, d' Augusto Boullier e di Rodolfo 
Tópffer : ai quali, poiché si sono contentati d' accoglierle e d' espri- 
merle male, non resterebbe, quando potessero o volessero, se non 
il magro conforto d' accusar di plagio il signor Mantovani, che le 
ha dette bene dopo di loro. 

Finalmente, il critico anonimo della Domenica letteraria si 
tura le orecchie e strilla : Le Lagune sono uno splendido volu- 
me! Le Lagune sono un lavoro d* arte e d* erudizione insie- 
me! Le Lagune sono un libro di saggi brillanti e di studi se- 
reni! — e designatomi di passaggio coir amabile perifrasi « uno 
sgobbone paziente », ammonisce me e i miei concittadini a far 
meno chiasso per alcune « citazioni volontariamente dimenti- 
cate », per alcune « interpolazioni di frasi, dJ aggettivi, di clau- 
sole, d' incisi ». 

Con codesto innominato giullare della letteratura domenicale 
non ho voluto nè voglio, pel rispetto che debbo a me, scendere a 
pubblica discussione ; soltanto, considerando che tra me e lui 
e' era di mezzo la folla, e che alla folla anche un cervello giulla- 
resco è buono pur di non servirsi del proprio, gli ho risposto che, 
a difesa e conferma dell* opera mia, mi sarei affrettato a divul- 
gare per la stampa V edizione definitiva delle Lagune, coi testi 
originali a fronte. 



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427 

Ma poiché in questi giorni, stanco e affollato di brighe come 
sono, mi mancano assolutamente il tempo e l'agio necessari a 
mantenere per intero la mia promessa, poiché d'altra parte un 
troppo lungo silenzio potrebbe toglierle o scemarle fede, sarà Ella, 
illustrissimo signor Direttore, cos'i paziente e cortese da accogliere 
intanto neW Archivio un altro breve saggio — un saggio, niente 
più, intendano bene i miei critici — di queste poche « interpola- 
zioni di frasi, d' aggettici, di clausole, di incisi » ? 

Ella rileggerà stavolta qualche frase, qualche aggettivo, qual- 
che inciso delizioso dei Reisebilder, del Voyage en Russie, dei 
Cajrrices et Zigzags, dei Gro(esques\ dei Nuoci ricordi d'Italia; 
ma tutto ciò, per quanto possa piacerle, le parrà ancora ben po- 
vera cosa a paragone del tocco onnipotente d'una fantasia che 
ha compenetrato e trasformato nella Basilica di San Marco la cat- 
tedrale maggiore del Kremlino e il tempio classico di Sant'Isacco 
a Pietroburgo — che ha fatto trasvolare la campagna veneta ai 
piedi del ISrocken — che ha convellilo i poeti minori francesi dei 
secoli deeimoquinto dei'imosesto deeimosettimo nei poeti minori 
veneziani del secolo decimottavo. 

Mi scusi e mi creda con profonda affettuosa reverenza, 

Vert«zi<K IO LugUo ISSI. 



Mantovani, pa£. '22 : « Certo so ^li 
artisti veneziani tolsero unicamente dal- 
la schietta naturi i*h 1 li circondava i 
loro modelli," la natura a sua volta co- 
piò i loro capolavori indie t'orimi umane 
piii recenti. Dove sussistere una lunpra 
p ignorata serie di queste alEuità elet- 
tive, che crearono qui una razza più 
bella ancora della salsa terra in cui 
fiorisce e del cielo luminoso che le dona 
i suoi ra^zi. Non può rimanere senza 
effetto sui nascituri i! culto ppr le av- 
venenti madonne « i quadri d'altare, 
che si stampano nell'anima dello spo- 
so, mentre la sposa reca devotamente 
in fondo al cuore rimanine d'un bel 
santo ». 



suo dev. obbl. 
Antonio Fràdeletto. 

II. Hkink, Reisebilder. Paris, Mi- 
chel Lé\y, 181)1, voi. II, papr.307: «La 
nature, après a\oir fourni des modèles 
aux artistes, copie aujourd'hui, à son 
tour, les eh .dVd' oeuvre auxquels ces 

riiodèles ont servi Ces aflìnités 

electives ont créé ici une race eneore 
plus belle quo la douce terre sur la- 
quelle elle fieurit et que le ciel lumi- 

neux qui l'entoure de ses rayons 

C'est un eulte qui n'est pas sterile que 
eette dévotion aux l)elles madones, aux 
beaux tableaux d'autel, qui s'impri- 
ment dans 1 amo du fiancò, pendant 
que la fiancò' porte dévotement au 
fond du coeur l'imago d'un beau Saint 



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428 



Mantovani, pag. 24 : « Le inglesi 

mostrano evidente la soverchia 

distanza dal naso alla bocca Fu 

osservato che, di fronte alle italiane, 
esse pajono statue alle quali si è rotta 
la punta del naso, pajono le dee della 
noja che corrono la posta ne' paesi del 
soie ». 



Mantovani, pag. 60: « Da quelle 
palpebre [delle madonne belliniane) de- 
votamente chine sfugge tuttavia un 
ammiccamento amoroso, come quello 
che brilla negli occhi d'una santa de' 
giorni nostri. Ma, comunque, è il vero 
carattere eroico, è uno spirito elevato 
che riconosciamo in questi quadri, e 
consiste non in un'eterna calma senza 
passione, come pretendono gli estetici, 
ma in un'eterna passione senza turba- 
mento ». 



Mantovani, pag. 251-252 : « Sono 

roccie coperte de le più beile 

specie di musco, così da sembrare ve- 
stite di velluto (l'autore descrive 
la campagna veneta) ... qua e là 
zampillano le fonti in filetti argentati 
tra le pietre, e gorgogliano in cascatene 

fra le radici di mezzo all'erba 

alta, dove fa tanto piacere sedersi ... : 
piegandosi allora e avvicinando l'orec- 
chio ai terreno .... par di sorprendere 
la secreta genesi delle piante, di sentir 
palpitare il cuore della montagna. 



Più si discende e più le sorgenti scor- 
rono armoniche. Di tanto in tanto una di 



H. Heine, ReUebilder, voi. It, p. 
335: « Il est seulement dommage que 
la distance trop grande du nez à la 

bouche [negli inglesi) gate, à 

mes yeux, les plus beaux visages 

Un observateur allemand a remarqué 
.... que les Anglais qui se promènent 
au milieu des Italiens, ont tous l'air de 
statues auxquelles on a cassé le bottt 

du nez — Ce sont les dieux de 

l' ennui qui courent la poste en touB 
pays ». 

H. Heine, Reiselbider, voi. II, p. 
244-245: « Les paupières dévotement 
baissées de mainte madone [nei vecchi 
quadri fiorentini) .... laissent écbap- 

per un clignement amoureux, 

aussi fripon que celui qu'on dócouvre 
dans les yeux d'une sainte de nos jours. 
Mais c'est, dans tous les cas, un esprit 
élevé qui nous plalt dans ces vieux ta- 

bieaux ; c'est le vrai caractère 

hóroique que nous reconnaissons 

et qui ne consiste pas, comme Dos es- 
thétiques le prótendent, dans un calme 
óternel sans passion, mais, au contraire, 
dans une éternelle passion sans trou- 
ble ». 

H. Heine, ReUebilder, voi. 1, pag. 
59 : « .... les pierres sont revétues . . . 
des plus bel les espòces de mousses, 
et semblent des coussins de velours 
(l'autore descrive I. monti del 
Harts, e precisamente la 
campagna che ni «tende a* 
piedi del BrocKen). . . On voit ca et 
là l'eau sourdre en filets argentés sous 
les pierres . . . . En plusieurs endroits 
l'eau jailiit . . . d' entre ... les ra- 
cines, et forme de petites cascades. C'est 
là qu'il fait bon s'asseoir .... Quand 
on se penche, en approchant l'oreille, 
on croit surprendre l'histoire secréto 
de la formation des plantes,et entendre 
palpiter le coenr de la montagne ». 

pag. 85 : « Plus nous descendions, 
plus lessources . . . ruisselaient harmo- 



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429 



esse sbuca furtivamente tra le macchie 
e le roccie, come per vedere se può 
affrontare la luce, e in fine scaturisce 
una vena gaja che ha preso la sua de- 
cisione. Poi l'acqua mormora selvag- 
giamente, precipita schiumando e torna 
a zampillare più lungi in archi puri o 
per una moltitudine di crepacci, e più 
basso scivola e saltella su le vecchie 
pietre ...... 



Mantovani, pag. 318-319: « quei 
vecchi artefici {gli architetti del medio 
evo) sapevano che il compiere l'edificio 
diletto era riserbato ai loro nipoti, ma 
non ne posavano meno tranquillamente 
la prima pietra, elevando i marmi sui 
marmi, finché la morte li richiamava 
dal lavoro. Altri artefici continuavano 
l'opera e scendevano allo stesso riposo, 
tutti fermi e beati nella credenza del 
cattolicismo eterno, fiduciosi nella con - 
fortuita dei sentimenti presso le gene- 
razioni avvenire, destinate al gaudio 
supremo di compiere il disegno dei pa- 
dri E dormono certo ben pro- 
fondamente, se lo sghignazzo e la ri- 
volta delle coscienze moderne non 
giunsero ancora a destarli ». 



Mantovani, pag. 324: « Vi sono 
in architettura, come in musica, dei 
ritmi quadrati d'una simmetria armo- 
niosa che allettano senza inquietare; lo 
spirito prevede con gioja il ritorno del 
motivo in un momento e sito determi- 
nato: l'architettura vi si sviluppa co- 
me una bella frase di musica religiosa, 
mantenendo quel che promette il suo 
puro e classico tema, non turbando 
l'occhio con alcuna dissonanza. Le co- 
lonne rosee formano dei cori uguali, 
cantanti la medesima melodìa su quat- 
tro pareti: l'acanto corintio espande la 



nieusement. Ce n'était que de temps à 
autre que l'une d'elles se montrait fur- 
ti vement entre les broussailles et les 
roches, comme pour voir si elle pou- 
vait se risquer au grand jour, et enfin 
jaillissait un petit flot qui avait pris sa 
revolution » — pag. 86 : « L' eau siffle 
sauvagement ici, ou se roule en écu- 
mant, jaillit plus loin en arcs purs par 

une foule de crevasses, et plus 

bas court, en sautillant, sur les petites 
pierres ». 

H. Heine, Iteisebilder, voi. II, pag. 

107: « des constructeurs (delle 

vecchie chiese) qui pouvalent pourtant 
prévoir que Tachèvement de pareils 
ódifices ne pouvait ótre róservó qu'à 
leura arrière-petits-neveux, et qui n'en 
posaient pas moins tranquillement la 
première pierre, et élevaient pierre sur 
pierre, jusqu'à ce que la mort les rap- 
pelàt du travail. D'autres architectes 
continuaient l'ouvrage et trouvaient à 
la fin le méme repos ; .... et tous avec 
la ferme croyance à l'óternité de la re- 
ligion catholique, avec une confiance 
complète dans la conformitó des senti- 
ments chez les générations futures, qui 
continueraient l'oeuvre de leura pré- 

décesseura il est à désirer que 

leur 8ommeil soit bien profond et que 
les ricanements des temps modernes ne 
les éveillent pas ». 

T. Gautibr, Voyage en Russie. Pa- 
ris, Charpentier, 1882, p. 197 : * Il y a en 
architecture, comme en musique, des 
rhythmes carrós d'uue syraótrie harmo- 
nieuse qui charment . . sans inquiéter ; 
l'esprit prévoit avec plaisir le retour du 
motif à une place marquée d'avance; .... 
il [la chiesa di SanV Isacco, a Pietro- 
burgo) se dóveloppe comme une belle 
phrase de musique religieuse, tenant ce 
que promet son thème pur et classique, 
et ne trompant le regard par aucune 
dissonance. Lea colonnes roses forment 
des choeurs ógaux, chantant la méme 



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430 



sua verde fioritura di bronzo su tutti i 
capitelli. Zone di granito si stendono 
sui fregi; in alto le statue si corrispon- 
dono per contrasti e somiglianze che 
ricordano i ritorni obbligati d'una fu- 
go ; e la grande cupola lancia la nota 
suprema fra i pinacoli che le servono 
d'accompagnamento ». 



mélodie sur les quatre facesdel'édi- 
fice. L' aoanthe eorinthienne épanouit 
sa verte fioriture de bronze à tous les 
chapiteaux. Des bandelettes de granit 
s'ótendent sur les frises ... les statues 
correspondent pas des contrastes ou 
dos ressemblances . . qui rappellent les 
renversements obligés d' une fugue, 
et la grande coupole lance ... la note 
suprème entre les quatre campaniles 
qui lui servent d'accompagnement ». 



Mantovani, p. '332: <> Nulla di più 
strano che questa decorazione (i mo- 
laici di man Marco) ove centi mg a 
di figure vi circondano, come una folla 
muta nell'estasi, montando e scenden- 
do lungo i muri, camminando in file, 
in panatenei cristiani, isolandosi in una 
posa di rigidezza jeratica, curvandosi 
sotto le cupole, rivestendo il tempio 
d'una tappezzeria umana .... che for- 
micola immobilmente. La luce rara e 
calda accresce l'effetto inquietante e 
misterioso. I grandi santi torvi del ca- 
lendario greco hanno in quell'ombra 
fulva apparenze terribili di vita, vi 

guardano con occhi fissi e neri 

e sembrano minacciarvi con la mano 
stesa a benedire. Gli arcangeli mili- 
tanti, i cavalieri sacri mescolano le loro 
corazze e le spade alle cappe funebri 
dei monaci e degli anacoreti ....»>. 



T. Gautif.r, Voyage cn llvssie. 
pog. 275-276: « Rien de plus étrange 
que cette décoration (le pittare 
della cattedrale dell* A«nun- 
zionc, nel Kremlino) où des 
milliers de figures vous enveloppent, 
cornine une foule muette, montant et 
descendant le long des murs, marchant 
par files rn panathénées ebrétiennes, 
s' isolant dans une pose d'une raideur 
hiératique, se courbant .... aux cou- 
poles, et habillant le tempie d' une 
tapisserie humaine . . . au fourmille- 
ment immobile. Un jour rare . . . ajoute 
encoro à roffet inquiétant et mysté- 
rieux. Les grands saints farouches du 
calendrier grec prennent dans cette 
ombre fauve . . . des apparences de 
vie formidables: ils vous regardent avec 
des yeux fixes et semblent vous mena- 
cer de leur main ótendue pour bénir. 
Les archanges militants, Ics saints che- 
valiers . . . mèlent leurs armures .... 
aux frocs sombres des .... moines et 
des anachorètes ». 



Mantovani, pag. 338-339: « . . . . 
l'arte araba .... fu spostata, non uc- 
cisa dal divieto di Maometto. Pagani e 
cristiani diedero all'uomo il più alto 
luogo nelle loro rappresentazioni pla- 
stiche: i musulmani, ai quali raffigu- 
rare comunque 1' uomo è proibito, si 
diedero tutti all'ornato ed al colore, po- 
sero il loro genio nell' invenzione di 
complessi rabeschi, in cui le linee ma- 
tematiche, decomposte all'infinito, si 



T. Gautier, Caprices et Zigzags. 
Paris, Hachette, 1865, pag. 276-277: 
« V interdiction de Mahomet, qui sera- 
blait devoir tuer à jamais l'art chez 
des nations musulmanes, n'a fait que 
le dóplacer. Les pai'ens et les eatholi- 
ques ont donne une place immense à 
T homme dans leurs créations plasti- 
ques; les musnlmans (pag. 274: Le Co- 
ran défend comme une idolatrie la re- 
présentation du corps humaio ) se 



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avvicendano in combinazioni sempre 
nuove e sempre belle. 



Non si sa imaginare la varietà, l'e- 
leganza, la ricchezza di quelli ornati in 

tutto fantastici Forse molti arabi, 

che sarebbero stati altrove Michelan- 
geli o Tiziani, spesero facoltà immense 
nell'inveutare que' meravigliosi dedali, 
che esprìmono talvolta quanto ogni più 
ideale figura i sogni intensi e intermi- 
nati dell'infinito. Privati del vero dise- 
gno, i popoli dell' Islam acquistarono 
una prodigiosa opulenza di colorito e 
in esso svolsero il loro mirabile istinto 
estetico; nessuno li eguagliò nell'arte 
di rompere le sfumature, di unirle, di 
porle in contrasto, di impiegarle iu 
masse ed in fili, di proporzionarle e fon- 
derle con una impeccabile euritmia ». 



Mantovani, pag. 340 344 : « L'arto 
bizantina (adopero questa parola non 
eerto esatto, in difetto d'una migliore) 
è in condizioni tutte speciali e nou ras- 
somiglia punto a ciò che dicesi arte 
presso le nazioni professanti culto lati- 
no. Essa ò ieratica, sacerdotale, immu- 
tabile, le sue formule sono precise co- 
me dogmi, non è suscettiva di progres- 
so nò di decadenza, nò, per così dire, 
di età. L'affresco o il mosaico compiuto 
venti anni or sono non si distingue per 
niente da quelli che contano un ecnti- 
najo di lustri. I suoi prodotti sorto c- 
guali al sesto, al decimo e al decitnosc- 
sto secolo, vivendo essa di se, senza 
perfezionamenti acquisiti, poiché do- 
vette trovare sin dagli inizi la forma 
sua necessaria, molto discutibile innanzi 
alla critica moderna, ma mirabilmente 
aUa all' ufficio che le incombe. 



431 

sont dóveloppós dans le sens de V orne- 
mentation et de la couleur; ils ont ap- 
plique leur génie à l'invention d'ara- 
besques compliquées, où les lignes ma- 
thómatiques, décomposées à l' influì , 
produisent des combinaisona toujours 
nouvelles et toujours charmantes. 

On ne saurait imaginer quel- 
le variété .... élégance riches- 

se Là tout est imaginaire 

Plus d'un Arabe . . . qui peut-étro 
atirait óté Michel-Ange ou Raphael . 
... a dópensé des facultés immenses 
à l' invention ... de ces merveilleux 
dedalea qui servent à exprimer des rè- 
ves d' in fini tout aussi bien que la Ma- 
don e ou le Pensiero. Privés du dessin 
proprement dit, lesOrientauxont acquis 
une prodigieuse finesse de coloris. Leurs 

facultés artistiques se sont sin- 

guliòrement dóveloppóes en ce sens; 
personne ne les a jamais ógalós dans 
l'art de rompre les nuances, de les raa- 
rier, de les contraster, de les employer 
par masse ou par fìlets, de les propor- 
tionner dans une eurbythmie infaiili- 
ble ». 

T. Gautier, Vuyage en Russie, 

pag. 304-308 : « L' art byzantin 

nous employons ce mot faute d' un 
plusjuste, bien que ne prósentant pas 

un sens rigoureusement exact 

est dans des conditions toutes particu- 
liòreset ne ressemble pas à ce qu'on 

entend par ce mot chez les peuples 

qui suivent la religion latine. C est 
un art hiératique, sacerdotal, immua- 
ble ; . .. Les formules en sont préci- 
se* comme des dogmes. 11 n'y a donc 
dans cette écolc ni progrès, ni déca- 
dence, ni epoque, pour ainsi dire. La 
fresque ou le tableau achevé il y a 
vingt ans ne se distinguent pas de la 
peinture qui compte des centaines d'an- 
nóes. Tel il ótait au sixième, au neu- 

viòme, ou au dixième siècle, 

Il vit de lui-méme, sans perfectionne- 
ments, puisque il a du premier coup 



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432 



Ma, si domanda, dov'è la scatu- 
rigine di questa tradizione così tenace- 
mente conservata? donde venne questa 
didascalica uniforme, che non serba la 
traccia dei «ecoli e dei mezzi diversi 
attraversati? A quali maestri obbedi- 
vano questi ignoti artisti, il pennello 
dei quali tappezzò le chiese greche 
d'una tale moltitudine dì figure, da 
non bastare più vite d'uomini a nu- 
merarle? (1). 

A tali questioni rispondono il Du- 
rand e il Didron, nell'edizione da essi 
pubblicata in Francia della Guida della 
pittura, manuale esteso da Dionigi mo- 
naco di Fourna d' Agrapha, seguace 
del celebre Emanuele Panselinos, il 

Raffaello bizantino In un 

breve preludio, preceduto da una invo- 
cazione a « Maria madre di Dio e sem- 
pre vergine » Dionigi monaco enun- 
cia lo scopo del suo libro 

[segue, tradotta in italiano, la prefa- 
zione di Dionigi). 



Questo manuale, vero codice di i- 
conografìa cristiana e di tecnica pittori- 
ca, rimonta al decimo secolo*, secondo i 
monaci del monte Athos, ma non data 
probabilmente che dal decimoquinto. 
Poco importa d'altronde, poiché esso 
non fa che ripetere le vecchie formule 
e i processi arcaici. Serve di guida an- 
cor oggi, e, come narra il Didron nel 
suo viaggio alla santa montagna, il 
padre Macario, il miglior pittore agio- 
rita dopo il padre Joasaph di Argostoli, 
teneva questa bibbia dell'arte sua spie- 



trouvé sa forme nécessaire, crìtiquable 
au point de vue de l'art mais merveil- 
leusement propre à la fonction qu' elle 
remplit. 

Mais, se demande-t-on, où est le 
foyer de cette tradition si soigueusement 
entretenue, d'où vient cet enseigne- 
ment uniforme qui a traversò les àges 
et qui n'a subi aucune altóration des 
milieux divers? A quels maitres obéi3- 
saient tous ces artistes inconnus, dont 
le pinceau a couvert les óglises du rite 
grec d'une telle multitude de figures 

que leur dénombrement dépas- 

serait le chiffre de la plus forni idab le 
armée? 

Une curieuse et savante introdu- 
ction de M. Didron, mise en téte du ma- 
nuscrit byzantin « le Guide de la pein- 
ture », traduit par M. le docteur Paul 
Durand, répond à la plupart des que- 
stions que nous venons de poser. Le ré- 

dacteur est un certain Denys, 

moine de Fourna d' Agrapha, grand 
admtrateur du célèbre Manuel Pan- 
selinos ... qui parait étre le Raphael 

de l'art byzantin Dana une 

courte próface, précédóe d'une invoca- 
tion à « Marie mère de Dieu et toujours 

vierge »> maitre Denys expli- 

que le but de son livre 

[segue la prefazione di Dionigi, secondo 
il testo francese del Durand). 

Ce manuscrit, vóritable manuel 
d'icouographie chrétienne et de techni- 
que picturale, remonte, selon les moi- 
nes du mont Athos, au dixième siècle. 
Il ... ne date guère que du quinziè- 
me ; mais la chose im porte peu, car il 

répète les formules anciennes et 

les procódés archai'ques. Il sert de guide 
encore aujourd' hui, et, cornine le ra- 
conte M. Didron dans son voyage à la 
montagne sacrée, où il visite le pére 
Macarios, le mei 1 leur peintre aghiorite 
aprò3 le pére Joasaph, « cette bible de 



(i) Il signor Mantovani, mentre copia il Oautier, cita in calce V Histoire d*s Pcintres di 
Carlo Blanc. 



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gata in mezzo al laboratorio, e due de* 
suoi più giovini alunni ne leggevano 
alternativamente de' brani ad alta voce, 
mentre gii altri ascoltavano e dipinge- 
vano. Esso contiene il secreto dell' arte 
bizantina, e fece comprendere al Di- 
dron, che aveva visitato le chiese di 
Atene, di Salnmina, di Tricala, di La- 
rissa, di Kalabach, di San Barlaam, del- 
le Meteore, di Mistra ed'Argos, perchè 
avesse trovato da per tutto la stessa 
profusione di dipinti, il medesimo co- 
stume, la medesima età, la medesima 
attitudine de* personaggi sacri. « Si di- 
rebbe, scrive egli, che un pensiero uni- 
co, animando cento pennelli in una vol- 
ta, abbia fatto sbocciare d'un sol colpo 
tutte le pitture di Grecia ». 



La santa montagna è il luogo dove 
si preparano queste pitture, dove si for- 
mano questi strani artisti dei dogma. 
Vi sono là meglio di novecento orato- 
rii, chiese e cappelle tutte ricoperte di 
freschi Il merito del pit- 
tore non consiste più nell'originalità, 
ma nell'esatta riproduzione dei tipi 
consacrati: le sue opere, schiave della 
teologia, non sono che copie delle co- 
pie antiche. I contorni, le proporzioni 
sono fissati e immutabili; il vero non 
si consulta mai ; una norma impreteri- 
bile prescrive la lunghezza della barba 
e de'capelli, il giro dell' aureola, la 
curva delle vesti, il numero delle pie- 
ghe ai frati non appartiene 

che il perfetto eseguire. Tutto il resto 
fu sancito dai padri della Chiesa d'O- 
riente » (1) 



433 

son art était étalée au milieu de l'ate- 
lier, et deux de ses plus jeunes élèves 
y lisaient alternativeir.ent à haute voix, 
pendant que les autres ótaient à pein- 

dre cn ócoutant ». Ce manu- 

scrit renfermait le secret de la peinture 
byzantine, et flt comprendre au savant 
touriste qui venait de visiter les égli- 
ses d' Athènes, de Salamine, de Tric- 
cala, de Larisse, de Kalabach, du cou- 
vent des Mótéores, de Saint-Barlaam . . 

de Mistra, d'Argos, pourquoi il 

retrouvait partout méme profusion d9 

décoration peinte, partout méme 

costume, méme àge, méme attitude des 
personnages sacrós « On dirait, s'ecrie- 

t-il qu' une pensée unique, ani- 

mant cent pinceaux à la fois, a fait 
óclore d' un seul coup toutea les pein- 
tures de la Grece ». 

L' atelier où se próparent ces pein- 

tures et où se forment ces ar- 

tistes byzantins, est le mont Athos 

l'on compte dans 1' Athos 

neuf cent trente-cinq óglises, chapelles 
ou oratoire8 Presque tout cela est pcint 

à fresque le mórite de l'artiste 

ne consiste pas ... à se montrer ori- 
ginai, mais bien à retracer de la ma- 
nière la plus fidèle les types consacrés 

l'artiste est l'csclave du thóc— 

logien. Son oeuvre, que copieront ses 
successeurs, copie celle des peintres qui 

l'ont précédó Lea contours, 

les proportions des flgures sont arrétés 
d'avance. La nature n'est jamais con- 
sultée, la tradition indique la couleur 
de la barbe et des cheveux, s' ils sont 
longs on courts, la nuance des véte- 
ments, le nombre, !a direction et l'épais- 

scur des plis L'exécution seule est 

a lui, car rinvention et l'idée appar- 
tiennent aux Pères, aux théologicns, à 
P Église orthodoxe ». 



(1) Del Voyage en Russie, dopo tante pagine di traduzione letterale, il signor Mantovani 
non cita che sei linee : « Il pittore moreota continua e copia nel secolo XIX il veneziano del X, 
come questi continuò e copio l' atonita del V e del VI. II San Giovanni Chrysostomo che è al 
battistero di San Marco, si trova pure identicamente nella Metamorphosis di Atene, nell' Heca- 
tompylis di Mistra, nella Panagia di San Luca » pag. 345. 



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434 

Mantovani, pax. 350: <• mentre 
gli altri popoli si umiliavano nellu ma- 
cerazioni i veneziani estende- 

v ino i tratlici e le (••mquisto for- 
mavano uno stato ricco e felice di mezzo 

alla società ferrea, cupa, feudale 

soli custodi del nobile san- 
gue italico ». 



Mantovani, 351: <« qui il soffio 
voluttuoso dell'aria e il clima felice 
addolciscono la torva intolleranza e la 
sublime asprezza del cattolicismo ». 



Mantovani, 355 : « questo capo- 
lavoro universale {San Marco) ma ec- 
cessivo come tutto il medio evo e tutte 
le giovinezze ». 

Mantovani, 368: «Tutte queste 
figure di beati si eguagliano nel deli- 
rio della preghiera 

quelle che ado- 
rano e quelle che cantano, quelle che 
distrussero la loro materia e quelle che 
ne vanno superbe, quelle che esalta 
l' ebbrezza dell' ascetismo e quelle che 
agita l'esuberanza del sangue giovi- 
ne, quelle che recano all'empireo il 
fremito della carne felice e quelle che 
sembrano evanescenti nell'estasi della 
visione celeste ». 

Mantovani, pag. 3*17-378: « Però 
che in ogni ora San Marco ha il suo 

miraggio. La notte . . . non lo spegne, 

non lo nasconde mai : Quando 

l'oscurità è meno densa e la vaga luce 
siderale lascia distinguere i fantasmi 
degli oggetti, qualche bagliore inatteso 
scivola lungo i fusti lisci come vetri, 

(1) Riporlo la traduzione del si; 3 '. Duca, tul 
nginale. 



Emilio Castei.ar, Ricordi d' Ita- 
ita. parte seconda ed ultima — tradu- 
zione di Demetrio Duca — Livorno, Giu- 
sti, 1883. San Marco, pag. 384 : « . . . . 
fuggendo le penitenze, si diedero in 
braccio (i veneziani) alla febbrile atti- 
vità della navigazione o del lavoro . . . 
seppero fondare una repubblica ricca 
e felice in mezzo a una società ferrea 

e feudale conservarono puro 

il loro nobile sangue latiuo » (1 j. 

C astelar, 386 : « Su queste isole, 
tra questo lagune, alla luce riverberata 
sulle acque, all'aria carezzevole che 
scende dalle Alpi, non entra la torva 

intolleranza nè la sublime 

asprezza del nostro culto». 

Castei.ar, 382 : « Ha {San Marco) 
qualche cosa del poema del Medio Evo; 
1' eccesso è qui naturale come gli ec- 
cessi della gioventù ». 

Castelar, 391 : « da 

quelle (figure) che pregano a quelle 
che cantano, da quelle che sentono l'av- 
vilimento della loro materia quasi per- 
duta a quelle che sentono l'ebbrezza 
d'una vita esuberante, da quelle trista- 
mente ascetiche a quelle grossolana- 
mente voluttuose .... sembrano tutu 
avvolte nell'idealismo religioso, come 
se le une fossero già nel cielo dell'e- 
stasi e le altre si elevassero da questa 
vita del senso alla vita dell'anima ». 

Gautibr, Voyage en Russie, pag. 
207 : « Chaquo heure du jour a (per 
la diletta eli Sant'Ittacco a Pie- 
troburgo) son mirage La nuit 

... ne peut entièrement éteindre Saint- 
Isaac »> — pag. 208: « Quand l'obscu- 
ritó est moins épaisse, que la scintil- 
lation des étoiles et la vague lueur . . . 

altro clie (elico, perche uou ho alla mauo 1' o- 



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e le statue intrawiste al som- 
mo pnjono sentinelle c desti commesse 
alla guardia del sacrario. Quel che ri- 
mimi di chiarità m-l iti do si concentra 
nell'oro fulvo d>* morrei con una tale 
intensità, che il passante può scam- 
biare quo' vividi riti >ssi per lampade 
accese. 



Foraneo estinto ogni lume nel 
firiDiiuii'iiti). la chiesa ha sempre un 

astro che le irradia la faccia 

cosi su le montagne \\ più aito picco è 
accora infiammato dall'occaso, mentre 
le filde e le valli annegano da tempo 
nei la bruma notturna 

E se la luna viene a specchiarsi 
nella tersa cavità de' mosaici, esso {il 
tempio di San Marco) piglia tinte leg- 
gere di ortensia, di rosa, di ligustro, 

di argento opalizzato, i fili di 

marmo uiveo gettano lampi, l'oro ha 
trasparenze d' ambra, ha il dubbio 
pallore che aveva V electrum degli 
antichi 



435 

. . laissent discerner les fantómes dea 

objets, ses colonnes polies comme 

une giace s' ébauchent par quelque 

luisant inattendu et les statues 

entievucs confusément scmblent des 
sentinelles cólestes commises à la gar- 
drt de l'édiflee sacrò. Ce qui reste de 
clartó diffuse dans le ciel se concentro 
sur un point du dòme, avec une inten- 
sità telle que le passant . . . peut pren- 
dre cotte unique paillette d'or pour 
une lampe al.'umée ». 

Pag. 209: « Toutes les ótoiles fus- 
sent-elles óteintes au fìrmament, il y 

en a toujours une sur Saint-Isaac ! 

De mèrue. dans les montagnes, le plus 
haut pie est encore illuminò des flam- 
mes du couchant, quand Ics sommets 
infórieurset les vallèVs baignent depuis 
longtemps dans les brumes du soir. . .». 

pag. 208: « Si la lune est dans son 

plein Saint-Isaac prend 

des teintes . . . . d' une délicatesse ini— 
maginable : les tons roses du granit 
passent à l'hortensia » — pag. 209: 
« des clartés d'argent, . . . d'opale, de 
rose »> — di nuovo, pag. 208: « les fi- 
Iets de neige des cornlches jettent cu 
et là des éclairs ... les calottes dorées 
des clochetons ont des . . . transparen- 
ces . . . d'ambre ... le rayon qui en ré- 
sulte rappelle l'éiectrum des anciens ». 



Io mi sono astenuto finora da ogni commento ; ma se a que- 
sto punto mi pensassi di concludere press' a poco cosi =r il nostro 
codice dovrebbe stabilire per i plagiari pene ben più severe di 
quelle a cui condanna i tagliaborse, perchè la gloria è ben più 
preziosa dell' oro : percliè chi giunge a carpirla con libri co- 
piati somiglia a quei ladri da strada che svaligiano i vian- 
danti e s adornano poi delle loro spoglie ; perchè, in fine, av- 
vantaggiarsi dell' esperienza dei grandi maestri è lecito, ma 
levar dipeso da un autore ima pagina è nò più nò meno ru- 
bare, come si ruberebbe un fazzoletto da una saccoccia — se 
tutto questo dicessi, non mi mancherebbe certo da una parte o 
dall'altra V accusa. di violenza, d'acrimonia, fors' anche — perchè 



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436 

dove non arriva, che cosa non inventa la malignità sfaccendata o 
interessata del nostro paese? — fors' anche d'astiosa personalità. 

Ebbene : io non ho fatto che seguire Y esempio del sig. Man- 
tovani ; ho semplicemente voltato in italiano mezza pagina cT uno 
scrittore che a lui ne. ha prestate tante : <c Je suis complètemenl 
de l'avis de Cyrano, qu on devrail établir des peines plus ri- 
gourcuses pour les plagiaires que celles doni on punii les vo- * 
leurs de grand chemin, à cause que la gioire ólanl quelque 
chose de plus précieux qu un habil el qu un cheval el méme 
que de V or, ceux qui s' en acquièrent par des livres qu ils 
composenl de ce qu ils dérobenl chez les aulres soni comme ces 
tire-laines qui se parenl aux dépens de ceux qu ils dévalisent. 

Tout le monde a le droil de profiler de V expériencc 

d' un maìlre el de partir du point où il est arrioé, mais on doit 
s en lenir là ; prendre une figure, un mot, une phrase, une 
page, est voler cornine si on volail un mouchoir dans une po- 
che ». 

Ecco le testuali parole di Teofilo Gautier, alle pag. 201-202 
dei Grotesques. — Ed ecco il profitto morale che ne ha ricavato 
il signor Mantovani : 

Lagune, pag. 198: « Pure essi T. Gautibb, Les grotesques. Paris, 

(certi veroeggtatorl venesla- Michel Lévy, 1856. Préface, pag. XIV: 

ni del secolo XVIII) hanno il me- « Ces écrivains dódaignós (certi poeti 

rito di riprodurre il colore del loro Arance»! del «ecoli XV, XVI, 

tempo, nò sono esclusivamente tradotti XVII) ont le mèrito de reproduire la 

dal greco e dal latino ; i centoni di Vir- couleur de leur temps; ils ne sont pas 

gilio e d'Orazio vi si incontrano me- exclusivement traduits du grec et du 

no frequenti. È vero che l'imitazione latin. Les centons de Virgile et d'Ho- 

francefile e spagnuola vi surroga race s'y rencontrent moins fréquem- 

spesso quella dell'antichità, ma è al- ment. Il est vrai que l'imitation Ita- 

meno un'imitazione viva e contempora- Henne et espagnole y remplace sou- 

nea che non sente il collegio e la ferula vent Timitation de l'antiquité; mais 

del maestro di rettorica. È in loro che c' est du moins une imitation vivante 

si incontra il frizzo di moda, la frase in et oontemporaioe qui ne seni par le 

voga, l'idioma povero ma attilato della collège et les férules du régent de 

buona società. rhétorique». — Préface, pag. IX : « . . . 

ils donnent une bien plus large place 
. . . . au caprice rógnant, à la mode du 
jour, au jargon de la semaine ». 

In codesti librattoli si rinvengono Préface, pag. XIV : « Vous re- 

mille dettagli di costume, mille idioti- trouvez dans ces bouquins mille détails 

smi di pensiero e di stile, e tutto ciò che de moeure mille idiotismes de 

gli aristocratici dell'arte sdegnarono di pensée et d« style ». — Francois Vit- 



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Usare : il grottesco, il fantastico, il tri- 
viale, il motto della giornata, la meta- 
fora idropica, infine tutto il cattivo gu- < 
sto con le sue buone fortune, col suo 
orpello che può talvolta esser oro, coi 
grani di vetro che possono essere dia- 
manti. Ed è un piacere acre ed insolito 
imbattersi in un bel verso di poeta cat- 
tivo, imbalsamato nel sonetto, goccia 
d'ambra che cade sui pensieri volteg- 
gianti e li conserva a noi traverso gli 
anni ». 



437 

loti, pag. 2: «... . tont ce que les ari- 
stocrates de l'art ont dédaigné de met- 
tre en oeuvre : le grotesque, le fanta- 
sque, le trivial, .... le mot forgé .... 
la métaphore hydropique, enfin tout le 
mauvais goùt avec ses bonnes fortunes, 
avec son clinquant qui peut étre de 
l'or, avec ses grains de verre qui ris- 

quent d 1 étre dea diamante Je 

trouve un singulier plaisir à déterrer 
un beau vers dans un poète méconnu ». 
— Scalion de Virbluneau, pag. 45: «Le 
sonnet est la goutte d'ambre qui tom- 
be sur toutes ces penaées voltigeantes, 
.... et nous les conserve . . . . à tra- 
vers les siècles ». 



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BOLLETTINO DI BIBLIOGRAFIA VENETA 

(vedi pag. 218) 



71. Cordignano e i suoi signori. Venezia, 1884. Visentin*!, 
pag. 03, 10.° 



Per le nobilissime nozze Cava de Pierlas-Mocenigo, il eav. Federico Stefani 
pubblicò questo libretto ohe è una succinta ma chiara storia del castello di Cor- 
dignano. Probabilmente murato nel secolo decimo per difendere il paese dal- 
l' invasione degli Ungheri, appartenne, almeno fino al 1138, ai Collalto, poi ai 
Da Camino che lo riconobbero in feudo dai vescovi cenedesi nel 1233. Pass*') nel 
1383 ai Carraresi, e, dopo cinque anni, venne per la seconda volta (la prima nel 
1337) in dominio della Repubblica. La quale nel 1454 lo infeudò a Guido Ran- 
goni, uno dei migliori suoi condottieri. Spenti i Rangoni (di Cordignano) nel 
1702, i Mocenigo (S. Stae) por ducati 0740 gr. 40 acquistarono il feudo, che 
traeva ancora il suo nome dal castello già diroccato. La storia avviluppata, spe- 
cialmente del periodo caminese, è esposta dal eh. Stefani con molta chiarezza 
sulle traccio dei documenti pubblicati dal Verri, ai quali egli aggiunse V inve- 
stitura al Rangoni nel 1432, tratta dai Cam memoriali, e il giuramento di fe- 
deltà che i Mocenigo prestarono al doge Marco Foscarini nel 17G3. A proposito 
di questo libretto ini piace trascrivere parte di una lettera che mi diresse l'a- 
mico Autore: « L'ho lavorato .... coli' intendimento di mostrare come, secondo 
me, si possano raccogliere le notizie dei nostri castelli, con qualche frutto per la 
storia d'Italia, senza divagare. L'occasione portò che dovessi accennare a qual- 
che fatto non conosciuto della storia ecclesiastica e civile di Ceneda, e facessi 

una osservazione sulla via che i Longobardi dovettero seguire per entrare 

nella Venezia. Dopo la stampa fui avvisato che effettivamente furono trovati 
nella Sfrata Patrìarclwe avanzi del selciato romano a pietre quadre, e qualche 
urna cineraria ecc. Pare quindi che io abbia colto nel segno. Probabilmente a 
questa via alludeva Venanzio Fortunato nei versi 



72. La Bibbia volgare secondo la rara edizione del Idi Otto- 
bre MCCCCLXXI ristampala per cara di Carlo Negrom. Bo- 
logna 1882 e segg. Romagnoli, pag. Lil, 592, (Ì62, 592, 677, 8.° 

La Bibbia del Malermi e quella che prende il nome da Jenson uscirono am- 
bedue a Venezia colla data del 1° Agosto e del 1° Ottobre 1471. Dei due volga- 



lVr rupes. 0-«op<*, tuas 

cainpc.Htria perrje per ari'a 

Submontana quidam, rat (ella per ardua tendenti ». 




439 



vizzamente il più riputato è il secondo, « fattura tutta quanta del buon secolo », 
ma è anche il più raro ; tanto che in Italia non lo posseggono che tre o qnattro 
privati, e, completo, due biblioteche sole, la Magliabeehiana e la nostra Mar- 
ciana. Un esemplare per altro ne possedeva il convento dei Francescani della 
Vigna a Venezia; esemplare che, fra le vicende del principio di questo secolo, il 
p. Antonio Bravin a grand o stento salvò, e che servi nel 1846 alla Sortet i dei 
Bibliofili, la quale ripubblicò il Pentateuco pressoché intero. La Società dei Bi- 
bliofili era composta di giovani, che poco appresso servirono nobilmente la pa- 
tria, e, aspettando il non lontano avvenire, si esercitavano in pazienti e severi 
studi, molto diversi da quelli in cui a questi giorni si travagliano i giovani che 
non so come serviranno la patria. Ma l'epoca, in cui cominciarono le loro fati- 
che, non permise ai Bibliofili di continuare il lavoro, che il 1848 interruppe per 
sempre. Venne il 1866; e 1* esemplare di cui discorriamo, a malgrado dei trat- 
tati, corse vicende nuove e non liete che il Negroni racconta, finche fortunata- 
mente ginnse non senza grave dispendio nelle mani di esso Negroni, che seppe 
farne l'uso più utile. Imperciocché favorito dalla benevolenza cortese del comm. 
Francesco Zambrini, presidente della Commissione pei testi di lingua, il Negroni 
potè intraprendere la ristampa (condotta ormai a tutto il libro di Ester) del vol- 
garizzamento famoso, che a buon diritto trovò onorevole posto nella Collezione 
di opere inedite o rare dei pvùni tre secoli della liayna. Tutto ciò per la storia; 
giacche, come bene avverte l'ili, editore, l'esemplare veneziano, per la singola- 
rità delle sue vicende, si può ben dire « un esemplare storico ». Non dovremmo 
dire di più, perchè ci ricordiamo il Xestttor .... Ma ci sia concesso di aggiun- 
gere che questo esemplare non 'poteva venire a mani più degne. Imperciocché 
dopo di averlo accuratamente descritto, il Negroni investiga chi sia stato l'au- 
tore « di quest'aurea versione », e dopo una erudita e critica discussione, l'at- 
tribuisce a fra' Domenico Cavalca. Passa quindi non a dire le Iodi del libro, ma 
ad esporne i difetti, perchè si sappia in qual modo egli ha creduto di porvi rime- 
dio. E qui apparisce quanta fatica gli sia costato, specialmente il supplire quei 
pochi versetti od incisi, che, colpa del Codice o del tipografo, mancano nell'edi- 
zione di Jenson. Imperciocché, volendo ricorrere, esclusivamente al trecento, do- 
vette cercare tntti quei codici e quelle stampe che, se non danno la versione pub- 
blicata dallo Jenson, danno di certo una versione di quella età. Qui tuttavia non 
era compiuta la fatica dell'editore; si potrebbe anzi dire che cominciasse. Imper- 
ciocché, discutendo i due metodi che si possano seguire nel pubblicare codici 
antichi o ripubblicar vecchie stampe, e determinando le avvertenze (relative alla 
interpunzione, alla grafia e alle forme grammaticali) a cui deve avere costante- 
mente la mira chi vuol ridurre a buona e corretta lezioue un codice o una stampa 
scorretta, il eh. editore si mostra un vero maestro, e lascia argomentare il lungo 
studio e il grande amore che ha consacrato a questa edizione. Vorrei che l'Ar- 
chivio Veneto fosse il luogo opportuno, e sopra tutto che in me fosse una qualche 
competenza per diffondermi su questo argomento; ma devo far punto, perchè 
quantunque si tratti di un libro che per alcun rispetto si lega alla nostra storia 
letteraria, temo che mi si faccia rimprovero d'invadere una provincia a cui sono 
affatto straniero, e di restringere soverchiamente lo spazio già troppo scarso che 
in questo fascicolo è conceduto alla bibliografia veneziana. 



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44Ó 

73. Due anni alla corte di Carlo Emauuele 1 duca di Sa- 
voia (da dispacci al Senato di Giovanni Mocenigo ambasciatore 
veneto a Torino, 1583-1585J. Ven., 1884, Antonelli, pag. 80, 8.° 

Giovanni Mocenigo (1552-1612), onorato di gravi uffici e di cospicue dignità 
in patria, fu uno dei più operosi diplomatici del suo tempo, essendo stato amba- 
sciatore in Savoia, in Francia (1587-1595), a Costantinopoli, a Roma. Molte no- 
tizie potrebbero trarsi da' suoi dispacci ; qui troviamo soltanto quelle che si ri- 
feriscono alle nozze di Carlo Emanuele I con Catterina figlia di Filippo li. Ma 
la scelta fu consigliata dall'occasione, avendo il co. Angelo Papadopoli pubbli- 
cato questo libretto per festeggiare le nozze della co. Laura Mocenigo col conte 
Giuseppe Cais de Pierlas. Il sig. Vittorio Cérésole premise al libretto una breve 
notizia del Mocenigo, e vi aggiunse una serie di annotazioni erudite, che spie- 
gano le frequenti allusioni dell'ambasciatore agli uomini e ai fatti del tempo suo. 

74. Nozze Mocenigo-Cais di Pierlas. Ven., 1884, Kirchmayr 
e Scozzi, pag. 9, 8.° 

Per questa fausta occasione il co. Gasparo Gozzi, ricordando le pubblica- 
zioni dedicate dai suoi maggiori, Gaspare e Carlo, alla famiglia Mocenigo, diede 
alle stampe un decreto del Senato (1 Agosto 1656), nel quale, ricordate le mol- 
teplici illustri imprese di Lazzaro Mocenigo, venuto allora allora a Venezia mes- 
saggero della vittoria riportata ai Dardanelli (26 Giugno 1656), esso Mocenigo è 
creato cavaliere di S. Marco, e regalato d' una colanna « di valor di ducati 2 
mila b. v., onde questa marca d* honore vagli a far risplendere la persona di chi 
ha risplendente il merito, et a stabilirgli una gloria eterna per tutti i secoli ». 
Al decreto segue la biografìa del Mocenigo tratta dagli Elogi di Capitani Ulti — 
stri del Crasso. 

75. Soggiorno dei monarchi d' Austria, di Russia e di Na- 
poli in Venezia nel Dicembre 1822. Relazione di E. A. Cicogna. 
Ven., 1881, Visentini, pag. 50, 16.° 

« Quando la Gas setta ufficiale, o per favorire gli amici suoi o per sostenere 
il suo governo, mentiva, il Cicogna, non sospettato, registrava e smentiva le 
impudenti e vergognose menzogne ». Di queste nostre parole (Archivio Ven., Ili, 
237) abbiamo date le prove; e le conferma questa pubblicazione dei due amici 
N. Barozzi e F. Stefani per le nozze Berchet. Nessuna Gazzetta avrebbe certo 
osato dire nel 1822 che all'ingresso degli ospiti esotici « sarebbesi desiderato un 
maggior numero di gondole e barche e doveva anche aspettarsi un mag- 
giore applauso » (pag. 13), o ricordare la non graziosa musoneria del governa- 
tore d'Inzaghi (pag. 31) e la spilorceria dell'imperatore Francesco messa a con- 
fronto della generosità di Alessandro, che tra mance e doni, avrebbe lasciato a 
Venezia un milione (pag. 47 e seg.). E neppure si sarebbe stampato l'epigramma 
che allora ripetevano da ogni parto a proposito di Giambattista Perrucchini 
(pag. 42): 

A Paulo sotto i boni Pantaloni 

Ohe faceva la corte i perticoni. 
A Lisandro in sti tempi soprafini 
Ga fato la so corte i Pertichini. 

A malgrado di tutto ciò, la Relazione del Cicogna contiene troppi ragguagli che 



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441 

a Giovanni Berchet, prozio delle spose, avrebbero strappato la protesta della Ma- 
tilde: 

Fra i servi e i tiranni 
Sia 1* ira il sol patto ! 

76. Accademia di Udine, Bibliografia slorica friulana da 1 
1861 al 1882 di Giuseppe Occioni-Bonafons. Udine, 1883, Do- 
retti, pag. XVII, 420, 8.° 

Auguriamo che tutte le provincia italiane imitino l'esempio dato da Udine, 
la cui Accademia è veramente benemerita per essersi fatta editrice di questo 
lavoro. Il dotto e operoso professore (>. Occioni-Bonaffons, i cui studi furono 
ri petuta mente lodati non solo in Italia ma in Germania ed in Francia, costu- 
mava di leggere agli Accademici udinesi alcune succinte bibliografie di lavori 
storici friulani, usciti specialmente per occasione di nozze; lavori che, dopo le 
liete accoglienze dovute al lusso delle edizioni e al carattere della festa, proba- 
bilmente sarebbero caduti nell'oblio e in breve tempo sfuggiti anche alle ricer- 
che degli studiosi. Incoraggiato ad allargare il suo compito, compilò questa Bi- 
bliografia che, continuando il Valentinelli e perciò prendendo le mosse dal 1861, 
giunge a tutto il 188*2: un ventennio che diede 729 lavori ; diversi, naturalmente, 
d'indole, di lingua, d'importanza e di mole, ma che, ad ogni nuxlo, dimostrano 
quanta materia offra il Friuli agli studi storici, e quanto gli studi storici siano 
coltivati in Friuli. Riguardo al metodo del lavoro, le pubblicazioni sono disposte 
cronologicamente, anno per anno; l'Occioni ne dà il titolo colla massima preci- 
sione e, in poche parole, il succinto e talora il giudizio dell'opera, aggiungendo 
l' indicazione dei critici che ne hanno discorso. Seguono indici copiosissimi : 
1) degli autori, editori e critici, 2) delle persone storiche e dei pojK)li, 3) dei luo- 
ghi, 4) delle eosr?. Insomm i è un libro ben fatto e molto utile, che certo non 
mancherà di essere lodato e proposto ad esempio nel Congresso storico che deve 
tenersi a Torino V Agosto prossimo, e che si propone, fra l'altre cose, di pro- 
muovere fa compilazione di bibfion rafie focali e speciali. Troviamo gli uomini, 
e la compilazione è già fatta. Intanto dobbiamo congratularci col prof. Occioni 
d'avere aperta lodevolmente la strada. Certo, gl'incontentabili troveranno qual- 
che mancanza: ma quale è il libro, specialmente di questo genere, che ne sia 
immuni? Non so se, per mostrare all' A. che ho scorso diligentemente il suo 
libro, dovessi ricordare V Archiviti Veneto, di cui poteva esser citato al num. 244 
il tomo I, pag. 381-38o : al mini. 2Ò7. il temo XXII, pag. 07-103; al num. 3T>4 
il tomo IX, pag. 131-140; al num. 020 il tomo XXIV, pag. 177-181. Consiglie- 
rei piuttosto all' A. di non dare troppa importanza a lavori che non la meritano. 
Egli non è scrittore novizio, e della sua open sita rendono testimonianza parec- 
chi numeri di questo stesso volume. Kgli s i dunque distinguere chi lavora sul 
proprio fondo e chi sull'altrui; e non deve accordare il proprio suffragio a chi 
chi cerca lode non dalla propria fatica ma dalla compiacenza dei critici. 

R. Fui.in. 



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ANNUNZI .DIVERSI 



Early Chroniclers of Europe. — Itali/ bij l'ao Balzani. 
London, 1883, Clowes, pag. XII, 340, 10.° 



Una Società inglese sta pubblicando una serie di volumi sui primi Cronisti 
d'Europa; toccò al conte Ugo Balzani la compilazione del volume relativo al- 
l'Italia, che abbiamo lotto da cima a fondo, e, lo diciamo sin d'ora, con molta 
soddisfazione. Non possiamo intrattenerci sul valore letterario del libro, a cui la 
consorte dell'Autore, una distinta signora inglese, ha dato tutto il garbo della 
sua lingua; quello che a noi preme è l'argomento di cui tratta. L'Autore, come 
dice nella prefazione, si proponeva di far eonosere in modo popolare i cronisti 
Italiani del Medio-Evo, e, per quanto si possa credere più o meno opportuno il 
trattare simili argomenti in tal forma, ammesso ch'essa corrisponda ai bisogni 
di questa nostra generazione, non possiamo che esaminare il libro sotto l'aspetto 
di una Storia popolare della cronografìa italiana, e troviamo che risponde bone 
al suo scopo ed alle sue promesse. Da Cassiodoro sino ai fiorentini del milletre- 
cento il cammino è lungo, ma il co. Balzani ha saputo correrlo tutto. Natural- 
mente, la corsa è un po' rapida; ma l' A. ha saputo far qualche sosta, ove l'argo- 
mento esigeva. Merito particolare di un libro sui cronisti d'Italia, si è questo 
che, facendone un trattato popolare, 1' Autore non scende a raccogliere nelle 
spazzature del passato quegli episodi piccanti della vita intima, che si ripetono 
in ogni età senza esserne una nota caratteristica; ma dove introduce aneddoti 
od incidenti, che diano una idea del cronista o del tempo di cui parla, essi sono 
in ogni caso ben scelti, e (inali si contanno ai costumi gentili specialmente di un 
pubblico letterario come quello d'Inghilterra. — Per onestà storica, e quasi per 
avvertirci che attraversiamo un territorio infelice, l'A. non dimentica soggetti co- 
me Marozia, papa Formoso e simili, ma non vi si compiace; e quando trova figure 
veramente grandi, come Gregorio Magno o Gregorio VII, non ne guasta la bel- 
lezza col mettere in mostra l'imperfezione di qualche particolare, o, peggio an- 
cora, col capovolgerle affatto o metterle in una luce falsa o cattiva. C'è in tutto 
il libro una tendenza a scoprire il lato buono od utile delle cose; il male non è 
negato, ma è considerato come male. Quanto alle cronache veneziane, esse non 
sono dimenticate; ma. attesa l'importanza delle relazioni di Venezia antica coi 
due imperi, avrebbero forse potuto essere ricordate più estesamente. Si direbbe 
che l'A. consideri più importanti i ricordi, quanto più scende a mezzodì. È uno 
dei pochi difetti di questo libro, lievi d'altronde e che avrebbero potuto essere 
facilmente emendati nella versione che di questo libro pubblicò l'Hoepli a Mi- 
lano. Il co. Balzani nota (pag. 292) che, quali sorgenti della storia veneziana, gli 
furono di grande.utilità, fra i moderni, « i lavori del Simonsfeld sulla Cronaca 
Altinate e su Andrea Dandolo, pubblicati nell' Archivio Veneto, ed uno studio 
eccellente del prof. G. B. Monticolo, intitolato: La cronaca del diacono Giov- 
anni e la Storia politica di Venezia, sino al 1009. Pistoia, 1882 ». G. Boni. 




443 

Della vita e dei fatti di Quintino Sella, discorso comme- 
morativo di Carlo Negroni. Novara, 18S4, Miglio, 8.° 

L'inopinata e deplorata morte del Sella diede occasione a molti discorsi, al- 
cuni dei quali applauditi e non immeritainente, perchè vi brillavano egualmente 
T inpregno del lodatore e i meriti del lodato. Nel discorso che il comm. Carlo 
Negroni lesse in Novara, l'oratore quasi non apparisce, e la vita del Sella riem- 
pie di sè e tutto assorbe l'animo dell'uditore. L'arte finissima fu giustamente 
apprezzata dai Novaresi, che decretarono la stampa di questa commemorazione. 
A proposito della quale ripeterei volentieri le parole con cui lo stesso Negroni 
caratterizza l'eloquenza del Sella: « Se l'eloquenza è l'arte .... di far passare 
nella mente altrui le proprie convinzioni, nessuno ch'io sappia fu più eloquente 
di lui ». R. F. 

Brevi notizie di Giuseppe Manno scritte dal figlio Antonio. 
Milano, 1884, Vallardi, 8.° 

Poche vito meritano, come quella di Giuseppe Manno, di essere proposte ad 
esempio. Il Manno è generalmente conosciuto come dotto, arguto e onesto scrit- 
tore; e la Storia della Sardegna, La Fortuna delle parole, I vizi dei letterati, I 
Salmi, La fortuna delle frasi, le Note Sarde e molte altre scritture di minor 
mole indurrebbero a credere ch'egli, letterato di professione, vivesse esclusiva- 
mente agli studi. Ma come gli antichi si riposavano degli affari scrivendo, cosi 
egli concedeva agli studi quel solo tempo che gli lasciavano i pubblici e gravi 
uffici sostenuti in Sardegna, a Torino, a Nizza, a Milano, presso Carlo Felice, 
Carlo Alberto, Vittorio Emmanuele, e, nell'ultimo periodo della sua vita, la pre- 
sidenza della Corte suprema di Cassazione e del Senato italiano. Questa doppia 
operosità ci sembra peraltro meno meravigliosa di quella costanza di sentimenti 
e di quella coerenza di opinioni che non si smentì mai in una vita che cominciò 
nel 1786 e si spense nel 1868. In mezzo a tante e così varie vicende, egli fu sem- 
pre eguale a sè stesso: <c serviva al re con leale ossequio; serviva al paese con 
zelante devozione ; nò ad altro badava che al suo dovere. Dovere tutto d' un 
pezzo, senza sottintesi, senza restrizioni, senza accomodamenti». N'ebbe, adir 
vero, compenso indegno; giacche, a punirlo del suo libero voto (1865), « un de- 
creto, elaborato dalla sola onnipotenza ministeriale, Io dichiarava per avanzata 
età inabile a coprire la sua carica giudiziaria, condannandolo a non chiesto ri- 
poso, e senza rimeritarlo, neppur con parole, dei dodici lustri da lui nobilmente 
spesi in servigio del re e del paese ». L'atto villano fu riprovato dagli uomini 
più eminenti, di cui sono raccolte in questo libretto parecchie e nobilissime te- 
stimonianze. Ma il Manno se ne vendicò da par suo; e V inabile ottantenne 
scrisse in ottanta giorni gli ottanta capitoli della Fortuna delle frasi, e subito 
dopo, « senescente manti, ma con cuore giovanile », le Note Sarde, di cui potò 
vedere il primo esemplare, umido ancora di torchio, il 25 Gennaio 1868 che fu 
T ultimo della sua vita. Uomini tali non dovrebbero morir mai ; e non muoiono 
interamente se lasciano alla patria gli splendidi esempì, di cui, come appare an- 
che da queste Notizie, i figli si fanno nobili continuatori. R. F. 



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ARCHIVI — BIBLIOTECHE — MUSEI 

MUSEO DI BELLUNO 



LE SCOPERTE DI CASANO. 

Tra i villaggi di Socchèro e di Casano, nel comune ora detto 
di Ponte-nelle-alpi, dieci chilometri a mattina di Belluno, si vede 
una enorme frana, la quale forma una irregolare conoide, larga 
alla sua base un chilometro circa, addossata verso tramontana al 
Monte di Socchòr (1), e formata di un calcare grigiastro durissi- 
mo, il quale viene utilizzato e a far calce e come cava di solida 
pietra. Lo sfaldamento è avvenuto dal lato di mezzodì per il dis- 
tacco degli strati superiori del monte suddetto, fortemente incli- 
nati presso la vetta, i quali scivolarono sullo strato sottoposto, 
parimenti inclinato, e precipitarono frantumandosi sopra i terrazzi 
di alluvione postglaciale, incisi dalle acque nel fondo della valle; 
in guisa tale da far credere, che coir enorme loro peso li abbiano 
sospinti innanzi ad impedire lo immissione delle acque del Piave 
nel lago di S. Croce, e a rendere vie più angusto il letto del Rai, 
che è Tunico emissario del lago predetto. Questa lavina è senza 
dubbio antichissima, e anteriore alla comparsa dell' uomo sulla 
terra; e anche se caduta a più riprese, ciò avvenne entro a breve 
lasso di tempo, perchè i massi presentano tutti lo stesso aspetto, 
cioè spigoli acuti e taglienti, e sulle facce esposte alle intemperie 
dei solchi anche profondi, prodotti non certamente dallo sfrega- 
mento, ma dalle alterazioni recate alla superfìcie loro dal sole e 
dalla pioggia nel corso dei tempi. Rari arbusti ed intristiti cre- 
scono a stento qua e là nello scarso terriccio, che i secoli non val- 
sero ad accumulare in maggior copia per la durezza di quei maci- 
gni; e soltanto con diuturne e perseveranti fatiche i villici di Ca- 
sano, gruppo di case che siede sull' estremo lembo orientale della 

(1) Sulle carte topografiche questo monte è chiamato Dolada. 



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445 

frana (t), hanno guadagnato alla coltivazione qualche piccola area, 
spezzando e rimovendo i sassi maggiori, triturando le scheggie e 
raccogliendo in campicelli la poca terra frapposta. 

Ora avvenne, che negli ultimi giorni del Gennaio 1884, il 
villico Agostino de Marchi di colà, inseguendo una volpe a sera 
di quel casale, poco al di sopra dell' aspro sentiero, che a traverso 
le macerie conduce a Socchero, la vide sparire per uno stretto 
foro sotto un enorme masso della potenza di forse 80 e più metri 
cubi. Allora egli si diede a scavare e a smuovere il pietrame com- 
posto di grossi sassi e di minute scheggie, che, precipitati insieme 
con esso dal monte, ingombravano al piede quel macigno, ed erano 
venuti ad ostruire quasi del tutto il buco della tana; e così giunse 
a scoprire un' apertura di circa un metro di altezza, larga alla 
base circa m. 0,50, e alla sommità m. 0,10 appena, per la quale si 
poteva entrare nel rifugio della volpe (2). Era una specie di ca- 
verna dell'area di neanche 5 metri quadrati, e perfettamente oscu- 
ra, perchè riceveva lume unicamente dalla bocca o apertura al- 
lora allora sgombrata : caverna formata accidentalmente dal pie- 
trone suddetto, il quale nel rotolare si era fermato appoggiandosi 
ad un altro sottostante, sebben minore, pur voluminoso macigno, 
in modo da lasciare uno spazio vuoto tra il suo lato inferiore e gli 
altri massi, che formavano, a così dire, l' ineguale pavimento 
della spelonca. Colà fu ritrovata una assai considerevole quantità 
di ossa umane di ogni sorta, ma disgregate e confuse, tra le quali, 
dicesi, circa venti crani, dei quali uno solo intatto e che si potè 
conservare: gli altri o erano già in frantumi prima della scoperta, 
o andarono in pezzi immediatamente dappoi ; e in mezzo a questi 
furono riconosciute molte ossa di animali tanto quadrupedi che vo- 
latili ; ed inoltre nel terriccio nero mescolato alle scheggie ed alle 
pietruzze sulla bocca, come sul fondo sassoso dell'antro, si rin- 
vennero alcuni oggetti lavorati di bronzo, che il de Marchi ebbe il 
buon senso di raccogliere accuratamente per mostrarli, il 2 Feb- 
braio seguente, allo scrittore di queste linee, e che ora stanno nel 

(1) L'antichità di questo meschino villaggio era di già accertata dal fram- 
mento d'iscrizione romana e dalle tombe rinvenute anni fa a levante, nella cam- 
pagna; da una moneta d'oro di Teodosio II, e da seuri e coltelli di ferro ritrovati 
sul macereto a ponente. 

(2) Il sito ha lu denominazione volgare di Sas-bragadi, cioè sas sbregadi o 
sassi spaccati : diffatti là vicino ce n'ò uno fesso e diviso iu due, dalla cima al 
piede. 



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446 

Civico Museo di Belluno, insieme con quelli posteriormente ritro- 
vati, e col cranio. Essi sono : 

a) una fibula di bronzo ben lavorata ed intera colla sua bella 
patina lucida, e due frammentate; 

b) un pendente da cintura ovvero da orecchia, vuoto, della for- 
ma di una piccola sitala a manico fisso, pure di bronzo, del dia- 
metro di millimetri 12; 

c) tre anelli di bronzo, uno fuso e, dirò cosi, faccettato, il quale 
aveva ancora dentro la falange del dito quando fu scoperto; e gli 
altri due di lamina ; 

d) un braccialetto, formato di un filo di rame del diametro di 
forse due millimetri, rotto in due pezzi ; 

e) un frammento, lungo 1G centimetri, di monile o di collana a 
catenella, gli anelli della quale sono composti ognuno di due fili di 
bronzo appaiati. Alternativamente gli anelli, cioè quelli che restano 
in direzione perpendicolare, sostengono uno per uno altri piccoli 
cerchielli, i quali sopportano alla loro volta delle piccole goccio- 
line di bronzo della grossezza di forse tre millimetri : collana che 
nella sua semplicità non è priva di eleganza. 

Il giorno 31 Marzo successivo, l'egregio Ispettore agli scavi 
per il distretto di Belluno, cav. Osvaldo Monti, ottenuto un piccolo 
sussidio dal R. Governo, si recò sopra luogo e fece riprendere gli 
scavi, sprofondandosi neir ammasso delle macerie fino a che ciò 
fosse compatibile colla sicurezza degli operai ; e ripassata la terra 
smossa e le scaglie, ed esaminata accuratamente ogni cosa, in una 
settimana di lavoro trovò : 

/) un anello di filo di ferro dello spessore di 2 millimetri, che 
quasi non lascia scorgere la saldatura ; 

g) due altri di filo di bronzo aperti ; 

lì) due perle di vetro azzurro, bucate e del diametro di 8 mil- 
limetri ; 

i) una voluta o spirale di filo di bronzo schiacciato, che forse 
era parte di un (insula o fibula; 

j) molti cocci di terra cotta grossolana, alcuni dei quali mostra- 
no ancora le strie del tornio ; 

l) un pendente di argento a pallottola vuota, del diametro di 
millimetri 11 ; 

m) una piccolissima ghiera di lamina di bronzo, di 9 millimetri 
di diametro; 

n) un chiodo di ferro spuntato e senza testa, lungo cent. 6,5; 



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447 

o) una piastrella della grandezza di centina. 12 X 5, di pietra 
arenaria rossigna che doveva servire di cote, cogli spigoli assai 
smussati e arrotondati. Pietre di tale natura si trovano tra i sassi 
rotolati dal rigagnolo della vicina valle di Arsió, o meglio nelle 
ghiaie del Piave, ma non nella grande frana ; e quindi fu certa- 
mente importata in quell'antro dalla mano dell'uomo. 

Tutto ciò insieme con molte altre ossa di animali, denti di 
cinghiali, di lupi, di orso, ed altri grossi denti, probabilmente di 
uro. Ma quello che reca maggior meraviglia si è, che si rinven- 
nero pure: 

p) una fusajuola emisferica del diametro di 38 millimetri, for- 
mata a guanto, si crede dei capo di un femore umano; 

q) un'ascia di una pietra verde durissima (nefrite), della quale 
non si trova esempio nelle nostre montagne: è lunga millim. 55 e 
levigata. Il taglio di questa accetta è curvo, un po' più largo del 
resto (millim. 37), ed intatto; 

r) una seghetta di selce bianca lievemente variegata, lunga 85 
millimetri, larga 30, colla dentatura nel concavo di millim. 60. 

Fino dalla prima scoperta, gli ornamenti «, b t c, d fecero pen- 
sare alle antichissime tombe, galliche sieno od euganee, anzi an- 
che alle romane, dissotterrate a Caverzano, Polpeto, Pozzale, 
Lozzo ecc. ; e chiaro apparve, che quelli non differivano gran che 
nella forma dagli oggetti trovati in queste ; ma ne differisce cer- 
tamente quello strano ed incondito modo di seppellire i cadaveri 
in un botro: la qual cosa, appunto perchè musata e nuova per 
questi luoghi, doveva eccitare una viva attenzione. Diffatti la ca- 
verna non poteva assolutamente servire di abitazione ali' uomo, 
perchè angusta, bassa e di suolo affatto ineguale, ma bensì di tana 
alle bestie; e, siccome si vede, fu adoperata per cimitero o fossa; 
e colà i cadaveri, forse di più generazioni, e certamente di in- 
dividui di diversa età, furono gettati dentro alla rinfusa da gente 
rozza e selvatica, in modo quasi da riempiria; se tuttavia non si 
dovesse supporre, che quegli antichi, guidati da un sentimento più 
umano e pietoso, la avessero scelta a bella posta quale ripostiglio 
sicuro per salvarli dal dente delle fiere, turandone, il che era age- 
vole, l' orifizio coi sassi. 

Da tutto ciò ne viene che incolta e silvestre fosse quella gente, 
certo antichissima, colà sepolta : e, se il fatto, che essa aveva brac- 
cialetti e fìbule e anelli quali si rinvengono negli antichissimi se- 
polcri italici, od anche alla foggia di quelli posteriori o dei tempi 



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448 



romani, accenna ad una abilità non comune e ad un' arte avan- 
zata di lavorare i metalli; tuttavia non è certa prova che questa 
attitudine e industria fossero da essa possedute : in quanto che 
può darsi benissimo, che una piccola tribù rude e mezzo selvatica, 
rifugiata in luoghi alpestri, uscisse talvolta dal suo isolamento e 
venisse a contatto con città e popoli più civili e industri, e quindi 
si provvedesse di quegli oggetti acquistandoli nei vicini mercati, 
presso alle genti euganee o celtiche. Ma sicuramente da tale bar- 
bara ed incivile usanza di seppellire bisogna argomentare, che 
quegli uomini si ino vissuti o anteriormente alla conquista romana, 
il che parrebbe più probabile, o che, per lo meno, se erano già 
sottomessi ai romani, non ne avessero ancora adottati gli usi e i 
costumi (1). 

Questo speco tiene, per cosi dire, presso di noi il luogo delle 
caverne ossifere, delle quali non se n' è finora scoperta alcuna 
nelle nostre montagne; e le molte ossa disgregate, ivi dissepolte, ci 
fanno conoscere che cadaveri di individui umani di età diversa 
furono in esso rinchiusi ; e di più le altre ossa di bestie miste alle 
umane insegnano, che talune vi furono forse portate contempora- 
neamente, come i denti di orso, di uro, e forse anche quelli di cin- 
ghiale; e che invece gli ossi di volatili, di cani. e di altri piccoli 
quadrupedi vi furono posteriormente, e forse anche molto recen- 
temente introdotti o dai lupi o dalle volpi per divorarseli a tutto 
loro agio : in quanto che non dobbiamo dimenticare che quel ripo- 
stiglio, del quale si era perduta ab antico la memoria, era diven- 
tato da lunghi secoli covile di lupi forse, e certamente di volpi, 
come lo dimostra l'accidente della sua scoperta. Il dottore Luigi 
lienacchio, medico-condotto di Ponte-nelle-alpi, pregato dal sot- 
toscritto di esaminare quei crani, potè misurarne tre soli che erano 
rimasti interi, o quasi ; e n' ebbe questo risultato : 
I. — dall'osso frontale all'occipite, millimetri 183; e da un parie- 
tale all' altro mill. 160 — differenza dei due diametri, mil- 
limetri 23 ; 

IL — diametro longitudinale, come sopra, mill. 175; traversale. 

mill. 145 — differenza, mill. 30; 
III. — diametro longitudinale, mill. 200; traversale, millim. 147; 

differenza, mill. 53 ; 

il) V annessiono o conquista della Venezia si assegna comunemente al- 
l'anno 184 circa a. C. ; diffatti riesce difficile a pensare che i Romani fondassero 
Aquileja al di là del paese dei Veneti, senza tssere prima padroni anche di questo. 



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449 

per il che risulta che il primo è brachicefalo (1), il secondo, che è 
il più piccolo e che sembra di individuo non adulto, è sotto-bra- 
chicefalo, e il terzo invece è dolicocefalo. Due femori ancora in- 
tieri diedero l'uno 40, e V altro 45 centim. di lunghezza. 

Nè d'altronde la presenza di strumenti litici ci deve illudere 
a segno di credere ad una esagerata antichità di quel sepolcro e 
dèlia gente in esso riposta, poiché l'abbondanza degli oggetti di 
bronzo e l' analogia delle loro forme ci fa risalire, tutto al più, al 
periodo immediatamente anteriore alla conquista romana, anche 
senza ricorrere air anello ed al chiodo di ferro. Anzi la presenza 
del ferro in quella sepoltura pre-romana indurrebbe a ritenere che 
l'accetta di nefrite e la sega di pietra focaja non solo fossero da 
gran tempo fuori di uso in quella stazione o presso quella tribù ; 
ma fossero oramai diventate un oggetto di rispettabile antichità 
anche per coloro, una venerata reliquia dei loro padri più selvaggi 
di loro, una cara memoria insomma che vollero seppellita insieme 
con loro (2). Del resto chi scrive queste linee, anche per mancanza 
dei necessari confronti, non sa giudicare se appartengano alla età 
paleolitica o alla neolitica, cioè alla classe della pietra rozza o a 
quella della pietra polita, o che so io; se accusino quindi una 
maggiore o minore abilità, industria od ingegno in quegli antichis- 
simi artefici (3). 

Fr. Pellegrini. 

(lì È quello che si conserva nel Museo Civico. 

(*2) Queste sono lo sole armi di pietra trovate finora nella nostra provincia. 

(3) Anche testé (nell'Aprile 1884) presso a Caverzano, a metà della china 
che discende sul letto del torrente Ardo, ripigliati gli scavi dai soci signori Gio- 
vanni Danieli pittore, Giuseppe De Lago e Luigi De Cian, furono dissotterrate 
circa una trentina di tombe e loculi che contenevano vasi fittili e di rame con 
ossa combuste, i quali hanno dato una grande quantità di fibule, anelli, brac- 
cialetti, ciondoli, aghi, perle di ambra, vetro, corallo e resina ecc. insieme con 
ascio, coltelli e lancie di ferro. 



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MUSEO DI ESTE 



ISCRIZIONI ROMANE DEL MUSEO DI ESTE. 



Este ha la fortuna di avere un importante Museo, studiosi 
che lo frequentano, cittadini che lo illustrano, e un Consiglio Co- 
munale che con sapiente liberalità vi provvede. Di tutto ciò abbia- 
mo una prova nel Catalogo delle Iscrizioni Romane del Musco 
di Este, che testé ha pubblicato (Roma, 4883, Salviucci) il cav. 
Giacomo Pietragrande. Crediamo di far cosa grata ai nostri lettori 
togliendo dalla erudita prefazione, che il Pietragrande premise al 
Catalogo, i cenni seguenti : 

« Il Museo di Este, formato colle lapidi sterrate nel suo ter- 
ritorio, coi marmi Contareni, e con pochissimi della villa Quiri- 
niana di Altichiero, ha sede nella chiesetta dei Battuti, accanto 
all' abolita chiesa di S. Francesco, presso l' ex convento dei Fran- 
cescani, ove sono collocate le scuole e il collegio-convitto mu- 
nicipale. 

» Accresciuto ora, mercè le grandi scoperte, il materiale delle 
necropoli euganee, ebbe incremento notevole eziandio la suppel- 
lettile romana, ondechè al Comunale Consiglio parve conveniente 
la pubblicazione d' un catalogo. Io mi vi acconciai di buon animo, 
per T affezione a cosiffatti studi, per la coscienza di promuovere il 
lustro ad una importante collezione, per le cure assidue che pre- 
stai horis subseciois alle iscrizioni di tutto V agro atestino, ed 
anco più per obbedire all'onorevole Commissione di Patronato al 
Museo, tra' cui membri mi è grato ricordare amici stretti a me 
per tante intimità di rapporti, e per medesimezza di ricerche. 
M'accorgendo quanto giovino i riscontri, credetti opportuno com- 
prendere i monumenti scritti e non scritti di epoca romana, sepa- 
randoli però secondo i criteri scientifici comunemente riconosciuti, 
e aggiungendo, per quanto fu possibile, altre indicazioni bibliogra- 



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451 

fiche, oltre a quelle di Furlanetto e di Moranisen, che mi furon 
fornite da cronachisti e da storici .... 

» C1T io abbia adempiuto a dovere il mio cómpito, non oso 
presumerlo ; sono certo però di non aver mancato di coscienza e 
di studio, comunque il soggetto possa parere limitato, trattandosi 
di una semplice indicazione. Premisi quindi le iscrizioni esistenti 
in Museo e di origine locale, col nome di Atestinae. Fanno seguito 
le Nuper repertae, che sono in buon numero e che non poterono 
comparire nel Corpus, perchè scoperte dappoi. Aggiunsi Vasa, 
Amphorae, Tegutae, Pondera etc. Nè potei pretermettere le Alie- 
nae, perchè esistenti in Museo e perchè di una notoria impor- 
tanza. Per non venir meno a quanto mi sono proposto, chiude il 
Catalogo la serie dei monumenti non scritti Monumenta anepi- 
grapha .... E dacché il Furlanetto nelle Lapidi estensi e pata- 
vine, Mommsen nel Corpus presero cura della enumerazione dei 
titoli, dovetti ricorrere alle loro indicazioni per maggiori schiari- 
menti e per una più pronta intelligenza delle lapidi stesse. 

» Trassi in gran parte la lezione da un autore di fama rico- 
nosciuta, anzi dal principe degli archeologi, e integrai le poche 
lacune bibliografiche, limitando le mie ricerche alle sole specialità 
del marmo descritto, ben lontano da congetture e da ipotesi. 

» Ad accrescere lo splendore del Museo bastano le schiette 
parole di Mommsen (V, J, p. 240) : Pauca ego Musea vidi tam 
commode adornata et studiosorum utilitati tam recte parata ». 

Queste parole devono insuperbire gli Estensi ; i quali, del re- 
sto, non riposano sugli allori. 11 Pietrogrande infatti continua : 
« Non posso fare a meno di segnalare di speciale riconoscenza la 
carità cittadina, che volle non solo fosse aperta giornalmente la 
raccolta lapidaria, ma fossero disposte eziandio le altre importan- 
tissime collezioni appartenenti all' età preromana, delle quali Este 
grandemente si onora, non solo per la fortunata ricchezza del- 
l'escavo, ma eziandio per la diligenza de' suoi rivelatori ». Quanto 
a sè, il Pietrogrande sta apparecchiando un lavoro, « diretto più 
specialmente alla conferma dell' istoria, quello cioè delle Lapidi 
Romane del territorio (destino ». In questo nuovo lavoro, egli 
dice, « avrò cura d' indagare V esistenza ovunque sia e le origini 
d'ogni lapide, risalendo di codice in codice, di raccolta in raccolta 
fino olle prime sillogi, e d'indicare il luogo ove furono i titoli dis- 
seppelliti, d' onde provennero, la serie dei possessori, le opere e le 
monografie che ne trattarono, accennando ai pareri e alle que- 



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452 

stioni degli eruditi, da cui ritrae gran parte di luce, la ojritica epi- 
grafica ». Affine a questo lavoro è una recente fatica*/el Pietro- 
grande, il quale ha pubblicato (39) Sigilli improntali sipra anti- 
che lucetene fittili del territorio atestino (Roma, 1884, Befani), 
« tenendo conto anche delle più recenti scoperte ; nel convinci- 
mento che le loro leggende possano pel numero e per la varietà 
fornire un'idea dell'agiatezza dei commerci della nostra colonia». 
La dottrina e la diligenza dell' A. appariscono anche in questo li- 
bretto, ove venticinque sigilli conservati nel Museo atestino sono 
accuratamente illustrati. 



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DOCUMENTI 

CHE SI RIFERISCONO ALLA STORIA 

DELLA 

CAPITOLARE BIBLIOTECA DI VERONA 



Docum. I (1). 
Due Epigrafi in onore dell' Arcidiacono Pacifico. 

844 circa. 

1. 

^ ARCHIDIAComis QUIESCIT HIC VEROna* PACIFICUS 
SAPIENTIA PRECLARUS ET FORMA PREFULGIDA | 
NULLUS TALIS EST INVENTUS NostrIS IN TEmPorIBus 
QuOD NEC ULLUm ADVENIRE UMQUAra TALE in CREDIMUS. — 
5 ECCLesiAftUM | FUNDATOR RENOVATOR OPTIMUS. 
ZENONIS ProCULI VITI PETRI & LAURENTII. — 
Del QUOQue GENITRICIS | NKCNon ET GEORGII 
QUICQuiD AURO VeL ARGENTO ET METALIS CETERIS 
QuiCQuiD LIGNIS EX DIVERSIS ET MAR | MORE CANDIDO. 

10 NULLUS UMQUAM SIC PERITUS IN TANTIS OPerIBus — 
BIS CENTENOS TERQue SENOS | CODICESQue FECERAT. 
HOROLOGIUrn NOCTARNUm NULLUS ANTE VIDERAT. — 
EN InVENIT ARGUMeu | TUm ET PRIMUm FUNDAVERAT. 
GLOSAM VETERIS ET NOVI TESTAMenTI POSUIT. — 

15 HOROLOGIOQue. | CARMen SPERAE CELI OPTIMUm. 

(1) Vedi Arck. Ven., tom. X, p. II, pag. 247, dove anche si accenna al testa- 
mento del medesimo arcid. Pacifico, 9 Sett. 844. Più esteso commentario su am- 
bedue queste Epigrafi vedi nel tom. XVI, p. II, pag. 220 e segg. Qui mi si per- 
metta ricordare che il primo a darli integri, e giusta il ritmo, si fu il Maffei 
nella Prefazione al Cassiodoro. Florent., 1721. Il eh. E. Dummleb, dietro la re- 
visione del marmo che gli ho spedita, li riprodusse nel suo libro Carmina JEvi 
Carolini. Berol., 1884. Curiosa la osservazione da lui fatta altrove, che nel se- 
condo Carme Hic rogo pauxillum età, si trovano alcuni versi tratti da Alcuino. 
Li riscontrai sulla stampa neìV Epitaphium cujusdam al N. CCLXIX di quel- 
l'illustre. 



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454 

PLURA ALIA GRAFIAQUE PRUDENS INVENIET. — 

TRES ET DEClra | VIXIT LUSTRA TRINOS ANNOS AMPLIUS. 

XL. ET TRES ANNOS FUIT ARCHIDIAConus. — 

SEPTI | MO VICESIMO ETATIS ANNO CESARIS LOTHARII 

20 MOLE CARN1S EST SOLUTUS PerREXit AD DomiNuM. | 
NONO SANE KALenDARUm OBIIT DECEmBRIUm. 
NOCTE SanCtA QuE VOCATur A NOBis DomiNICA. — 
LUCENT QuoQue | SACERDOTES ET MINISTRI OPTIMI. 
EIUS MORTE NEinPE DOLET InFINITUS PoPuLuS. — 
VestROS PEDES QUASI TENEnS | VOSQue PivCOR CERNUUS. 

2C> O LECTORES EXORARE QUESO Pio PACIFICO. — 



HIC ROGO PAUXILLUM VENIENS SUBSISTE VIATOR. 

ET MEA SCRUTARE PECTORE DICTA TUO. 
QUOD NUNC ES FUERAM FAMOSUS IN ORBE VIATOR. 
ET QUOI) NL T NC EGO SUM TUQue FUTURUS ERIS. 
5 DELICIAS MUNDI PRAVO SECTABAR AMORE : 

NUNC CINIS ET PULVIS VERMIBUS ATQue CIBUS. 
QUAPROPTER POTIUS ANIMAM CURARE MEMENTO. 

QUAM CARNEin : QuoniaM HEC MAN ET ILLA PER IT. 
CUR TIBI PLURA ParAS ? QUAM PARVO CERNIS IN ANTRO 
10 ME TENET HIC REQUIES SIC TUA PARVA FIEriT. 
UT FLORES PEREI 'NT VENTO VENIENTE MINACI 
SIC TUA NAMQUE C\RO G Lori A TOTA PERIT. 
TU MIHI REDDE VICEM LECTOR ROGO CARMINIS HUJUS. 
ET DIC DA VENIAM XPE TUO FAMULO. 
15 PACIFICUS SALOMON MIHI NOMEN ATQUE IRENEUS. 

PRO QUO FUNDE PreCES MENTE LEGENS TITULUM. 
OBSECRO NULLA MANUS VIOLET PIA IURA SEPULCHRl. 

PERSONET ANGELICA DONEC AB ARCE TUBA. 
QUI .1ACES IN TUMULO TERRAI] DE PULVERE SURGE 
20 MANGNUS ADEST IUDEX MILIBUS INNUMERIS. 

TOLLE HIC SEGNITIEM PONE FASTIDIA MENTIS 
22 CREDE MIHI FRATER DOCTIOR HINC REDIES. 

ANNO IM)MINIC\E INCARNATIONIS 1K/CCXI.VI INUIC. X. 

II. 

Polizza pel nuovo collocamento delle suddette Epigrafi (1). 

1 Ottobre 1698. 
Allexander iMarchio Spolverini I. II. D. Prothonot. Aplicus 
Praepositus Ecclesiae Veronen. 

(1) Vedi Arch. Yen., tom. X, pag. 250. 



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455 

Monsig. R.mo Canonico Governatore della Mensa Canonicale 
paghi a D.no Gio. Batta Rangheri Tagliapietra troni ottanta, per 
sua mercede d'haver aggiustate le lapidi del q. R.mo Pacifico 
Arcidiacono, giusta la facoltà impartitaci con decreto Cap. di 24 
Tmbre pass. 0 vai. c. 80. 

Dalla Canc. a Capit. li p. m 8bre 1698. 

Allexander Spolverini Praep. lus Canonici et Capit. etc. 

Gio. Lorenzo Franceschini 

Cancelliere Capitolare 

III. 

Giudicato di Sicardo Vescovo di Cremona, in cui si 
accenna alla Biblioteca del Capitolo (1 ). 

13 Aprile 1212. 
Anno ab incarnatione Dui nostri Je.su Christi millesimo du- 
centesitno duodecimo, die tercio decimo extante Aprili, Indicione 
quintadecima. Presentia dni Johannis Boni de Giroldis, Mag. trì 
Marchixii, Mag. tri Martini de Fia, et dni Isnardi Judicis testium 
ibi rogatornra. Dnus Sycardus Dei gratia Cremonensis Episcopus, 
Apost. Sedis Legatus, de discordia seu controversia quae verteba- 
tur inter Canonicos Majoris Veronensis Ecclesiae, ipsius Canonice 
nomine ex una parte, nec non ex alia parte Ostiarios predicte Ec- 
clesie, tale" in scriptis d.bus Dnus Episcopus Apost. Sedis Legatus 
tulit sententiam. Ego Sycardus Dei gratia Cremonensis Episcopus 
Apost. Sedis Legatus de discordia quae vertitur inter Canonicos 
Majoris Ecclesie Veronensis, et Ostiarios ejusdem Ecclesie, sic 
arbitror, laudo, statuo, et judico, et pronuncio .... 

(omissis) 

Antiphonarius, et Psalteria, Missale, et Librum Evangeliorum, 
Bibliothecam, et alios libros in Ecclesia deferant, quos de ante 
ostium Archarie reportent, Canonicis copia facta : libros etiam Ca- 
nonici cum opus fuerint teneant etc. 

(Arch. Capit. A. C. 46 M. 1, n 5) 

(1) Vedi Arch. Yen., tom. X, pag. 254. 



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456 



IV. 

Testamento di Paolo de Dionysiis Canonico (1). 

20 Jan. 1501. 

In Christi Nomine Amen; anno a Nativitate ejusdem Dni Mil- 
lesimo quingentesimo primo, Indictione quarta, die Sabbati 26 Ju- 
nii, Veronae in Canonica in Domo ressidentiae infrascripti Dni Te- 
sta toris, ac in ejus studio. Praesentibus etc. 

Omissis 

Item reliquit et legavit Reverendo Capitulo dominorum Ca- 
nonicorum Ecclesiae Majoris Veronae onines dicti Dni Testatoris 
Libros, tam in jure Canonico, quam in Civili, decretisque in The- 
logia, Humanitate, et quacumque alia facultate, reponendos in Li- 
braria facienda per dicium Capitolimi, et ibi perpetuo remansu- 
ros; qui libri sunt descripti per Inventarium in quodam librclo 
manu ipsius Dni Testatoris, cooperto carta membrana, et super 
dieta coperta sunt descripta liaec verba, Inventarium librorum 
mei Pauli Dimiysij, et qui libri nullo modo vel ingenio direste, 
vel indirecte, seu alio quovis modo vendi, permutali, sive aliter 
alienari possiut; tomen aliqui ex dictis libris accomodati aliquibus 
ex agnatis, vel cognatis dicti I). m Testatoris, qui se vellent dare 
litteris et studio, prout placuerit infrascriptis Dnis Commissariis, 
dummodo ipsi accipientes tales libros ad comodimi teneantur fide- 
jubere de restituendo dictos libros; et quod ip4 libri non possint 
accornodari aliis per.sonis, nisi ut supra dictum est, curo comlitio- 
nibus suprascriptis, quia intentio ipsius Testatoris est. quod dicti 
Libri perpetuo remaneant penes dictum Capitulum, et in Libraria 
praedicta, ad ì*\udem et honorem Omnipotentis Dei, et ad memo- 
riam dicti dni Testatoris, et ad utilitatem et comoditatem omnium 
ibi discere et studerò volentium etc. etc. 



(1) Vedi Arch. Veti., tom. X, pag. 256. 



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457 



V. 

Atto Capitolare, in cui viene stanziata la erezione 
di una nuova Libreria (l). 

1630. 

Pro IH. 0 ac Adm. m Rev.° D. Petro Francisco Crema I. U. D. 
Sacerdote Veronensi. 

Considerata quale e quanta sii la benevolenza del sud. Sig. 
Crema verso questo Rev.° Caplo., espressa con testimonio cosi 
chiaro nella sua donazione, oggi publicata per istrumento, di mano 
di D. Gio. Franco Rotario Nod.° e Cancell. 6 Epale ; e volendo non 
solo con vari effetti corrispondere in parte alla grandezza dell'ani- 
mo d' un cosi pio e Religioso Sacerdote, ma anco provvedere di 
luogo proporzionato all'uso et conservazione della Libreria, et al- 
tre cose donate; furono proposti gli infrascritti Capii, li quali ab- 
balotadi, rimasero a tutti voti approvati, cioè, 

1. ° Che in termine di un anno sii dato principio alla fabbrica 
d' un luogo che si doverà edificare sopra la Sacristia de' Sig. n Can- 
ci, atto e capace alia detta Libreria, et uso di quella ; nel qual 
luogo nella parte più cospicua sii posta una statua di pietra, o 
vero ritratto di pittura del detto Sig. r Crema, con un elogio in 
sua lode, esplicando in particolare la magnanimità del donatore e 
grandezza del dono, intitolandolo principal fondatore della Li- 
breria. 

2. ° Che detto Sig. Donatore sii fatto partecipe di tutti i beni 
spirituali che godono li Sign. Canci, come se anco egli fosse con- 
fratello Canonico. 

3. ° Che tutti li Sig. Canci che saranno prò tempore siino obbli- 
gati ogn' anno in perpetuo nel giorno della deposizione del detto 
Sig. Donatore celebrare per salute dell'anima sua nella Cattedrale 
la Messa di Requiem, et quelli che non saranno Sacerdoti do- 
vranno farla celebrare per altro Sacerdote, contando uno la Messa 
come se fosse per un Canonico. Et per la prima volta, che nel 
detto giorno si celebreranno le Messe, faranno recitare una Ora- 
zione in sua lode. 

(1) Vedi Arch. Ven., tom. X, pag. 258. 

30 



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458 



VI. 

Allo Capitolare per V acccttazione dei libri, gemme, lapidi, rasi 
sacri ecc., legati al Capitolo dal Sacerdote don Fraticesco 
Crema (1). 

24 Nov. 1630. 

Pro D. no Petro Francisco Crema. 

Cupiente ipso R. mo Caplo fruì quamprimum commoditatibus 
ac decore Bibliothecae, seu Musei, eidera ab IU. m ed Ad. m R. do d.° 
Petro Francisco Crema I. V. D. Praesbiteroque Veronen. dono 
gratioso datae, ut in actu diei 24 9bris 1630, eidem actui inhe- 
rendo, ac ita ipso dno Crema reverenter perquirente, accesserunt 
R. mi Dni Cottius Archp., ac Todescus, Burius, Fregosius, Madius, 
et Valerius Can., ac nomine totius R. mi Capii, donum habitationis 
ejusdem D. Cremae, in Vicinia S. Jacobi ad Pignam Veronae si- 
tam, et ibidem ab ipsomet d. no Crema serena fronte et graciose 
accepto, scalas ascenderunt, et loca ubi adest huiusraodi summura 
munus, nempe tantorum librorum, gemmarum, lapidum praecioso- 
rum, diversorumque auri et argenti vasorum, nec non simulacro- 
rum, statuarum, multiplicisque generis figurarum, ingressi sunt; 
munus inquam unica ac tanti numinis ac nominis, ut de eo unus- 
quisque valde miratus est. Et eosdem R. R. mos D. D. dicto nomine 
praeraissa recte ac mire videndo, considerando, tangendo, devol- 
vendo, apprehendendo, manutenendo, et deponendo, ad ostentatio- 
nem, manutentionem, exhibitionem, et traditionem praefati d. ni 
Cremae, idem D. nus Crema magis ac magis id ut exequatur aspi- 
rando, in horum omnium possessioneni realem actualera corpora- 
lem et pacificam posuit et induxit, nemine contradicente. 

Quibus factis R. E{. mi D. D., post gratiarum et laudum actio- 
nem ipsi D. no Cremae factam, protestati sunt, esse in hujusmodi 
possessione, et in ea continuis temporibus stare et manere velie. 
Super quibus etc. 

Acta fuere praemissa omnia et singula, Anno, die, Mense ar, 
loco praedictis praesentibus (testibus). 

(1) Vedi al 1. cit. Questo ricco donativo, non so bene intender perchè, fu ri- 
nunciato, come da Atto Capitolare 24 Agosto 1650. Dove n'andarono tante pre- 
ziose reliquie d'arte? 



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Ego Jo. Bapta. Rotarius Not. pub. Veronen, atque praefati 
R. mi Capii Cancellarius rogatus. 

VII. 

Lederà del march. Scip. Maffei al sig. Bertoldo Pellegrini (1). 

Firenze 2 Febbr. 1721. 

Carissimo Amico 
Sono debitor di risposta a due vostre. Principierò dalla pri- 
ma. Già da tre Gentiluomini a un tratto m'era stato scritto, essere 
stato pregato Monsig. r Bianchini a far subito più Tomi di stampa 
co' Mss. del Capitolo. Son certo, che chi ha promosso tal cosa non 
dovea essere informato, dell'essere questi Mss. stati scoperti da 
me, quando da 150 anni in qua, niuno in Verona sapeva più che 
ci fossero, e non dovea essere informato dell'averci io lavorato 
intorno sei anni ; il che per altro è ban noto a molti. Voi mi di- 
rete forse, perchè adunque non la fluisco mai; ma prima voi sa- 
pete eh' ho avuto distrazioni d' anni intieri. Poi mi sia lecito, ma 
con la vostra confidenza, di dirvi, che se non avessi voluto far al- 
tro, ché ciò eh' hanno fatto tutti quelli, eh' hanno finora lavorato 
sui Mss., ine ne sarei sbrigato in tre mesi: siccome, se intorno alle 
Lapidi altro non avessi voluto fare che ciò, che gli altri finora 
hanno fatto, me ne sarei sbrigato in due. Ma s' io facessi vedere, 
che tutti questi eroi del sapere, massime Oltamontani, niente an- 
cora hanno fatto in queste materie, e se il facessi vedere co' Mss. 
e con le Lapidi di Verona, non avrei fatto qualche cosa per render 
celebre la mia patria? Ma in sostanza, facciano pure in nome di 
Dio, e tonto più che essi hanno trovato materia da far molti tomi, 
là dove io con tutti i Mss. che sono nel Capitolo, e con alcuni an- 
cora della istessa ragione, che io non ho ancora restituiti per la 
necessità di farne intagliare i saggi de' caratteri, e con tutti quei 
del Saibante, che sono mille e tanti, e coi miei, non ho in animo 
di farne che un Tomo. 

Ora vengo al punto principale dell' istanza, che mi fa il Sig. r 
Canonico Muselli perchè io dia le mie note sopra il Cassiodoro 
per il secondo Tomo di queste stampe. Rèndete grazie nella mi- 
ti) Questo docura., e gli altri successivi sino al XV, si riferiscono all'are h. 
Ven., tom. X, pag. 265-270. 



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460 

glior maniera possibile al suddetto, delle gentili espressioni fatte 
in tal occasione verso di me : ma la detta opega del Cassiodoro 
son gfà quindici giorni, eh' io V ho mandata a uno stampatore, che 
senza dubbio n' avrà a quesf ora principiato il lavoro. Questo ho 
fatto io per le replicate instanze di amici di molta considerazione, 
e per secondare questa istessa impazienza nata in Verona. Che se 
anche 1* avessi ancora in mano, voi ben vedete come potrei adat- 
tare a una fabbrica d'altri, della quale non so il sistema, i pezzi 
della mia : e se sarebbe giusto che V opera da me architettata la 
gettassi a terra per andare adornando i lavori d'altri. Dite al Sig. 
Cano. 0 che quand' Egli altro non cerchi se non la pubblicazione di 
questa operetta, per onor del luogo dove si è conservata, egli è 
servito egualmente stampandosi in un luogo, o in un' altro. E 
troppo malagevolmente si può stampare in Verona, mentre è forza 
mandar l' opera a rivedere a Venezia. Che se il Derno vuole stam- 
pare cose mie, sarebbe bene che parlasse meno indegnamente di 
me : tanto più che se ben io da gran tempo ho fatto ampio salvo- 
condotto a chiunque di lacerarmi in ogni genere a suo piacere, si 
potrebbe dare che qualche mio parente o qualche mio amico non 
fosse sì filosofo. Egli non sa il regalo che un cavaliere bell'umore 
era per fargli fin dal tempo della Merope, s'io non impedivo. Mi 
scrive Monsig. Dianchini d' aver preso impegno di stampar subito 
T Ordo Romanità, che è tra quei Mss. Vi attesto che se io avessi 
meco i miei scartafacci, gli comunicherei un fascio di cose che ho 
da parte, attenenti a tal sorte di Libri Ecclesiastici, perchè desse 
corpo alla sua stampa, che per altro è forza riesca senza novità 
alcuna. Ho parimenti offerto allo stesso di tutto cuore, quanto ho 
d'attinente a Pontificali per il suo Anastasio, Vi assicuro che le 
mie idee son pur diverse da quelle di certa gente. Il Sig. Canon. 
Muselli è per altro molto al caso per favorir queste stampe, per- 
chè può spendere molto, e per stampare in Italia di si fatte cose, 
bisogna mettere di fare una limosina, e se noi credono, se n' av- 
vedranno con T Ordo Romanus. Al mio ritorno (che sarà però 
più tardi che sia possibile) mi abboccherò subito col Sig. Can.° 
stesso, e lo servirò in questo proposito di quanto potrò a misura 
del suo desiderio. Non temesse egli fra tanto per tal dilazione, che 
in caso di mia mancanza potessero pericolare que' Mss. che vi ho 
detto avere ancora in mano, poiché sta in man di Notajo una ce- 
dola, in virtù della quale i Sig. Canonici insieme co' suoi, avranno 
in tal caso anche tutti i miei. 



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461 

La Sig. ra Cont. 83 * vostra ha fatto benissimo a trattenersi una 
di quelle ampolle mandatemi da mio fratello per gli occhi. L'Elet- 
tore nel darglierle l'ha assicurata che è un rimedio miracoloso. I 
Conti Terinch mi dicono che serve per ogni mal d' occhi. 

Vengo pressato di nuovo dal Duca di Modena d'applicarmi 
a publicare le sue Medaglie, che posso quasi dire essere una mia 
scoperta, come i Mss. di Verona : ma io non ne posso far cento a 
un tratto. Le farò però forse tutte, se Dio mi darà vita e salute ; e 
in ogni caso, s' anche non ne farò niuna, vivo frattanto con di- 
letto, e non fo peggio, che credo 1' unico frutto degli studi. 

È capitato qua il S. Gaudenzio del Can. Gagliardi, opera delle 
più belle che da gran tempo si sieno vedute in Italia. M'ha fatto 
troppo onore nelle sue note per certa emendazione che io gli sug- 
gerii. " 

Oh! quanto vi bramo ora qui. La Principessa Violante aven- 
dole io detto un giorno a tavola di non aver mai sentito il Per- 
fetti di Siena famoso improvvisatore, mi rispose che voleva man- 
dare a posta a prenderlo, e cosi ha fatto. L' altra sera improvvisò 
a gara con altro di qui, con una gran corona di Dame e di Poeti. 
Per certo è cosa meravigliosa. La Seren. ma volle ch'io dessi i 
temi, e avendo osservato, che l'uno tirava tutto alla grave, e l'al- 
tro tutto al ridicolo, gli diedi tali che ognuno potesse trovarci il 
suo conto. Per esempio : se Amore sia più atto a far 1' uomo felice 
o infelice; se sia più desiderabile il Carnevale, o la Quaresima. E 
vi so dire che non ho avuto simil piacere. Ve ne racconterà qual- 
che passo Ottaviano mio Cugino al suo ritorno. Spero gli senti- 
remo più d' una volta, ho dell' altre cose da scrivervi, ma sono 
due ore che detto, e perciò per questa volta non farò altro che 
abbracciarvi, e dirmi 

I soliti saluti agli amici: Ottaviano fa altrettanto con Voi. 

Dev. mo ed Obbl. ,no Serv. re 
Scip. e Maffei 

Vili. 

Lettera scritta a Bertoldo Pellegrini dal sig. march. Scip. Maffei 

11 Marzo 1721. 
Godo delle belle intenzioni del Sig. r Ab. Muselli. Fategli un 
nuovo complimento in mio nome, e ditegli che del Capitolo io ho 



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462 

due Codici, nel carattere dei Papiri, e che questi gli ho sempre 
trattenuti per la necessità di libri che mi mancavano, e del fare i 
saggi : ma che s' accerti, che quel carattere non ci sono in Italia 
cinque persone che lo intendano, e che mi è costato studio lun- 
ghissimo. Ho ancora parte dell' Opera di S. Ilario, ed alcuni libri 
della Scrittura: ditegli (die il trattenerli, si assicuri, essere ancora 
nato da necessità indispensabile, posto che volessi farne onore al 
Capitolo ed alla Patria. Voi che mi conoscete procurate, vi prego, 
di persuaderlo ; chè ciò non sarà loro di pregiudizio alcuno, come 
vedranno, se Dio ini darà vita, non avendoli io trattenuti per ru- 
barli, come per mezza Verona si è questo Inverno discorso. 

Scip. Maffei. 

IX. 

Ricorso al Cardinale G. Barbarigo Vescovo di Brescia perche 
solleciti il march. Scipione Maffei a ritornare i Codici. 

1721. 

Em. mo Principe 
È supplicata 1' Em. 2 * Vostra a degnarsi di scrivere al Sig. r 
Marchese Scipione Maffei, che essendo stata a Verona, ed abboc- 
catasi coi Mons. ri Arcip. te e Canonici, ha inteso quanto sieno ac- 
casi i loro animi per formare una Biblioteca, che massime in Mss. 
possa essere riguardevole, avendone già molti; e che se il detto 
Sig. Marchese restituisce quanto prima tutti quelli che ha di tal 
ragione, tanto de' Papiri, e Scritture Sacre, quanto de'S./i Padri* 
rome pure se avesse anco gli Atti de* S. H Fermo e Rustico, ed il 
Capit. 19 del lib. 3.° dei Dialoghi di S. Gregorio P., dove parla di 
S. Zenone Vescovo e Protettore di Verona, che ne' Codici dov' e- 
rano indicati non si ritrovarono ; come pure qualche rotolo del- 
l' Archivio. Questo poi sarà favore del Sig. Marchese, e grazia di- 
stintissima dell' Eminenza Vostra. 

X. 

Risposta dell* Eminenlissimo Cardinale G. Barbarigo. 

Brescia 8 Agosto 1721. 

Illustriss. Signore 
Mi fu differita la risposta del Sig. Marchese Maffei per alcuni 



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463 

Ordinarj, a causa di non essergli stata resa la mia che al suo ri- 
torno in Firenze, dove io glieraveva spedita. Egli subito ritornato 
ine la spedisce, e mi dice che li Mss. li tiene appresso di sè, e li 
custodisce, che gli ha havuti dal Sg. Canonico Cannelli per valer- 
sene nei suoi studi, e che degli stessi ne fa buon uso, come si può 
vedere dal Proemio alla sua Opera di Cassiodoro, nella quale 
d'essi ne dà conto ; che continuando essergli necessari per il tempo 
che si trattiene in Toscana, per la permissione havutane, gli è ne- 
cessario haverli appo di se, e che al suo ritorno in Verona saranno 
restituiti. V. S. 111. 1 " 1 vedrà l'attenzione ch'ho havuto in servire 
a' di lei comandi, e favorendomene con frequenza gli confermerò 
sempre più quel rispetto, con il quale sono 

di V. S. IU. m:l 

Obligat. Servitore 
G. Cardinale Barbarigo. 

XI. 

Lettera del march. Scip. Ma/fei al conte SansebastianL 

Firenze 16 Settemb. 1721. 

Carissimo Amico 
Io vi prego di ringraziar il Sig. Proposto Vico, e tutti gli altri, 
a' quali ho maggior obbligo per occasione del passato sussurro. 
Credo verissimo che da più parti mi sia stato scritto assai più del 
giusto, ma credete pure arciverisssimo che nè voi, né gli altri 
amici, nè i Canonici più discreti sanno la metà di quanto si è detto 
e fatto. Ho sempre scritto a Momolo, che quanto farete voi altri, 
sarà ben fatto ; e vi do fede di nè pure leggere più le lettere degli 
altri in tal proposito. Quanto alla nota de' libri eh' ho in mano, ho 
scritto ultimamente a lungo al nostro amico, e a quella mi riporto. 
I Sig. n Canonici non possono fare perquisizione alcuna, perchè de- 
gli antichi non hanno mai avuto Catalogo alcuno, e Dio volesse 
che ci fosse stato. Se si fideranno di me, io li servirò al mio ri- 
torno di quanto potesse fare ogni più attento Bibliotecàrio da loro 
pagato, e continuerò ancora la pratica per far loro acquistare 
un' altra bella raccolta di Mss. Io poi trasecolo nel vedere che sia 
stato interpretato per offensivo dei Canonici il mio Proemio. S'egli 
è tale, è certamente per mia mera ignoranza, perchè vi giuro che 
la mia intenzione è stata diversissima. Ma io ho avuto nell'istesso 



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tempo lettere di Bianchini, e del Muratori ; i quali non si sono per 
certo accorti di questo ; perchè si rallegrano meco dell' onore che 
fo non tanto a me, quanto alla Patria e al Capitolo. Dicovi un 
luogo : Cimi inter praestantiores ipsos Canonicos, in altro : Ca- 
pilulum nostrum, mullis praeclaris titulis Must rem: dico V Iscri- 
zione di Pacifico, da essi fatta incastrare, ch'essa è stata: pulchre 
collocata. Sento che si dolgono perchè narro che su questi Codici 
v'era la polvere, ma narro altresì che questi Codici restarono oc- 
cultati secoli fa, tal che non ci era più nessuno in città che sa- 
pesse che ci fossero; casi frequentissimi ove si tratti di carte an- 
tiche, e ne' Monasteri, e nelle case private, e negli Archivi de' 
Principi, anzi necessari effetti del lungo volger de' secoli, perchè 
quando si disfecero le antiche Biblioteche e i Banchi loro, per va- 
lersi de' luoghi in altro uso, i Codici furono spesso riposti in luo- 
ghi occulti, finché si rifacessero nuovi vasi di Libraria in altra 
forma, con che sono spesso restati perduti per molti secoli: e quindi 
nascon le scoperte che se ne fanno di tanto in tanto, e che si nar- 
rano con piacere, senza che nessuno mai de' possessori, se ne ab- 
bia avuto a mstle. Questi nostri il Cannelli restò stordito quando 
li vide in tanta quantità, poiché niuno si poteva pensare che la 
cima di quell'alto armario formasse come un cassone. Qual colpa 
hanno dunque mai in tutto questo i Sig. rl Canonici? Credete che la 
mia disgrazia, e gli irritamenti sparsi da qualche buon'anima, hanno 
unicamente cagionato questa stravaganza, e credete, che in tutto 
questo fatto nessuna cosa mi è doluta più, perchè quando io avessi 
stampata cosa di loro offesa, non glie l'avrei mandata a presentare 
con tanta solennità senza esser pazzo: bisogno dire che in mia 
man si cambino in ingiurie gli elogi. Io per altro non intendo di 
prescrivermi punto la condotta di questo affare, anzi replico che 
lo guidiate tutto, e per tutto, come vi pare; ma bene avrò caro 
che quanto in questa lettera vi dico, lo facciate sapere a tutto il 
mondo, non che a' Canonici. 

Vostro Devo. mo Obli. 100 Ser.™ 
Scip. Maffei. 



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465 



XII. 

Proposta fatta dal marchese Scipione Maffei al 
Capitolo di Verona. 

7 Marzo 1722. 

lll mì e Reve. mi Sig. H Pr. mi Coll. mi 

Sono più e più anni ch'io sto lavorando ad una lunga Opera, 
che spero non sarà inutile all' erudizione, massime Ecciesiastica, e 
particolarmente alla notizia delle cose della nostra Patria, ed al- 
l' onore di essa. Quest'opera è tratta la maggior parte dall'esame 
e studio d' antichi Manuscritti, ossia libri scritti a penna avanti la 
stampa. Ho però faticato lungo tempo su quelli che si conservano 
a S. Bernardino, a S. Leonardo, in casa Bevilacqua, presso di me, 
e specialmente presso il Sig. r Saibante, ' che ne conserva un nu- 
mero di 1200 in circa. 

V. V. S. S. IU. me possedono parimenti un numero di quaranta 
in circa di tali libri Mss. Questi altresì ho studiati, trovandomi ora 
a termine di dar V ultima mano alla mia fatica, ho necessità di ri- 
veder in essi più cose : perchè sebbene dalla gentilezza di chi gli 
custodiva, e dalla benigna permissione di V. V. S. S. Ill. me me ne 
furono già conceduti alquanti a casa, ed alcuni di essi anche per 
assai lungo tempo; con tutto ciò la quantità delle cose che ho 
scoperte dopo, e il Trattato de' caratteri antichi che mi sono ora 
risolto di premettere all' Opera, mi rende necessario l'esaminarli 
di nuovo. 

Io però non sono per dimandare al Rev. rao Capitolo grazia di 
rivederli ancora, o d'averli in prestito. I.° perchè non potendo 
questo essere senza notabil incomodo d' alcuni di loro, come ho 
già sperimentato, ed avendo già ricevuto tal favore altre volte, 
non mi posso indurre a replicar ancora l' istessa istanza. II. 0 Per- 
chè volendo io far intagliare da essi molti caratteri in rame, ho 
bisogno di averli alla lunga, e in tutta libertà. III. 0 Perchè ho mo- 
tivi particolari di non chieder più tal favore, come potrò accen- 
nare in voce a chi n' avesse curiosità. 

Io propongo però al Reverendiss. Capitolo un contratto van- 
taggioso per una parte e per 1* altra, cioè un cambio di questi po- 
chi frantumi d'antichi, e quasi affatto consumati libri, e non più 
leggibili, se non da qualche antiquario, con altrettanti buoni libri 



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466 

stampati a loro elezione, che possano servire agli studi più neces- 
sairi per un Ecclesiastico, e che non si trovano in questa città ; e 
quando ciò non piacesse loro, io farò in iscambio un regalo di 
cento ducati alla cassa della loro Sacrestia, o a qualunque altra 
comanderanno. Abbiano la bontà di farsi portare innanzi questi 
laceri avanzi di guaste membrane, e corrose, e son certo che si 
stupiranno come si trovi chi in tal condizione le ricerchi. Accen- 
nerò ora qui alcune ragioni per le quali panni, se non m' inganno 
che ragionevolmente non si possa e non si debba da chiunque è 
buon Canonico e buon Cittadino rifiutare la mia proposta. 

Il Reved. mo Capitolo in questo contratto acquista qualche cosa, 
e non perde nulla: potendo egli veramente computar per nulla 
questi laceri rimasugli d' anticaglie inutili. I. Perchè innanzi che io 
le ricercassi e le riscotessi dalla polvere di più secoli, i Rev.™ Ca- 
nonici per più età nè pur hanno saputo che ci fossero ; come noi 
sapeva niun' altro de' più curiosi della Città, stando esse da tempo 
immemorabile sepolte nella cavità della cima d' un altre Armario, 
dove non si poteva salire che con scala a mano. 2.° Perchè questi 
non sono libri interi, ma pezzi imperfetti e tronchi e guasti dalla 
pioggia, e benché alcuni possano parere interi, io farò a piaci- 
mento osservare, come non sono per lo più che frammenti vari , 
cosi posti insieme. 3.° Perchè o sono avanzi di libri Corali, Mes- 
sali, Antifonari e simili cose, al presente affatto inutili, o conten- 
gono parte di qualche opera cento volte stampata, di S. Gregorio, 
di S. Ambrogio, di S. Girolamo, e simiglianti, che al presente si 
leggono intere e raccolte nelle bellissime moderne edizioni. 

L'Ill. mo Capitolo non ha ora Biblioteca nè formale, nè mate- 
riale ; cioè nè ha raccolta di Libri, nè Sala per disporli, quando gli 
avesse ; a che dunque servirebbe mai voler ritenere questi trenta 
o quaranta pezzi, che da se non formano corpo d' alcuna conside- 
razione, e che infallibilmente col tempo si disperderanno ? 

Non si tratta di dargli a uno straniero, o a persona che vo- 
glia mercanteggiarli, ma a un Cittadino che gli chiede per farne 
uso a beneficio della Religione, e a gloria della Patria, e che niente 
più cerca che di assicurarli dal consumarsi affatto, o dal perdersi. 
Perciò sappiano V. V. S. S. Ill. me , che conoscendo io come nelle 
case private siffatte cose non si conservano mai a lungo tempo, 
mia intenzione si è di lasciargli alla mia morte, insieme con molti 
altri da me in Venezia e in altre parti acquistati, alla Libreria pu- 
blica che si medita, e si spera di stabilire un giorno nella nostra 



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467 

Città. Che se ciò non averà effetto, io ho ferma ed immutabile de- 
liberazione di rimetterli di nuovo al Rev. mo Capitolo, ma con ag- 
giunte e condizio ni che potrebbero forse far risorgere in esso la 
distrutta antica Biblioteca. 

Per fede di che è noto, come avendo io parimente acquistati 
in Venezia ed altrove quantità d' antichi marmi Greci di molto 
prezzo, ho fatto un dono di tutti air Accademia Filarmonica, per- 
chè uniti alle Iscrizioni che essa possedè, e a quelle, che vado 
ancora procurando, si construisca un Museo publico, che sarà fra 
poco il principale ornamento della nostra patria. 

Che se la presente mia proposta volesse considerarsi come 
una grazia, che venga a V. V. S. S. Ill. ma richiesta, sia permesso 
di supplicarle a benignamente riflettere, che chi la richiede è di 
famiglia notabilmente benemerita del Rev. mo Capitolo, o sia per 
quantità e qualità di soggetti che in ogni tempo hanno avuto l'o- 
nore d' essersi ascritti, o sia per istituzione e memorie rimastene 
alla Cattedrale ; o sia per il recente benefizio di Mons. Arciprete, 
pochi anni sono, defunto. 

Pare ancora assai considerabile che essendomi coir occasione 
di questo studio passate per le mani una infinità d' anticae carte e 
documenti d'ogni sorte, ho altresì avuta occasione di osservar più 
cose spettanti al Rev. mo Capitolo: delle quali altre potrebbero 
contribuire al suo interesse, altre potrebbero recar notizie, non 
poco al medesimo vantaggiose. Quindi è che resta in mia mano, o 
di servire unicamente all' erudizione con pubblicare indistinta- 
mente ogni monumento, secondo V uso moderno de' letterati ; o di 
aver riguardo al loro vantaggio con trasceglierne alcuni solamente. 
La norma però di contenermi dipenderà dalle S. S. V. V. Ill. me 

Umiliss." 10 Servido re 
Scipione Maffei. 

XIII. 

Dichiarazione di Mons. Canonie ) Zeno Negrclli sulla 
scoperta dei Codici Capitolari. 

22 Imbre 1728. 
Io Zeno Negrelli Canonico, dimandato se mi ricordo di quando 
il Canonico Cannelli, et il Marchese Maffei trovarono li Mss. an- 
tichi del Capitolo, dico et attesto che me ne ricordo benissimo : 



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468 

perchè sentendo una mattina gente in Canzelaria andai dentro, et 
li vidi tutti due che li cavavano fuori, stando uno in cima all'ar- 
marone, uno su la scala, et facevano grande allegrezza di trovare 
tante belle cose ; et nè lui nè me averessimo mai creduto che vi 
fossero tanti volumi, e tanto antichi. Mi ricordo ancora d' aver 
sentito il detto Cannelli, et V Arcidiacono Campagna parlare del 
grand' obligo che ha il Capitolo verso il Marchese Maffei per fati- 
care tanto su questi nostri Manuscritti, con tanto nostro onore. 
Tanto attesto di mia mano, perchè cosi è la verità, non havendo 
parlato in vita mia con quel Cavaliere se non una volta o due. In 
fede di che io 

Zeno Negrelli 
Canonico di Verona di mano pr. 

XIV. 



Protesta del Capitolo in favore di Monsig. Arcip. Gian Frane. 
Musetti, contro una lettera ms. segnala da alcuni Veneti 
libraj. 

13 Nov. 1728. 

Ab Actis Capitularibus Ampi.™ et Rev. mi Capituli IU. mor - dnor. 
Canonicorum Stae Veronensis Ecclesiae. 

Die Sabbati mane 13 msis Novembris 1728. R. Dni 
Archipbr. 

Praepositus Archidiaconus 
a Puteo Theologus 
Ferd. nus Manuellus Rizzonus 
Bl <mchinus Marchiorius 
Riccius 
Poenitent.*** Coadj. 

In Auditorio Caplari ad sonum convenere, et Spus Sci gra- 
implorata consedere. 

Pro Nob. et Rmo dno Jo. Francisco Musello L U. D. Ar- 
chipbro. Qui Rmus Archipbr. dimissus, quoniam de ipso agendum 
erat, exivit, et subinde. 

Cum, ut Nob. et Rmus Dnus Augustinus de Vico Praepositus 
oxposuit, nuper elapsis diebus, Epistola quaedam ms. contra Rmum 
Musellum Archipbrum praedtum nomine quorumdam Librariorum 
Venetorum emissa fuerit, et sibi ac aliis Rmis Dnis Canonicis, ut 



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ipsi etiam assenierunt tradita. Ideo Rmi dni, capitulariter ut supra 
congregati, id injuste factum fuisse cognoscentes, volentesque bo- 
nam ac sincerarci opinionem, quam merito habent de Rmo eorum 
Archipbro, prima in hac Veronensi Ecclia post Pontificalera digni- 
tate, amnibusque virtù tibus eique dignità ti congruentibus cumula- 
tissime exornato, praesentibus posterisque notam et apertam esse, 
omnes neraine discrepante coucorditer declaraverunt, eumdem 
Rmum Archipbrum summam semper fidem, religionem morumque 
integritatem praesetulisse, ac in quibuscumque rebus Capìtulari- 
bus agendis veram mentem et voluntatem Ampl. mi Capituli secu- 
tum et exequutum fuisse, cuius etiam acta hucusque rata denuo 
habuerunt probaveruntque, et quod inde honoris plurimum Eccliae 
et Capitulo Veronensi manaverint, maximas propterea gratias per- 
petuo habituros professi sunt. Mandantes hoc certum eorum animi 
testimonium erga ipsum Rmum Archipbrum in Capitularibus Actis 
describi. Proponentes insuper statuentesque se idem opportuniori 
loco magis deraonstraturos. Et ita. 

Pro' de omnibus 

In quor. fid. 

Veronaè ex Cancell. a Caplari die 14 Obris 1728. 

Bartholomeus Campagnola Cancel. Caplaris 

Cit. a p. 34. 

XV. 

Nola di Mons. Gian Frane. Muselli in cui è narrala la 
riconciliazione falla col Maflei. 

1729. 

Nel giorno delli 4 9bre 1728 ho dispensata a cadauno dei 
S. S. Can. ci la presente Lettera per parte del Sig. Scipione Maflei 
da varii Signori, ed Ecclesiastici di questa Città, tra* quali il 
Sig. Girolamo Pompei al Sig. Co. Gio. Batta Verità ed a Mons. 
Ricci, il Sig. Co. Rambaldo Rambaldi al Sig. Conte Pietro Verità, 
Sig. Co. Gir. Rambaldi al Sig. Co. Can. 00 dal Pozzo, che non volle 
riceverla, il Sig. Co. Rizzarlo Sanbonifacio, al Sig. Can. 00 Polfran- 
ceschi, et al Sig. Can/» Lombardo, che ricusolla, il Sig. M. se Ora- 
zio Sagramosi a Mons. Prevoslo, che lettala gliela rimandò, ed a 
Mons. Arcidiacono Santilia , il Sig. Conte Alfonso Montenari al 
Sig. Can. Bianchini, il quale veduto il contenuto gliela rimise, il 
Sig. Conte Girolamo Giusti al Sig. Can. 00 Negroboni, il Sig 



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416 

Zucco al Sig. Can. 00 Ferd. 00 Manuelli che non volle riceverla, il 
Sig. r Conte Ottaviano Pellegrini al Sig. r Can. 00 Rizzoni, il Sig. r Co. 
Fracastoro al Sig. r Can. Lodov. Manueli, ed alla mia persona un 
Soldato, il quale prese V ora a portarmela, eh' io fossi al Duomo, 
dicendo, che da uno Spezzapietra in Brà V aveva ricevuta. 

Questa Lettera per grazia del Signore fu poco bene intesa, 

anzi disapprovata per essere troppo Io però lettala con 

ogni pacatezza, vedendola dettata da una troppo viva passione, e 
ne' fatti che allega poco verace, giudicai bene di sorpassarla e 
disgreditarla colla mia non curanza. Infatti così sempre mi sono 
mantenuto, abbenchè da più parti avessi de' stimoli, ed eccita- 
menti a risentirmene, o almeno almeno rispondervi con far vedere 
al pubblico la falsità de 1 fatti introdotti, o finalmente a far ristam- 
pare le Complessioni di Cassiodoro ; stimando più conveniente al 
mio stato Ecclesiastico 1' obbedire alle massime sempre mirabili 
dei S. S. Evangelj . * 

Fu mia fortuna l'abbracciar e tenermi saldo a questa noncu- 
ranza, poiché con questa ho più, per bontà del Signore, conseguito 
di quanto avrebbemi potulo far ottenere la mia risposta e il mio 
risentimento. 

La prima fortuna mi accade nel giorno delli di detto mese 
ed anno, quale fu il primo giorno di sessione Capitolare dopo 
uscita la Lettera, in cui Y Amplis. Capitolo per sua bontà, e senza 
mia saputa fece estendere e segnare ne* suoi Atti Capitolari il qui 
annesso Decreto, in tutte le parti onorevole alla mia persona ; con 
cui ho veduto l'amore ben grande de' Sig. rl Reve mi miei Canonici, 
e il discredito della sopradetta lettera. 

Mi successe poi l'altra sotto il 28 pure (Mio stesso mese ed 
anno, allorché venne da ine il Sig. D. Domenico Vallarsi, e mi 
espose inaspettatamente, alla presenza del Sig. Arcipte Lavezzari, 
del P. Pedemonte Filippino, e del Sig. D. Girolamo Dallarini, che 
il Sig. March. 86 Scipione Maffei mi riveriva, e che conosceva di 
haver mancato collo scrivere quella Lettera contro la mia per- 
sona, e che ravveduto del suo trasporto la condannava, e che fi- 
nalmente me ne chiedeva il perdono. Aggradij al sommo questo 
officio, e risposi con termini cortesi ed obbliganti, cioè che di tutto 
mi era scordato, e che non 1* amicizia del S. r Mar- 
chese, il quale avrebbe nelle occasioni scoperto il mio cuore assai 
diverso, da quello, che gli era stato dipinto, ed in ultimo che più 
ammiravo Y atto eroico e Cristiano del Sig. March., di quello mai 



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avessi disapprovato il suo attentato. Ma perchè sentii da detto Sig. 
D. Vallarsi aver il Sig. Marchese Scipione Maffei fatto- pubblico 
questo suo pentimento con aver partecipato a varj suoi amici Y uf- 
ficio che avea risoluto di portarmi, e dover venire da me a questo 
effetto qualche Cavaliere, tra' quali mi fu nominato il Sig. Ber- 
toldo Pellegrini, la mattina seguente, giacché il Sig. D. Vallarsi 
successe dopo V Ave Maria, mi portai a casa del Sig. Bertoldo, 
pregandolo a non darsi alcun incomodo, trovandomi di essere fatto 
certo del buon essere del Sig. Marchese verso di me, e non vo- 
lendo io che sono Ecclesiastico comportarmi colle formalità della 
Cavalleria, e del secolo. 

Ciò non ostante il giorno addietro, festa di S. Andrea Apo- 
stolo, il Sig. Marchese Scip. Maffei si portò alla mia casa, accom- 
pagnato dal detto Sig. Bertoldo, dal Sig. Can. 00 Bianchini, e dal 
Sig. Don Domenico Vallarsi, e dal Fratello di questo, e dal Sig. D. 
Girolamo Ballarmi. Con compitezza mi disse, che ratificava quanto 
mi era stato già esposto dal Sig. D. Vallarsi. Io subito interruppi 
questo discorso, e con poche parole lo assicurai del mio buon 
essere verso di Lui, e dopo altri speciali discorsi fatti con lui, e 
colla sua comitiva si licenziò da me. Il giorno addietro primo di 
X bre , io pure andai alla casa del Sig. March, col Sig. Cano. Bian- 
chini, ringraziandolo di quanto aveva fatto, e promettendogli la 
mia amicizia, per conservar la quale gli dissi, che sarebbe bene, e 
gli promettevo, che se per l'avvenire qualche diceria mi venisse 
esposta, la quale potesse disturbar la nostra amicizia, prima di 
prestarvi fede, a lui sarei ricorso, per intendere come passa la fac- 
cenda. Egli pure eosì di far mi promise; e se cosi succederà non 
più ere lo sarà che dire tra lui e me. Venuto a casa sopravenne il 
Preg. D. Girolamo Ballarmi, e mi presentò per parte del Sig. Mar- 
chese il suo libro ultimamente stampato ed intitolato U uso delli 
Anfiteatri, lo pregai a ringraziarlo a mio nome, e dopo che fu il 
d.° Sig. D. Ballarmi da me partito, osservando il predetto libro 
vidi esservi nella prima carta scritte le seguenti parole di pugno 
del Marchese : 

Al degniss. mo Sig. Arcipte della 
Cattedrale Franco Muselli 
promotore nella Patria 
Di Grandi e Nobili letterarie imprese 

L'autore. 

(Continua,) G. B. GiUliari. 



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COMMEMORAZIONE 



ANDREA CAPPAROZZO 



La sera del 30 Aprile 1884 un funebre corteo, preceduto 
dalla banda civica e seguito da una eletta di cittadini usciva dalla 
chiesa di San Pietro e s'avviava al cimitero comunale di Vicenza. 
Era il corteo, che accompagnava air ultima dimora la salma di 
Andrea Capparozzo, morto la mattina del dì precedente. L'egregio 
uomo, delicato e cagionevole di complessione, aveva dovuto soc- 
combere alla violenza di lunga e penosa malattia, ribelle ad ogni 
rimedio della scienza e dell'arte. Nè il comune compianto, che lo 
accompagnava al sepolcro, era apparente o immeritato. Vicenza 
sapeva d'aver perduto in lui un cittadino, quanto intelligente, al- 
trettanto operoso e sollecito del patrio decoro. 

I. 

La famiglia dei Capparozzo non era di Vicenza. Traeva le 
sue origini di Lanzè, una piccola terra a sette miglia dalla città, 
non lontana dalla strada, che da Vicenza mette, per Cittadella e 
per Castelfranco, a Treviso. Primo a togliervisi fu il padre di An- 
drea, necessitatovi da particolari ragioni di famiglia. Tra' luoghi, 
ne' quali fermava temporaneamente la sua dimora, fu anche Vicen- 
za. E in Vicenza nasceva Andrea Y8 Agosto del 1810. Collocato, 
giovinetto ancora, nel Seminario vi studiava con amore le lettere e 
le scienze. A profittarvi dovevano spronarlo vivamente gli esempi 
domestici. Nella famiglia dei Capparozzo l'amore agli studi era, si 
può dire, ereditario. Ad Andrea non doveva suonare ignorato il 
nome del prozìo Antonio, teologo di raro valore, sacerdote se- 
condo il cuore di Dio, morto arciprete di Campolungo e di Beva- 
doro nel Giugno del 1795. E più che negli esempi di Antonio offri- 
vasegli argomento di specchiarsi nelle opere degli zii paterni An- 



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drea, Giambattista e Matteo. Andrea, maestro da prima di belle 
lettere, poi prefetto degli studi nel Seminario di Vicenza e da ulti- 
mo arciprete di Quinto Vicentino, ove finiva la vita a cinquanta 
anni nel 1801, aveva saputo levarsi in bel grido per i suoi compo- 
nimenti poetici in italiano e in latino, letti, com'era il costume, 
nelle annuali accademie dell'Istituto. Di Giambattista, arciprete, 
giovanissimo ancora, di San Giorgio in Brenta, ove moriva com- 
pianto da tutti nel 1830 in età di quasi settantadue anni, durò a 
lungo la memoria ne' maestri del Seminario, che, avutolo per breve 
tempo a collega, erano stati in grado di estimarne degnamente le 
rare doti della mente e del cuore. Superiore a quello dei due fu il 
nome di Matteo, maestro ugualmente di lettere e di filosofia nel 
Seminario di Vicenza, morto nel 1811 in Villaverla, ove aveva 
tenuto per oltre trent' anni la cura spirituale della parrocchia. La 
coltura squisita e il non comune valor letterario ne aveano diffusa 
la fama oltre i confini della provincia per tre volumi specialmente 
di componimenti poetici, non immuni, a dir vero, de' difetti del- 
l' Arcadia, ma pregievoli per una certa fluidità sonora del verso. 
E più che le prove degli zìi doveva tornargli d'eccitamento a pro- 
gredir negli studi l'esempio del fratello Giuseppe, maestro d'uma- 
ne lettere da prima in Castelfranco Veneto, e successivamente in 
Ceneda, in Vicenza, in Verona e in Venezia, ove moriva a qua- 
rantasei anni, lasciando bel nome d' istitutore valentissimo e di 
poeta affettuoso ed elegante. Andrea non compì gli studi suoi in 
Vicenza. Tramutatosi negli ultimi anni della sua educazione in Ve- 
rona, vi attese alla Teologia per rimpatriare poi. terminatone ap- 
pena il corso. 

II. 

Chi si facesse a indagare i fasti del clero vicentino avanti il 
1848, non faticherebbe a riconoscere che parecchi de' giovani sa- 
cerdoti, segnalati per ingegno, preferivano di dedicarsi, compiuti 
appena gli studi, all'istruzione della gioventù. I Seminari di Bel- 
luno e di Rovigo e i collegi comunali di Cologna Veneta, di Ca- 
stelfranco e Ji non so quali altre terre, ebbero a prescegliere non 
di raro i loro istitutori tra gli alunni migliori, usciti dal Seminario 
di Vicenza. Ordinato sacerdote, il Capparozzo non s' iniziò neppure 
alla cura spirituale delle anime. L'inclinazione naturale e l'esem- 
pio efficace del fratello, già in grido d'ottimo istitutore, lo trassero 

31 



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di preferenza all' istruzione de' giovani. Maestro di grammatica 
diede le sue prove prime in Castelfranco Veneto, dove fioriva an- 
cora quel collegio, in cui aveva insegnato nella sua giovinezza 
anche il Carrer. Da Castelfranco passò maestro d'umanità nel Se- 
minario di Rovigo, ov'ebbe a collega Francesco Disconzi, un altro 
vicentino, salito in bella fama d' orator sacro e più ancora di va- 
lente entomologo. Degli allievi del Capparozzo in queir Istituto vi- 
vono ancora parecchi ; ed io ricordo di essermi incontrato, non è 
molto, in taluno, che si lodava grandemente delle cure sollecite e 
affettuose del maestro. In Rovigo non s' intrattenne però oltre il 
1848. Partecipe de' movimenti politici per gli scritti specialmente 
pubblicati in que' di memorandi sovra un giornale rodigino, prese 
anch'egli la via dell'esigilo, riparando da prima in Bologna, quindi 
in Roma e da ultimo in Firenze, per non rimpatriare che verso la 
fine del 1849. 

III. 

Le condizioni della Venezia dopo il 1848 non volsero cosi 
propizie da permettere che i partigiani delle nuove idee politiche 
vi fossero lasciati vivere in pace. I reduci specialmente dall'esiglio 
v'erano sorvegliati non solo dalla polizia austriaca, ma impediti 
quasi sempre di ripigliare, come che si fosse, gli uffici e le occu- 
pazioni, a cui avevano atteso prima del memorando avvenimento. 
Nè il Capparozzo. guardato anch' egli dall'occhio vigile e sospet- 
toso di chi presiedeva alla pubblica cosa, potè accomodarsi altri- 
menti che a vita privata. L'ozio involontario, a cui fu necessitato, 
non lo distolse però dalle occupazioni, alle quali aveva dedicato 
gli anni primi. Aperta anzi tutto una scuola, si diede a istruire pri- 
vatamente la gioventù, spendendo i ritagli di tempo, che gli rima- 
nevano, negli studi suoi prediletti. Prima cura fu quella di pagare 
un tributo di affetto, represso da qualche anno nel cuore. Giuseppe 
Capparozzo, morto immaturamente in Venezia, non aveva mai 
pensato a raccogliere in una le varie poesie, stampate alla spic- 
ciolata, o disperse, come che si fosse, in istrenne. Ad Andrea 
parve anzi tutto debito di fratello riunirle in un solo volume e 
metterle così nella pubblica luce. A crescervi pregio si valse del- 
l' opera di Paolo Perez, già discepolo del poeta e professore allora 
d'umane lettere in Padova. E il commentario, che n'ebbe da lui. 
sulla vita e sugli scritti, prepose siccome prefazione al volume, 



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M 

edito in Vicenza nel 1851 con in fronte il ritratto del poeta, lavoro 
finissimo del bulino del Boscolo (i). 

Nè questa fatica in onore del fratello, seguita in capo a sette 
ailni dall'altra del tramutamento delle ceneri dello stesso da Vene-fa 
in Vicenza, ove furon deposte nel sepolcro domestico degli Schiavo; 
nè le occupazioni della scuola, numerosa sempre d'alunni, tolsero 
al Capparozzo d'esercitarsi, come aveva fatto in Castelfranco e in 
Rovigo, nell'arte dello scrivere in verso ed in prosa. I componi- 
menti poetici, che s' hanno alle stampe, di lui, occupato a un tempo 
nelT insegnamento privato, sono per lo più d'occasione. Vi si ce- 
lebrano lauree, nozze, messe novelle, ingressi di parrochi (2). Se 
non si fanno ammirare per novità di concetto, hanno però nitida 
sempre ed elegante la forma. Talvolta, come neh' Ode a Maria e 
nella Benedizione patema (3), vi scorre per entro una certa onda 
d'affetto che ti scende diritta nel cuore. Meno spontanei nella forma, 
che sente talvolta dell'antiquato, e ciò non pertanto pregevoli per al- 
tri rispetti sono gli scritti in prosa. Vanno primi, per ordine di tem- 
po, i Cenni Biografici dell'abate Angelo Beltrame, pubblicati in 
Vicenza nel 1854. Il Capparozzo non si contenta di parlare in essi 
de' casi del Vicentino, salito in qualche fama per i suoi componi- 
menti poetici, lodati da Ignazio Cantii e dal Carrer; ma vi discorre 
in succinto delle due scuole romantica e classica, e assegna al Bel- 
trame il posto che gli compete, tra i contemporanei (1). Più larghi 
sono i Cenni biografici su Ambrogio Fusinieri; dove con uno stile 
talvolta un po' forse ammanierato s'espongono i casi della vita e il 
processo delle scoperte scientifiche del dotto uomo, segnatamente 
nella fisica (5). Uguali pregi e uguali difetti, accresciuti talvolta dal 
soverchio della lode, che arieggia più che ad altro a panegirico, ri- 
velansi nel Discorso su Ortensio Zago, letto all'Accademia Olim- 

(1) Giuseppe Capparozzo, Poesie varie. Vicenza, tip. Lon^ro, 1851. 

(2) Sonetto al Padre Giovanni da Verona. Bussano. 1853 — Versi per nozze 
Carazzi-Grassi. Vicenza, 1853. — Sonetto per la laurea di Fedele Lampertico. 
Vicenza. 1853. - Duo Smetti por le nozze Lampertico-Colleoni. Vicenza, 185*. 
— Ode Snjfica a Giovanni Fabris, parroco novello. Vicenza, 18ó6. — Sonetto per 
nozze Fracasso -Ped razza. Vicenza, 1858. — Sonetto a Bartolommeo Mosso! in. 
Vicenza, 1858 — Sonetto per nozze Trevisan-Panciera. Vicenza, 1858. — Sonetto 
a Girolamo Polatti. Vicenza, 1858. 

(3) Ode a Maria, inserita nei Novello trionfo di Maria. Padova, 1856. — La 
Benedizione paterna per nozze Molon-De Muri. Vicenza, 1857. 

(4) Le migliori poesie dell* abate Angelo Beltrame. Vicenza, 1854. 

(5) Cenni Biografici d' Ambrogio Fusinieri. Vicenza, 1854. 



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pica e pubblicato nel 1856 (1). Dicasi altrettanto delle due Ora* 
zioni funebri in onore l'ima di Ignazio Savj, bibliotecario della 
Rertoliana, l'altra di Giovanni Gonzati, benemerito della riattazio- 
ne della cattedrale di Vicenza (2). Più pregevole nella sua schietta 
semplicità è invece lo scritto sulla Vita deK abate Giambattista 
Trecco, un uomo di scienza varia e squisita, lodato ancora per le 
Regole pratiche per disegnare gli alfabeti maiuscoli ad uso di 
compartire con esattezza e brevità le iscrizioni sopra qualun- 
que data superficie (3). 

IV. 

Il 12 Luglio del 1857 moriva in Vicenza, nella tarda età di 
novantadue anni, il canonico Ignazio Savj. Resosi vacante per 
questo fatto 1' ufficio di Bibliotecario della Bertoliana, il Cappa- 
rozzo fu de' pochi che si presentarono tra' candidati. I suoi scritti, 
se possono parere oggidì scarsa cosa, non è dubbio che si consi- 
deravano altrimenti nei tempi, in cui venivan dettati, in forza so- 
pra tutto delle sinistre condizioni della Venezia. E tra i titoli, pre- 
sentati dai concorrenti, furono così apprezzati da valere al Cappa- 
rozzo T ufficio di Bibliotecario della Bertoliana. Che gli studi di lui 
fossero di sì fatta natura da soddisfare pienamente a' nuovi obblighi, 
io non dirò certamente. So bene ch'egli vi si mise subito e con 
tanta tenacità di propositi, da mostrarsi in breve nato fatto per 
queir ufficio. Alle molte cognizioni bibliografiche accoppiò uno 
zelo, superiore ad ogni encomio, per ciò che potesse migliorare 
1' ordinamento, o promuovere l' incremento della Biblioteca. La 
Bertoliana deve a lui la serie de' nuovi e copiosi indici e l' incre- 
mento di parecchie opere, talune preziosissime, ottenute in dono 
da Governi, da Istituti, da Principi e da autori (4). 

Le occupazioni del nuovo ufficio, alle quali attese con tutto Io 
studio, e le difficoltà de' tempi, ugualmente malaugurati, non tolsero 
al Capparozzo di dettare e pubblicare, all'occorrenza, nuovi scritti. 
I suoi versi sono ugualmente d'occasione, talvolta sciolti, ma per la 

(1) Sulla vita e sugli scritti del conte Ortensio Zago. Vicenza, 1856. 

(2) Funebre ricordazione del benemerito bibliotecario canonico dott. Ignazio 
Savj. Vicenza, 1857. — Orazione funebre in lode del benemerito canonico Gio- 
vanni Maria dei marchesi Q ornati. Vicenza, 1857. 

(3) Sulla vita dell' abate Giambattista Trecco. Vicenza, 1858. 

(4) La Provincia di Vicenza, N. 137, 138, 21 e 22 Maggio 1884. 



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maggior parte sonetti (1). I più sentiti sono i Decasillabi intitolati 
Il Pioppo (2) e r Epistola in isciolti a Cornelia Mocenigo (3). Fa- 
cili, se pur non peccano di soverchia prolissità, si rivelano le iscri- 
zioni, dettate ugualmente in diverse occasioni. Più concise invece 
e avvivate da una tal qual vena d' affetto, sono le Necroloffie di 
Maria Fusinieri e di Giambattista Sale, e, se vuoisi, anche X Elogio 
funebre, letto per commissione della Giunta Municipale nella catte- 
drale di Vicenza il giorno settimo dalla tumulazione del Vescovo 
Giovanni Giuseppe Cappellari (4). 

V. 

L' affrancamento dal servaggio straniero e V aggregazione 
della Venezia alla grande famiglia italiana portarono con la libertà 
politica una nuova operosità negli studi anche in Vicenza. Il Cap- 
parozzo non fu di quelli, che si rimanessero insensibili al soffio av- 
viatore de' tempi. Io non dirò che ne' versi, pubblicati da lui in 
varie circostanze, si spazii sempre per gli orizzonti, chiusi sino 
allora dalla prepotenza straniera. Ben vi si sente un fare più li- 
bero (5), e una maggiore franchezza ne* consigli, come nelle Odi 

(li Sonetto alPab. Francesco Formenton, nuovo arciprete di Castolnuovo. 
Yicenzn, 1859. — Sonetto all'abate Giovanni Tomba, nuovo arciprete di Meledo. 
Vicenza, 1859. — Iscrizione per il compleanno di don Antonio Callegari. Vi- 
cenza, 1866. - Sonetto per le nozze Giaretta-De Muri. Vicenza, 1861. — Iscri- 
zione per la inaugurazione della chiesa dt Brendola. Vicenza, 1861. — Sonetto 
p t nozze Tescari-Martinato. Vicenza, 1862. — Sonetto per nozze Rosa-Ghirar- 
dini. Vicenza, 1862 — Iscrizione a Francesco Armanno. Vicenza, 1863. — Iscri- 
zione per l'ingresso di don Angelo Navarino alla chiesa di Caltrano. Vicenza, 
1864. — Sonetto ad Angelo Sgaggio. nuo\o parroco. Vicenza, 1864. — Sonetto 
per le nozze Ghirardini-Manni. Vicenza, 1862. 

(2) II Pioppo per le nozze Franco-Monza. Vicenza, 1861. 

(3) Epistola (nozze Savardo-Mocenigo). Vicenza, 1865. 

(4) Maria Fusinieri Vicentina. Padova, 1808. — Alla cara memoria di 
Giambattista Sale. Vicenza, 1862. Elogio funebre di Giovanni Giuseppe Cap- 
pellari. Vicenza, 1860. 

(5) Sonetto per le nozze Fogazzaro- Valmarana. Vicenza, 1866. — Sonetto 
per le nozze Orsini-Valle. Vicenza, 1869. — Sonetto a Matteo Cortiana, nuovo 
parroco. Vicenza, 1871. — Versi p *r le nozze Toniato-Meneghini. Vicenza, 1872. 

— Sonetto per le nozze Valmarana- Piovene. Vicenza, 1873. — Sonetto per la 
laurea di Rodolfo Malvezzi. Vicenza, 1873. — Sonetto per le nozze Palotti-Tor- 
uieri. Vicenza, 1874. — Ode a Ettore Peratoner, nuovo parroco. Vicenza, 1878. 

— Versi per le nozze Fabris-Stefani. Vicenza, 1878. 



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a Francesco Zampieri e a Laura Tornieri (1). Commosso da' nuovi 
avvenimenti il Capparozzo inneggia alla venuta del Re liberatore, 
esalta le nuove istituzioni, piange le grandi sventure della nazione, 
applaude alle feste cittadine (2). Nò meno frequenti sono gli scritti 
in prosa. Chi sfogliasse i parecchi giornali, usciti in Vicenza dal 
1 806 in poi, incontrerebbe assai spesso in relazioni di fatti, degni 
di lode; incontrerebbe in necrologie, talvolta d'uomini illustri o 
b^n^meriti, tra' quali mi piace ricordare Carlo Ilalzatìori, Girola- 
mo Polatti e Alessandro Schiavo. 

Ma dove il Capparozzo attese? con maggior alacrità, fu al lu- 
stro della Biblioteca, alla quale presiedeva. Del come e quanto si 
adoperas^e all' incremento di essa s' hanno le prove non solo negli 
articoli, ch'egli andava pubblicando nei giornali della città, ma 
più ancora in un'apposita relazione de' doni, ottenuti da lui, letta 
in una tornata dell'Accademia Olimpica e pubblicata nel 1872 (3). 
E l' opera sua non si restringeva soltanto ad ordinare i co. liei e i 
manoscritti, ma s'allargava spesso a pubblicarne, in diverse occa- 
sioni anco dei saggi. Chi si face se a rivedere gli opuscoli usciti in 
occasione di nozze, incontrerebbe in parecchie lettere del Canova, del 
Gamba, del Cesari, di Scipione MafTei, del Bettinelli, del Cicognara, 
del Diedo, dell' Albrizzi, del Brighenti e di altri, ordinate e talvolta 
annotate da lui. Non di rado sono novelle inedite del Magenta, del 
Todeschini, del Gamba; più spesso sonetti inediti, in tutti un cen- 
tinaio in circa, d' un petrarchista del secolo decimosesto, tratti da 
un codice della Bertoliana (1). All' ordinamento s' aggiungono 
spesso le succose e pur dotte illustrazioni. Preziose, per la luce 
che ne deriva alla storia e alla geografia, sono le dodici lettere di 
Giuseppe Sorio, pubblicate in diverse occasioni e precedute da una 

(1) Ode a Francesco Zampieri, nuovo parroco di Malo. Vicenza, 186G. — 
Ode por le nozzo Lucchini-Tornieri. Vicenza, 1867. 

(2) li Veltro profetato dalT Alighieri, Sonetto, Padova, 1866. — Sonetto alia 
Guardia Nazionale di Padova. Vicenza, 1867. — Iscrizioni ai martiri di Sorio. 
Vicenza, 1867 — Sonetto in morte di Vittorio Emmanuele. Vicenza, 1878. — So- 
netto per il terzo centenario dalla morte di Andrea Palladio. Vicenza, 1870. 

(3) S(d doni pervenuti alla Biblioteca Bertoliana dal pruno Gennaio del 
1858 a tutto Vanno 1871. Vicenza. 1872. 

(4) Nozze MangilH Lamportico. Vicenza, 1876. — Nozze Zangrande-Zacca- 
ria. Vicenza, 1880. — Nozze Volner-Valeri. Vicenza, 1880. — Nozze Zajotti-An- 
tonini. Venezia, 1881. - Nozze Zanga-Suppiei. Vicenza, 1880. - - Nozze Lam- 
pertico-Ualbi. Venezia, 1881. — Nozze Valeri-Curti. Vicenza, 1882. Nozze 
Caliari-Gasparotto. Viceuza, 1882. - Nozze Malvezzi-Fabrello. Vicenza, 1883. 



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breve biografia dell' autore (1). Dicasi altrettanto del Viaggio di 
Giovanni Maria Angioletti, corredato esso pure d' un breve rag- 
guaglio intorno all'autore (2). E lavori del Capparozzo sono le il- 
lustrazioni, premesse a un saggio del Fiore di Viriti (3), e agli 
statuti di Costozza del 1377 (4), dei mercanti drappieri e degli osti 
della città di Vicenza (5) e del comune di Carré ((3), tratti pur essi 
da' co liei della Bertoliana e pubblicati a diversi intervalli. E di lui 
sono pure, in buona parte, le note allo Statuto di Costozza del 
1290, tolto da un codice membranaceo, donato alla Biblioteca dai 
fratelli Giuseppe e Giovanni Bertolini (7). 

Nè T operosità del Capparozzo si rivela soltanto da ciò, che fu 
dato alla luce, e dallo studio amoroso, col quale procacciava al- 
l' Italia la prima l'ediziene de' Canti Politici (8) e poi la ristampa 
delle Poesie del fratello Giuseppe, precedute da un discorso di 
Onorato Occioni (9). Tra le carte, ch'egli ha lasciato, s'ha inoltre 
una dotta illustrazione, in parte inedita, della Biblioteca, al cui 
lustro e incremento spese buona porzione della vita; s' hanno le 
copie degli antichi Statuti d'Orgiano e di Vicenza, corredati di co- 
pioso glossario; gli ultimi de' quali stava egli preparando per la pub- 
blicazione, che ne farà la Società di Storia Patria per le provincie 
della Venezia. Ho detto che della illustrazione storica della Ber- 
toliana non è inedita che una parte ; alcuni squarci furono già pub- 
blicati nel Giornale delle Biblioteche, fondato e diretto da Euge- 
nio Bianchi. 



(1) Viaggio da Gerusalemme a Xazaret. Vicenza, 1854. — Descrizione di 
Costantinopoli. Vicenza, 1854. — Viaggio da Venezia a Costantinopoli. Vicenza, 
1802. — Viaggio da Costantinopoli a Gerusalemme. Vicenza, 1863. — Visita ai 
santi luoghi. Vicenza, 1863. — Viaggio in Egitto. Rovigo.. 1864. — Descrizione 
d' Alessandria d'Egitto. Vicenza, 1864, e Rovigo. 1865. — Viaggio in terra santa. 
Vicenza, 1881. - Viaggio al Cairo e alle Piramidi. Vicenza, 1881. — Viaggio 
da Alessandria a Rosetta. Vicenza, 1883. 

(2) Viaggio inedita di Gio. Maria Angiolelli. Vicenza, 1881. 

(3) Fiore di Virtù, codice membra naceo del secolo X/V esistente nella U ibi io- 
teca Comunale Bertoliana di Vicenza. Vicenza, 1872. 

, \) Statuto della Comunità di Costozza 1377. Vicenza, 1878. 

(5) Statuto dei mercanti drappieri della città di Vicenza. Vicenza, 1879. — 
Statato degli osti della città di Vicenza. Vicenza, 1880. 

(6) Statuto del Cmane di Carré. Vicenza, 1879. 

(7) Statuto della Comunità di Costozza 1290. Vicenza, 1877. 
(8] Giuseppe Capparozzo, Canti Politici. Rovigo, 1867. 

G. Capparozzo. Poesie edite e inedite. Torino, 1877. 



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480 



VI. 

Ho già avvertito che gli scritti del Capparozzo non vanno 
immuni da mende. Devo però aggiungere che non vi si desidera 
mai la bontà de 1 principi e degl' intendimenti. È la bontà stessa, 
alla quale l'egregio uomo ebbe a informar di continuo le azioni 
della vita. In lui il cittadino non fu mai in disaccordo dal sacer- 
dote. Bibliotecario fu largo de' suoi studi, delle sue ricerche, della 
sua dottrina con quanti ricorrevano a lui; ma l'opera sua fu sem- 
pre cauta e circospetta dove fosse corso il sospetto che la scienza 
de' ìibri avesse potuto turbare., specialmente ne' giovani, la sana 
educazione dell'animo. L'ufficio, afddatogli per circa trentanni, 
fu per lui un secondo sacerdozio ; nè i Vicentini ebbero per questo 
a riguardar altrimenti la sua morte che come una iattura dell'in- 
tera città. I suoi funerali furono per ciò splendidi, e la Giunta 
Municipale, interprete del voto comune, propose che le sembianze 
di lui, riprodotte col pennello, stessero esposte, a perenne ricordo, 
nella patria Biblioteca, e che la salma fosse deposta nella tomba, 
riserbata dal Comune a' cittadini benemeriti. Accompagnato al ci- 
mitero fu tumulato invece, com' era suo desiderio, nel sepolcro do- 
mestico degli Schiavo a canto alle ceneri del fratello Giuseppe, con 
cui ebbe comune non solo il sangue, ma le inclinazioni e gli studi. 
Gli diedero l'ultimo addio l'assessore Giuseppe Zanella (1), il pro- 
fessore Antonio Pazienti (2), presidente della commissione di vigi- 
lanza alla Biblioteca, e il preside del Liceo di Vicenza Giovanni 
Morchio (3); e fu l'addio dei cittadini, de' colleghi e degli amici. 
Vicenza nel Luglio del 188 7. 

Bernardo Morsoli*. 

(1) La Provincia di Vicenza, 1 Maggio 188 1 . 

(2) Pazienti, Parole pronunziate nel cimitero comunale il giorno 30 Aprile 
1881. Vicenza, tip. Staider, 1884. 

(3) Morchio, Discorso nei solenni funerali del cav. ab. Andrea Capparozzo. 
Vicenza, tip. Brunello, 1884. 



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ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE VENETA DI STORIA PATRIA 



DAL LIVENZA AL TAGLIAMENTO 



A) Concordia Attillimi 

(C. V. Viae publicae V, p. 937;. 

Per segnare il percorso neir agro Concordiese della via che 
la benemerita Commissione di Venezia ha rintracciato da Aitino al 
Livenza e controllare in certa guisa i suoi rilievi, ci parve oppor- 
tuno prender le mosse dal ponte romano scopertosi presso la cinta 
dell' oppido colonico neir anno 1877, il quale è appunto nella sua 
direzione. 

Di questo ponte ho dato làrghi ragguagli nelle Notizie degli 
Scavi del 1878 a p. 27 e segg. È formato di tre archi uno solo dei 
quali, T occidentale, si conserva intiero, gli altri due scrollarono o 
furono distrutti restando però intatti i piloni. L' arco di mezzo ha 
la corda di m. 7,46, i laterali di m. 1,80. Questi sono a sesto in- 
tiero, quello a sesto scemo colla saetta di m. 2,15, come risulta 
dalla inclinazione del piano d' impostazione dell' arco e dai primi 
conci che da un lato stanno tuttora a posto. Il materiale della co- 
struzione è una pietra cinericcia — trachite euganea — in poli- 
goni squadrati con tanta esattezza che combaciano perfettamente 
e si tengono insieme senza cemento. La chiave dell' arco ancor in 
piedi non è tagliata a metà dal raggio che passa pel vertice, ma 
sporge da un lato più che dall' altro. A settentrione giacevano due 
pezzi della stessa pietra lunghi l'uno m. 1,85, l'altro m. 1,15, lar- 
ghi ciascuno m. 0,65, colla faccia superiore piana, l'inferiore con- 
cava ; onde si desume che abbiano servito di rivestimento al dosso 
del ponte, tutto greggio, per renderne il marciapiede di più agevole 
salita e per appoggiare le spallette. Quasi tutti i pezzi di queste si 
rinvennero arrovesciati ai fianchi del ponte e sono atyi m. 0,98, 
lunghi qual più qual meno, grossi cent. 30, smussati al di sopra, e 



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tagliati al disotto per guisa da adattarsi alla salita o discesa del 
ponte. In ciascuna delle spallette sta scritto il nome del generoso 
liberto (Manio Acilio Eudamo), che nel suo testamento aveva or- 
dinato la costruzione di quest' opera. I caratteri dell'epigrafe, alti 
min. 145, sono molto regolari specialmente quelli della spalletta 
settentrionale dove la scritta si distende sur una linea di m. 6,90, 
quando V altra a mezzodì non raggiunge i m. 5,50. Il taglio ed il 
disegno delle lettere ci inducono a riferire V erezione del ponte, o 
più probabilmente il suo riatto, al tempo degli Antonini. 

La strada che da occidente viene a mettervi capo e corre sul 
n. 530 della Mappa di Concordia, trovasi a 70 cent, dalla super- 
ficie del terreno circostante, ed ha qui la larghezza di nove metri. 
A suoi lati stanno tuttora i marciapiedi (crepidines), costruiti di 
mattoni e pezzi di pietra legati insieme con ottimo cemento, 
larghi quasi un metro. La sezione della strada ci ha mostrato sul 
fondo un letto di ghiaia (lo slatumen) alto centesimi 15, e sopra 
d' esso un misto di ciottoli e spezzati di mattone (il rudus) che 
doveva esser coperto dal lastrico. E vuoisi notare che sotto la 
ghiaia avvi uno strato di creta di oltre 70 cent., e sotto questo un 
nuovo letto di ghiaia di grosso spessore, forse il letto della strada 
primitiva. Un cento metri ad occidente dal ponte e nella direzione 
del suo asse si è fatto un escavo, e $d un metro di profondità 
emerse la strada che proseguiva il suo cammino nello stesso indi- 
rizzo, mentre un altra da ovest-ovest-nord veniva a congiungersi 
ad essa. Più oltre nella località denominata Paludetto (n. 2224, 
2223 e 2232 della Mappa di Levada), essendo il suolo depresso, 
ella comparisce quasi a fior di terra e vi si mantiene evidente per 
oltre mezzo chilometro coi ciottoli ed il pietrisco. Indi si confonde 
colla nuova strada comunale che conserva tuttavia il nome di Le- 
vada, e ne forma in parte la sede fino al bosco num. 1344 della 
Mappa di Portogruaro, e propriamente fino a kil. 4:30 da Con- 
cordia al sito detto del Morer per un vecchio gelso che vi sta 
presso. Colà, piegando la nuova a sud, la strada vecchia tira diritto 
verso ponente, attraversa il bosco di proprietà Zannier (n. 1458 
Mappa di Portogruaro), ove, in un fosso che la taglia un po' obli- 
quamente, se n'è misurata la larghezza in ra. 13, passa il prato 
attiguo (d. in. n. 14G0) per internarsi nel bosco erariale dell'Acqua 
negra (Mappa di Lison n. 251 e 917), oltre il quale, volge al- 
quanto a mezzodì, e va a raggiungere il fiume Lison toccando il 
bosco della sig. Maria Merlo-Zottì (<l. m. n. 1071,316). In tutto 



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questo tratto dal Morer al Lison (kil. 4,25) è conosciuta dai pae- 
sani col nome di codoìara (ciottolala). Giunti al fiume, largo quivi 
da oltre sei metri, abbiamo messo ogni studio per rinvenire indizi 
del ponte sul quale avrebbe dovuto passarlo; ma ogni nostra cura 
a tal uopo riuscì indarno. Giova però notare che non molto lunge 
a' monti il sig. Girolamo Covelli ha trovato, anni sono, un pezzo 
di corno di cervo a 50 cent, sotto il letto del fiume; per cui po- 
trebbe arguirsi che questo in altri tempi scorresse più ad est o 
ad ovest. Ma non del tutto inutili furono le nostre ricerche, poiché 
in un terreno (d. m. n. 91G e 909) vicino alla casa parrocchiale 
abbiamo scoperto le fondamenta d' un edificio romano. Dal Lison 
la strada continua il suo cammino verso occidente in mezzo ai fon- 
di palustri segnati col n. 637 della Mappa di S. Stino, valicando i 
corsi d'acqua Melon e Fosson, l'uno largo sei, l'altro 15 metri. 
Anche sulle rive di questi fiumi non ci fu dato rintracciare alcun 
indizio di ponti. Oltre il Fosson, che è a kil. 2,555 dal Lison, ella 
va diritta alla casa dei fratelli Bevilaqua nella località le Comugne 
(Mappa di S. Stino n. 811), vedendosi nettamente in quell'indirizzo 
a qualche centinaio di metri dal fiume in un fondo (d. m. n. 2171) 
del cav. Giusti, ove la strada delle Morane la taglia quasi ad an- 
golo retto, ed ove la sua sezione è di m. 12. Dalla casa Bevilaqua 
muove verso il Livenza confusa colla strada delle Comugne, detta 
anche stradone dei Giri, mostrandosi su questa nei punti più ele- 
vati col pietrame e cocci commisti a calce, ed in altri più depressi 
colla sola ghiaia. A metà circa dello stradone se ne stacca per cor- 
rer sotto ai terreni dei sig. Zulianello che lo costeggiano a mez- 
zodì, ed in un fosso trasversale di essi abbiamo potuto accertare 
sul fondo la presenza dello strato di ghiaia che a detta dei pro- 
prietari continua a tale profondità fino alla loro abitazione (d. m. 
n. "88), sotto la quale va a raggiungere le rive del Livenza di po- 
chi passi distanti. Dal Fosson al Livenza si misurano kil. 2,250. 

Di fronte al sito ove la strada da noi percorsa tocca il fiume, 
trovasi quello che la Commissione di Venezia ha segnato come il 
mio punto d' arrivo alla sponda opposta, e quindi abbiamo la con- 
troprova dell' esattezza dei rilievi rispettivi. 

Arrivati cosi alla meta del nostro viaggio ci siamo adoperati 
a raccogliere sul sito i maggiori possibili ragguagli intorno alle 
precedenti scoperle archeologiche accennate dalla lodata Commis- 
sione nel suo rapporto 11 Ottobre 18S3. E ci venne riferito da 
Pietro Zulianel, un uomo sulla cinquantina, nato e vissuto sempre 



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colà, e dal sig. Cesare Bevilaqua, che tutta la sua vita di quasi 
settant' anni passò sul sito, e ci fu confermato dall' egr. Sindaco 
cav. Giuseppe Giusti, essersi nel 1818 escavati sulla riva del fiume 
molti massi di pietra riquadrati, i quali, a loro avviso, formavano 
la spalla sinistra del ponte che metteva la strada romana all' al- 
tra sponda. Uno di questi massi si vede tuttodì in prossimità della 
piazza di Annone ed è lungo m. 3,80, largo m. 0,80, grosso 
m. 0,60. Alcuni anni dopo i Zulianel ne trovarono uno più corto 
(m. 1,40), egualmente largo e grosso sprofondato di pochi centi- 
metri sotto il suolo dietro alla propria casa nel fondo n. 576, e 
più oltre in un fosso alla profondità di un metro hanno dissotter- 
rato una colonna lunga m. 2,65, col diametro alla base di m. 0,30, 
ed in testa di m. 0,24. 1/ uno e V altra si vedono nel loro cortile. 
Da ambo i lati della strada delle Comugne si sono poi scoperte 
delle tombe formate, come disse il Zulianel, di coppi pagani (te- 
goli romani), che racchiudevano un vaso di vetro entro il quale 
in mezzo alla poltiglia stava una moneta. Peccato che di queste 
tombe non si abbia conservato alcun resto ! In seguito si è esca- 
vata la fondamenta d' angolo di un grandioso edificio che con 
un lato da settentrione a mezzodì si protendeva attraverso la 
strada, coli' altro da occidente ad oriente tagliava il fondo dei Zu- 
lianel (d. m. n. 578), ove si è pur rinvenuta altra fondamenta di 
m. 17 di lato ed uno di profondità. Tutti questi resti di muratura 
erano costruiti con laterizi di fabbrica romana. E forse qui presso 
venne pure in luce nel 1815 la lapide riferita nel C. V, 1930, 
colla nota « ad Livenzam in praediis Nanianis ». A tutta ragione 
adunque la Commissione di Venezia ha ritenuto che qui vi avesse 
una mutazione, che ella afferma « la prima da Concordia ad Ai- 
tino, ricordata nel!' Itinerario Gerosolimitano » (p. 279). Chi però 
vede in esso fra Aitino e Concordia la sola mutazione Sanos, già 
dalla Commissione collocata sulle rive del Piave nei pressi di 
Musile (p. 8-9), potrebbe appuntarla di contraddizione. Ma il 
passo relativo in quel documento è questo : 



il che vuol dire da Aitino a Concordia miglia XVIIII. Invece dal- 
l' una all' altra citta sono mpm. XXXI secondo l'itinerario di An- 



CIVITAS ALTINO 
MUTATIO SANOS 
CIVITAS CONCORDIA 



mil. X 
mil. Villi 



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tonino, XXX secondo la tavola Peutingeriana, in fatto 29 sulla 
carta dello Stato maggiore italiano. Quindi si fa evidente che il 
copista del Gerosolimitano ha omesso una mutazione la quale di- 
stava dall'altra X miglia ; poiché dall'argine di S. Marco dì faccia 
a Musile, dove la Commissione ha segnato il X miglio da Aitino, al 
passo del Livenza ove pone la prima mutazione da Concordia, si 
hanno per Y appunto dieci miglia, e da di qua a Concordia nove. 
Che poi nel detto Itinerario vi abbia il rilevato difetto, risulta an- 
che dagli stessi suoi dati. Ed in vero, prendendo le mosse da Mi- 
lano, ci conduce ad Aquileia segnando ad ogni mutazione le miglia 
che ha percorso dalla precedente, e riassume in fine tutto il viag- 
gio in questa guisa : «fita Mediolanum (sic) Aquileia (sic) usque 
millia CCLI, mutationes XXIV, mansiones Villi ». Sommate però 
le miglia paratamente esposte, sono 219 soltanto, e contate le mu- 
tazioni, ritenendo nel loro novero anche i luoghi denominati civi- 
tas e mansio, non risultano che 22. Mancano dunque nella parti- 
zione 32 miglia e due mutazioni. Una di queste è certo la nostra 
con miglia X, l'altra probabilmente trovar dovrebbe il suo posto 
fra Brescia e Verona, sendochò nell' Antoniniano abbiamo fra le due 
città una distanza di 13 miglia superiore alla risultante dal Gero- 
solimitano ; le residue nove miglia si possono distribuire a rettifica 
dei numeri di altre mutazioni, per conguagliare le minori differenze 
fra i due itinerari. Ciascuna delle due mutazioni fra Aitino e Con- 
cordia portava come abbiamo visto mil. X; onde anché la identità 
del numero può aver contribuito alla lamentata omissione. Man- 
chiamo però d' ogni dato per congetturare se ella cada sulla prima 
o sulla seconda delle mutazioni da Aitino, e quindi se il nome 
rimastoci, Sanos, appartenga piuttosto air una che air altra. Pos- 
siamo invece affermare con sicurezza che il cippo di Crispo (C. V, 
8000) doveva trovarsi al passo del Livenza, perchè qui si hanno 
le XX miglia da Aitino; mentre se si vuol prender Concordia 
come punto di partenza della numerazione, il cippo avrebbe do- 
vuto trovarsi di là dal Piave un miglio oltre Y argine di S. Marco. 
Conchiudiamo adunque che la Commissione ha rettamente segna- 
lato il passo del Livenza come la prima mutazione da Concordia, 
e riferito il cippo migliare di Crispo ai pressi del fiume non a 
Ceggia. 

Ma com'è che l'Itinerario Gerosolimitano segna due stazioni 
fra Aitino e Concordia e due fra Concordia ed Aquileia, mentre 
T Antoniniano e la Peutingeriana vanno direttamente dall' una al- 



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T altra città collo spazio di XXXI o XXX miglia da mutazione a 
mutazione? 

La data dell' itinerario Antoniniano è ancor controversa. Chi 

10 fa risalire ai tempi della republica, consoli J. Cesare e M. Anto- 
nio, chi lo vuole invece posteriore a Costantino. L' opinione più 
accetta però è quella che, cominciato nei primi tempi dell' Impero, 
sia venuto aumentando e modificandosi con esso, finche M. Aur. 
Antonino Caracalla lo ha pubblicato (a. di C. 211-217); subendo 
dopo di lui solo poche innovazioni le quali, nei migliori codici, 
non discendono al di quà di Diocleziano. 

La carta Peutingeriana fu dal Mannert assegnata al regno di 
Alessandro Severo, ed anzi con molta verosimiglianza all' anno di 
C. 226, con tali argomenti che non ammettono dubbio. Si può 
quindi considerare fino a un certo punto, l' itinerario di Antonino 
come il testo, e la tavola Peutingeriana come la carta della geo- 
grafia dell' Impero nei primi anni del secolo III ; ed in conseguenza 
le mutazioni dateci solo dal Gerosolimitano devono essere poste- 
riori a quest' epoca. 

Colle distanze che anteriormente si avevano fra mutazione e 
mutazione, si comprende di leggieri come il servizio del corso pub- 
blico, il quale era a carico dei paesi per cui passava, tornar do- 
vesse al sommo gravoso, e fornir argomento ai reclami cui le me- 
daglie e gli storici dell' Impero ci assicurano che di quando in 
quando fu (fato ascolto. 

Ma di un provvedimento radicale pella riduzione degli spazi 
fra le mutazioni, non abbiamo memoria che nella lapide onoraria 
dell' imperatore Giuliano trovata nel Sepolcreto Concordiese, la 
quale ci apprende che egli « ob singularem erga rempublicam 
suam faborem, remota provincialibus cura, cursum fiscalem, bvc- 
viaìis mutationum spitiis, fieri iussit » (C. V, 8989). A lui quindi 
dovrebbe attribuirsi l'aggiunta delle quattro mutazioni nella via 
da Aitino ad Aquileia. L'ipotesi però svanisce dinanzi la data che 

11 pio bordigalese, autore dell'Itinerario Gerosolimitano, ha se- 
gnato come quella del suo ritorno a Costantinopoli: «itero ambu- 
lavimus Dalmazio et Zenofilo cons. Ili kal. jun. a Calcedonia et 
reversi sumus Constantinopolim VII kal. jan. Cons. suprascript. », 
che è il consolato dell' anno di grazia 333. Chi dunque aveva ab- 
breviato gli spazi delle mutazioni prima d'allora, e come la lapide 
Concordile ne dà il merito a Giuliano, il quale ha imperato dal 
360 al 363? — Ad altri l'ardua sentenza; noi riprendiamo senza 



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4S1 

più il cammino interrotto da queste divagazioni, che non ci parvero 
prive d' interesse per la topografia della regione, ed in specie per 
la storia della strada di cui ci occupiamo, che è pur fra le princi- 
pali della Venezia romana. 

B) Concordia Aquileiam 

(C. V. Viae publicae II, p. 935). 

E ritornando al ponte romano, da cui abbiam preso le mosse 
nella descrizione del tronco occidentale di questa via, dobbiamo av- 
vertire che ad oriente si è dissotterrato al piede di esso un rocchio 
di colonna scanalata in pietra tufacea, del diametro di m. 1,36 nelle 
sporgenze e m. 1,29 nelle rientranze, con la scanalatura larga 
cent. 14 profonda sette. Questa colonna, della quale fra la fanghi- 
glia ed altri ruderi si vedeva il frantume, probabilmente formava 
parte d'un arco d'ornato o di chiudenda, avendosi trovate sul sito 
due grosse lastre di trachite con incassi d' alto in basso i quali 
potevano servire alla saracinesca. La strada non aveva V accesso 
diretto alla città, ma poggiava alquanto a settentrione — da circa 
cinquanta metri — per entrare dalla porta al capo occidentale del 
decumano e correndo su questo riescire alla porta dal capo oppo- 
sto, poco a valle dell' odierno crocevia formato dalla strada che 
viene da Portogruaro con quella di S. Pietro. Al di là piega an- 
cora per circa cinquanta metri a nord, poi procede diritta ad 
oriente quasi sulla sede della strada attuale dell' Urlon fino al fiu- 
me, nel quale, a quanto affermano gli abitatori del sito, si vedono 
colle massime magre massi di pietra che si ritengono parte del pi- 
lone del ponte su cui la strada lo transitava. Oltre il fiume si inter- 
na nel Sepolcreto e lo attraversa in tutta la sua lunghezza taglian- 
dolo in due sezioni. Non appena fuori del Sepolcreto s' innalza di 
nuovo a settentrione nella direzione della località detta S. Giaco- 
mo, e precisamente del Casolare spettante al beneficio parrocchiale 
di S. Andrea di Portogruaro (mappali n. 4027, 4028 e 4030), at- 
traversando fondi di proprietà Trevisan, Pasqualini, Fabris e Per- 
sico, nei quali il suo percorso si fa evidente mercè il pietrisco e la 
ghiaia che qua e colà sporge dalla superficie ed altrove dalle 
sponde dei fossi. Lungo questo tratto si rinvennero il cippo di De- 
sticio Philenide (C. V, 1876) e quello di Q. Decio Pothumeno (C. V, 
1921). In San Giacomo poi, presso il casolare suindicato, spuntano 



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488 

dal terreno molti ruderi di fabbriche romane e vicino al cortile 
havvi un pozzo la vera del quale è formata da un masso quadrato 
di m. 1,20 di lato e dello spessore di cent. 32. Il foro nel centro ha il 
diametro di cent. 58 e va restringendosi verso il basso. I pozzali 
superiori sono rappezzi recenti, ma all'interno più sotto se ne vede 
fra i muschi qualcuno che arieggia alla forma dei romani; 1* inda- 
gine però non si è potuta portare fino all' accertamento. Un' altra 
vera simile per forma e materia (trachite.'euganea) si trova in 
Concordia sul pozzo alla Madonna di Tavella, ed una terza pure in 
Concordia sul pozzo nel cortile della casa Del Prà-Siro. Da S. Gia- 
como la strada prosegue verso oriente, però sempre con inclina- 
zione a nord, nel fondo della sig. Zanardini-Fabris alla Cecchina 
(m. n. 4075). Quivi ella si mostra sulla scarpa di due fossi uno dei 
quali la attraversa alquanto diagonalmente, V altro quasi perpen- 
dicolarmente, e nell'uno la sua larghezza supera i 13 metri, nel- 
l'altro i in. 9; cosicché questa si potrebbe ritenere la sua lar- 
ghezza costante. Vogliamo poi notare che nel primo la si vede an- 
che in tutto il suo spessore come in nessun altro punto meglio. Il 
fondo di pura ghiaia ha 1' altezza di 15 cent., e Io strato superiore 
in ciottoli e pezzi di mattone di cent. 30. In questo terreno vennero 
in luce anni sono le lapidi di M. Àufidio Grato e L. Sertorio Cina- 
mo (C. V, 8678 e 8679) e quella di Silicia Viola (C. V, 8082), non- 
ché un' aquila in pietra della cava romana di Nabresina. Quesf a- 
quila, alta m. 0,60 sopra una base di m. 0,18, con un apertura d'ala 
di m. 0,50, è un pezzo scultorio veramente notevole ; ma disgrazia- 
tamente ha perduto l'ala sinistra ed il becco. Gli escavatori affer- 
mano che essa posava sul vertice di un tempietto ; però non seppero 
darne ragguagli di questo e non ne conservarono nessuna parte. 

Dopo la Cecchina si segue sicuramente la traccia della stra- 
da pei materiali sopra suolo fino a Tezza-brusada, ov' è tagliata 
dalla strada nuova che mena a Portogruaro, presso le case 
coloniche Persico e Sidran (n. 4083, 4090 d. m.); indi procede 
fra le frazioni di Villanova e Boada, per portarsi superiormente 
a Vado nel fondo n. 754 della Mappa di Fossalta. Il Zambaldi 
fa menzione d' una sua braida in Stiago, — fra Tezza-Brusada e 
Villanova, — « denominata le pierc per i tegoli e ruderi romani 
di cui è cosparsa, ove si sono trovati alcuni condotti di piombo, 
molti fascetti di chiodi legati con filo di ferro e qualche freccia » 
{Mon. SL di Concordia, p. 43). Ai fondi Persico di Villanova dob- 
biamo la tabella di bronzo dedicata ex viso a Jove Dolicheno da 



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Valerio Massimo, centurione della legione IIII flavia, per la salute 
dell'Imperatore Commodo (C. V, 1870). La presenza della tabella 
votiva fa suppore pur quella del tempio ove stava appesa; ma non se 
ne ha traccia, e d'altronde la tabella è cosi piccola che facilmente 
può essere trasferita da un luogo ad un altro. Presso Vado, narra 
lo stesso Zambaldi, il sig. ing. Bonaventura Bergamo ha scoperto 
un granaio sotterraneo a venticinque piedi di profondità in una sua 
possessione vicino all' antica via i cui vestigi veggonsi in un viot- 
tolo di colà, e lateralmente ad essa esisteva un Sepolcreto dal 
quale è. derivata la lapide di C. Clavenio Fausto (C. V, 1920), che 
fu posta nei fondamenti delle mura di quella Chiesa (cf. Man. Si. 
di Cono., pag. 179, 367, 368). A Vado la via da noi seguita piega 
di poco a mezzodì, e poi prosegue in retta linea fino a S. Giorgio 
di Latisana ove passa in prossimità del campanile per raggiungere 
le rive del Tagliamento. Da Vado a S. Giorgio attraversa le risaie 
del co. Alvise Francesco Mocenigo Alvisopoli (palude delle Can- 
nelle, Mappa di Alvisopoli n. 192, 195, 198), nelle quali si sprofonda, 
non tanto però che non si scorga sulle sponde dei fossi onde sono 
frastagliate. Nel terreno sodo ad oriente delle risaie è coperta 
dalle alluvioni del Tagliamento, ed anche qui si mostra alla spon- 
da dei fossi normali al suo corso. A San Giorgio il suo pietri- 
sco è quasi alla superficie. È poi notevole il fatto che, sebbene da 
Vado a S. Giorgio non siensi potuti raccattare resti romani, nè me- 
morie di scavi o scoperte d'antichità, pure tutto lungo il suo cani- 
mino è viva negli abitanti la tradizione della strada da noi ricer- 
cata, e la conoscenza sicura della sua traccia. 

La sponda del Tagliamento è il limite del nostro compito, ma 
non sappiamo resistere alla tentazione di far memoria che nei 
pressi di Latisanotta, il paesello che sorge sulla riva opposta, è 
stata trovata V iscrizione di Sallustia Jonide (C. V, 1801) traspor- 
tata anticamente nella Chiesa di S. Giovanni in Ronchis, poi, per 
ordine del corani, di Malta Gasparo Lippomano, tradotta in S. Da- 
niele nella Chiesa di S. Tommaso intitolata di S. Giovanni Geroso- 
limitano. Più recentemente (nel 1841) un villico ha scoperto col- 
T aratro in quelle vicinanze alcune macerie e sotterranei. Peccato 
che chi lo racconta (il Girardi, Si. fìsica del Friuli. S. Vito, 1841, 
T. I, p. 120 e seg.) non abbia avuto cura di verificare e riferire cosa 
propriamente fossero quelle macerie e sotterranei ! — Si com- 
piace invece di rilevare che nella carta del Coronelli si vede segnato 
un ponte sul Tagliamento nel punto di Latisanotta (T. Ili, p. 48). 

32 



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490 

È opinione che le strade militari non passassero in mezzo alle 
città, ma vi girassero intorno; onde abbiamo estese le nostre ri- 
cerche anche con riguardo a tale ipotesi. E sebbene non possiamo 
vantarle riuscite, pure ci fu dato di rinvenire la traccia sicura di 
una strada romana sul viottolo che dalla strada nuova di Russolo 
mette alla casà colonica del sig. Pietro Zambaldi (Mappa di Villa- 
storta, n. 4469). Il pietrisco di essa che sul viottolo sta a fior di 
terra prosegue da un lato nel terreno del beneficio parrocchiale di 
Portogruaro (d. m. n. 4320) e dall'altro in quello del sig. France- 
sco Cimetta (d. m. n. 4319). Di conseguenza, continuando nel suo 
indirizzo, andrebbe verso occidente al fiume Leraene di fronte al 
confine, donde avrebbe potuto raggiungere la via principale presso 
il Paludetto per la vecchia strada di Diesime, mentre ad oriente 
sarebbesi ad essa ricongiunta nelle vicinanze di Vado. Un fatto 
che ne rileva l' importanza è V aversi dissotterrato anni fa nel ter- 
reno del sig. Zambaldi la tomba di T. Terenziano (C. V, 1944), la 
quale tuttavia si conserva nel cortile della sua casa colonica in 
prossimità al pozzo, ad uso d' abbeveratoio degli animali. 

Il tratto però è troppo breve per poter con certezza dedurne 
la sussistenza della risvolta ricercata. 

Portogruaro 20 Maggio 1884 

Ing. Giovanni Del Prà 

Giacomo Stringhetta 

Avv. Dario Bertolini, relatore. 



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. j 



ELENCO DEGLI ASSOCIATI 

ALLA TREDICESIMA ANNATA DELL'ARCHIVIO VENETO 



R. Deputazione Veneta di Storia Patria (per copie 30 j .... Venezia 

Angeloni Barbianì nob. cav. Antonio Venezia 

Balbi Valier co. Marco Giulio Venezia 

Berti prof. comm. Domenico, deputato Roma 

Bertoli dott. Gio. Batta Casaleone 

Bianchini co. Giuseppe Venezia 

Bianchini comm. (Ministero degli Affari esteri) Roma 

Biblioteca della r. Accademia di Belle Arti Venezia 

Biblioteca del r. Archivio di Stato Firenze 

Biblioteca del r. Archivio di Stato Palermo 

Biblioteca del r. Archivio di Stato Modena 

Biblioteca del r. Archivio di Stato Milano 

Biblioteca dell' Archivio Storico Gonzaga Mantova 

Biblioteca del Ministero dell'interno Roma 

Biblioteca del Ministero degli Affari Esteri Roma 

Biblioteca della Camera dei Deputati Roma 

Biblioteca del Museo Civico Venezia 

Biblioteca Municipale Ferrara 

Biblioteca Comunale Treviso 

Biblioteca Comunale Verona 

Biblioteca Comunale Vicenza 

Biblioteca Comunale Bergamo 

Biblioteca dell' Istituto Superiore Firenze 

Biblioteca Labronica Livorno 

Bibliotec a Marciana Venezia 

Biblioteca della i. r. Università Zagabria 

Biblioteca Nazionale Torino 

Biblioteca Nazionale Milano 

Biblioteca Nazionale Parma 

Biblioteca Estense Modena 

Biblioteca della r. Scuola Superiore di Commercio Venezia 

Biblioteca del Senato Roma 

Biblioteca della Società Letteraria Verona 

Biblioteca del Seminario Patriarcale Venezia 

Biblioteca della r. Università Bologna 

Biblioteca della r. Università Pisa- 

Biblioteca della i. r. Università Oratz 

Biblioteca della i. r. Corte Vienna 



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492 

Biblioteca Civica Trieste 

Bocca fratelli, librai [per copie 5) Torino 

Bocca fratelli, librai [per copie 2) Roma 

Boldù nob. Roberto Venezia 

Boncompacrni principe Baldassare Roma 

Brandolini Rota co. Annibale Cisone 

Brunelli Bonetti nob. cav. dott. Vincenzo Padova 

Buzatti cav. Augusto r - consigliere d' Appello Venezia 

Calleprari dott. Ferdinando ' Venezia 

Calore Bartolammeo [per copie 2) Venezia 

Circolo della Caccia Roma 

Cita Giambattista Vicenza 

Cittadella Yigodarzere co. Gino Padova 

Clary Aldringen principe Edmondo Venezia 

Colotta cotnm. Giacomo . . *. Venezia 

Combi (de) nob. prof. cav. dott. Carlo ■ . . . Venezia 

r. Convitto Nazionale Venezia 

Costantini comm. Girolamo, sonatore Venezia 

D' Ancona prof. cav. Alessandro Pisa 

Dolfin Boldù co. Francesco Venezia 

Dona dallo Rose co. Francesco Venezia 

Dona dalle Rose co. Antonio Venezia 

Draghi Angelo, libraio Padova 

Fietta co. Lorenzo Venezia 

Fornoni comm. Antonio, senatore Venezia 

Fossati dott. Claudio Toscolano 

Gabinetto Minerva Trieste 

Galli Giuseppe, libraio Milano 

Giovanelli principe Giuseppe, senatore [per copie 2 ) Venezia 

Giustinian co. comm. Giambattista, senatore Venezia 

G insti nian Recanati co. Lorenzo Venezia 

Giunta Provinciale dell' Istria Parenzo 

Goldschagg [per copte 2» Verona 

di-i mani co. Gio. Pietro Venezia 

Hoepli Ulrico, libraio [ per copie 5) Milano 

Istituto Sabbadino Chioggia 

r. Istituto Industriale e Professionale Venezia 

Lanza Girolamo Venezia 

Libreria Valentini Brescia 

r. Liceo Marco Polo Venezia 

Loescher Ermanno, libraio [per copie 12) Torino 

Loescher Ermanno, libraio Roma 

Lubin dott. Antonio, prof, nell' i. r. Università di Gratz 

Luciani cav. Tomaso Venezia 

Madonizza (de) Nicolò Capodistria 

Manetti avv. dott. Antonio Venezia 

Malvezzi comm. dott. avv. G. M Venezia 

Manzoni (de) nob. cav. G. A Venezia 

Marcello Zon nob. contessa Andriana Venezia 



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493 

Marcolini cav. dott. Antonio Maria Padova 

Miari co. Fulcio Luigi Parma 

i r. Ministero degli Esteri Vienna 

Mocenigo co. Alvise (S. Stae) Venezia 

Morosini Gatterburg nob. contessa Loredana Venezia 

Monticolo prof. Giambattista . . . . . Pistoja 

Municipio di Venezia 

Municipio di Capodistria 

Narducci nob. ab. Luigi, bibliotecario S. Daniele 

Oecioni-Bonaffons prof. cav. Giuseppe Udine 

Ongania cav. F. succ. Munster H. F. , libraio {per copie 7) . . . Venezia 

Papadopoli co. Nicolò ed Angelo [per copie 1) Venezia 

Pasini nions. prof. Antonio Venezia 

Pellegrini Lucia nata Perissinotti Venezia 

Querinì Stampalia \ Pia Fondazione) Venezia 

Reali (de; nob. comm. Antonio, senatore Venezia 

Ricco cav. Giacomo Venezia 

Rosa (di) nob. Clemente Brescia 

Sai violi cav. Giovanni » Venezia 

Scono dott. cav. Luigi Venezia 

Scolari dott cav. Saverio, prof, nella r. Università di Pisa 

Società dell' Unione Venezia 

Società d' Incoraggiamento Padova 

Soragna (di) march. Raimondo Parma 

Soranzo co. Girolamo Venezia 

Spai letti co. Venceslao Rubiera 

Steffanucci Antonio Roma 

Tessier cav. Andrea Venezia 

Thomas dott. Antonio Venezia 

Treves de 1 Bonflli bar. Jacopo Venezia 

Triibner Karl. J., libraio Strasburgo 

Yarisco cav. Francesco, sindaco di . Pordenone 

Venier co. Piergirolamo Venezia 

Verona ab prof. Pietro Venezia 

Visinoni Leonardo Antonio Venezia 

Wcovich Lazzari Comneno cav. Michele Venezia 

Zannichelli Nicola, libraio Bologna 

Zannini cav. dott. Giuseppe Venezia 



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INDICE. 



Memorie originali. 

La vita dei veneziani nel 1300. La città, la laguna (B. Cecchetti) . . pag. 5 

» » Continuazione » 321 

L'Adige e la sua rotta (18 Settembre 1882) ad Angiari-Legnago. No- 
tizie storico-economiche comparative (F. Bocchi) [Coni, e fine). . » 55 
La Storia di Venezia di A. F. GMrer ;P. Pinton) 

Parte prima. I materiali dell'opera (Continuazione e fine) ....»> 75 
Della origine della sede vescovile di Caorle nell'estuario veneto (Pie- 
tro Pinton) »> 283 

Un episodio della vita di Carlo Quinto (Bernardo Morsolin) . ...» 293 
Ricerche sulle tradizioni intorno alle antiche immigrazioni nella la- 
guna (Carlo Cipolla) » 338 

Documenti illustrati. 

Le rubriche dei Libri Misti del Senato perduti trascritte da Giu- 
seppe Giorno (Continuazione e fine) 

Tetita et concessa »> 91 

Regalie domini ducis » 97 

Rogatorum Consilium » 98 

Ugna missa extra prò arduis factis » 98 

Juriste et Medici » 98 

Notarti Curie et ahi » 99 

Ordines navigandi in generali » 99 

Speciales persone que non videntur cadere sub rubricis locorum . » 99 

Veneti facti privilegio » 103 

Sales omnes » 374 

Tractatores per nos deputati et dijinitores super aliquibus et con- 

sultores » 378 

Qficiales contrabannorum » 378 

Catavere » 379 

Armamenti qfficiales »> 380 

Domini de noe te m 381 

Advocatores comunis et auditor es sententiarum » 381 

Super publicis et usuris »> 382 

Procuratores sancii Marci » 382 



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495 

Judices palata et mulatto salariornm aliquorum iudicum et advo- 

catontm pag. 382 

Vicedomini tabule lombardorum • » 383 

Ternane Vicedomini » 383 

Maris Vicedomini » 384 

Messela ria » 385 

Super grofsode Eassi a . . » 385 

Levantis officiales » 386 

Super datio vini » 387 

Super Rivoalto » 387 

Supraconsules » 387 

Capita sexteriorum \ . . » 388 

Super imprestitis » 388 

Qfficiales de super frumento » 388 

Super navigantibus »> 388 

Viginti de super mercationibus » 389 

Canapi officiales » 389 

Justiciarii teteres et novi » 389 

Officia fes telarum » 389 

Extraordiaarii » 390 

Provi so res cornuti is »» 392 

Officiales omnes in genere » 393 

Credentiarum officiales » 394 

Agger « 394 

Sardinia » 394 

Memorie venete nei monumenti di Roma ;G. Ciurlato) 

in S. Paolo extra muros » 106 

in S. Maria della Vittoria » 110. 

in S. Marcello al Corso » 121 

in S. Maria Maddalena »> 395 

Giorgio Zorzi. Relazione d'Olanda e di Francia (1626-1629) trascritta 
dai Codici della Biblioteca ferrarese dal prof. Giuseppe Ferraro 

(R. F.) • 131 

Aneddoti Storici e Letterari. 

Muratoriana (G. Bìadego » 167 

Un'antica farmacia Veneziana (G. Boni) ... * » 399 

Un antico progetto d'acquedotto a Venezia (G. Bflhring) .... » 405 

Iscrizioni medioevali in Bonaldo (F. e C. Cipolla, P. Sgulmero) . . »> 411 

Raeeegna bibliografica* 

Relazione sugli Archivi di Stato italiani (1874-82) (B. Cecchetti) . » 170 
Annali del regno dei Franchi sotto Carlomagno (789-814) di Bernardo 

Simson (G. M. Thomas) * 185 

Benedetto del Bene. Giornale di Memorie 1770*96, a cura di Giuseppe 

Biadego (Carlo Cipolla) » 186 



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496 

Dino Mantovani. Lagune (Antonio Fradeletto) png. 180 

» » Continuazione » 425 

Fedele Lampertico, Scritti Storici e Letterari (B. Morsolin) ... » 415 

1 veneti salvatori di Roma di P. Maufrin (F. P.) » 423 

Bullettino di bibliografìa veneta (R. Fulin) *> 218 

» »> Continuazione » 438 

Annunzi diversi » 442 

Art-Itivi - Biblioteche - llusei. 

Museo di Belluno. Le scoperte di Cosano (Fr. Pellegrini) .... » 414 

Museo di Este. Iscrizioni romnne del Museo di Este » 450 

Documenti che si riferiscono alla storia della Capitolare Biblioteca di 

Verona <G. B. Giullari; » V>:ì 

Varietà. 

Un nuovo documento su Outtomberg (Francesco Berlan) » 234 

Commemora k ioni. 

Andrea Capparozzo (Bernardo Morsolin; .» 112 

Atti della R. Deputazione Veneta eli Storia Patria. 

Da Aitino al Livcnza » 2G7 

Dal Livenza al Tnjrliamento » 481 

Elenco deirli associati alla tredicesima annata dell'Archivio Veneto . » 491 



Giovanni Bianchi, Gerente responsabile. 



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